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sabato 1 dicembre 2012

Ma siete matti???

No, ma vi rendete conto delle cose che venite a cercarmi qui? Che mi sta a significare "e se Cenerentola non avesse perso le mutande?"
Cosa volete che ne sappia?
Ma d'altronde, chi volete che lo sappia?
Non lo sa nessuno, è una di quelle domande che non possono avere risposta, come "quanti angeli possono stare in piedi sulla capocchia di uno spillo?", oppure "quante zampe ha il millepiedi?"
Comunque Cenerentola le mutande le ha perse, perciò è perfettamente inutile chiedersi che avesse fatto se non le avesse perse.

martedì 27 novembre 2012

Cenerentola al Sud: una storia "scialla"

Illustrazione di Kay Nielsen
Come vi ho detto tante volte, di Cenerentole ce ne sono parecchie, non una sola. Per tradizione, noi italiani siamo più legati alla versione dei Grimm (o viceversa, perché potrebbe benissimo essere che siano stati i Grimm a ispirarsi alla nostra tradizione e non il contrario) che a quella di Perrault sulla quale è basato il film di Walt Disney. Questa versione che sto per raccontarvi l'ho trovata nelle raccolte di Italo Calvino ed è siciliana. Una Cenerentola veramente insolita.
Ora, cos'è che fa di un personaggio una Cenerentola? Cosa ci fa dire che la sua storia è “cenerentolosa”, per così dire? La scarpetta? Ma quella mica c'è sempre (nell'opera di Rossini, per esempio, al suo posto c'è un bracciale di diamanti). Le sorellastre cattive? Le umiliazioni subite in casa? La matrigna? La fata amica (che però nei Grimm non compare)? Il principe? Il ballo? Cosa? Cosa non può assolutamente mancare? Qual è quella cosa speciale la cui assenza le farebbe perdere tutta la sua “cenerentolitudine”?
In questa versione siciliana la nostra eroina (che si chiamerebbe Ninetta, ma io preferisco chiamarla Cenerentola altrimenti rischiamo di dimenticarci che è proprio lei) non ha quasi nessuna delle classiche caratteristiche da Cenerentola. Non ci sono le sorellastre cattive, non c'è la matrigna tartassatrice, non c'è la scarpetta e non ci sono neppure le umiliazioni subite. Ecco, è una Cenerentola che non solo non subisce nulla, ma è addirittura la più viziata tra le sorelle (che non sono sorellastre). E non è stucchevolmente buona, anzi, oserei dire che questa è una Cenerentola decisamente scazzata, se mi passate il termine. Una che se le chiedi “Come stai?” è facile che ti risponda “Che te ne frega?”
Eppure è proprio lei, non ci sono dubbi.
PS: non dico che non sia una Cenerentola adatta a un pubblico infantile, ma forse prima di leggerla a un eventuale bambino è meglio se la leggete voi e tagliate dove ritenete di dover tagliare, perché ho usato un linguaggio un po'... ehm... colorito, ecco...

PS: io quando l'ho scritta e riletta, me la sono immaginata recitata dalla voce di Teresa Mannino. Poi fate un po' voi...


Cenerentola al sud: una storia “scialla”


C'era una volta un ricco mercante vedovo che aveva tre figlie, una più bella dell'altra. Ma la più bella di tutte era senza dubbio la più piccola, Cenerentola.
Un giorno il mercante tornò a casa preoccupato.
“Ho in ballo una cosa grossa e devo fare un viaggio d'affari”, disse alle figlie, “ma non me la sento di lasciarvi qui da sole. E se poi viene qui qualcuno e vi rapisce? O, ancor peggio, vi deflora?”
“Ma che problema c'è?”, dissero le figlie, “Lasciaci tante provviste e facci barricare in casa, così non può entrare nessuno. E se proprio ci serve qualcosa, lasciaci una sola finestrella aperta così possiamo ordinare le commissioni al garzone del droghiere e calare il panierino.”
“Buona idea!”, disse il mercante. E così fece.
Prima di partire chiese alle figlie se volessero un regalo particolare dalla terra dove andava.
“Io voglio un vestito color del cielo”, disse una.
“Io ne voglio uno color dei diamanti”, disse la seconda.
“Io voglio una pianta di datteri in un vaso d'argento”, disse Cenerentola, “e se te la scordi devono capitarti tanti guai che non ti facciano più tornare a casa finché non me la prendi.”
“O', Cene, ti sei ammattita?”, la sgridò la sorella maggiore, “Si dicono queste cose a papà, che poi magari veramente gli mandi contro qualcosa di brutto?”
Ma Cenerentola fece un broncio così grazioso che suo papà s'intenerì. “Ma no, ma no”, disse, “Cenerentola nostra è la piccolina di papà e non bisogna sgridarla. È vero?”
“Gni”, rispose la ragazza sbattendo le ciglia. Perché era un po' viziata, ammettiamolo. E anche un po' stronza, ammettiamo pure questo.
E il mercante partì, comprò i vestiti ma si scordò della pianta di datteri. E quando s'imbarcò per tornare scoppiò una tempesta terrificante che minacciò di fare a pezzi la nave su cui stava. Allora si ricordò degli accidenti di Cenerentola, tornò indietro, prese quella cavolo di pianta a si imbarcò di nuovo. E stavolta ci riuscì.
Intanto le tre sorelle erano rimaste a casa a contarsela su, a giocare a palla, a spettegolare e a fare le altre cose che facevano le figlie dei ricchi mercanti in un'epoca in cui non esistevano automobili, telefoni, TV [nella scatola del mondo io e tu, per cui la quale, cicale cicale cicale... NDR] e neppure corrente elettrica.
Un giorno alla sorella maggiore cadde un ditale nel pozzo (perché loro avevano un pozzo in cortile).
“Io sono la più leggera”, disse Cenerentola, “calatemi giù che lo riprendo.”
Cenerentola si calò in fondo al pozzo, prese il ditale che galleggiava sul pelo dell'acqua, ma mentre risaliva si accorse, a metà strada, che dai mattoni trapelava una luce. Tolse qualche mattone e vide che il pozzo affacciava su un giardino meraviglioso, che guarda caso era il giardino del Re. Ora, io non so come fosse fatto quel pozzo per affacciarsi su un giardino. Forse la casa del mercante era in cima a un promontorio che dava sul giardino reale. Forse era un passaggio magico. Fatto sta che così era, anche se è curioso.
Comunque, lei vide questo giardino meraviglioso e ci andò dentro a cogliere fiori e frutti, e quando risalì dal pozzo oltre al ditale aveva il grembiule carico di ciliegie e gelsomini.
“E tutta questa roba dove l'hai trovata?”, domandarono le sorelle furbe. Furbissime. Cioè, che mi significa “dove l'hai trovata?”. Era appena uscita dal pozzo, l'avrà trovata da qualche parte nel pozzo, no?
Forse per questo Cenerentola fece spallucce e rispose amabilmente: “Che ve ne frega? Sono fatti miei, mangiate le ciliegie e non mi scassate i cabasisi con le vostre domande idiote!”
Le cronache non riportano che abbia detto così, ma io sono certa di sì.
Cenerentola pensava che nessuno si sarebbe accorto del suo furto, ma si sbagliava perché se ne accorse il Giardiniere di Corte, il quale andò dritto filato a raccontarlo al Reuzzo. Nelle fiabe dell'Italia del Sud il Principe Azzurro non si chiama Principe ma Reuzzo, o Reuccio, vale a dire Piccolo Re, o il piccolo del Re. Come ci sono il leone e il leoncino, il lupo e il lupetto e il gatto e il gattino, così ci sono il re e il reuzzo. Insomma, il nostro Reuzzo è il figlio del Re.
Capito?
Okay, allora il Reuzzo il giorno dopo alla stessa ora si appostò per vedere chi gli fregava fiori e frutta.
E a quella stessa ora Cenerentola si fece calare di nuovo nel pozzo.
“Ma che devi fare ancora laggiù?”, domandarono le sorelle.
“Miii, quante domande!”, rispose Cenerentola con la dolcezza che le era propria, “Non mi rompete la minchia e calatemi giù, che poi vedrete.”
E di nuovo Cenerentola scostò i mattoni e si mise a zompettare nei Giardini Reali come un fringuello ladro, ma poi si accorse che il Reuzzo l'aveva vista e le stava correndo incontro. Allora scappò rapida come una lepre, si infilò nel buco, lo richiuse e si fece tirar su dalle sorelle col suo bottino.
E il Reuzzo rimase con un palmo di naso. E col cuore trafitto, perché Cenerentola era così bella che lui se n'era già innamorato. Perciò tornò al castello e si mise a letto con la febbre alta, perché era malato d'amore. Il Re e la Regina chiamarono tutti i medici di corte al suo capezzale, ma nessuno capì cos'avesse. Solo il più saggio tra di loro diede la sua diagnosi: “Secondo me il Reuzzo s'è innamorato. I sintomi mi sembrano quelli.”
Il Re domandò al figlio se fosse vero e lui rispose di sì, e poi raccontò la storia della bella ragazza scomparsa in un buco del muro del giardino.
Allora il Re decise di organizzare un gran ballo, in tre serate consecutive, e invitarci tutte le fanciulle del regno, così forse si sarebbe ritrovata la misteriosa ragazza.
Intanto il mercante era tornato, e aveva dato alle figlie i loro regali. Le prime due già si erano messe ad aggiustare i vestiti e non vedevano l'ora che ci fosse un gran ballo per poterseli mettere.
Cenerentola invece prese il suo dattero e se ne andò sul suo balcone a curarlo e accudirlo.
Quando venne l'invito per il ballo, naturalmente tutti furono su di giri. Le sorelle non stavano più nella pelle.
“Vedrai quanto ci divertiremo, Cene”, dicevano, “Sarà uno sballo. Un ballo da sballo! Ah, ah”, e giù a ridere contente.
“Mah”, fece Cenerentola dubbiosa, “Io non lo so mica se ci vengo.”
“Come non ci vieni???”, annasparono le sorelle, “Ma stai male? Sarà l'evento dell'anno. Ci pensi? Un mucchio di gente, un mucchio di roba buona, un mucchio di bei ragazzi.”
“Uff!”, sbuffò Cenerentola, “Ma io non c'ho voglia!”
“Cenerentola”, s'intromise il padre, “Guarda, che qui non è questione di averne voglia. Il Re ha ordinato -ordinato, capisci?- che ci vadano TUTTE le ragazze in età da marito. E tu a quel ballo ci devi venire, sennò son guai.”
“Ma scusa, che vuoi che ne sappia il Re quante figlie c'hai tu? Digli che ne hai due e morta lì.”
“Cenere', tu mi metti nei guai.”
“Eddai! Eddai Eddai!”, gli fecero eco le sorelle, supplici.
“Ho detto di no. E poi devo badare al mio dattero. Non ho tempo per le stupide feste”, tagliò corto Cenerentola.
Il padre e le sorelle sospirarono e andarono al ballo.
Ma non appena se ne furono andati, la ragazza corse alla pianta di datteri e pronunciò questa formula magica:
Pianta, piantina bella,
Fammi risplendere come una stella.
Okay, non è questa la formula vera. Ma il concetto è questo.
Comunque la pianta si aprì e ne uscirono fuori innumerevoli fate che cominciarono a pettinarla, truccarla, addobbarla, finché non fu tutta coperta d'oro con un abito da sera sfolgorante, bella come non mai.
Allora Cenerentola andò alle scuderie, prese carrozza e cavalli e andò al ballo.
Capito? Voleva andarci da sola, non con i suoi. Furbastra.
Non appena arrivò, tutti la notarono per la sua bellezza.
“Oh, ma quella non somiglia a Cenerentola nostra?”, disse una delle sorelle.
“Per somigliare, somiglia”, rispose l'altra, “Ma Cenerentola ha detto che restava a casa. E poi nessuna di noi ce l'ha un vestito così.”
La riconobbe anche il Reuzzo, che corse da lei e le disse che finalmente l'aveva ritrovata, e poi i due ragazzi danzarono insieme tutta la notte.
Non parlarono molto, perché Cenerentola era piuttosto evasiva e sgarbata  col Reuzzo.
“Come vi chiamate?”, le domandò lui.
“Col mio nome”, rispose lei.
“Dove vivete?”, domandò lui.
“A casa mia”, rispose lei.
“Voi mi fate morire!”, esclamò lui.
“Prego, fate pure!”, sbuffò lei, “Sarebbe un rompipalle in meno”, aggiunse tra sé.
Quando si fu stufata di ballare, Cenerentola prese e se ne andò.
Mi ricordo che quando ero piccola una volta scrissi così in un componimento scolastico. Il mio personaggio “prese e se ne andò”. E la maestra me lo segnò con la penna rossa perché era un'espressione “eccessivamente gergale”. Ma ora sono grande e sono finalmente libera di scriverlo! Ah!
Ma continuiamo con la storia.
Cenerentola prese e se ne andò, senza aver detto né chi era né dove abitasse. Perciò il Re chiamò alcune delle sue guardie a cavallo e ordinò loro di seguire la sua carrozza, per scoprire dove stava di casa.
Ma la ragazza, scaltra, prese una manciata di monete d'oro (rubate al babbo, presumibilmente) e le gettò per terra, così le guardie si fermarono a raccoglierle e la persero di vista. E quando tornarono a Palazzo il Re fece loro una lavata di capo coi fiocchi.
Non appena giunse a casa, Cenerentola corse dal dattero e gli disse:
Piantina, bella piantina,
Fammi tornare com'ero prima.
Le fate uscirono, la struccarono, la spogliarono e insomma, la fecero tornare la Cenerentola di tutti i giorni.
Poco dopo rincasarono anche il papà e le due sorelle.
“Che ti sei persa, Cene!”, disse la maggiore, “È stato uno spasso senza precedenti. E poi c'era una gran dama tutta vestita d'oro che ti somigliava un casino. Il Reuzzo non ha fatto che sbavarle dietro tutta la notte. Troppo bello!”
“Vi siete divertite?”, sbadigliò Cenerentola, “Sono contenta per voi.”
“Domani ci vieni anche tu, vero?”, disse l'altra sorella, “Devi troppo vedere quella lì!”
“Bah, vedremo!”, rispose Cenerentola.
Ma l'indomani tirò fuori di nuovo un mucchio di scuse. E non le interessava andarci, e forse le faceva un po' male la testa. E ballare non le piaceva. E la sua pianta aveva bisogno di cure. E alla fine gli altri tre se ne andarono via mestamente, e il papà si preoccupò perché pensava che la figlia fosse un po' troppo fissata con quella stupida pianta.
Ma come la sera prima, non appena fu sola Cenerentola corse a farsi agghindare dalla pianta fatata, e poi scappò al ballo, e di nuovo suscitò scalpore con la sua bellezza e la sua eleganza.
E le sorelle più la guardavano e più avevano la sensazione che fosse proprio Cenerentola, non solo una che le assomigliava.
Di nuovo danzò col Reuzzo, e di nuovo fu assai amabile con lui.
Disse le stesse cose, non sto qui a ripeterle. Le fiabe sono così, ogni cosa va ripetuta per tre volte prima di avere effetto.
Tre è un numero magico, come dice il jingle della compagnia telefonica.
Siccome stavolta le guardie erano state ben strigliate dal Re, sapevano che non dovevano fermarsi a raccogliere le monete mentre inseguivano la misteriosa fanciulla in carrozza.
Ma quella era più furba che mai, e stavolta le monete non le lanciò per terra ma le buttò direttamente in faccia a poveruomini che furono così costretti a fermarsi, perdendola di vista e facendo arrabbiare tanto, ma tanto, il Re.
Quando tornarono, le sorelle erano su di giri.
“Tu sei sicura di non essere venuta al ballo, vero?”, le dissero.
“Io? Al ballo? Mi prendete per il culo? Io non mi sono mossa di qui!”
“Eppure guarda, che quella lì era identica a te, sputata. Uguale-uguale!”
Cenerentola fece spallucce, “Bah! Se lo dite voi!”
“Comunque tu domani vieni! Eddai, è l'ultima sera!”
“Miii, come siete noiose! Non ho voglia di ballare. Voglio starmene a casetta mia con la mia pianta, va bene? È vietato? Non mi pare.”
E così per la terza sera papà e le sorelle furono costretti ad andare al ballo senza la loro Cenerentola, e papà decise che l'indomani stesso avrebbe portato la figliola a far vedere da uno bravo, perché non gli pareva normale che una ragazza bella e in salute come lei preferisse la compagnia di una stupida pianta a un ballo pieno di musica e risate coi suoi coetanei.
E comunque quell'accidente di dattero sarebbe finito in pattumiera!
Come le altre sere, Cenerentola corse a cambiarsi e andò al ballo, di nuovo danzò col Reuzzo e di nuovo non gli diede soddisfazione, e il Reuzzo era così malato d'amore che stava per mettersi a piangere. Solo che proprio mentre ballavano il Re, che aveva visto tutto, aveva pensato bene di non correre il rischio di farla scappare e perderla per sempre. Così le mandò le sue guardie, che le dissero, anzi, le ordinarono di presentarsi al cospetto di Sua Maestà.
“Signorina”, le disse il Re quando se la trovò davanti, “A che gioco state giocando? Volete avere la bontà di dirmelo?”
“Io? Io non sto giocando a niente”, rispose Cenerentola a testa alta.
“Non cercate di fare la furba con me”, si spazientì il Re, “Io ho questo figliolo che è malato d'amore per voi, e voi non fate altro che tenerlo in sospeso, dargli corda e poi scappare. Ora io da voi voglio sapere solo una cosa. Ve lo volete sposare, sì o no?”
“Io, per me, me lo sposerei pure”, rifletté Cenerentola, “Però non posso mica decidere da sola. Ho anche un padre e due sorelle a cui dar conto.”
“E dove sono questo padre e queste sorelle? Su, interroghiamo pure loro e facciamola finita.”
Siccome risultò che erano alla festa pure loro, il Re li convocò subito.
E all'inizio il mercante si preoccupò moltissimo, perché “Quando il Re ti chiama, sono guai”*. Ma poi capì cos'era successo e tirò un sospiro di sollievo. Lui e le altre sue figlie furono felicissimi di sapere che Cenerentola avrebbe sposato il Reuzzo e le diedero la loro benedizione.
E così ci fu gran festa e tutti vissero felici e contenti.

FINE

*Antico proverbio siciliano

Conclusione
Ecco, ora a me pare di aver capito in cosa consiste la Cenerentolitudine. È il mistero di lei. Il suo nucleo è quello. Cenerentola e il principe s'incontrano, s'innamorano, ma lei non si rivela. Non gli fa capire subito chi è. Lo tiene sulla corda fino all'ultimo. E lui deve affannarsi parecchio per scoprire il suo segreto e conquistarla. La parte fondamentale della storia è il Principe che perde la testa per Cenerentola, cerca di scoprire di chi si tratti, ma lei si nasconde, scappa e si nega. E solo quando pensa di conoscerlo tanto da potersi fidare di lui, solo allora si fa infilare la scarpina, o il bracciale, o l'anello, o...

domenica 25 novembre 2012

Pelle d'Asino: una storia torbida

Illustrazione di Harry Clarke
Eccoci di ritorno con un'altra fiaba, stavolta di Charles Perrault. Come vi avevo già spiegato, questo non vuol dire che la fiaba l'ha scritta Perrault, ma solo che lui l'ha raccolta dalla tradizione orale e riscritta. Io invece la ri-racconto a modo mio.
Se la Bella Addormentata nel Bosco parlava di cannibalismo, Pelle d'Asino, come vedremo, affronta la scottante tematica dell'incesto. Le fiabe vere sono roba forte, non cartoni animati e musical.
Vedremo anche che Pelle d'Asino, alla fin fine, non è altro che una delle mille varianti di Cenerentola.


Pelle d'Asino

C'era una volta un Re che poteva ben dirsi felice, perché aveva tutto quel che un re possa desiderare. Un reame ricco, pieno di sudditi leali che gli volevano bene, un castello magnifico colmo d'ogni ricchezza, e soprattutto una moglie bellissima e intelligente che lo amava e che lui a sua volta amava molto. Il loro era un vero matrimonio d'amore, non di ragion di stato, e quel matrimonio era stato benedetto dall'arrivo di una figlia bellissima, intelligente e studiosa che non si potrebbe desiderare di meglio. E infatti il Re e la Regina erano così contenti di lei, che non sentivano la mancanza di un erede maschio.
Come se non bastasse, nelle scuderie reali c'era un'asina bella come non si può dire che anziché normale cacca produceva quotidianamente secchiate di monete d'oro.
Ma siccome la jella non guarda in faccia nessuno e colpisce tanto i re quanto i poveracci, un brutto giorno la scalogna si abbatté sul Re e fece ammalare gravemente la Regina. I migliori medici del mondo non riuscirono a salvarla e la poverina morì.
Mentre stava spirando il Re le teneva la mano, e piangeva sconsolato.
“Non piangere, amor mio”, gli disse la Regina, “piuttosto devi farmi una promessa. Quando non ci sarò più tu ti devi risposare.”
“No, no”, il Re scoppiò in lacrime, “Non chiedermi tanto. Io dopo di te non vorrò mai più un'altra donna.”
“E invece ti devi risposare, che tu lo voglia oppure no”, mormorò la santa donna con quel po' di fiato che le rimaneva, “Perché hai delle responsabilità, e hai il dovere di dare al tuo regno un erede maschio. Solo promettimi che non sceglierai come seconda sposa una che non sia alla mia altezza come bellezza e come intelligenza. Promettimelo e io morrò in pace.”
Il Re promise e la Regina spirò.
Poi il Monarca si avvolse nel suo dolore e tanto era inconsolabile che trascurò completamente gli affari di stato. Non se ne scordarono però i suoi ministri, i quali un bel giorno andarono da lui a dirgli che sì, doveva proprio scegliersi un'altra moglie, un po' per consolarsi e un po' perché senza un erede maschio erano bei casini. Insomma, la Principessa si sarebbe sposata e se ne sarebbe andata via, e il Reame sarebbe rimasto senza eredi e in balìa di tutti gli stati confinanti. Ci sarebbero state guerre, sofferenze, calamità. E tutto per colpa sua. Alla fine il Re si convinse, ma avvertì i ministri della promessa fatta alla Regina in punto di morte.
I ministri sospettarono che la Regina gliel'avesse estorta per impedirgli di risposarsi, dal momento che era ben difficile trovare qualcuna che fosse bella e intelligente quanto lei, ma ebbero il buonsenso di non dirlo. E poi comunque ormai aveva promesso, e siccome parola di Re è parola di Re (non so se ve l'ho già detto, ma ciò vuol dire che nelle fiabe i governanti non possono mai, e per nessun motivo, venir meno alla parola data. E anche da questo si capisce che sono fiabe), il nostro Sovrano si mise a guardare tutti i ritratti delle principesse in età da marito per sceglierne una adatta. Non so come andasse, immagino avessero una sorta di catalogo illustrato delle pulzelle impalmabili. A ogni modo il Re non trovò nulla che fosse all'altezza della defunta Regina e cominciò a deprimersi veramente tanto, finché, un brutto giorno, l'occhio gli cadde sulla Principessa sua figlia, la quale era appunto in età da marito. In quel fatale istante il Re si accorse che la Principessa era praticamente identica alla madre, anzi, se possibile era ancora più bella e più intelligente. E un po' il dolore per il lutto, un po' la stanchezza per la ricerca infruttuosa, un po' il fatto che era ormai in astinenza da parecchio tempo e l'ormone esigeva la sua parte, un po' vai a sapere cosa, ma al Re andò in tilt il cervello e si mise in testa d'essersi innamorato di sua figlia.
Perciò la fece chiamare e le comunicò che di lì a breve si sarebbero sposati.
Non vi dico come la prese male la Principessa! Ovviamente rifiutò, cercò di farlo rinsavire, ma il padre era ormai del tutto ammattito e non volle sentire ragioni. Arrivò addirittura a pagare un mago corrotto affinché convincesse la Principessa che sposare il proprio padre fosse cosa buona e giusta.
La Principessa non si lasciò convincere e invece si ritirò nelle sue stanze per lamentarsi e chiedere aiuto alla sua Madrina, la Fata dei Lillà.
Perché una principessa non può avere per madrina una povera crista qualsiasi, no: o una fata (generalmente rimbambita) o niente.
“È un brutto guaio”, disse la Fata, “Ma tu forse puoi cavartela chiedendo come dono di nozze un regalo impossibile.”
Così, seguendo le istruzioni della Fata, la Principessa andò dal Re e gli disse: “Papà, ho deciso: ti sposerò solo quando riuscirai a procurarmi un vestito color del tempo.”
Color del tempo, avevano pensato le due donne, e quando mai lo trova?
E invece il Re lo trovò. O meglio, mise sotto torchio le sartorie reali e queste sfornarono per la Principessa un abito da sera d'un celeste più celeste del cielo, e attraversato da una delicata trama di nuvole d'oro. Insomma, uno splendore.
“Fata, abbiamo sbagliato. Qui ci vuole un'altra idea.”
“Trovato: chiedi un vestito color della luna.”
La Principessa lo chiese e il Re glielo fece fare in neanche due settimane: un abito dai mille riflessi d'argento, così bello che la Principessa quando lo indossò pianse per la commozione, e anche per il fallimento del piano.
“Ci sono”, propose la Fata dei Lillà, “Pretendi un abito color del sole. Questo è impossibile da procurare. E se ci riesce se non altro ci avrà lasciato tempo per pensare a una via di fuga.”
E anche l'abito color del sole arrivò, così bello e scintillante che a guardarlo si rischiava di restare abbagliati, e infatti dicono che fu in quel periodo che cominciò la moda degli occhiali da sole.
“Ho avuto un'altra idea”, disse la Fata alla Principessa, che cominciava a perdere speranze sulle capacità della sua Madrina, “Chiedi la pelle dell'asina. Vedrai che quella non te la può concedere: è troppo affezionato a quella bestia, e poi gli frutta troppi quattrini per rinunciarci.”
Non avevano fatto i conti con l'insana passione del Re, il quale era così determinato che quella sera stessa fece trovare alla Principessa la pelle dell'asina, elegantemente ripiegata sul suo letto.
“E adesso?”, esclamò la Principessa scoppiando in lacrime, “Che posso fare? Io non voglio sposare mio padre. È una cosa ripugnante!”
“Tranquilla!”, disse la Fata dei Lillà col suo consueto e ingiustificato ottimismo, “Smetti di piangere e segui le mie istruzioni. Avvolgiti in questa pelle d'asino e scappa di qui, scappa più lontano che puoi. Non preoccuparti dei bagagli, a quelli ci penso io”, e qui la Principessa si preoccupò, “te li farò avere magicamente. Tu prendi solo questa bacchetta magica, la userai tutte le volte che vorrai parlarmi o ti serviranno le tue cose.”
E così la Principessa si vestì da sguattera, si sporcò tutta, indossò la pelle d'asino e scappò via.
Camminò parecchi giorni, ma non riuscì a trovare ospitalità da nessuna parte perché sembrava così brutta e sudicia che nessuno la voleva.
Infine giunse nei pressi di una città, e finalmente venne assunta in una fattoria come sguattera, per badare ai polli e ai porci.
Doveva sembrare veramente una cozza maleodorante, perché era disprezzata da tutti, e questo la faceva sentire assai depressa.
Ogni tanto, giusto per assicurarsi d'essere ancora se stessa, si lavava la faccia e si guardava allo specchio. E solo quando capiva d'esser sempre bella sotto gli strati di unto e di lerciume, tornava a sorridere.
È emblematico che la Principessa divenisse brutta a causa della sporcizia in una fiaba scritta in un'epoca in cui i nobili si facevano vanto di non lavarsi mai, non trovate?
Ma torniamo a noi. Pelle d'Asino, perché è così che tutti chiamavano la Principessa, prese l'abitudine di lavarsi, pettinarsi, agghindarsi e mettersi i suoi bei vestiti (fortunatamente questa magia funzionava) tutte le domeniche, quando gli altri andavano a messa e lei rimaneva da sola alla fattoria. Allora lei si chiudeva nella sua cameretta e si pavoneggiava allo specchio, con quegli abiti che riempivano tutta la stanza tanto erano ampi (o tanto era piccina la stanza, o entrambe le cose), e in sostanza “giocava alla principessa”.
Un giorno capitò ospite in quella fattoria il Principe di quel regno, che tornava dalla caccia. La domenica tutti andarono a messa e lui decise di ingannare la noia esplorando la casa. Capitò in un corridoio stretto e buio, ma da sotto una porticina in fondo filtrava della luce. Era la stanza di Pelle d'Asino e lui andò a vedere cosa mai potesse fare tanta luce nella camera di una sguattera. Sbirciò dal buco della serratura e vide Pelle d'Asino. Che no, non era tutta nuda come nell'illustrazione che ho usato, ma indossava proprio il suo vestito color del sole. Ed era così bella che il Principe se ne innamorò all'istante.
Quando tornò al suo Castello era così ammalato d'amore che gli venne la febbre alta e dovette mettersi a letto, e i medici di corte temettero seriamente per la sua vita, ma non riuscirono a capire che malanno avesse.
“Che c'è, figliolo?”, gli disse il Re suo padre, preoccupato, “Perché sei malato? Che posso fare per aiutarti? Vuoi salire sul trono al mio posto? Va bene. Sei innamorato di qualche principessa di un paese nemico? E papà tuo te la fa sposare. Lo sai che farei qualunque cosa pur di farti guarire.”
Il Principe alla fine disse che non desiderava tutte quelle cose, ma che era sicuro che sarebbe migliorato se avesse potuto mangiare una torta fatta dalle mani di Pelle d'Asino, la sguattera che lavorava alla fattoria dove lui si fermava sempre quando andava a caccia.
La Regina pensò che fosse una pretesa ben strana, ma diamine!, era così modesta che non se la sentì proprio di rifiutargliela. Evidentemente quella Pelle d'Asino doveva essere molto brava con le torte!
Quando Pelle d'Asino seppe che il Principe aveva chiesto espressamente una torta fatta da lei, il cuore le schizzò nel petto. Perché lei aveva visto il Principe dalla finestra della sua cameretta e se ne era innamorata all'istante, ma mai avrebbe pensato che anche lui l'avesse notata.
Perciò non appena rimase da sola corse ad agghindarsi, perché anche se il Principe non poteva vederla lei voleva farsi bella per lui, e preparò la torta. E non si accorse di un anellino che le si sfilò dal dito e finì nell'impasto.
Quando il Principe ricevette la torta la mangiò con tanta foga da far preoccupare i medici, e infatti a momenti si strozzò. Questo capitò quando gli venne in bocca l'anellino perso da Pelle d'Asino.
Era un bellissimo smeraldo montato su una fascetta d'oro molto semplice, ma era così piccolo che solo un dito molto esile poteva calzarlo.
“Mamma, papà”, disse, “ho preso una decisione: sposerò solo la fanciulla che riuscirà a indossare quest'anello.”
E così tutte le fanciulle del regno vennero chiamate a provare l'anello. A partire dalle principesse, e a scendere alle contesse, alle duchesse e alle baronesse, e poi le ereditiere, e poi le fanciulle normali, e poi le cameriere e infine anche le sguattere. Insomma, tutte. Ma nessuna di loro aveva dita così esili e delicate da poter infilare l'anello.
“L'avete fatto provare a tutte?”, chiese il Principe al Primo Ministro.
“A tutte!”, rispose l'uomo.
“Tutte tutte? Anche Pelle d'Asino?”
“Be', veramente...”, il Ministro tentennò, perché a tutti Pelle d'Asino appariva così racchia e sudicia che, andiamo... a lei no!
Ma il Principe insistette, così alla fine Pelle d'Asino venne convocata a Palazzo per la prova dell'anello.
Non vi dico il tumulto di sentimenti che le prese quando ricevette la convocazione! Perché anche se viveva tra i polli e i porci, lei si teneva informata, e l'aveva capito che l'anello di cui tutti cercavano con tanto clamore la proprietaria era il suo, quello che aveva perso mentre faceva la torta. E questo voleva dire che chissà come anche il Principe provava qualcosa per lei. Voleva sposarla! Wow!
Perciò corse a lavarsi, agghindarsi, truccarsi, farsi bella e profumarsi. Ma poi, sopra il vestito color della luna, gettò la vecchia e unta pelle d'asino, così nessuno avrebbe potuto sospettare chi era in realtà. Ma quanto doveva essere grossa, 'sta pelle d'asino, da coprire un abito ampio come quello? E quanto forte il tanfo, da mascherare quello dei profumi? Bah! Misteri delle fiabe!
Comunque, Pelle d'Asino si presentò, tutta tremante, al cospetto del Principe.
“Siete voi Pelle d'Asino?”, le domandò lui.
“Sì, mio signore.”
“Siete voi la sguattera che abita in una stanzetta in fondo a un corridoio buio, alla fattoria?”
“Sì, mio signore.”
“Porgetemi la mano.”
E da sotto quella sudicia pelle equina, la ragazza porse la manina più candida e delicata che si sia mai vista, una vera mano da principessa. Il Principe le infilò l'anello all'anulare e quello le calzò tanto bene come se fosse stato modellato apposta per lei, cosa che in effetti era. Tutti i presenti, Re, Regina e ministri, sgranarono gli occhi, ma la meraviglia li travolse quando Pelle d'Asino, con un lieve movimento, lasciò cadere la pelle d'asino rivelandosi per quello che era: una bellissima fanciulla con indosso un abito meraviglioso e preziosissimo.
“È lei, è lei!”, esclamò il Principe, “È la fanciulla che ho visto quel giorno, la ragazza che amo!”, e così dicendo balzò in piedi e corse ad abbracciare e baciare Pelle d'Asino, con tanto ardore che la ragazza arrossì per l'imbarazzo.
Il Re e la Regina ne furono così felici che le chiesero di sposare il Principe loro figlio.
Pelle d'Asino stava per dir di sì, quando il soffitto si aprì e arrivò la Fata dei Lillà a bordo di un carro fatto di fiori e altre amenità fatate. La Fata dei Lillà svelò a tutti che Pelle d'Asino era in realtà una Principessa di sangue reale e che era dovuta fuggire per questo e quel motivo, che già tutti conosciamo.
Il Re e la Regina erano già contenti da prima, ma ora furono contenti più che mai che il lor figliolo dopotutto non dovesse sposare una plebea d'origine ignota, come avevano temuto, e organizzarono immediatamente le nozze.
Pelle d'Asino, però, sentiva di non poter essere felice se non invitava anche il suo papà.
Perciò lo invitò. E fu felicissima di trovare che nel frattempo lui era rinsavito e aveva sposato un'altra bella principessa.
E così Pelle d'Asino sposò il suo Principe e tutti vissero felici e contenti.
Be', tutti tranne la povera asina, s'intende...

sabato 3 novembre 2012

Il Principe Serpente: una storia d'amore e di cipolle

Illustrazione di H.J. Ford
Questa è una fiaba antica. Nordica, mi pare, ma non ne sono certa. L'ho letta qualche anno fa e la ricordo solo parzialmente. La ricordo fino al punto in cui in qualunque fiaba dovrebbe esserci scritto “e vissero per sempre felici e contenti”. Solo che questo finale in realtà non ce l'ha quasi nessuna fiaba. La vera Bella Addormentata nel Bosco, per esempio, non termina col matrimonio tra il principe e la principessa. Magari, anzi. In realtà quel punto è a circa metà della storia (e dei guai). Ma non è della Bella Addormentata nel Bosco che voglio parlare adesso.
Adesso voglio parlare del Principe Serpente, così come lo ricordo.
Eccolo qua.


Il Principe Serpente

C'era una volta, tanto tempo fa, una regina (con relativo re) che desiderava tanto un figlio. Ma dai e dai, 'sto figliolo non arrivava e la regina era triste e sconsolata.
Un giorno la regina s'affacciò alla finestra e vide, giù in cortile, una maga che chiedeva l'elemosina. La mandò a chiamare e le raccontò del suo frustrato desiderio d'avere un pargoletto da abbracciare, un piccolo erede al trono da donare al re suo sposo.
“Regina mia”, disse la maga, “se fai come ti dico tu avrai non solo un figlio, ma due. Due gemellini.”
“Dimmi, dimmi tutto, maga. Farò come vuoi, ti coprirò d'oro.”
“Dunque, regina mia”, continuò la maga dopo aver intascato la ricompensa pattuita, che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, “ecco cosa devi fare. Devi farti portare in camera tua una grande vasca di rame, e farla riempire di acqua calda e oli profumati. E lì dovrai fare il bagno. Quando ti sarai lavata tutta, ma proprio tutta anche le orecchie, fai svuotare completamente la vasca, fino all'ultima goccia, poi falla portare via. Sotto la vasca troverai due cipolle. Mangiale. Ma bada, prima, di sbucciarle, o rischi di andare incontro a guai seri. Quando avrai mangiato le cipolle stai sicura che entro nove mesi darai alla luce due splendidi bambini.”
Tutta contenta, la regina congedò la maga e fece come le era stato detto.
Approntò la vasca, si lavò, fece svuotare e portar via il contenitore ed effettivamente trovò le due cipolle. Ma tanta era l'ansia di realizzare il desiderio d'una vita e di portare in grembo i regali marmocchi, ch'ella dimenticò la più importante raccomandazione: sbucciare le cipolle. Infatti la prima se la trangugiò tutta intera, così com'era, e solo quando fu in procinto di addentare la seconda si ricordò della raccomandazione della maga e la sbucciò, sperando che la prima dimenticanza non avesse conseguenze nefaste.
La maga non era maga per finta, perché di lì a poco certi segni inequivocabili fecero comprendere alla regina ch'ella era in dolce attesa.
Nove mesi dopo entrò in travaglio, e quella notte gran daffare ci fu per le reali levatrici, che finalmente ebbero qualcosa da fare.
Ma quale non fu lo stupore, e il disgusto, della Prima Levatrice, quando ad affacciarsi per primo alla vita non fu un bel bimbo biondo ma un verde serpente!
Presa dal disgusto, la Real Prima Levatrice lanciò la serpe fuori dalla finestra, e nel giardino sottostante, e continuò a seguire il travaglio, che vide la nascita di un bellissimo principino biondo e roseo, con certi riccioli e una boccuccia che pareva un cherubino.
Tanto bello era il principino nato, che la Real Prima Levatrice decise di non turbare la regina con la storia della serpe, e perciò non le disse nulla. Non disse nulla a nessuno, in verità.
La regina era tanto contenta d'aver avuto un figlio, che non badò al fatto che sarebbero dovuti essere due.
E perciò il principino crebbe felice e beato, nell'amore di mamma, papà e la sudditanza tutta.
Quand'ebbe compiuto diciott'anni il principino decise che ormai era un uomo e doveva fare quel che va fatto.
“Mamma, papà”, disse un giorno ai suoi regali genitori, “è tempo ch'io me ne vada per il mondo e mi trovi una brava fanciulla da sposare.”
“Bravo, figliolo”, gli dissero mamma e papà, gli diedero la loro benedizione e lo salutarono dalla soglia del castello mentre lui, sul suo cavallo bianco, andava incontro al mondo.
Ma era in viaggio solo da poco quando il sentiero gli venne sbarrato da un grosso serpe.
“Altolà!”, gli disse il serpe, “Dove credi d'andare? Io sono il primogenito e spetta a me trovarmi moglie per primo. Già m'avete abbandonato da neonato costringendomi a una vita di stenti quando mi sarebbe spettata una vita da principe. Sono dovuto sopravvivere a tante di quelle traversie che neanche te le immagini. E adesso volete levarmi anche questo privilegio? No, fratellino: tu non ti sposi se prima non mi sposo io.”
Il principino non seppe che dire, perché questa storia gli suonava del tutto nuova. Ma siccome non era tipo da prestare orecchio al primo pitone che incontrava, fece dietro-front e prese un'altra strada che lo conducesse in giro per il mondo alla ricerca di una fidanzata.
Ma anche sul secondo sentiero trovò il serpe, sempre con le stesse pretese. E anche sul terzo. E anche sul quarto. E alla fine non c'erano più sentieri che lo portassero nel vasto mondo, così il principe capì che l'unica cosa da fare era risolvere il mistero del serpe che diceva d'essere suo fratello maggiore.
Girò il cavallo e tornò al castello, e interrogò mamma e papà che ne sapevano quanto lui, ovvero niente.
Ma la mamma aveva qualche sospetto per via della storia della maga e delle cipolle, che il papà ignorava, così fece chiamare la Real Prima Levatrice e le domandò di raccontarle in dettaglio, e senza nasconder nulla, com'erano andate le cose la sera del Regal Parto.
E la Prima Levatrice confessò la storia del serpe che lei aveva gettato fuori dalla finestra.
Perciò il pitone aveva ragione: lui era il primogenito e in effetti gli spettava scegliersi una moglie per primo.
Quel che è giusto è giusto.
Il re e la regina lo convocarono al castello e dissero che d'accordo, gli avrebbero cercato una serpentessa di suo gradimento.
“Ma che serpentessa e serpentessa!”, s'offese il pitone, o meglio, il Principe Serpente, “Io sposerò una donna oppure niente. Ma se non mi sposo io non si sposa neppure mio fratello: fatevene una ragione.”
La cosa era imbarazzante: in quanto principe, il pitone doveva sposare una principessa. Ma come potevano i regali consorti chiedere a una principessa straniera di sposare un serpente, per quanto principe? Quella era roba di politica estera, roba che rischiava di compromettere legami diplomatici delicatissimi.
“Ma non è necessario che sposi una principessa”, disse il re dopo tanto meditare, “basterà prendere una servetta qualunque. Le offriamo un qualche titolo nobiliare, la paghiamo un bel po' e gliela diamo in moglie. Lei ci guadagna, e per lui è pure tanto. In fondo sarà anche principe, ma è pur sempre una bestia di principe.”
Detto fatto, il re selezionò una servetta giovane e graziosa e le nozze tanto insolite vennero celebrate. I due sposini vennero poi lasciati soli nella camera nuziale, come da tradizione.
Ma il mattino dopo, quale non fu lo sgomento della corte quando, nell'andare a svegliare la coppia, la fanciulla venne trovata morta, strangolata dal Principe Serpente che le dormiva mestamente accanto.
“Trovatemene un'altra”, disse il Principe Serpente ai genitori, “Se non ho una sposa io, non può avercela neppure il mio fratellino.”
Il re sospirò e gli diede in moglie un'altra servetta. E anche questa morì strangolata. E poi un'altra. E un'altra ancora. E alla fine fu impossibile tenere la cosa sotto silenzio, e per quanto il re e la regina promettessero titoli e denari non trovavano più nessuna aspirante sposa: neppure la più umile e derelitta sguattera era disposta a rimetterci la pelle maritandosi con il Regal Rettile.
“Meglio sguattere vive che principesse morte”, dicevano. E non avevano tutti i torti.
“Come posso dargli una sposa, se lui me le ammazza tutte?”, si lamentava il povero re. Ma il Principe Serpente era irremovibile: lui esigeva e pretendeva una moglie. Punto.
Perciò il re e la regina proclamarono un bando in cui promettevano mari e monti a chiunque avesse accettato di sposare quel loro figliolo.
Ora, dovete sapere che in quel regno abitava anche Cenerentola. No, scherzo, non era Cenerentola, ma le somigliava moltissimo.
Era una fanciulla molto buona, molto gentile e molto bella, figlia di un ricco mercante. Quando sua mamma era morta, il mercante si era risposato con una vedova che aveva un'altra figlia, molto brutta, molto egoista e molto viziata. Ma la vedova stravedeva per lei, e detestava la figliastra che metteva in risalto i difetti della figlia. Così mentre la figlia viveva tra gli agi e i vezzi, la povera figliastra doveva sgobbare e svolgere i lavori più umili. Come vedete, è Cenerentola sputata.
Anzi, chiamiamola Cindy, perché queste storie con protagonisti senza nome mi confondono alquanto, quando vado a raccontarle.
Torniamo a noi. La matrigna aveva un pensiero fisso: sbarazzarsi della povera Cindy in modo che tutta l'eredità del marito potesse andare a Jenny (fingiamo che la sorellastra si chiami così). Perciò quando vide il bando del re decise di approfittarne senza por tempo in mezzo. Se gli avesse consegnato Cindy, il re l'avrebbe ricompensata, e il Principe Serpente avrebbe fatto fuori l'odiata figliastra: due piccioni con una fava!
Tutta contenta per la brillante idea, comunicò la notizia alla fanciulla: “Cara mia, preparati a fare un salto di qualità: diventerai principessa. Andrai in sposa al Principe Serpente e vivrai a Palazzo. Non sei contenta?”
Cindy ringraziò sommessamente, e poi corse via disperata perché sapeva che quell'offerta in realtà era una condanna a morte.
Andò sulla tomba della mamma a raccontarle questa brutta notizia e pianse, pianse, pianse (e qui non posso non ricordarvi che anche nella versione dei Grimm Cenerentola piangeva sulla tomba della mamma). E tanto pianse che si addormentò, sfinita e affranta. E mentre Cindy così dormiva su quella tomba, la mamma le comparve in sogno.
“Non disperarti, piccina mia. Questa per te è davvero una fortuna, anche se la matrigna non lo sa. Se farai come ti dico, andrà tutto bene. Ascolta attentamente, perciò: per la prima notte di nozze dovrai portarti sette camicie da notte e una spazzola di ferro, e quindi...”, e le spiegò per filo e per segno cosa avrebbe dovuto fare.
Quando si risvegliò, Cindy si sentiva molto più sollevata, e il giorno dopo permise alla matrigna di condurla a Castello senza fare storie.
Le nozze tra Cindy e il Principe Serpente vennero celebrate, e quella notte i due sposi vennero lasciati soli nella camera nuziale.
Cindy indossò le sette camicie, prese la spazzola e si accinse ad affrontare la sua prova.
Il Principe Serpente le si avvicinò e le sibilò: “Spogliati.”
E Cindy rispose: “Mi spoglio se ti spogli anche tu.”
Il Serpe ci pensò e poi rispose: “Va bene.”
Cindy perciò si sfilò una camicia, poi afferrò la spazzola e con quella grattò via una delle pelli del serpente.
“Spogliati”, ripeté il Serpe.
E di nuovo Cindy gli rispose: “Io mi spoglio solo se ti spogli anche tu.”
Ancora una volta il Serpe accettò, ancora una volta Cindy si sfilò una camicia e ancora una volta, con la spazzola di ferro, grattò via una delle pelli del Serpe.
Questa scena si ripeté per sette volte, e ogni volta volta Cindy si levava una camicia mentre il Serpe sgusciava via da una pelle, dimenandosi e contorcendosi fin quasi a diventare un ammasso di carne sanguinolenta, perché levarsi la pelle non è come levarsi una camicia, ma non si tirò mai indietro.
E dopo la settima camicia e la settima pelle, Cindy si ritrovò, nuda e bellissima, davanti al Principe Serpente. E anche il Principe Serpente non era più un Serpe, ma un bellissimo ragazzo, nudo e dallo sguardo ardente, che si era finalmente liberato da quelle pelli da rettile.
I due ragazzi si guardarono negli occhi e s'innamorarono perdutamente l'uno dell'altra, si abbracciarono, si baciarono appassionatamente, poi lui la prese in braccio e la portò a letto.
Quel che accadde poi, sono fatti loro.
Il mattino dopo il re e la regina andarono nella camera dei due sposi aspettandosi di trovare la povera Cindy morta, come tutte quelle che l'avevano preceduta.
Ma quale non fu la loro sorpresa quando videro sul pavimento le sette camicie e le sette pelli di serpente coperte di sangue. E nel letto Cindy e un bellissimo ragazzo che dormivano abbracciati, sorridendo dolcemente.
E quando si svegliò, il bellissimo ragazzo raccontò quel che era successo: “Io sono il Principe Serpente, vostro primogenito. Quando mamma trovò le due cipolle dimenticò di sbucciarne la prima, e quelle sette pelli di cipolla che lei non tolse divennero le mie pelli da serpe. Ora Cindy me le ha levate, e io sono libero.”
Il re e la regina ne furono tanto felici da fare gran festa in tutto il regno. Il Principe Serpente, riconosciuto primogenito, divenne erede al trono, e quindi re, e Cindy regina. E il principe secondogenito fu felice di aver ritrovato il fratello, e fu ancor più felice di potersene andare in giro per il mondo in cerca di avventure e di una sposa, senza più avere la responsabilità del regno e della primogenitura.
E tutti vissero per sempre felici e contenti.
Come vi ho detto prima, questa storia non finisce qui. Perché poi c'è la matrigna che è gelosa che Cindy non sia morta ma che sia diventata regina, e pensa che se lei fosse stata più avveduta quella sorte sarebbe spettata a Jenny, e allora va a Palazzo e si finge pentita con Cindy per averla maltrattata in passato e aver cercato di farla ammazzare dal Principe Serpente, e Cindy si commuove e la perdona, e la accoglie nel castello, ma la matrigna complotta per farla cadere in disgrazia e sostituire Cindy con Jenny, ma naturalmente non ci riesce.
Però questa è un'altra storia.
Il punto è che il Principe è una bestia, in tutti i sensi (le fiabe sono pieni di principi-bestie: principi-orsi, principi-foche, principi-ranocchi, principi-granchi, senza contare la Bella e la Bestia...), fino a che non incontra Cindy. Cindy è speciale perché non se ne resta passiva e sottomessa come le precedenti spose, ma ha il coraggio di tenere testa al principe ed esprimere i propri desideri: “Mi spoglio solo se ti spogli anche tu.”
Ovvero, può essere amore soltanto se il principe e la principessa sono sullo stesso livello, alla pari. Altrimenti è sopraffazione.
La seconda morale della storia é: sbuccia sempre le cipolle, sennò son guai.

lunedì 9 aprile 2012

Cene... che?

Ma lo sapete che la maggior parte dei lettori di questo blog arriva qui perché cerca Cenerentola?
Ve lo giuro, è così.
E le scarpe di Cenerentola, e il principe di Cenerentola, e il ballo di Cenerentola, e il coiffeur di Cenerentola, e se Cenerentola si fa la french o la brazilian wax, e i preservativi alla ciliegia e rosa di Cenerentola, e se Cenerentola porta gli slip, lo string, niente del tutto o i mutandoni di lana quelli che arrivano alle ginocchia, e il raffreddore di Cenerentola, e così via cenerentolando... sapete che vi dico? Voi siete fissati con Cenerentola. Ossessionati, direi.
Ma sapete che vi dico? Io un bel giorno vi tirerò fuori una bella sorpresa con 'sta benedetta Cenerentola, vedrete.
Ma non ora, che devo lavorare...