Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post

martedì 27 novembre 2012

Cenerentola al Sud: una storia "scialla"

Illustrazione di Kay Nielsen
Come vi ho detto tante volte, di Cenerentole ce ne sono parecchie, non una sola. Per tradizione, noi italiani siamo più legati alla versione dei Grimm (o viceversa, perché potrebbe benissimo essere che siano stati i Grimm a ispirarsi alla nostra tradizione e non il contrario) che a quella di Perrault sulla quale è basato il film di Walt Disney. Questa versione che sto per raccontarvi l'ho trovata nelle raccolte di Italo Calvino ed è siciliana. Una Cenerentola veramente insolita.
Ora, cos'è che fa di un personaggio una Cenerentola? Cosa ci fa dire che la sua storia è “cenerentolosa”, per così dire? La scarpetta? Ma quella mica c'è sempre (nell'opera di Rossini, per esempio, al suo posto c'è un bracciale di diamanti). Le sorellastre cattive? Le umiliazioni subite in casa? La matrigna? La fata amica (che però nei Grimm non compare)? Il principe? Il ballo? Cosa? Cosa non può assolutamente mancare? Qual è quella cosa speciale la cui assenza le farebbe perdere tutta la sua “cenerentolitudine”?
In questa versione siciliana la nostra eroina (che si chiamerebbe Ninetta, ma io preferisco chiamarla Cenerentola altrimenti rischiamo di dimenticarci che è proprio lei) non ha quasi nessuna delle classiche caratteristiche da Cenerentola. Non ci sono le sorellastre cattive, non c'è la matrigna tartassatrice, non c'è la scarpetta e non ci sono neppure le umiliazioni subite. Ecco, è una Cenerentola che non solo non subisce nulla, ma è addirittura la più viziata tra le sorelle (che non sono sorellastre). E non è stucchevolmente buona, anzi, oserei dire che questa è una Cenerentola decisamente scazzata, se mi passate il termine. Una che se le chiedi “Come stai?” è facile che ti risponda “Che te ne frega?”
Eppure è proprio lei, non ci sono dubbi.
PS: non dico che non sia una Cenerentola adatta a un pubblico infantile, ma forse prima di leggerla a un eventuale bambino è meglio se la leggete voi e tagliate dove ritenete di dover tagliare, perché ho usato un linguaggio un po'... ehm... colorito, ecco...

PS: io quando l'ho scritta e riletta, me la sono immaginata recitata dalla voce di Teresa Mannino. Poi fate un po' voi...


Cenerentola al sud: una storia “scialla”


C'era una volta un ricco mercante vedovo che aveva tre figlie, una più bella dell'altra. Ma la più bella di tutte era senza dubbio la più piccola, Cenerentola.
Un giorno il mercante tornò a casa preoccupato.
“Ho in ballo una cosa grossa e devo fare un viaggio d'affari”, disse alle figlie, “ma non me la sento di lasciarvi qui da sole. E se poi viene qui qualcuno e vi rapisce? O, ancor peggio, vi deflora?”
“Ma che problema c'è?”, dissero le figlie, “Lasciaci tante provviste e facci barricare in casa, così non può entrare nessuno. E se proprio ci serve qualcosa, lasciaci una sola finestrella aperta così possiamo ordinare le commissioni al garzone del droghiere e calare il panierino.”
“Buona idea!”, disse il mercante. E così fece.
Prima di partire chiese alle figlie se volessero un regalo particolare dalla terra dove andava.
“Io voglio un vestito color del cielo”, disse una.
“Io ne voglio uno color dei diamanti”, disse la seconda.
“Io voglio una pianta di datteri in un vaso d'argento”, disse Cenerentola, “e se te la scordi devono capitarti tanti guai che non ti facciano più tornare a casa finché non me la prendi.”
“O', Cene, ti sei ammattita?”, la sgridò la sorella maggiore, “Si dicono queste cose a papà, che poi magari veramente gli mandi contro qualcosa di brutto?”
Ma Cenerentola fece un broncio così grazioso che suo papà s'intenerì. “Ma no, ma no”, disse, “Cenerentola nostra è la piccolina di papà e non bisogna sgridarla. È vero?”
“Gni”, rispose la ragazza sbattendo le ciglia. Perché era un po' viziata, ammettiamolo. E anche un po' stronza, ammettiamo pure questo.
E il mercante partì, comprò i vestiti ma si scordò della pianta di datteri. E quando s'imbarcò per tornare scoppiò una tempesta terrificante che minacciò di fare a pezzi la nave su cui stava. Allora si ricordò degli accidenti di Cenerentola, tornò indietro, prese quella cavolo di pianta a si imbarcò di nuovo. E stavolta ci riuscì.
Intanto le tre sorelle erano rimaste a casa a contarsela su, a giocare a palla, a spettegolare e a fare le altre cose che facevano le figlie dei ricchi mercanti in un'epoca in cui non esistevano automobili, telefoni, TV [nella scatola del mondo io e tu, per cui la quale, cicale cicale cicale... NDR] e neppure corrente elettrica.
Un giorno alla sorella maggiore cadde un ditale nel pozzo (perché loro avevano un pozzo in cortile).
“Io sono la più leggera”, disse Cenerentola, “calatemi giù che lo riprendo.”
Cenerentola si calò in fondo al pozzo, prese il ditale che galleggiava sul pelo dell'acqua, ma mentre risaliva si accorse, a metà strada, che dai mattoni trapelava una luce. Tolse qualche mattone e vide che il pozzo affacciava su un giardino meraviglioso, che guarda caso era il giardino del Re. Ora, io non so come fosse fatto quel pozzo per affacciarsi su un giardino. Forse la casa del mercante era in cima a un promontorio che dava sul giardino reale. Forse era un passaggio magico. Fatto sta che così era, anche se è curioso.
Comunque, lei vide questo giardino meraviglioso e ci andò dentro a cogliere fiori e frutti, e quando risalì dal pozzo oltre al ditale aveva il grembiule carico di ciliegie e gelsomini.
“E tutta questa roba dove l'hai trovata?”, domandarono le sorelle furbe. Furbissime. Cioè, che mi significa “dove l'hai trovata?”. Era appena uscita dal pozzo, l'avrà trovata da qualche parte nel pozzo, no?
Forse per questo Cenerentola fece spallucce e rispose amabilmente: “Che ve ne frega? Sono fatti miei, mangiate le ciliegie e non mi scassate i cabasisi con le vostre domande idiote!”
Le cronache non riportano che abbia detto così, ma io sono certa di sì.
Cenerentola pensava che nessuno si sarebbe accorto del suo furto, ma si sbagliava perché se ne accorse il Giardiniere di Corte, il quale andò dritto filato a raccontarlo al Reuzzo. Nelle fiabe dell'Italia del Sud il Principe Azzurro non si chiama Principe ma Reuzzo, o Reuccio, vale a dire Piccolo Re, o il piccolo del Re. Come ci sono il leone e il leoncino, il lupo e il lupetto e il gatto e il gattino, così ci sono il re e il reuzzo. Insomma, il nostro Reuzzo è il figlio del Re.
Capito?
Okay, allora il Reuzzo il giorno dopo alla stessa ora si appostò per vedere chi gli fregava fiori e frutta.
E a quella stessa ora Cenerentola si fece calare di nuovo nel pozzo.
“Ma che devi fare ancora laggiù?”, domandarono le sorelle.
“Miii, quante domande!”, rispose Cenerentola con la dolcezza che le era propria, “Non mi rompete la minchia e calatemi giù, che poi vedrete.”
E di nuovo Cenerentola scostò i mattoni e si mise a zompettare nei Giardini Reali come un fringuello ladro, ma poi si accorse che il Reuzzo l'aveva vista e le stava correndo incontro. Allora scappò rapida come una lepre, si infilò nel buco, lo richiuse e si fece tirar su dalle sorelle col suo bottino.
E il Reuzzo rimase con un palmo di naso. E col cuore trafitto, perché Cenerentola era così bella che lui se n'era già innamorato. Perciò tornò al castello e si mise a letto con la febbre alta, perché era malato d'amore. Il Re e la Regina chiamarono tutti i medici di corte al suo capezzale, ma nessuno capì cos'avesse. Solo il più saggio tra di loro diede la sua diagnosi: “Secondo me il Reuzzo s'è innamorato. I sintomi mi sembrano quelli.”
Il Re domandò al figlio se fosse vero e lui rispose di sì, e poi raccontò la storia della bella ragazza scomparsa in un buco del muro del giardino.
Allora il Re decise di organizzare un gran ballo, in tre serate consecutive, e invitarci tutte le fanciulle del regno, così forse si sarebbe ritrovata la misteriosa ragazza.
Intanto il mercante era tornato, e aveva dato alle figlie i loro regali. Le prime due già si erano messe ad aggiustare i vestiti e non vedevano l'ora che ci fosse un gran ballo per poterseli mettere.
Cenerentola invece prese il suo dattero e se ne andò sul suo balcone a curarlo e accudirlo.
Quando venne l'invito per il ballo, naturalmente tutti furono su di giri. Le sorelle non stavano più nella pelle.
“Vedrai quanto ci divertiremo, Cene”, dicevano, “Sarà uno sballo. Un ballo da sballo! Ah, ah”, e giù a ridere contente.
“Mah”, fece Cenerentola dubbiosa, “Io non lo so mica se ci vengo.”
“Come non ci vieni???”, annasparono le sorelle, “Ma stai male? Sarà l'evento dell'anno. Ci pensi? Un mucchio di gente, un mucchio di roba buona, un mucchio di bei ragazzi.”
“Uff!”, sbuffò Cenerentola, “Ma io non c'ho voglia!”
“Cenerentola”, s'intromise il padre, “Guarda, che qui non è questione di averne voglia. Il Re ha ordinato -ordinato, capisci?- che ci vadano TUTTE le ragazze in età da marito. E tu a quel ballo ci devi venire, sennò son guai.”
“Ma scusa, che vuoi che ne sappia il Re quante figlie c'hai tu? Digli che ne hai due e morta lì.”
“Cenere', tu mi metti nei guai.”
“Eddai! Eddai Eddai!”, gli fecero eco le sorelle, supplici.
“Ho detto di no. E poi devo badare al mio dattero. Non ho tempo per le stupide feste”, tagliò corto Cenerentola.
Il padre e le sorelle sospirarono e andarono al ballo.
Ma non appena se ne furono andati, la ragazza corse alla pianta di datteri e pronunciò questa formula magica:
Pianta, piantina bella,
Fammi risplendere come una stella.
Okay, non è questa la formula vera. Ma il concetto è questo.
Comunque la pianta si aprì e ne uscirono fuori innumerevoli fate che cominciarono a pettinarla, truccarla, addobbarla, finché non fu tutta coperta d'oro con un abito da sera sfolgorante, bella come non mai.
Allora Cenerentola andò alle scuderie, prese carrozza e cavalli e andò al ballo.
Capito? Voleva andarci da sola, non con i suoi. Furbastra.
Non appena arrivò, tutti la notarono per la sua bellezza.
“Oh, ma quella non somiglia a Cenerentola nostra?”, disse una delle sorelle.
“Per somigliare, somiglia”, rispose l'altra, “Ma Cenerentola ha detto che restava a casa. E poi nessuna di noi ce l'ha un vestito così.”
La riconobbe anche il Reuzzo, che corse da lei e le disse che finalmente l'aveva ritrovata, e poi i due ragazzi danzarono insieme tutta la notte.
Non parlarono molto, perché Cenerentola era piuttosto evasiva e sgarbata  col Reuzzo.
“Come vi chiamate?”, le domandò lui.
“Col mio nome”, rispose lei.
“Dove vivete?”, domandò lui.
“A casa mia”, rispose lei.
“Voi mi fate morire!”, esclamò lui.
“Prego, fate pure!”, sbuffò lei, “Sarebbe un rompipalle in meno”, aggiunse tra sé.
Quando si fu stufata di ballare, Cenerentola prese e se ne andò.
Mi ricordo che quando ero piccola una volta scrissi così in un componimento scolastico. Il mio personaggio “prese e se ne andò”. E la maestra me lo segnò con la penna rossa perché era un'espressione “eccessivamente gergale”. Ma ora sono grande e sono finalmente libera di scriverlo! Ah!
Ma continuiamo con la storia.
Cenerentola prese e se ne andò, senza aver detto né chi era né dove abitasse. Perciò il Re chiamò alcune delle sue guardie a cavallo e ordinò loro di seguire la sua carrozza, per scoprire dove stava di casa.
Ma la ragazza, scaltra, prese una manciata di monete d'oro (rubate al babbo, presumibilmente) e le gettò per terra, così le guardie si fermarono a raccoglierle e la persero di vista. E quando tornarono a Palazzo il Re fece loro una lavata di capo coi fiocchi.
Non appena giunse a casa, Cenerentola corse dal dattero e gli disse:
Piantina, bella piantina,
Fammi tornare com'ero prima.
Le fate uscirono, la struccarono, la spogliarono e insomma, la fecero tornare la Cenerentola di tutti i giorni.
Poco dopo rincasarono anche il papà e le due sorelle.
“Che ti sei persa, Cene!”, disse la maggiore, “È stato uno spasso senza precedenti. E poi c'era una gran dama tutta vestita d'oro che ti somigliava un casino. Il Reuzzo non ha fatto che sbavarle dietro tutta la notte. Troppo bello!”
“Vi siete divertite?”, sbadigliò Cenerentola, “Sono contenta per voi.”
“Domani ci vieni anche tu, vero?”, disse l'altra sorella, “Devi troppo vedere quella lì!”
“Bah, vedremo!”, rispose Cenerentola.
Ma l'indomani tirò fuori di nuovo un mucchio di scuse. E non le interessava andarci, e forse le faceva un po' male la testa. E ballare non le piaceva. E la sua pianta aveva bisogno di cure. E alla fine gli altri tre se ne andarono via mestamente, e il papà si preoccupò perché pensava che la figlia fosse un po' troppo fissata con quella stupida pianta.
Ma come la sera prima, non appena fu sola Cenerentola corse a farsi agghindare dalla pianta fatata, e poi scappò al ballo, e di nuovo suscitò scalpore con la sua bellezza e la sua eleganza.
E le sorelle più la guardavano e più avevano la sensazione che fosse proprio Cenerentola, non solo una che le assomigliava.
Di nuovo danzò col Reuzzo, e di nuovo fu assai amabile con lui.
Disse le stesse cose, non sto qui a ripeterle. Le fiabe sono così, ogni cosa va ripetuta per tre volte prima di avere effetto.
Tre è un numero magico, come dice il jingle della compagnia telefonica.
Siccome stavolta le guardie erano state ben strigliate dal Re, sapevano che non dovevano fermarsi a raccogliere le monete mentre inseguivano la misteriosa fanciulla in carrozza.
Ma quella era più furba che mai, e stavolta le monete non le lanciò per terra ma le buttò direttamente in faccia a poveruomini che furono così costretti a fermarsi, perdendola di vista e facendo arrabbiare tanto, ma tanto, il Re.
Quando tornarono, le sorelle erano su di giri.
“Tu sei sicura di non essere venuta al ballo, vero?”, le dissero.
“Io? Al ballo? Mi prendete per il culo? Io non mi sono mossa di qui!”
“Eppure guarda, che quella lì era identica a te, sputata. Uguale-uguale!”
Cenerentola fece spallucce, “Bah! Se lo dite voi!”
“Comunque tu domani vieni! Eddai, è l'ultima sera!”
“Miii, come siete noiose! Non ho voglia di ballare. Voglio starmene a casetta mia con la mia pianta, va bene? È vietato? Non mi pare.”
E così per la terza sera papà e le sorelle furono costretti ad andare al ballo senza la loro Cenerentola, e papà decise che l'indomani stesso avrebbe portato la figliola a far vedere da uno bravo, perché non gli pareva normale che una ragazza bella e in salute come lei preferisse la compagnia di una stupida pianta a un ballo pieno di musica e risate coi suoi coetanei.
E comunque quell'accidente di dattero sarebbe finito in pattumiera!
Come le altre sere, Cenerentola corse a cambiarsi e andò al ballo, di nuovo danzò col Reuzzo e di nuovo non gli diede soddisfazione, e il Reuzzo era così malato d'amore che stava per mettersi a piangere. Solo che proprio mentre ballavano il Re, che aveva visto tutto, aveva pensato bene di non correre il rischio di farla scappare e perderla per sempre. Così le mandò le sue guardie, che le dissero, anzi, le ordinarono di presentarsi al cospetto di Sua Maestà.
“Signorina”, le disse il Re quando se la trovò davanti, “A che gioco state giocando? Volete avere la bontà di dirmelo?”
“Io? Io non sto giocando a niente”, rispose Cenerentola a testa alta.
“Non cercate di fare la furba con me”, si spazientì il Re, “Io ho questo figliolo che è malato d'amore per voi, e voi non fate altro che tenerlo in sospeso, dargli corda e poi scappare. Ora io da voi voglio sapere solo una cosa. Ve lo volete sposare, sì o no?”
“Io, per me, me lo sposerei pure”, rifletté Cenerentola, “Però non posso mica decidere da sola. Ho anche un padre e due sorelle a cui dar conto.”
“E dove sono questo padre e queste sorelle? Su, interroghiamo pure loro e facciamola finita.”
Siccome risultò che erano alla festa pure loro, il Re li convocò subito.
E all'inizio il mercante si preoccupò moltissimo, perché “Quando il Re ti chiama, sono guai”*. Ma poi capì cos'era successo e tirò un sospiro di sollievo. Lui e le altre sue figlie furono felicissimi di sapere che Cenerentola avrebbe sposato il Reuzzo e le diedero la loro benedizione.
E così ci fu gran festa e tutti vissero felici e contenti.

FINE

*Antico proverbio siciliano

Conclusione
Ecco, ora a me pare di aver capito in cosa consiste la Cenerentolitudine. È il mistero di lei. Il suo nucleo è quello. Cenerentola e il principe s'incontrano, s'innamorano, ma lei non si rivela. Non gli fa capire subito chi è. Lo tiene sulla corda fino all'ultimo. E lui deve affannarsi parecchio per scoprire il suo segreto e conquistarla. La parte fondamentale della storia è il Principe che perde la testa per Cenerentola, cerca di scoprire di chi si tratti, ma lei si nasconde, scappa e si nega. E solo quando pensa di conoscerlo tanto da potersi fidare di lui, solo allora si fa infilare la scarpina, o il bracciale, o l'anello, o...

lunedì 19 novembre 2012

Frugando in soffitta...

Frugando in soffitta si scovano molte cose.
Io ho ritrovato un vecchio quaderno che usavo come diario.
Avevo diciannove anni, e a diciannove anni per un certo periodo non facevo che disegnare fate.
Come questa qui a sinistra.
Chissà come m'era venuta in mente...
 Questo è un appunto preso durante il corso di Storia del Teatro.
Rappresenta l'habit á la romain*, ovvero il costume che veniva impiegato in teatro dal Cinquecento al Settecento per impersonare personaggi di antichi.
Romani o greci che fossero, tanto era uguale...
Questo invece era un passerotto (maschio) che veniva a becchettare i semini che mettevo per i passerotti sul davanzale.
I condomini mi odiavano perché i miei passerotti poi facevano la cacca sulle loro automobili.
Ma erano così carini che chi se ne frega?
No, trovatemela un'automobile altrettanto simpatica...




---- NOTE
* habit á la romain: praticamente un abito da sera contemporaneo (cinque-sei-settecentesco che sia) ma bianco e decorato con greche, come se fosse un vero abito antico-classico.

domenica 4 novembre 2012

L'amore delle tre melarance (bianca come il latte, rossa come il sangue)

Illustrazione di Arthur Rackham per Ashenputtel dei fratelli Grimm
Dai sei a nove anni, come molte altre bambine, andai a scuola di danza.
C'era la convinzione, all'epoca, che le bambine dovessero studiare danza classica per acquistare grazia e femminilità.
Non funzionava quasi mai.
Però a me la danza classica piaceva davvero, anche se non tardai a scoprire che preferivo guardarla che praticarla.
Ogni fine anno la nostra scuola organizzava un saggio in teatro. Eravamo un branco di marmocchie ad aggirarci tra quinte e spogliatoi, perciò è facile immaginare che non fosse semplice tenerci a bada.
Proprio per questo c'era una signora che ci raccontava le fiabe, e noi ce ne stavamo buone buone ad ascoltarla finché non arrivava il nostro turno di entrare in scena.
L'unica fiaba che ricordo è questa.
Si tratta di una fiaba italiana molto antica. Nella raccolta di Italo Calvino viene riportata la versione abruzzese, ma è caratteristica anche di altre regioni. Nel Pentamerone di Giovan Battista Basile, del 1632, ce n'è una versione in vernacolo napoletano. Nel 1761 Carlo Gozzi ne fece una fiaba teatrale in cui comparivano anche personaggi della commedia dell'arte come Truffaldino e Pantalone.
Insomma, è una storia con una sua storia di tutto rispetto.


L'amore delle tre melarance (bianca come il latte, rossa come il sangue)


C'era una volta un principe che era sempre assai triste perché non riusciva a innamorarsi.
Un giorno, mentre era a tavola coi genitori, si punse un dito e una goccia di sangue cadde sulla ricotta che stava mangiando.
“Oh, mamma”, sospirò affranto, “quanto vorrei trovare una donna bianca come il latte e rossa come il sangue.”
“Non dire sciocchezze”, rispose la mamma, “Lo sai che non è possibile: una o è bianca o è rossa. Ma se proprio ci tieni, figlio mio, allora parti e va' a cercare questa donna.”
Il principe si mise in viaggio. Cammina, cammina, incontrò un mago.
“O Principe, che vai cercando in lungo e in largo per il vasto mondo?”, gli chiese il mago.
“Io sto cercando una donna che sia bianca come il latte e rossa come il sangue, e quando l'avrò trovata la sposerò.”
“Sciocchezze, maestà. Una o è bianca o è rossa. Ma se proprio ci tieni, devi andare nel castello della gigantessa Creonta. Ma troverai delle difficoltà. Ci sarà un portone dalla serratura arrugginita, un cane da guardia, una corda umida nel pozzo del cortile e una vecchia che spazza il camino coi seni. Eccoti un po' di lardo, con questo ungerai la serratura e i cardini del portone. Eccoti una pagnotta, la darai al cane. La corda invece dovrai stenderla al sole e farla asciugare, e qui ci sono delle scope che darai alla vecchia. Poi entrerai nella stanza più interna e troverai tre melarance. Prendile e scappa. Quando le aprirai potrai trovare la tua donna bianca come il latte e rossa come il sangue. Ma bada di aprire quei frutti solo accanto a una fontana.”
Il principe ringraziò e andò al castello della gigantessa.
Trovò la porta con la serratura e i cardini arrugginiti e li unse.
Poi trovò il cane da guardia che abbaiava, ma lui gli diede la pagnotta e il cane si mise a mangiare lasciandolo passare.
Entrò in un cortile dove c'era un pozzo, e la corda del secchio era tutta umida e ammuffita. Lui la stese al sole e la lasciò asciugare.
Poi entrò in una cucina dove c'era una vecchia che, non avendo scopini, spazzava il camino con i suoi seni. Lui le diede le scope e lei lo lasciò entrare in un salone.
Qui c'era la gigantessa che dormiva, e c'era anche un piedistallo con sopra tre grosse melarance.
Il principe prese i frutti e scappò via, ma la gigantessa si svegliò e cominciò a chiamare aiuto:
“Vecchia, vecchia, ferma quel giovane.”
“No”, rispose la vecchia, “perché in tanti anni tu non mi hai mai dato scope per spazzare il camino, e lui sì. E io non sarò tanto sgarbata da nuocere a chi mi ha aiutato.”
“Corda, corda”, continuò la gigantessa, “srotolati e acchiappa quel giovane.”
“Non lo farò”, rispose la corda, “perché in tanti anni tu mi hai lasciato all'umido a marcire, e lui mi ha steso al sole e mi ha fatto asciugare. Non sarò sgarbata con chi è stato gentile con me.”
“Cane, cane”, disse la gigantessa, “mordi quel giovane e portalo qui.”
“Non ci penso neanche”, rispose il cane, “tu non fai che lasciarmi morire di fame, mentre lui mi ha dato una bella pagnotta da sgranocchiare. Non sarò cattivo con chi è stato buono con me.”
“Portone, portone”, urlò la gigantessa, “chiuditi e non lasciar scappare quel giovane.”
“Non lo farò”, rispose il portone, “in tanti anni tu mi hai sempre trascurato, lui invece è stato gentile e mi ha unto la serratura e i cardini, perciò adesso io lo aiuterò.”
Così dicendo il portone si spalancò e il principe riuscì a scappare e a mettersi in salvo con le sue melarance.
Quando fu lontano trovò una fontana e aprì la prima melarancia.
Non appena l'ebbe fatto dal frutto uscì una fanciulla bellissima che gli chiese, con sguardo languido:
“Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe non aveva nulla per raccogliere acqua, provò a farlo con le mani per versarla nella bocca della fanciulla, ma non fece a tempo e la ragazza morì.
Aprì la seconda melarancia, e da qui sbucò una fanciulla ancor più bella della prima che gli disse:
“Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe cercò di raccogliere l'acqua con le mani, ma anche stavolta non fece a tempo e la fanciulla morì.
Aprì la terza melarancia, e da qui uscì una terza ragazza anche più bella delle prime due messe insieme, e questa fanciulla gli disse:
“Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe allora prese una manata d'acqua e, senza tante cerimonie, gliela spruzzò in faccia, così la fanciulla si riprese.
Era proprio come l'aveva sognata lui, bianca come il latte e rossa come il sangue.
“Io ti sposerò, parola mia”, disse il principe, “Però prima devo andare a cercarti dei vestiti.”
Infatti la fanciulla era tutta nuda come mamma l'aveva fatta e non poteva andare in città così. Perciò il principe le chiese di nascondersi tra le foglie dell'albero accanto alla fontana, lui sarebbe andato in città a procurarle dei vestiti, poi sarebbe tornato e l'avrebbe portata con sé a palazzo.
La fanciulla si nascose e il principe partì.
Poco dopo arrivò alla fonte la Brutta Saracina, che era una sguattera brutta e avida, e che era lì per prendere una brocca d'acqua.
Quando la Brutta Saracina si affacciò sulla fontana vide il volto della principessa riflesso nell'acqua e pensò che fosse il proprio riflesso.
“Ma una bella come me non deve fare la sguattera, deve fare la signora!”, esclamò. Perciò buttò la brocca in terra e se ne tornò a casa senz'acqua.
La sua padrona però si arrabbiò e la rimandò alla fontana con un'altra brocca.
Di nuovo la Brutta Saracina vide il riflesso della principessa e, scambiandolo per il proprio, ruppe anche la seconda brocca e tornò a casa tutta impettita.
La padrona non volle sentire ragioni, le diede un'altra brocca e la rimandò indietro.
E stavolta, mentre la Brutta Saracina vedeva quel bel volto riflesso e lo scambiava per il proprio, la principessa non riuscì più a trattenersi e scoppiò a ridere, e allora la sguattera capì che quella bella non era lei, ma una ragazza che si nascondeva nell'albero e ne fu invidiosa.
“Come sei bella, principessa”, le disse fingendosi gentile, “e se mi permetti di pettinarti sarai ancora più bella.”
La principessa non voleva scendere dall'albero, ma la Brutta Saracina tanto disse e tanto fece, che alla fine la principessa scese. E non appena l'ebbe a portata di mano, la Brutta Saracina si levò di petto uno spillone e lo conficcò in un orecchio della principessa, che morì all'istante. Ma la Saracina non si accorse che da quell'orecchio era uscita una goccia di sangue che non appena aveva toccato terra si era trasformata in una colomba ed era volata via.
La Brutta Saracina buttò la principessa morta nella fontana, poi si spogliò e salì sull'albero.
Il principe arrivò e chiamò la sua principessa.
“Dove sei, mia amata?”
“Sono quassù, come m'avevi detto tu.”
“Ma com'è che prima la tua voce era dolce e adesso è aspra?”
“È arrivato il freddo e mi ha cambiato la voce.”
“E com'è che prima eri bianca come il latte e rossa come il sangue e adesso sei tutta scura?”
“È arrivato il sole e mi ha bruciato.”
“E com'è che prima eri bella e adesso sei brutta?”
“È arrivato il vento e m'ha portato via la bellezza.”
Ma comunque, lui ormai aveva promesso che se la sarebbe sposata [nelle fiabe quando un re o un principe promette qualcosa, poi è obbligato a mantenere la parola data, qualunque cosa abbia promesso, NDR], perciò la fece vestire, se la portò a palazzo e se la sposò.
Ma a palazzo, nelle cucine, tutte le mattine arrivava una colomba, e questa colomba parlava al capocuoco e gli chiedeva che facesse il principe, che intanto era diventato re, assieme alla regina.
“Mangiano, bevono e dormono”, rispondeva il capocuoco.
E la colomba si scuoteva tutta e gli dava delle penne d'oro in cambio di un po' di zuppa.
Alla fine il capocuoco trovò che questo fosse molto strano, perciò andò a raccontarlo al re e alla Brutta Saracina, che era diventata regina.
E la Brutta Saracina s'insospettì, perciò un giorno andò anche lei a vedere la colomba e, capito che si trattava della principessa della melarancia, prese un altro spillone e lo conficcò nel petto della colomba.
La colomba morì, ma una goccia del suo sangue cadde in giardino e subito divenne un albero di melarance.
Quest'albero si riempì di frutti magici che avevano una particolarità: se una persona in fin di vita li mangiava, subito guariva e tornava in forze.
Perciò la gente accorreva a prendere i frutti, e alla fine rimase una sola melarancia. La Brutta Saracina decise di tenersela lei per bellezza, ma arrivò una povera donna che aveva il marito in fin di vita, e il re persuase la moglie a lasciare il frutto a quella poveretta.
Quando la donna arrivò a casa, però, vide che il marito era già morto, perciò decise di tenersi la melarancia per bellezza.
Quella era una donna molto pia, che ogni mattina andava a messa, e quando non c'era la melarancia si apriva e ne usciva la principessa, che si metteva a pulir casa, a cucinare e a sistemare tutto, e poi tornava a nascondersi nel frutto, e quando la donna tornava a casa vedeva che i mestieri erano già stati sbrigati e non capiva chi fosse stato.
Lo raccontò al parroco, e questo le consigliò di far così: “Un mattino fai solo finta di andare a messa, però torna prima in modo da sorprendere chi è che t'aiuta.”
La donna così fece, e vide che dalla melarancia usciva una ragazza bellissima, bianca come il latte e rossa come il sangue, che si metteva a far le pulizie. La donna entrò in casa e la principessa le raccontò la sua storia. La donna si commosse, decise di accoglierla in casa sua e, dopo averla fatta vestire come lei da contadina (perché la fanciulla era sempre tutta nuda come mamma l'aveva fatta), la prese con sé.
La domenica seguente le due donne andarono a messa. A messa c'era anche il re, che vide la fanciulla e anche se era passato tanto tempo e lei era vestita da contadina, la riconobbe.
Così l'attese all'uscita dalla messa e la fermò, e lei gli raccontò di come la Brutta Saracina l'avesse uccisa per due volte con lo spillone per prendere il suo posto.
Il re l'abbracciò, poi mandò a chiamare la Brutta Saracina che venne condannata al rogo indossando una camicia di pece, e quindi sposò la sua principessa bianca come il latte e rossa come il sangue.

giovedì 1 novembre 2012

Trentatré tigri contro trentatré trentini

E così anche questa vigilia di Ognissanti è passata, tra chi la festeggiava e chi l'accusava d'essere una cosa che non ci appartiene, chi la confondeva col carnevale (che sostanzialmente è un'altra cosa) e chi la confondeva con una robaccia per satanisti depravati.
Io invece pensavo alle mie tradizioni di questi giorni.
Io da piccola invidiavo la festa di Halloween. Perché quando ero piccola io, in Italia non si festeggiava. Ma che c'era lo sapevo, leggendo i fumetti dei Peanuts®, e mi sarebbe piaciuto fare anch'io “dolcetto o scherzetto”. Ancor di più, mi sarebbe piaciuto aspettare il Grande Cocomero nell'orto dei cocomeri, perché non sapevo ancora che questa non era una tradizione.
Invece quand'ero piccina io si festeggiavano Ognissanti e la giornata dei morti mangiando dei torroncini meravigliosi che vengono fatti solo in questo periodo dell'anno, torroncini che non mangio più da tempo e che mi mancano da matti.
Quand'ero piccola per me dire “torroncino” era difficoltoso, perché avevo la erre moscia.
Non ve l'avevo mai detto, lo so, ma è così.
Tutti i miei cuginetti bastardi, e anche la Vale, mi prendevano in giro. Mi facevano leggere cose piene di erre. Tipo “ramarro”, “arboreo”, “aristocratico”, “tre tigri contro tre tigri” (da cui il titolo di questo post), e anche cose bieche e perverse come “la rara e rorida rana rarefatta” (scommetto che anche quelli con la erre normale fanno fatica) solo per vedere come non ero in grado di pronunciare la erre.
Be', io alla fine mi stufai e mi misi di nascosto a imparare la erre, così la volta seguente pronunciai un impeccabile “ranuncolo refrattario rugiadoso ruota ridente nel riverbero serotino” e li lasciai scornati.

domenica 28 ottobre 2012

Che ne pensi di me?

Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, io avevo un'amica strana. Strana per me, beninteso. Ve ne ho già parlato, si tratta di S, quella che voleva sistemarsi a tutti i costi.
Oltre a quello di sistemarsi, lei aveva un altro chiodo fisso: era ossessionata dall'opinione altrui. Tutta la sua vita era scandita dalla stessa domanda: “Che cosa ne penseranno gli altri?”
Se mi vesto così, cosa penserà la gente? E se dico queste cose? E se mi muovo così invece che cosà? La cosa assumeva sfumature patologiche, perché lei arrivava a vivere non in base ai propri gusti, ai propri desideri, ma in base a supposte preferenze altrui. Cioè, in base a quel che lei pensava gli altri potessero approvare.
Mi è venuta in mente la mia amica proprio la settimana scorsa.
La settimana scorsa, infrangendo il mio grande tabù sullo sport, ho cominciato ad andare in piscina. Non c'ero mai stata prima e non sapevo un mucchio di regole. Così, una volta negli spogliatoi, ho giustamente chiesto informazioni alle altre bagnanti.
La mia mente malata ha cominciato a immaginarsi una conversazione con S, anche se ormai l'ho persa di vista da anni.
Ecco com'era, pressapoco:
S: Ma che fai, chiedi informazioni?

Io: Certo. Altrimenti come faccio a sapere cosa fare?
S: Ma sei matta? Cosa penseranno adesso quelle di te?
Io: Boh? Penseranno che è la prima volta che vengo in piscina?
S: Appunto.
Io: E che male c'è? È davvero la prima volta che vengo in piscina.
S: Sì, ma non devi farlo capire. È da sfigati.
Io: E perché mai?
S: Perché sì. Essere alle prime armi è da sfigati.
Io: Hai mai provato a farti vedere da uno bravo?
S: No, è da sfigati.

Questa conversazione era immaginaria, ma in passato ne abbiamo avute tante simili. Come quella volta che a momenti S svenne perché mentre eravamo insieme ai grandi magazzini io chiesi a un commesso maschio dove fosse il reparto biancheria intima femminile.
“Ma che fai?”, mi sibilò lei strattonandomi da una parte prima che il commesso potesse rispondermi, “Adesso che penserà quello?”
“E che vuoi che pensi?”, risposi io rifiutandomi di comprendere il suo punto di vista, “Che siamo ragazze che portano le mutande?”
Io il suo punto di vista non lo comprendevo, e non volevo comprenderlo, perché partivo da alcuni semplici concetti: 1) che la gente ha cose più importanti da fare che osservare maniacalmente quel che fa lei, o che faccio io, 2) e che comunque, che pensi quel che vuole. Che m'importa, per dire, se il barista storce il naso se metto troppo zucchero nel caffè? O se una perfetta sconosciuta trova strano che io non sia mai andata in piscina prima d'ora?
Una volta provai a dirglielo: “Scusa, ma anche se la gente pensa qualcosa, a te che te ne importa?”
Lei roteò gli occhi con espressione altamente drammatica e mi rispose che io “non capivo proprio come va il mondo”.
Che forse è vero, perché me lo dice spesso anche mia mamma, ma lei per altri motivi.
Io però ho una teoria: le persone ossessionate da quel che pensa la gente, sono generalmente le prime a impicciarsi e giudicare gli altri. E di gente che non ha altro da fare che occuparsi dei fatti altrui è pieno il mondo.
Nel mondo di Anna dai Capelli Rossi c'è un personaggio, la signora Harmon Andrews, che è proprio così. È la pettegola del paese. Quella che critica tutto e tutti, e la cui lingua velenosa tutti temono.
In “La casa dei sogni”, il quinto romanzo della serie, Anna esclama: “A quante cose belle rinunciamo per paura di quel che penserà la signora Andrews?”
Ma tutto questo potere alla signora Andrews gliel'abbiamo regalato noi, dando tanta importanza alle sue opinioni.
E come gliel'abbiamo dato, possiamo anche levarglielo.

mercoledì 22 agosto 2012

Ce l'ho fatta!

Da adolescente (epoca lontana, pensate che esistevano ancora i telefoni a gettoni...) ho avuto come amica una ragazza molto strana. Non posso farne il nome per rispettarne la privacy, perciò la chiamerò S.
Dunque, S aveva un chiodo fisso: trovarsi un fidanzato.
Direte voi, giustamente, che un po' tutte le adolescenti vanno dietro ai ragazzi, e viceversa.
Sì, ma per S questa era una vera missione. Lei non voleva semplicemente innamorarsi, provare i brividi sulla schiena, stare con qualcuno eccetera. Lei voleva fidanzarsi. E sposarsi. Con uno ricco e socialmente elevato. Per sistemarsi.
Insomma, c'è chi sogna di diventare ballerina, chi vuol fare l'avvocato, e lei da grande voleva fare la moglie ricca. Un mestiere come un altro.
Sì, perché a questo punto diventa un mestiere, non una relazione sentimentale tra due persone che provano dell'affetto reciproco (ammazza, che eloquio!).
Così facendo, però, S si esponeva a un mucchio di disavventure.
Me la ricordo, io, quando si fissava con dei tizi che magari la trovavano, sì, carina, ma che certo non avevano voglia di legarsi a lei vita natural durante dopo la prima uscita.
Perché vi assicuro che faceva paura.
Puntava uno, magari appena conosciuto, e cominciava a costruirci su un mucchio di progetti.
Ovvio che quelli si spaventavano e se la davano a gambe alla prima occasione.
Sono stati anni di pianti e scene strazianti, anni in cui è stata perfino costretta a trovarsi un lavoro, perché temeva che a questo punto non si sarebbe mai “sistemata” (NB aveva venticinque anni).
Poi, improvvisamente (non so come perché non me l'ha mai raccontato), ha trovato l'uomo ricco e altolocato che non se l'è data a gambe ma l'ha sposata.
Come stia adesso S non lo so. Mi duole dirlo, ma da quando è convolata a giuste nozze S è lentamente scomparsa dalla mia vita.
Del resto ormai la sua cerchia di amicizie, il suo ambiente, i suoi interessi erano completamente cambiati.
L'ultima volta che l'ho vista, i suoi unici interessi erano lo shopping e il giro dei centri estetici.
A me fece tanta tristezza. Perché pure se fossi un'amante dello shopping sfrenato, e non lo sono, non mi sentirei mai a mio agio a farlo con soldi altrui. Cioè... i soldi di mio marito non sono soldi miei... i soldi di G sono soldi suoi, io non spendo i suoi soldi per il mio shopping (al limite gli chiedo un prestito, ma poi glieli ridò). Mi sentirei priva di dignità, ecco.
Però lei era contenta, si sentiva arrivata. Riuscita.
Così come, pare, dovrebbe essere una donna “che ce l'ha fatta” questa tizia qui. E per qual motivo la considerano riuscita? Perché s'è fidanzata con Mel Gibson. Con uno famoso, insomma.
Come nell'Ottocento, quando l'unica carriera che poteva fare una donna era fare un buon matrimonio con uno che contava.
Insomma, successo per interposta persona. Luce riflessa.
Può esserci di meglio nella vita, no?

venerdì 30 marzo 2012

L'amore è un alieno - storia di una storia

Avevo detto che ve l'avrei spiegato e ve lo spiego.
L'avevo detto, no?
 E allora lo faccio.
Ma non è facile come dirlo.
Insomma, è una cosa un po' personale...
Ok, comincio. Un bel sospiro...
Ecco, questo qui di fianco è un libro. Un ebook, per la precisione.
L'ho scritto io. Lo trovate su Kindle, qui.
È una storia d'amore, si sarà capito. Dal titolo, dalla copertina, da altre cose... non vi dico di cosa parla, se ci tenete a saperlo dovreste trovare a breve qualcosa sulla pagina segnalata.
Si ispira a una storia vera. Non lo direste mai, perché io poi ci ho lavorato molto di fantasia.
Lo faccio sempre. Comincio da una storia vera, poi mi ci partono su le mie fantasie e cambio tutto.
Un po' lo faccio perché ho pudore delle mie esperienze. Non mi va di dirle a tutti così come sono andate, quel che conta è che rimanga lo spirito, il succo, l'emozione essenziale.
E tutte quelle cose lì.
E poi lo faccio anche perché così parenti, amici e diretti interessati non riconoscono gli episodi e non se la prendono con me se non apprezzano le mie conclusioni.
Inoltre c'è tutto il discorso (ehm...) artistico, ovviamente.
In tutto ciò, non vi ho detto ancora nulla.
L'ispirazione, come dice anche nella pagina, è quella del primo amore che non si scorda mai.
A (nome di fantasia) fu il mio primo amore. Non che non me ne fossero piaciuti altri prima, ma lui fu il primo a farmi battere forte il cuore, farmi sentire le farfalle nella pancia, le ginocchia molli e tutte quelle cose lì. A era bello, alto, aveva gli occhi verdi e i capelli scuri. Era anche simpatico e intelligente. Suonava il pianoforte e non si limitava a conoscere le canzonette pop che strimpellavamo noi. Lui era un cultore di jazz. La prima volta che sentii nominare questo genere fu a una sua festa di compleanno, quando si mise a eseguire dei brani al pianoforte.
Aveva due anni più di me e andava in un'altra scuola, ma io lo vedevo tutte le mattine perché dovevamo fare un tratto di strada insieme. Lo salutavo sempre e mi spremevo le meningi per raccontargli qualcosa di buffo che lo facesse sorridere, perché il suo sorriso mi piaceva da impazzire. Lui mi sorrideva e a me sembrava di volare beata su una nuvoletta rosa. Ma ovviamente non mi filava per niente.
Non ci pensava neppure dipinto a prendermi in considerazione come possibile partner.
Io invece continuavo a sognare avventure esotiche (ho detto esotiche con la S, non con la R!!!) in cui io e lui di volta in volta ci perdevamo tra le dune del Sahara, su un'isola deserta non segnata sulle mappe, nella giungla, in cima all'Everest, al Polo Nord e giù di lì, e nel corso di quelle avventure la passione divampava e lui mi confessava, finalmente, che mi amava ardentemente fin dal primo giorno in cui mi aveva vista. E a ben pensarci questa è una di quelle cose che molti di noi vorrebbero sentirsi dire, ma che quasi nessuno di noi direbbe mai ma neanche a pregarlo in ginocchio.
La cosa durò un annetto, poi lui si fidanzò con una mia amica dai capelli scuri, gli occhi verdi e le tette grosse. Era estate e noi, amici della stessa comitiva, uscimmo un'ultima volta insieme prima delle vacanze. Lui mi accompagnò a casa perché abitavo sulla stessa strada. Ci salutammo, poi lui mi sorrise, mi chiese “Tutto bene?” (cosa che io interpretai come uno “Scusa se ho scelto lei e non te, ma lei ne ha più bisogno e poi ha le tette grosse.”). Io risposi “Sì, certo.” (e voleva dire “Accidenti a tutte quelle con gli occhi verdi e le tette grosse. Ma soprattutto le tette grosse.”). Allora lui si chinò, mi sfiorò le labbra con le sue, disse “Ci vediamo.” e se ne andò.
Ma si sbagliava, perché non lo vidi mai più.
Insomma, come storia d'amore possiamo tranquillamente archiviarla nel file “fallimenti pietosi” insieme a molte altre. Ve l'ho detto (ce l'ho detto, vero?): io sentimentalmente sono un disastro. Tant'è che a un certo punto da adolescente cominciai a pensare di non essere veramente umana. Forse ero un'aliena, come Superman (sarebbe meglio dire Clark Kent), ero arrivata da chissà dove ed ero condannata ad arrabattarmi come una disperata nel vano tentativo di capire regole che evidentemente per tutti gli altri umani e terrestri erano assolutamente ovvie e naturali. Tipo l'amore. O l'algebra...
Fu così che, parecchi anni dopo le mie fantasie su A, scrissi questo romanzo. Molto romanzato. In effetti non c'entra quasi nulla con gli avvenimenti reali, i personaggi sono più adulti, hanno altri problemi... ma diciamo che parte tutto da lì, da quelle fantasie.
Poi stampai il romanzo, lo infilai in una busta e lo inviai a una casa editrice di cui non posso fare il nome ma solo le iniziali, MyM. Mi risposero qualche settimana dopo dicendo di essere stati sul punto di pubblicarlo ma che poi all'ultimo, per un unico piccolo dettaglio (che non mi svelarono) avevano deciso che no, non se ne faceva niente.
Ma quel che può andare quasi bene per MyM forse può andar bene per il Gatto e la Luna, e perciò ecco che finalmente, dopo aver ripreso in mano la storia, la lancio di nuovo alla carica.
Sperando che A non la riconosca e decida di farmela pagare...

sabato 7 gennaio 2012

Lo spaghetto è servito

Sì, Natale è finito e pure la Befana. Ma che ci volete fare? M'è rimasta un po' di bontà attaccata addosso. Perciò ho deciso di regalarvi una delle storiche ricette della mia famiglia: gli spaghetti con le vongole. Siccome sono di origine partenopea, da lato nonnesco-materno, gli spaghetti con le vongole sono da noi un piatto sacro, soprattutto la vigilia di Natale (sì, io sono una di quelle convinte che la vigilia non è vigilia se mancano gli spaghetti con le vongole, da piccola ero addirittura convinta che Babbo Natale non sarebbe arrivato se non avessi mangiato gli spaghetti con le vongole...), perciò vi prego di trattarmela bene. E di prendere vongole veraci fresche: con quelle surgelate (o peggio ancora, con quelle in vasetto) questa ricetta è assolutamente sprecata, nonché irrealizzabile...

INGREDIENTI (per due persone)
Vongole fresche, circa un chilo
1 pomodoro sammarzano (se non lo trovate, un perino)
1 peperoncino
1 spicchio d'aglio
Olio qb
Prezzemolo (se volete)
200 gr di spaghetti di Gragnano (lo so, 200 gr sono tanti... ma io e G ce li mangiamo, non so voi...)
NIENTE sale. Se proprio non vi fidate, aggiungetene giusto un pizzico nell'acqua della pasta, ma potete anche farne a meno...

COME SI PREPARA
Posto che le vongole vanno pulite, lasciandole parecchio a bagno nell'acqua, e questo l'avete fatto. Vero? Mettetele senza condimento né altro in una pentola alta, coprite con apposito coperchio (quello della pentola) e cuocete a fuoco basso finché le vongole non saranno tutte aperte liberando il loro sugo naturale. Lasciate raffreddare e separate il sugo dalle vongole. Raccogliete il sugo (non scolatele come fece per errore zia Ramona due anni fa rovinando la festa a tutti) in apposito recipiente e filtratelo due-tre volte attraverso un panno (di lino o di cotone, come volete, basta non sia “pelucchioso”). Sgusciate le vongole eliminando, già che ci siete, quelle schifose che sempre capitano. Lasciate una manciata di vongole col guscio che avranno effetto decorativo. Mettete a cuocere la pasta e in una padella ampia fate dorare lo spicchio d'aglio con un filo d'olio, quindi aggiungete il sugo delle vongole, le vongole, un peperoncino e il pomodoro tagliato a pezzetti (il pomodoro serve solo a dar colore, non altro. Infatti potete anche non mettercelo). NIENTE sale, ve lo ripeto. Altrimenti potreste ritrovarvi a bere come cammelli durante il pasto. Insomma, il sugo deve addensarsi un po'. Ma non lasciate seccare le vongole. Perciò seguite attentamente la cottura. Scolate gli spaghetti al dente, conditeli e spolveratevi su il prezzemolo a crudo spezzettato grossolanamente a mano. Non fate come zia Ramona, che ci spolvera su anche il grana perché lei non concepisce la pasta senza grana... servite in tavola, accompagnato con un vino bianco. Io suggerisco un Falanghina o un Greco di Tufo, ma voi fate pure come vi aggrada. Servite in tavola e buon Natal... ehm... buon appetito!

lunedì 26 dicembre 2011

A est del sole, a ovest della luna

Cari bambini, quest'oggi ho voglia di raccontarvi una fiaba, perciò vi narrerò quest'antica storia di origine norvegese, già raccontata da Peter Christien Asbjørnsen. Perciò mettetevi comodi, buoni e silenziosi e ascoltat... leggete!

A est del sole, a ovest della luna (East of the sun, west of the moon)

Illustrazione di Reginald L. & Horace J. Knowles
Tanto tempo fa viveva un povero marito che aveva molti figli e poco da dar loro, sia come cibo che come vestiti. Erano tutti belli, ma la più bella di tutti era la figlia minore, che era talmente bella che non c'erano limiti alla sua bellezza.
Una volta (era un tardo giovedì sera in autunno, e fuori c'era un tempo terribile, faceva un buio tremendo e pioveva così forte, e il vento era tanto, che le pareti della baracca tremavano) erano tutti seduti assieme davanti al focolare, ognuno impegnato in questa o in quella cosa, quando improvvisamente qualcuno bussò tre volte ai vetri della finestra. L'uomo uscì a vedere cosa potesse essere, e quando uscì c'era un enorme orso bianco.
“Buonasera”, disse l'Orso Bianco.
“Buonasera”, disse l'uomo.
“Mi dareste la vostra figlia minore?”, disse l'Orso Bianco, “Se lo farete, diventerete tanto ricchi quanto adesso siete poveri.”
Onestamente, l'uomo non aveva nulla da obiettare a diventare ricco, però rifletté: “Prima devo chiederlo a mia figlia”, perciò rientrò e disse agli altri che fuori c'era un orso bianco che aveva onestamente promesso che sarebbero diventati tutti ricchi se solo lui avesse potuto prendere con sé la figlia più giovane.
Lei disse di no e non volle neanche sentirne parlare; perciò l'uomo uscì di nuovo e si mise d'accordo con l'Orso Bianco affinché questo tornasse il giovedì sera seguente, per avere la risposta della ragazza. Poi l'uomo la convinse, e le parlò così tanto delle ricchezze che avrebbero avuto, e di che bella cosa sarebbe stata anche per lei, che alla fine la ragazza decise di andare, perciò si lavò, rammendò tutti i suoi stracci, si fece più bella che mai e si preparò ad andarsene. Aveva tanto poco da portarsi dietro.
Il giovedì sera seguente arrivò l'Orso Bianco a prenderla. Lei gli si sedette in groppa col suo fagotto, e così partirono. Quando ebbero fatto molta strada, l'Orso Bianco le disse: “Hai paura?”
“No”, rispose lei.
“Tienti stretta alla mia pelliccia e non avrai nulla da temere”, disse lui.
Così dicendo, lui corse lontano, lontano, finché non arrivarono a una grande montagna. Poi l'Orso Bianco vi bussò sopra e si aprì una porta, ed entrarono in un castello dove c'erano molte stanze vivacemente illuminate che scintillavano d'oro e d'argento, allo stesso modo brillava una sala con una tavola riccamente imbandita: era così magnifica che sarebbe difficile farvi capire quant'era splendida. L'Orso Bianco le diede una campanella d'argento e le disse che quando aveva bisogno di qualcosa non doveva far altro che suonarla, e quello che voleva sarebbe comparso. Dopo che ebbe mangiato, mentre calava la notte, alla ragazza venne sonno per il lungo viaggio, e pensò che le sarebbe piaciuto andare a letto. Suonò la campana, e l'aveva quasi appena toccata quando si trovò in una stanza dove c'era un letto preparato apposta per lei, grazioso come non mai, non si poteva desiderare di meglio per dormire. Aveva cuscini di seta e le tende del baldacchino erano di seta orlate d'oro, e tutto in quella stanza era d'oro o d'argento, ma quando lei si distese e spense la luce entrò un uomo che andò a sdraiarsi accanto a lei. Ed era l'Orso Bianco, che di notte perdeva le sembianze animali. Lei però non lo vedeva mai, perché lui arrivava sempre dopo che aveva spento la luce, e se ne andava prima che spuntasse il sole.
Per un po' andò tutto bene, ma poi lei cominciò a sentirsi triste e affranta, perché per tutto il giorno se ne doveva stare da sola; desiderava tanto tornare a casa da suo padre e da sua madre, dai suoi fratelli e dalle sue sorelle. Allora l'Orso Bianco le chiese cosa volesse, e lei disse che ci si annoiava tanto lì nella montagna, e che doveva starsene sempre da sola, e che a casa dei suoi genitori c'erano sempre i suoi fratelli e le sue sorelle, e lei era tanto triste proprio perché non poteva andare da loro.
“A questo c'è un rimedio”, disse l'Orso Bianco, “Se solo tu mi prometti di non parlare mai con tua madre da sola, ma soltanto quando ci sono anche gli altri; perché lei ti prenderà per mano”, disse, “e vorrà portarti in una stanza per parlare da sole; ma tu questo non devi assolutamente farlo, o attirerai grandi sventure su noi due.”
Perciò una domenica l'Orso Bianco arrivò e disse che adesso potevano andare dal papà e dalla mamma della ragazza, così viaggiarono fin lì, lei che gli sedeva in groppa, e fecero tanta, tanta strada, e ci volle tanto, tanto tempo; ma finalmente arrivarono in una grande fattoria bianca, e i fratelli e le sorelle correvano tutti fuori e giocavano, ed erano così belli che guardarli era un piacere.
“Adesso i tuoi genitori vivono qui”, disse l'Orso Bianco, “Ma non scordare ciò che ti ho detto, o farai del male sia a te che a me.”
“No davvero”, disse la ragazza, “Non me lo scorderò”. Non appena lei entrò in casa l'Orso Bianco si voltò e tornò indietro.
Ci furono tanti festeggiamenti quando lei andò dai genitori, che pareva non dovesse esserci mai fine. Ognuno pensava di non poterle mai essere abbastanza grato per quello che aveva fatto per loro. Adesso avevano tutto quello di cui avevano bisogno, e tutto era ottimo. Tutti le chiesero come le stesse andando lì dov'era lei. Anche lei stava benone, disse; e aveva tutto quel che poteva desiderare. Che altre risposte diede, non lo so; ma sono abbastanza certo che non abbiano saputo molto da lei. Ma nel pomeriggio, dopo che avevano pranzato a mezzogiorno, successe proprio come aveva detto l'Orso Bianco. Sua madre le voleva parlare da sola nella sua stanza. Ma lei ricordava quel che l'Orso Bianco le aveva detto, e non voleva assolutamente andare. “Quel che dobbiamo dirci, possiamo dircelo in un qualunque momento”, rispose. Ma in un modo o in un altro, alla fine sua madre la persuase, e lei fu costretta a raccontare tutta la storia. Perciò disse che tutte le notti un uomo entrava e si sdraiava accanto a lei quando le luci venivano spente, e che lei non l'aveva mai visto, perché lui se ne andava sempre prima che spuntassero le luci del mattino, e quanto fosse sempre tanto triste pensando a quanto sarebbe stata felice se solo avesse potuto vederlo, e come tutto il giorno se ne stesse da sola, ed era così noioso e solitario. “Oh!”, esclamò la mamma colma d'orrore, “È assai probabile che tu dorma con un troll! Ma t'insegno un sistema per vederlo. Prendi un pezzo di una delle mie candele, puoi portartelo via nascondendotelo in petto. Usalo per guardarlo quando dorme, ma fa' attenzione a non versargli addosso neanche una goccia di sego.”
Perciò lei prese la candela e se la nascose in petto, e quando scese la sera l'Orso Bianco venne a portarla via. Quando furono a una certa distanza, l'Orso Bianco le chiese se tutto era andato come lui aveva predetto, e lei non poté che ammettere che era andata così. “Perciò, se hai fatto come ha voluto tua madre”, disse lui, “hai attirato una grave disgrazia su di noi.”
“No”, disse lei, “Non ho fatto nulla di simile.”
Quindi quando fu tornata a casa e fu andata a letto proprio come tutte le altre volte, e l'uomo entrò e si distese accanto a lei, e la notte tardi, quando lei vide che lui dormiva, la ragazza si alzò e accese una luce, accese la candela e lasciò che la luce illuminasse l'uomo, e lo vide, ed era il principe più bello che si fosse mai visto, e se ne innamorò al punto che le pareva di poter morire se non l'avesse baciato immediatamente. Così lo baciò, ma mentre così faceva tre piccole gocce di sego rovente gli caddero sulla camicia, e lui si svegliò.
“Che cosa hai fatto?”, disse lui, “Hai attirato la sventura su di noi. Se avessi portato pazienza ancora solo per un anno io sarei stato libero. Ho una matrigna che mi ha lanciato un incantesimo, così io sono un orso di giorno e un uomo di notte; ma adesso tra te e me è tutto finito, ora devo lasciarti e andare da lei. Lei vive in un castello che si trova a est del sole e a ovest della luna, e lì c'è anche una principessa che ha un naso lungo tre metri, e adesso è lei che io devo sposare.”
Lei pianse e si lamentò, ma fu tutto inutile, perché lui se ne doveva andare. Poi gli chiese se poteva andare con lui. Ma no, non si poteva fare. “Dimmi la strada, allora, e io verrò a cercarti... questo mi sarà concesso farlo!”
“Sì, questo puoi farlo”, disse lui, “Ma anche così è impossibile. È a est del sole e a ovest della luna, e non troverai mai il modo di arrivarci.”
Quando la ragazza si svegliò il mattino dopo sia il Principe che il castello erano scomparsi, e lei era distesa su una piccola zolla erbosa nel mezzo di un bosco fitto e buio. Accanto a lei c'era lo stesso fagotto di stracci che si era portata da casa. Quando si fu strofinata gli occhi per far passare il sonno, ed ebbe pianto fino a stancarsene, si mise in cammino, e così viaggiò per molti lunghi giorni, finché non raggiunse una grande montagna. Fuori dalla montagna sedeva una vecchia che giocava con una mela d'oro. La ragazza le domandò se conoscesse la strada che conduceva al Principe che viveva con la matrigna nel castello che stava a est del sole e a ovest della luna, quello che doveva sposare una Principessa che aveva un naso lungo tre metri.
“E tu come mai lo conosci?”, domandò la donna, “Forse sei tu quella che avrebbe dovuto sposarlo?”
“Sì, sono io”, disse lei.
“Ah, sei tu!”, disse la vecchia, “Io non so niente di lui, so solo che vive in un castello che si trova a est del sole e a ovest della luna. Ti ci vorrà molto tempo per arrivarci, se mai ci arriverai; ma ti presterò il mio cavallo, con lui potrai arrivare da una vecchia mia vicina: forse lei può dirti qualcosa del Principe. Quando sei lì accarezza il cavallo dietro l'orecchio sinistro e chiedigli di tornare a casa; ma puoi tenerti questa mela d'oro.”
Così la ragazza si sedette in groppa al cavallo, e viaggiò per molto, molto tempo, e infine arrivò una montagna, fuori dalla quale sedeva una vecchia che aveva un cardatore d'oro. La ragazza le domandò se conoscesse la strada che portava al castello a est del sole e a ovest della luna, ma quella disse quel che aveva detto anche l'altra donna: “Non ne so niente, so solo che è a est del sole e a ovest della luna, e che ti ci vorrà molto tempo per arrivarci, se mai ci arriverai; ma posso darti in prestito il mio cavallo che ti porterà da una vecchia che vive vicino a me: forse lei sa dov'è il castello, e quando arrivi da lei non devi far altro che accarezzare il cavallo dietro l'orecchio sinistro e dirgli di tornare a casa”, poi le diede il cardatore d'oro perché, disse, forse sarebbe potuto tornarle utile.
La ragazza salì in groppa al cavallo e galoppò ancora a lungo, faticosamente, e dopo molto tempo arrivò a una grande montagna, dov'era seduta una vecchia che filava con un arcolaio d'oro. La ragazza chiese anche a questa donna se conoscesse la strada che portava al Principe, e come potesse trovare il castello che sorgeva a est del sole e a ovest della luna. Ma fu di nuovo la stessa storia: “Forse tu sei quella che avrebbe dovuto sposare il Principe”, disse la vecchia.
“Sì, sono io. Avrei dovuto sposarlo io”, disse la ragazza.
Ma quella vecchia strega non conosceva la strada meglio delle altre... il castello era a est del sole e a ovest della luna, questo sapeva, “E ti ci vorrà molto tempo per arrivarci, se mai ci arriverai”, disse, “Ma posso prestarti il mio cavallo, e penso che faresti meglio ad andare dal Vento dell'Est e chiedere a lui: forse lui sa dov'è il castello e può soffiarti fin lì. Ma quando arrivi da lui devi accarezzare il cavallo dietro l'orecchio sinistro, e lui tornerà a casa”, e poi le diede l'arcolaio d'oro e le disse: “Forse scoprirai che ti sarà utile.”
La ragazza dovette cavalcare per molti, lunghi giorni, e per un periodo lungo e faticoso prima di arrivare; ma alla fine arrivò, e così domandò al Vento dell'Est se sapesse la strada per raggiungere il Principe che abitava a est del sole e a ovest della luna.
“In effetti”, disse il Vento dell'Est, “ho sentito parlare del Principe e del suo castello, ma non conosco la strada, perché non ho mai soffiato così lontano. Ma se vuoi posso portarti da mio fratello, il Vento dell'Ovest: forse lui lo sa, perché è molto più forte di me. Siediti sulla mia schiena così ti porto da lui.”
Perciò la ragazza gli si sedette sulla schiena e partirono velocissimi! Quando arrivarono, il Vento dell'Est entrò e disse che la ragazza che aveva portato era quella che avrebbe dovuto sposare il Principe del castello che stava a est del sole e a ovest della luna, e che adesso era in viaggio per ritrovarlo, perciò lui l'aveva portata lì e voleva sapere se il Vento dell'Ovest sapeva dove fosse il castello.
“No”, disse il Vento dell'Ovest, “non ho mai soffiato così lontano; ma se vuoi posso portarti dal Vento del Sud, che è molto più forte di tutti e due e ha viaggiato in lungo e in largo, e lui forse può dirti quel che vuoi sapere. Puoi sederti sulla mia schiena e io ti porterò da lui.”
Lei così fece, e andarono dal Vento del Sud, e anche stavolta il viaggio non fu molto lungo. Quando arrivarono, il Vento dell'Ovest chiese se sapesse la strada per arrivare al castello che stava a est del sole e a ovest della luna, perché quella era la ragazza che avrebbe dovuto sposare il Principe che viveva lì.
“Ma tu guarda!”, esclamò il Vento del Sud, “È proprio lei? Be'”, disse lui, “ai miei tempi ho viaggiato parecchio, e sono arrivato dappertutto, ma non ho mai soffiato così lontano. Però se vuoi posso portarti da mio fratello, il Vento del Nord. Lui è il più vecchio e il più forte di tutti noi, e se lui non sa dov'è allora al mondo non ci può essere nessun altro in grado di dirtelo. Puoi sederti sulla mia schiena, ti ci porto io.”
Perciò lei gli si sedette sulla schiena, e partirono di casa in tutta fretta, e ben presto furono in viaggio. Quando furono vicino alla casa del Vento del Nord quello era così agitato e irrequieto che loro potevano sentirne gli spifferi molto prima di arrivarci.
“Che cosa volete?”, rombò da lontano, e i due rabbrividirono nel sentirlo. Il Vento del Sud disse: “Sono io, e questa è la ragazza che avrebbe dovuto sposare il Principe che vive nel castello che sorge a est del sole e a ovest della luna. Ora vuole chiederti se sei mai stato lì e puoi dirle la strada, perché lei vorrebbe andare a riprenderlo.”
“Sì”, disse il Vento del Nord, “So dov'è. Una volta soffiai fin lì una foglia di pioppo, ma mi stancai così tanto che poi per molti giorni non fui più in grado di soffiare. Però se desideri davvero andarci, e se non hai paura di andarci con me, ti porterò sulla schiena e cercherò di soffiarti fin lì.”
“Io devo assolutamente arrivarci”, rispose lei, “E se c'è un modo per farlo lo farò; non avrò paura, per quanto veloce tu possa andare.”
“Benissimo”, disse il Vento del Nord, “ma stanotte devi dormire qui, perché se vogliamo arrivarci abbiamo bisogno di tutto il giorno a disposizione.”
Il mattino seguente il Vento del Nord la svegliò presto, poi si gonfiò e divenne così grosso e forte che a guardarsi faceva paura, e poi partirono volando, e pareva che non si sarebbero fermati se non quando avessero raggiunto la fine del mondo. In basso ci fu una tale tempesta che abbatté boschi e case, e quando furono sul mare le navi affondarono a centinaia. E così proseguirono infuriando, sempre avanti, viaggiarono a lungo, e passò ancora molto altro tempo, e ancora più tempo passò, e loro erano sempre sul mare, e il Vento del Nord si faceva stanco, sempre più stanco, e alla fine era così spossato che a stento riusciva a soffiare, e calava, calava, sempre più giù, tanto giù che alla fine le onde lambivano i talloni della povera ragazza che stava portando.
“Hai paura?”, disse il Vento del Nord.
“Non ho paura”, disse la ragazza, ed era vero.
Ma non erano molto lontani dalla terra, e il Vento del Nord ebbe ancora abbastanza forza da farla arrivare sulla riva, proprio sotto le finestre del castello che sorgeva a est del sole e a ovest della luna. Ma era così stanco e stremato che fu costretto a riposarsi per diversi giorni prima di poter tornare a casa.
Il mattino seguente la ragazza si sedette accanto alle mura del castello con la mela d'oro, e la prima persona che vide fu la fanciulla col naso lungo che doveva sposare il Principe.
“Quanto vuoi per quella mela d'oro, ragazza?”, disse quella aprendo la finestra.
“Non la si può comprare né con oro né con danari”, rispose la ragazza.
“Se non la si può comprare né con oro né con danari, con cosa la si può comprare?”, disse la Principessa.
“Se mi lasci andare dal Principe che vive qui e trascorrere la notte con lui, puoi avere la mela”, disse la ragazza che era arrivata col Vento del Nord.
“D'accordo”, disse la Principessa, perché aveva già deciso cosa fare.
Perciò la Principessa ebbe la mela d'oro, ma quando quella notte la ragazza salì negli appartamenti del Principe lui dormiva, perché la Principessa così aveva macchinato. La povera ragazza lo chiamò, lo scrollò, e intanto piangeva, ma non riuscì a svegliarlo. Al mattino, non appena spuntò il sole, arrivò la Principessa col naso lungo e la fece uscire. Quel giorno lei si sedette di nuovo sotto le finestre del castello e cominciò a cardare col suo cardatore d'oro; e poi successe tutto come il giorno prima. La Principessa le chiese cosa voleva per quel cardatore, lei rispose che non era in vendita né per oro né per danari, ma che se lei lo voleva poteva lasciarla andare dal Principe e passare la notte con lui, e lei le avrebbe dato il cardatore. Ma quando andò nella stanza del Principe lui era di nuovo addormentato, e per quanto lei lo chiamasse e lo scuotesse, o per quanto lei piangesse, lui continuò a dormire e lei non riuscì assolutamente a destarlo. Quando al mattino spuntò il sole, la Principessa dal naso lungo arrivò e la mandò di nuovo via. Quando fu giorno, la ragazza si sedette sotto le finestre del castello e cominciò a filare col suo arcolaio d'oro, e la Principessa col naso lungo volle anche quello. Perciò aprì la finestra e le chiese quanto volesse per l'arcolaio. La ragazza rispose come aveva già risposto nelle occasioni precedenti: non era in vendita né per oro né per danari, ma se lei fosse potuta andare dal Principe che viveva lì e trascorrere la notte con lui, la Principessa avrebbe potuto averlo.
“Sì”, disse la Principessa, “Acconsento volentieri.”
Ma in quel posto c'erano alcuni cristiani che erano stati rapiti, e loro stavano nella stanza accanto a quella del Principe e avevano sentito una donna che era stata lì e aveva pianto, e l'aveva chiamato per due notti di seguito, e lo dissero al Principe. Perciò quella sera, quando la Principessa tornò con il suo sonnifero, lui fece solo finta di bere, ma se lo gettò alle spalle perché sospettava che fosse un sonnifero. Perciò quando la ragazza entrò nella stanza del Principe stavolta lui era sveglio, e lei dovette dirgli com'era arrivata fin lì.
“Sei arrivata appena in tempo”, disse il Principe, “Perché avrei dovuto sposarmi domani; ma non voglio sposare la Principessa col naso lungo e solo tu puoi salvarmi. Io dirò che voglio vedere cosa sa fare mia moglie e le chiederò di lavare la camicia che ha su quelle tre macchie di sego. Lei accetterà di farlo perché non sa che sei stata tu a farle. Ma nessuno può lavarle se non un cristiano: i troll non possono assolutamente farlo. E io poi dirò che potrà essere mia moglie solo la donna che riesce a pulirle, e io so che tu ci riuscirai.”
Tra loro ci fu grande gioia e allegria, per tutta la notte, ma il giorno dopo, quando le nozze stavano per essere celebrate, il Principe disse: “Devo vedere cosa sa fare la mia sposa.”
“D'accordo”, disse la matrigna.
“Ho una bella camicia che voglio indossare per le nozze, ma ci sono cadute sopra tre gocce di sego e desidero che vengano lavate; ho fatto voto di sposare solo la donna in grado di farlo. Se non sa farlo, non vale la pena sposarla.”
Era veramente un'inezia, pensarono, e acconsentirono. La Principessa col naso lungo cominciò a lavare e a fare del suo meglio, ma più lavava e strofinava più le macchie s'allargavano.
“Ah! Non sai lavare per niente”, disse quella vecchia trollessa che era sua madre, “Dai a me.”
Ma anche lei come prese la camicia in mano non fece che peggiorare la situazione, e più lavava e strofinava, più grosse e scure si facevano le macchie.
Perciò vennero altri troll a lavare, ma più lavavano più la camicia si faceva brutta e nera, e alla fine era così nera che pareva fosse stata dentro una ciminiera.
“Oh!”, esclamò il Principe, “Siete tutti dei buoni a nulla! C'è una mendicante seduta sotto la finestra, scommetto che lei lava meglio di tutti voi! Entra, ragazza, entra!”, strillò lui.
“Oh, non lo so”, disse lei, “Ma ci proverò.”
Non appena ebbe presa la camicia e l'ebbe immersa nell'acqua, quella divenne candida come neve, e anche più bianca.
“Io sposerò te”, disse il Principe.
E qui la vecchia trollessa s'infuriò così tanto che scoppiò, e anche la Principessa col naso lungo e tutti i piccoli troll devono essere scoppiati perché da allora non s'è più sentito parlare di loro.
Il Principe e la sua sposa liberarono tutti i cristiani che erano stati imprigionati lì e si portarono via tutto l'oro e l'argento che riuscirono a trasportare, e se ne andarono lontano dal castello che sorgeva a est del sole e a ovest della luna.

domenica 25 dicembre 2011

Christmas with the yours

Ci risiamo.
Fra poco, come di consueto in questo periodo, ci sarà l'ennesima riedizione di quell'usanza comune nota come “pranzo di Natale”.
Che angoscia. Che ansia.
Dal pranzo di Natale ognuno si aspetta cose diverse, ma quelle cose vuole che siano fedeli a sé stesse e costanti nel tempo.
Una variazione corrisponde a un alto tradimento.
“Come sarebbe a dire quest'anno niente tortellini in brodo? I tortellini in brodo li ho sempre mangiati. Si devono mangiare. Altrimenti non è Natale.”
Come se fossero i tortellini in brodo (o il panettone coi canditi, o la minestra di pollo e verdure, o chi per esso) a determinare la festività.
Ma non è questo ad angosciarmi.
Quel che mi angoscia di più è l'annuale incontro con LA FAMIGLIA!
Non so se avete anche voi quest'impressione, ma in occasioni del genere a me pare che i difetti di ognuno sembrino mettersi in mostra più del solito, quasi venissero esaltati dall'evento. I miei difetti, soprattutto...
Altro inghippo: quando torno in FAMIGLIA (per le feste di Natale io e G siamo ospiti dai miei) a me sembra sempre di tornare indietro nel tempo. Come se anni di lavoro ed esperienza venissero annullati da un magico colpo di spugna. Di colpo e di botto non sono più la donna autonoma e sicura di sé che tutti conoscono e ammirano (ehm...) ma torno una bimbetta impacciata e timorosa, che ha talmente tanta paura di sbagliare anche le cose più banali che poi, inevitabilmente, finisce con lo sbagliarle davvero.
Questo perché la FAMIGLIA ha un'immagine cristallizzata di noi. Ci conosce da una una vita e pensa che noi siamo sempre gli stessi. Non ha la più pallida idea che possiamo essere cambiati, e che abbiamo anche fatto tanta fatica per cambiare. Perciò se tu eri un bimbetto brufoloso e scemo, ghiotto di dolci e appassionato solo di giochi turbolenti, la FAMIGLIA sempre così ti vedrà. Anche se tu ormai sei un figo intelligentissimo, plurilaureato, amante dell'arte e che detesta i dolciumi.
Quando io torno in FAMIGLIA smetto di essere adulta e autonoma. Se voglio un caffè extra devo chiedere il permesso. Se devo uscire bisogna avvertire un mucchio di gente, e se qualcuno non è d'accordo (“Eh, no, fra un po' si pranza!”) mi tocca anche soprassedere. Non posso fumare in casa. Questo mi angustia. Devo andare sul balcone, e anche così una ramanzina da parte di qualcuno mi arriva sempre. Ogni volta che mi accendo una sigaretta parte uno spot antifumo Pubblicità Progresso... Se scatto una foto c'è sempre qualcuno che chiede perché cavolo la sto facendo. E “Fatti miei!” non è mai una risposta accettata. Potrei dire che è per lavoro. Ma quando mi sento una bimbetta impacciata mi riesce difficile parlare di lavoro. E poi le bimbette impacciate non lavorano.
Però in certi momenti è confortevole.
L'altra notte mi stavo addormentando nella mia vecchia cameretta, con la testa sul mio vecchio cuscino, guardavo le luminarie del palazzo di fronte che mi sembravano le stesse di quando avevo otto anni (probabilmente lo sono). La stessa cameretta dove davo le mie feste delle medie. Quella dove sognavo cosa avrei fatto da grande. Quella dove ho dato il mio primo bacio (causa gioco della bottiglia a una delle suddette feste delle medie). E mi sono sentita proprio come allora, con un mucchio di fantasie ancora da realizzare e tanta speranza di farcela. Mi è sembrato quasi di essere ancora in quel periodo, come se tutta la vita trascorsa nel frattempo non fosse che un sogno.
Poi mi sono girata e ho visto G che mi dormiva placidamente accanto.
E allora ho capito che non era stato solo un sogno.

NELLA FOTO: l'albero non è più quello di quando ero piccola, ma quest'angioletto ce l'ho da quando andavo all'asilo.

giovedì 2 giugno 2011

Spionaggio fai-da-te

Qualche giorno fa ero in giro per spese e mi sono fermata, incantata, ad ammirare le vetrine di un negozio che vendeva articoli da detective. Aveva cose che pensavo esistessero solo nei film di James Bond. Tipo una cravatta con telecamera nascosta, un accendino che è anche macchina fotografica o una penna usb che registra tutte le azioni fatte sul computer... se non avessero avuto prezzi da capogiro, qualcosa l'avrei comprata. Così, tanto per ridere.
Questo mi ha fatto venire in mente che effettivamente io da piccola spiavo i vicini di casa. Tutti dicono che i milanesi non s'interessano mai dei propri vicini, che se sanno come si chiamano è anche tanto. Io no, io mi divertivo a osservarli e a trarre conclusioni. Spesso del tutto arbitrarie e fantasiose, lo ammetto.
Insomma, m'impicciavo dei fatti altrui. Con moderazione, s'intende. Non mi mettevo a origliare alle pareti, non sbirciavo dal buco della serratura e non frugavo nella posta o nell'immondizia. Però li guardavo con attenzione.
Mi ricordo, soprattutto, i vicini del piano di sotto. Erano una coppia, marito e moglie, di una certa età. O meglio, non so quanti anni avessero, ma siccome io ero piccola mi sarebbero sembrati comunque anziani, anche se avessero avuto solo trent'anni. Insomma, questi due avevano l'abitudine, nelle belle serate estive, di cenare in terrazza. Si facevano apparecchiare la tavola di tutto punto, come fossero al ristorante, accendevano le candele a centrotavola, si portavano il carrellino con le pietanze, poi si sedevano uno di fronte all'altra e cenavano scambiandosi sorrisi e battutine. Io mi affacciavo a spiarli. Chissà se se ne sono mai accorti? Oppure se erano tanto presi l'uno dall'altra da non far caso a una mocciosa che li guardava a bocca aperta. Non li ascoltava, però, perché a me non interessava quello che si dicevano. A me interessava vedere cosa mangiavano.
Tutta quell'eleganza, quella cura nel preparare la scenografia del banchetto, faceva sembrare squisito qualunque piatto, anche il più semplice. Non facevano come me, che quando apparecchio tavola per tutti i giorni butto giù due piatti di carta, una forchetta a testa e un bicchiere sistemato a casaccio. Questo quando mi ricordo di mettercelo, il bicchiere. Invece loro no, loro anche per le cene di tutti i giorni, anche se mangiavano solo un petto di pollo o un'insalata, “vestivano la tavola a festa”, e tutto sembrava più buono.
Forse dovrei fare così anch'io. Magari è un sistema per rendere meno tristi i miei tristi piatti dietetici...

giovedì 17 marzo 2011

Il primo bacio...

Il primo bacio non si scorda mai. Giusto? Lo dicono tutti, qualcosa di vero dovrà pur esserci.
Io però il mio l'ho dimenticato lo stesso, si vede che non era poi un gran che.
Ricordo però il panico che ha preceduto quel fatidico (si fa per dire) momento.
Leggevo come una disperata Cioè e simili riviste per trovare conforto e consiglio. Parlavo freneticamente con le amiche più esperte (non ci vuol molto a essere più esperti di me), ma la paura rimaneva.
Se solo avessi saputo da subito che mi ero preoccupata tanto per niente... ma forse mi sarei persa il meglio.

PRIMO BACIO? NO PROBLEM...

Sarà senz'altro un'esperienza entusiasmante...
...più o meno...
L'importante è non farsi prendere dal panico!
Per prima cosa cerca di curare l'alito (nei limiti del possibile)
Non tenere la bocca troppo aperta...
...ma neanche troppo chiusa!
Attenzione ai denti e alla saliva in eccesso...
...e anche agli intrecci linguistici!
Rilassati e vedrai che andrà tutto bene!
PS: ricordati di RESPIRARE!