Abbiocco, s.m., ovvero l'atto di abbioccarsi, deriva dal romanesco “biocca”, vale a dire “chioccia”. E infatti il significato primario è quello proprio della chioccia che cova. E poi quello dell'assumere una posizione rannicchiata, a chioccia, quindi “abbioccata”.
E da qui si passa a quel colpo di sonnolenza che ci coglie all'improvviso, e che di solito si cerca di scacciare con abbondanti dosi di caffè.
C'è chi ne soffre dopo pranzo. E chi ne soffre sempre. A me l'abbiocco comincia a venire esattamente due secondi e mezzo dopo che ha suonato la sveglia al mattino (il tempo di metterla a tacere, insomma) e mi passa qualche istante prima di spegnere la luce la sera.
Non è per niente comod... ZZZ!!!
Nell'immagine, Venere e Marte, di Sandro Botticelli (1482-83), dove Marte è evidentemente preda di un potente abbiocco... no, non post prandiale, proprio no...
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venerdì 20 febbraio 2015
giovedì 26 dicembre 2013
Il Dodecamerone. Ovvero, Buon Natale a tutti!
Natale: c'è chi lo odia e c'è chi lo ama. Quest'anno va di moda odiarlo. Su facebook si leggono più commenti di fastidio e irritazione che di gioia e felicità verso questa festa. Il che è naturale. È un errore pensare che il Natale debba essere per forza una festa di sola positività. È una festa che segna un momento di transizione, la fine di un periodo e l'inizio di un altro. Per cui c'è la speranza verso il futuro, ma pure la paura verso il medesimo, il rimpianto verso il passato, verso ciò che sarebbe potuto essere ma non è stato, verso ciò che non avremmo voluto capitasse ma è capitato, il timore che le cose possano peggiorare ma anche il desiderio che possano migliorare. È un sottile mix di questi sentimenti opposti e contrastanti e quindi è normale sentirsi confusi, spaesati, irritati, desiderare che finisca al più presto e che si torni alla normalità. Se aggiungiamo anche che le buone creanze ci impongono spesso di trascorrere il Natale con gente che altrimenti non frequenteremmo neppure pagati... abbiamo aggiunto la ciliegina sulla torta.
Io invece sono una di quelle persone irritanti che il Natale l'hanno sempre amato, anche per le contraddizioni che porta con sé, anche per i suoi lati d'ombra. È un tempo fuori dal tempo, che spezza i ritmi del quotidiano, e a me piacciono le cose che escono fuori dall'ordinario.
Mi piace tutto del Natale. Mi piace l'albero, mi piace il presepe, mi piacciono le lucine e i pacchetti infiocchettati, mi piacciono le canzoni, mi piacciono le abbondanti libagioni (la rima è involontaria), mi piacciono le fiabe, mi piace il suo eccesso, mi piace quando è esagerato. Penso che il Natale debba essere esagerato. Le tradizioni più antiche lo vogliono così, l'esagerazione dev'essere propiziatoria per l'anno nuovo. La semplicità non è una sua caratteristica, è qualcosa che è apparsa solo di recente e che fatica a prendere piede. Il Natale è materiale e spirituale assieme, non gli si può chiedere di essere solo una delle due cose. Non sarebbe più Natale.
Anche l'ipocrisia natalizia ci sta. Si tratta di una festa che ha due risvolti, uno intimo e uno pubblico. Quello intimo ce lo possiamo vivere come ci pare, ma quello pubblico ci impone una certa facciata. Insomma, non è bello andare in giro a mandare a quel paese tutti quelli che ci sono antipatici o non ci piacciono. È così tutti i giorni, ma a Natale lo sentiamo di più perché crediamo di dover essere più sinceri che in altri periodi dell'anno. E invece no, non è possibile esserlo, sarebbe assurdo pretenderlo. Vorrebbe davvero dire mettersi a litigare con un mucchio di gente, vi pare? Perché per qual motivo mai uno che mi è stato cordialmente antipatico per tutto l'anno dovrebbe diventarmi improvvisamente simpatico solo a Natale, anche se mi fa gli auguri? E viceversa, naturalmente: non pensiamo che siano solo gli altri a essere antipatici, anche noi potremmo essere per alcuni quelli “insopportabili e ipocriti”. Per cui vedete che non è proprio il caso di dare il via libera alla sincerità spinta, perché potrebbe venirne fuori un mucchio di guai.
Io sono sempre stata decisa a godermi il Natale a tutti i costi, anche trovandomi tra gente che il Natale lo detesta con tutta l'anima.
Anche a costo di risultare irritante e detestabile quanto il Natale stesso.
Infatti sto per scrivere qualcosa che irriterà molto chi detesta il Natale (ma forse anche chi lo ama, perché non mi faccio mancare mai niente).
E così dicendo, mi tocca spiegare perché ho scelto il titolo di cui sopra. Dodecamerone è una parola che deriva dal greco e che significa “dodici giorni”. Facile: se “Decamerone” (di Boccaccio) indica un periodo di dieci giorni e “Pentamerone” (di Giambattista Basile) ne indica uno di cinque, “Dodecamerone” vorrà giustamente indicarne uno di dodici.
Che dodici giorni?, direte voi. Ma quelli del Natale, ovvio. Il periodo che va dal 25 dicembre al 6 gennaio: i famosi dodici giorni di Natale. Avete presente quella commedia di Shakespeare che s'intitola “La dodicesima notte”? Be', quell'opera si chiama così proprio perché venne rappresentata per la prima volta il 6 gennaio, ovvero la dodicesima notte di Natale.
Ma che c'entra?, incalzerete voi, Natale c'è stato il 25, poi il 6 c'è l'Epifania e al massimo nel mezzo c'è Capodanno. Eh, no. Anche se da calendario sembrano tre festività distinte, in realtà sono esattamente la stessa. Ovvero una serie ininterrotta di dodici giorni natalizi. Una vera pacchia per quelli come me... però... ecco, se siete già lì a tirare un sospiro di sollievo solo perché è il 26 dicembre e a pensare “per fortuna Natale è ormai passato!” devo proprio darvi una delusione: in realtà è appena cominciato.
Questa è la brutta (o bella) notizia. Quella buona (o buona, perché neutrale) è che non siete in ritardo per fare gli auguri di buon natale. Avete ancora parecchi giorni di tempo.
Ma no, dai, non prendetela male. Certo, se speri che una cosa duri un giorno soltanto e invece scopri che ne dura dodici è seccante. Ma anche dodici giorni passano in fretta, no?
Perciò coraggio e sangue freddo: ce la potete fare!
Dimenticavo... BUON NATALE!!! :-)
Io invece sono una di quelle persone irritanti che il Natale l'hanno sempre amato, anche per le contraddizioni che porta con sé, anche per i suoi lati d'ombra. È un tempo fuori dal tempo, che spezza i ritmi del quotidiano, e a me piacciono le cose che escono fuori dall'ordinario.
Mi piace tutto del Natale. Mi piace l'albero, mi piace il presepe, mi piacciono le lucine e i pacchetti infiocchettati, mi piacciono le canzoni, mi piacciono le abbondanti libagioni (la rima è involontaria), mi piacciono le fiabe, mi piace il suo eccesso, mi piace quando è esagerato. Penso che il Natale debba essere esagerato. Le tradizioni più antiche lo vogliono così, l'esagerazione dev'essere propiziatoria per l'anno nuovo. La semplicità non è una sua caratteristica, è qualcosa che è apparsa solo di recente e che fatica a prendere piede. Il Natale è materiale e spirituale assieme, non gli si può chiedere di essere solo una delle due cose. Non sarebbe più Natale.
Anche l'ipocrisia natalizia ci sta. Si tratta di una festa che ha due risvolti, uno intimo e uno pubblico. Quello intimo ce lo possiamo vivere come ci pare, ma quello pubblico ci impone una certa facciata. Insomma, non è bello andare in giro a mandare a quel paese tutti quelli che ci sono antipatici o non ci piacciono. È così tutti i giorni, ma a Natale lo sentiamo di più perché crediamo di dover essere più sinceri che in altri periodi dell'anno. E invece no, non è possibile esserlo, sarebbe assurdo pretenderlo. Vorrebbe davvero dire mettersi a litigare con un mucchio di gente, vi pare? Perché per qual motivo mai uno che mi è stato cordialmente antipatico per tutto l'anno dovrebbe diventarmi improvvisamente simpatico solo a Natale, anche se mi fa gli auguri? E viceversa, naturalmente: non pensiamo che siano solo gli altri a essere antipatici, anche noi potremmo essere per alcuni quelli “insopportabili e ipocriti”. Per cui vedete che non è proprio il caso di dare il via libera alla sincerità spinta, perché potrebbe venirne fuori un mucchio di guai.
Io sono sempre stata decisa a godermi il Natale a tutti i costi, anche trovandomi tra gente che il Natale lo detesta con tutta l'anima.
Anche a costo di risultare irritante e detestabile quanto il Natale stesso.
Infatti sto per scrivere qualcosa che irriterà molto chi detesta il Natale (ma forse anche chi lo ama, perché non mi faccio mancare mai niente).
E così dicendo, mi tocca spiegare perché ho scelto il titolo di cui sopra. Dodecamerone è una parola che deriva dal greco e che significa “dodici giorni”. Facile: se “Decamerone” (di Boccaccio) indica un periodo di dieci giorni e “Pentamerone” (di Giambattista Basile) ne indica uno di cinque, “Dodecamerone” vorrà giustamente indicarne uno di dodici.
Che dodici giorni?, direte voi. Ma quelli del Natale, ovvio. Il periodo che va dal 25 dicembre al 6 gennaio: i famosi dodici giorni di Natale. Avete presente quella commedia di Shakespeare che s'intitola “La dodicesima notte”? Be', quell'opera si chiama così proprio perché venne rappresentata per la prima volta il 6 gennaio, ovvero la dodicesima notte di Natale.
Ma che c'entra?, incalzerete voi, Natale c'è stato il 25, poi il 6 c'è l'Epifania e al massimo nel mezzo c'è Capodanno. Eh, no. Anche se da calendario sembrano tre festività distinte, in realtà sono esattamente la stessa. Ovvero una serie ininterrotta di dodici giorni natalizi. Una vera pacchia per quelli come me... però... ecco, se siete già lì a tirare un sospiro di sollievo solo perché è il 26 dicembre e a pensare “per fortuna Natale è ormai passato!” devo proprio darvi una delusione: in realtà è appena cominciato.
Questa è la brutta (o bella) notizia. Quella buona (o buona, perché neutrale) è che non siete in ritardo per fare gli auguri di buon natale. Avete ancora parecchi giorni di tempo.
Ma no, dai, non prendetela male. Certo, se speri che una cosa duri un giorno soltanto e invece scopri che ne dura dodici è seccante. Ma anche dodici giorni passano in fretta, no?
Perciò coraggio e sangue freddo: ce la potete fare!
Dimenticavo... BUON NATALE!!! :-)
venerdì 26 luglio 2013
Ricercatori anonimi...
mercoledì 9 gennaio 2013
Neovocabolario
Il vocabolario è una struttura mobile, come ho già detto un'altra volta. La lingua si evolve con la gente, e ciò che un tempo significava una cosa adesso ne significa un'altra. Frequentando i social network ho colto alcuni termini frequenti, che vado ad elencare.
PS: si prega, nel leggere il sottostante articolo, di tener conto del suo fine umoristico (che non vuol dire del suo fine umorismo...).
Anima candida: chiunque ci faccia notare che forse stiamo usando un linguaggio (verbale o per immagini) troppo pesante e/o inopportuno.
Apotropaico: termine mutuato dall'antropologia, secondo la quale indica qualunque oggetto, atto, iscrizione, formula eccetera che serva ad allontanare e distruggere effetti malefici. Ovvero, fare le corna o toccarsi i gioielli di famiglia.
Bigotto (abbreviato in big8): tecnicamente chi ostenta grande religiosità, ma soprattutto per quanto riguarda l'esteriorità del culto. Questo termine viene spesso usato dai bigotti per apostrofare chi li considera tali.
Buonista: inguaribile ottimista che pensa che la gente sia buona, e non quella massa di immondi delinquenti che in realtà è. Soprattutto se ha caratteristiche diverse da noi.
Femminista: brutta megera pelosa e baffuta che vuole impedire ai maschi sani di sollazzarsi a loro piacimento (ma lo fa solo per invidia, perché lei è una cozza e non se la piglia nessuno).
H: lettera muta che un tempo veniva usata moltissimo per certe declinazioni del verbo avere (es.: io ho, tu hai, egli ha), però adesso è passata completamente di moda. Perlomeno secondo l'utente medio di facebook. Da qui l'espressione "non capirci un'H!"
Ipocrita: questo termine è di modissima e lo si può usare in mille e ancor mille occasioni. Perfino Enzo e Carla lo consiglierebbero abbinato su tutto, come il total black o l'off-white... la parola deriva dal greco e significa “attore”. Quindi per traslato indica chiunque si comporti in maniera falsa simulando caratteristiche non proprie, in particolare chi finge buoni sentimenti senza però provarli davvero. Ma questo non importa, perché ormai con questo lemma è possibile apostrofare praticamente chiunque non sia d'accordo con noi. “Non ti piace il marzapane? Sei solo un ipocrita.” “E che c'entra?” “C'entra, c'entra! Lo so io, se c'entra!” (ricordo ai cari lettori che si scrive c'entra, con l'apostrofo, e non centra, senza).
Moralista (più comunemente falso m.): chiunque voglia impedirci di farci gli affaracci nostri. Simile a femminista, ma declinabile anche al maschile.
Professionale: se uno accetta di lavorare per me presto, bene e gratis (o quasi) è professionale. Altrimenti è un buffone dilettante.
Put*tana: deriva dal latino “pŭtidum”, ovvero “puzzolente, sporco, putrido”. Termine generico usato per insultare le donne in generale, e in particolare quelle che non ci stanno. Esempio: “Posso scoparti fino a farti gridare aiuto?” “No!” “Put*tana!”
PS: si prega, nel leggere il sottostante articolo, di tener conto del suo fine umoristico (che non vuol dire del suo fine umorismo...).
Anima candida: chiunque ci faccia notare che forse stiamo usando un linguaggio (verbale o per immagini) troppo pesante e/o inopportuno.
Apotropaico: termine mutuato dall'antropologia, secondo la quale indica qualunque oggetto, atto, iscrizione, formula eccetera che serva ad allontanare e distruggere effetti malefici. Ovvero, fare le corna o toccarsi i gioielli di famiglia.
Bigotto (abbreviato in big8): tecnicamente chi ostenta grande religiosità, ma soprattutto per quanto riguarda l'esteriorità del culto. Questo termine viene spesso usato dai bigotti per apostrofare chi li considera tali.
Buonista: inguaribile ottimista che pensa che la gente sia buona, e non quella massa di immondi delinquenti che in realtà è. Soprattutto se ha caratteristiche diverse da noi.
Femminista: brutta megera pelosa e baffuta che vuole impedire ai maschi sani di sollazzarsi a loro piacimento (ma lo fa solo per invidia, perché lei è una cozza e non se la piglia nessuno).
H: lettera muta che un tempo veniva usata moltissimo per certe declinazioni del verbo avere (es.: io ho, tu hai, egli ha), però adesso è passata completamente di moda. Perlomeno secondo l'utente medio di facebook. Da qui l'espressione "non capirci un'H!"
Ipocrita: questo termine è di modissima e lo si può usare in mille e ancor mille occasioni. Perfino Enzo e Carla lo consiglierebbero abbinato su tutto, come il total black o l'off-white... la parola deriva dal greco e significa “attore”. Quindi per traslato indica chiunque si comporti in maniera falsa simulando caratteristiche non proprie, in particolare chi finge buoni sentimenti senza però provarli davvero. Ma questo non importa, perché ormai con questo lemma è possibile apostrofare praticamente chiunque non sia d'accordo con noi. “Non ti piace il marzapane? Sei solo un ipocrita.” “E che c'entra?” “C'entra, c'entra! Lo so io, se c'entra!” (ricordo ai cari lettori che si scrive c'entra, con l'apostrofo, e non centra, senza).
Moralista (più comunemente falso m.): chiunque voglia impedirci di farci gli affaracci nostri. Simile a femminista, ma declinabile anche al maschile.
Professionale: se uno accetta di lavorare per me presto, bene e gratis (o quasi) è professionale. Altrimenti è un buffone dilettante.
Put*tana: deriva dal latino “pŭtidum”, ovvero “puzzolente, sporco, putrido”. Termine generico usato per insultare le donne in generale, e in particolare quelle che non ci stanno. Esempio: “Posso scoparti fino a farti gridare aiuto?” “No!” “Put*tana!”
giovedì 20 dicembre 2012
La parola del giorno è... MASOCHISMO
Quest'oggi affrontiamo una parola in tema con lo spirito natalizio, una parola che riscalda i cuori e tormenta i fegati. La parola è "masochismo".
Masochismo s.m.: tendenza a trarre piacere, sessuale e non, dalla propria sofferenza e/o umiliazione, che può essere autoinflitta oppure provocata dal partner. Per traslato, inclinazione a cacciarsi quasi con soddisfazione in situazioni umilianti, fastidiose, scomode, faticose, detestabili o tutte queste cose insieme. Il termine trae origine non da un altro termine più antico, bensì da un personaggio: Leopold von Sacher-Masoch. Chi era costui? Non era certo il masochista più famoso del mondo, come sareste erroneamente portati a credere. Be', forse un po' masochista lo era. Perché era uno scrittore. Ora, non è che perché uno diventa scrittore automaticamente s'infila nella schiera dei masochisti, perché se così fosse non si spiegherebbe un mucchio di gente che scrive, pubblica e fa un mucchio di soldi senza essere masochista. In certi casi masochista è chi li legge, ma oggi non mi va di parlare di Bruno Vespa, quindi lasciamo stare questo discorso.
Dicevo, Leopold von Sacher-Masoch era uno scrittore austriaco, nato nel 1836 e morto nel 1895, che si era prefissato un compito irrealizzabile. Forse neppure Bruno Vespa con tutti i suoi ammanicamenti ci sarebbe riuscito. Il nostro amico Leo voleva realizzare un'opera letteraria iperbolica in cui narrare tutti, ma proprio tutti, gli aspetti delle relazioni umane. Quest'opera mastodontica, probabilmente ispirata alla Commedia Umana di Balzac, doveva intitolarsi “L'eredità di Caino”. Lui l'aveva pensata divisa in sei grandi temi: Amore, Proprietà, Denaro, Stato, Guerra e Morte. Ogni tema doveva raccogliere sei romanzi, per un totale di trentasei volumi. Uso l'imperfetto, perché naturalmente il buon Leo non è riuscito a realizzare l'impresa. E chi ci sarebbe riuscito, a parte Bruno Vespa? Di fatto, riuscì a completare solo le prime due sezioni, ed è già tanto. Della prima sezione, “Amore”, fa parte un libro che in seguito è divenuto il suo più famoso, ovvero “Venere in pelliccia”. È il quinto, per l'esattezza, della sezione sull'amore. E anche quello che ha fatto nascere il termine “masochismo”.
In questa storia, un classico della narrativa erotica (che pare sia autobiografica ma qui lo dico e qui lo nego), il protagonista, Severin, s'innamora della bella Wanda e firma con lei un patto che lo rende letteralmente schiavo della donna. Schiavo non solo per i giochetti erotici, ma in tutto e per tutto. Lui è così obnubilato dall'amore, e la cosa avviene in maniera tanto graduale, che il povero Severin non può e non vuole sottrarsi all'influenza della sua dominatrice. La storia finisce con la bella Wanda che si stufa e si mette con un uomo dotato di più nerbo. Il messaggio che il romanzo... o meglio, il protagonista del romanzo, vuole trasmettere è che l'amore dura poco, un istante di passione romantica, poi non sarà altro che un continuo tentativo di sopraffazione di un coniuge sull'altro. Perché uomini e donne sono nemici naturali e possono ritrovarsi uniti solo nella fugace occasione dell'innamoramento, poi torneranno nemici. La vicinanza, la complicità e la comprensione reciproca sono impossibili. Questo secondo Severin perché, ci tengo a precisarlo, si tratta di uno degli aspetti variegati dell'amore, non della teoria sull'amore.
“Caro mio”, dice Severin a un suo amico, “in una coppia il primo che cede è fregato. L'altro, quello più svelto e meno coinvolto, se ne approfitterà subito mettendogli i piedi in testa.”
No, in realtà dice così: “Il potere della donna sta nella passione dell'uomo, e lei sa come usarlo, se lui non comprende se stesso. Un uomo ha una sola scelta: essere il tiranno oppure lo schiavo della donna. Non appena cede, si troverà col collo sotto il giogo, e la sferza gli si avventerà immediatamente contro.”
Insomma, un discorso ottimista sull'amore. “Prendi una donna, trattala male” eccetera eccetera...
E da questo romanzo prende nome, appunto, il masochismo. Che poi, Leopold non si chiamava Masoch, ma Sacher-Masoch... se avessero scelto la prima parte del cognome a quest'ora mangiarsi una sacher sarebbe molto più problematico. Anche Nanni Moretti a quest'ora avrebbe problemi.
Va detto che Leopold Sacher-Masoch era uno scrittore intelligente, arguto, spiritoso, sostenitore della tolleranza e dei diritti delle donne. Ed è un vero peccato che il suo nome ora sia associato solamente a certe pratiche erotiche, o a certi modi d'essere autolesionisti.
Ed è un peccato che il suo nome venga associato a gente a dir poco imbarazzante.
Per esempio, questo signore qui, questo del link. Quello che oggi ha spiazzato mezza rete con quest'articolo in cui sostiene che le donne vittime di violenza un po' se la cercano perché... com'è che dice? “...le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.” E insomma, non lavano, non stirano, non puliscono il culo ai loro uomini. Pretendono di essere autonome, non ubbidiscono, vanno in giro mezze nude. Ekkekkazzo, alla fine pure il padrone più liberale ci può perdere la pazienza...
Ecco, uno così che scrive scempiaggini così, sapendo di finire nell'occhio del ciclone, sapendo che molta gente lo odierà per questo, ma che soprattutto ci farà una gran brutta figura color marrone... e come vuoi definirlo se non masochista?
Con tutto il rispetto per Sacher-Masoch, che invece era un bravo scrittore.
Masochismo s.m.: tendenza a trarre piacere, sessuale e non, dalla propria sofferenza e/o umiliazione, che può essere autoinflitta oppure provocata dal partner. Per traslato, inclinazione a cacciarsi quasi con soddisfazione in situazioni umilianti, fastidiose, scomode, faticose, detestabili o tutte queste cose insieme. Il termine trae origine non da un altro termine più antico, bensì da un personaggio: Leopold von Sacher-Masoch. Chi era costui? Non era certo il masochista più famoso del mondo, come sareste erroneamente portati a credere. Be', forse un po' masochista lo era. Perché era uno scrittore. Ora, non è che perché uno diventa scrittore automaticamente s'infila nella schiera dei masochisti, perché se così fosse non si spiegherebbe un mucchio di gente che scrive, pubblica e fa un mucchio di soldi senza essere masochista. In certi casi masochista è chi li legge, ma oggi non mi va di parlare di Bruno Vespa, quindi lasciamo stare questo discorso.
Dicevo, Leopold von Sacher-Masoch era uno scrittore austriaco, nato nel 1836 e morto nel 1895, che si era prefissato un compito irrealizzabile. Forse neppure Bruno Vespa con tutti i suoi ammanicamenti ci sarebbe riuscito. Il nostro amico Leo voleva realizzare un'opera letteraria iperbolica in cui narrare tutti, ma proprio tutti, gli aspetti delle relazioni umane. Quest'opera mastodontica, probabilmente ispirata alla Commedia Umana di Balzac, doveva intitolarsi “L'eredità di Caino”. Lui l'aveva pensata divisa in sei grandi temi: Amore, Proprietà, Denaro, Stato, Guerra e Morte. Ogni tema doveva raccogliere sei romanzi, per un totale di trentasei volumi. Uso l'imperfetto, perché naturalmente il buon Leo non è riuscito a realizzare l'impresa. E chi ci sarebbe riuscito, a parte Bruno Vespa? Di fatto, riuscì a completare solo le prime due sezioni, ed è già tanto. Della prima sezione, “Amore”, fa parte un libro che in seguito è divenuto il suo più famoso, ovvero “Venere in pelliccia”. È il quinto, per l'esattezza, della sezione sull'amore. E anche quello che ha fatto nascere il termine “masochismo”.
In questa storia, un classico della narrativa erotica (che pare sia autobiografica ma qui lo dico e qui lo nego), il protagonista, Severin, s'innamora della bella Wanda e firma con lei un patto che lo rende letteralmente schiavo della donna. Schiavo non solo per i giochetti erotici, ma in tutto e per tutto. Lui è così obnubilato dall'amore, e la cosa avviene in maniera tanto graduale, che il povero Severin non può e non vuole sottrarsi all'influenza della sua dominatrice. La storia finisce con la bella Wanda che si stufa e si mette con un uomo dotato di più nerbo. Il messaggio che il romanzo... o meglio, il protagonista del romanzo, vuole trasmettere è che l'amore dura poco, un istante di passione romantica, poi non sarà altro che un continuo tentativo di sopraffazione di un coniuge sull'altro. Perché uomini e donne sono nemici naturali e possono ritrovarsi uniti solo nella fugace occasione dell'innamoramento, poi torneranno nemici. La vicinanza, la complicità e la comprensione reciproca sono impossibili. Questo secondo Severin perché, ci tengo a precisarlo, si tratta di uno degli aspetti variegati dell'amore, non della teoria sull'amore.
“Caro mio”, dice Severin a un suo amico, “in una coppia il primo che cede è fregato. L'altro, quello più svelto e meno coinvolto, se ne approfitterà subito mettendogli i piedi in testa.”
No, in realtà dice così: “Il potere della donna sta nella passione dell'uomo, e lei sa come usarlo, se lui non comprende se stesso. Un uomo ha una sola scelta: essere il tiranno oppure lo schiavo della donna. Non appena cede, si troverà col collo sotto il giogo, e la sferza gli si avventerà immediatamente contro.”
Insomma, un discorso ottimista sull'amore. “Prendi una donna, trattala male” eccetera eccetera...
E da questo romanzo prende nome, appunto, il masochismo. Che poi, Leopold non si chiamava Masoch, ma Sacher-Masoch... se avessero scelto la prima parte del cognome a quest'ora mangiarsi una sacher sarebbe molto più problematico. Anche Nanni Moretti a quest'ora avrebbe problemi.
Va detto che Leopold Sacher-Masoch era uno scrittore intelligente, arguto, spiritoso, sostenitore della tolleranza e dei diritti delle donne. Ed è un vero peccato che il suo nome ora sia associato solamente a certe pratiche erotiche, o a certi modi d'essere autolesionisti.
Ed è un peccato che il suo nome venga associato a gente a dir poco imbarazzante.
Per esempio, questo signore qui, questo del link. Quello che oggi ha spiazzato mezza rete con quest'articolo in cui sostiene che le donne vittime di violenza un po' se la cercano perché... com'è che dice? “...le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.” E insomma, non lavano, non stirano, non puliscono il culo ai loro uomini. Pretendono di essere autonome, non ubbidiscono, vanno in giro mezze nude. Ekkekkazzo, alla fine pure il padrone più liberale ci può perdere la pazienza...
Ecco, uno così che scrive scempiaggini così, sapendo di finire nell'occhio del ciclone, sapendo che molta gente lo odierà per questo, ma che soprattutto ci farà una gran brutta figura color marrone... e come vuoi definirlo se non masochista?
Con tutto il rispetto per Sacher-Masoch, che invece era un bravo scrittore.
giovedì 15 novembre 2012
La parola di oggi è... FANATISMO
![]() |
| Anch'io da ragazzina ho avuto il mio periodo di fanatismo... |
In questo modo il fanatico non dovrà far altro che dire, pensare o credere solo quel che l'oggetto del suo fanatismo gli ordina di dire, pensare e credere.
Questo perché il fanatico è convinto che l'oggetto del suo fanatismo abbia ragione sempre e comunque, indipendentemente dalla realtà circostante. Se il suo idolo dice che il massimo della vita è pitturarsi i capelli di fucsia e rosso carminio, il fanatico ci crederà e lo farà. Se il suo idolo dice che la cacca caramellata è buona e fa bene e lui dovrebbe mangiarne tanta, il fanatico la mangerà. Se il fanatico ritiene che il suo idolo lo apprezzerà di più se lui si lancia giù da un ponte ballando la mazurca, il fanatico lo farà.
Per lo stesso motivo, il fanatico è convinto di essere assolutamente nel giusto. Anzi, solo lui e quelli che la pensano come lui hanno ragione. Tutti quelli che non la pensano come lui si sbagliano e sono soltanto vermi schifosi. Il che certe volte può diventare molto, molto pericoloso. Soprattutto per i non fanatici, o per i fanatici avversari.
La parola “fanatico” ha origini religiose, significa “invasato da estro divino” e deriva da “fanum”, ovvero “tempio”. Per gli antichi romani erano “fanatici” tutti quelli che professavano culti estranei a quelli romani, questo sta alla base del principio per cui ogni fanatico non si riconosce mai come tale, ma crede che i fanatici siano sempre “gli altri”, ovvero quelli che non la pensano come lui.
Per gli illuministi è fanatico chiunque creda in cose assurde e irrazionali. Per esempio, che Lady Gaga sappia cantare.
Attenzione a non confondere il fanatismo con l'esaltazione e col furore. La prima è uno stato di eccitazione tale da far perdere equilibrio e obiettività e spingere l'individuo a fare qualunque cosa, anche atti violenti, illeciti o autolesionisti. Il furore invece è uno stato di esaltazione che però potrebbe anche portare a compiere cose positive, tipo atti di eroismo o di grande creatività. Potrebbe!
mercoledì 14 novembre 2012
La parola di oggi è... VESPAIO
Ieri mattina in casa mia è scoppiata una piccola bomba. Mi ha telefonato mia madre, assai irritata, dicendo che il vecchio portinaio Anselmo l'aveva chiamata perché era da due mesi che non passavo alla vecchia casa e c'era un mucchio di posta accumulata. È stato inutile spiegarle che ormai lì m'arriva solo pubblicità: mamma era irremovibile nel suo fiero furore. E deve aver anche diffuso la voce, perché dopo di lei hanno chiamato anche papà, la Vale e l'inossidabile zia Ramona. Il messaggio per me era sempre lo stesso: che sono una sciattona disattenta, che non porto rispetto per gli altri e per me stessa, che non mi curo delle cose pratiche della vita, che prendo tutto sottogamba e per questo farò una brutta fine, e blablablà.
Così ieri m'è toccato andare alla casa vecchia a ritirare la posta vecchia.
“Però Anselmo il tuo numero ce l'ha”, ha commentato G mentre uscivo, “Non poteva chiamare direttamente te? Che bisogno aveva di telefonare a tua mamma sollevando tutto 'sto vespaio?”
Eh, già. Che bisogno ne aveva?
D'accordo che con lei è sempre andato più d'accordo che con me, però... che vespaio inutile!
Come quella volta che zia Ramona credeva d'avermi vista in Piazza Duomo. Sosteneva che m'aveva salutata e che io l'avevo guardata e avevo tirato dritto senza ricambiare il saluto. Perciò s'era offesa con me. Ma invece di chiamarmi e dirmelo aveva telefonato ai miei per dir loro che figlia maleducata avevano, e blablabà. E i miei mi avevano chiamato per lamentarsi a loro volta, e che vergogna ero per la famiglia, e dovevano sempre (sempre???) sentire lamentele sul mio conto, e nel giro di poche ore lo sapevano già tutti i parenti, i collaterali e gli affini e blablabà.
E poi era venuto fuori che zia Ramona quel giorno s'era scordata gli occhiali, e che quella che aveva visto non ero io ma solo una che mi somigliava, anche perché io in Piazza Duomo non ci passavo da un mese e non possedevo il cappotto color melanzana che lei diceva d'avermi visto indosso.
Ma questo è irrilevante, il punto è che se aveva qualcosa da ridire poteva riferirlo direttamente a me, senza suscitare un vespaio inutile.
Ma cos'è, quindi, un vespaio?
Bruno Vespa non c'entra, incredibile a dirsi.
Un vespaio, come dice la parola stessa, è un nido di vespe.
Cosa succede quando si solleva, si stuzzica, si agita un nido di vespe? Che le vespe s'arrabbiano, giustamente, e poi cominciano a ronzare e a pungere il loro tormentatore.
Quindi “sollevare/stuzzicare/suscitare un vespaio” significa “causare proteste, critiche, complicazioni e simili”. Far sì che gli altri si arrabbino e/o si lamentino parecchio, cioè.
Certe volte suscitare un vespaio attorno a un argomento, un avvenimento, è utile a far sì che la gente non lo trascuri, non lo sottovaluti.
A volte un vespaio serve a distrarre l'attenzione da qualcosa che si preferisce venga ignorato. Per esempio, se io voglio che tu non presti attenzione al fatto A, allora suscito un vespaio sul fatto B, così tu pensi solo al fatto B e ti dimentichi del fatto A.
Ma generalmente, nella vita di tutti i giorni, un vespaio viene sollevato solo per fare polemica, per attirare clamore, per mettersi al centro dell'attenzione. Zia Ramona, per esempio, voleva che tutta la famiglia sapesse quanto si fosse sentita mortalmente offesa. Se avesse parlato solo con me lei non sarebbe più finita sotto i riflettori.
E certa gente proprio non tollera di non stare al centro dell'attenzione.
Comunque alla fine la posta che ho ritirato ieri consisteva in mezzo chilo di volantini pubblicitari. Come volevasi dimostrare!
----- NOTE
Vespaio è anche un termine architettonico, che indica una camera d'aria fatta di materiale poroso che si pone sotto il pavimento allo scopo di isolarlo dal terreno.
sabato 10 novembre 2012
La parola del giorno è... disincantato
Oggi in TV ho sentito una cosa che mi avrebbe fatto saltare dalla sedia, se non fosse stato che ero in piedi.
Una ragazza stava parlando dell'elezione di Obama di quattro anni fa e ha detto: “All'epoca aveva ancora uno sguardo disincantato sul futuro e credeva nella dimensione del sogno.”
Alt, un attimo.
Ma questo non può essere.
Uno o è disincantato o crede nel sogno.
Non è possibile fare entrambe le cose.
Disincantato, è il contrario di incantato (tra l'altro, incantare vuol dire “cantare in versi”, perché in origine maghi e fattucchieri si servivano abbondantemente di canzoni e rime per i loro incantesimi). Uno disincantato è uno che non si fa più illusioni e che ha una visione piuttosto pessimistica della realtà.
Insomma, non è possibile essere pessimisti e anche credere nei sogni.
A meno che non si tratti di incubi...
Una ragazza stava parlando dell'elezione di Obama di quattro anni fa e ha detto: “All'epoca aveva ancora uno sguardo disincantato sul futuro e credeva nella dimensione del sogno.”
Alt, un attimo.
Ma questo non può essere.
Uno o è disincantato o crede nel sogno.
Non è possibile fare entrambe le cose.
Disincantato, è il contrario di incantato (tra l'altro, incantare vuol dire “cantare in versi”, perché in origine maghi e fattucchieri si servivano abbondantemente di canzoni e rime per i loro incantesimi). Uno disincantato è uno che non si fa più illusioni e che ha una visione piuttosto pessimistica della realtà.
Insomma, non è possibile essere pessimisti e anche credere nei sogni.
A meno che non si tratti di incubi...
venerdì 9 novembre 2012
La parola del giorno è... Accademico della Crusca
Accademico della Crusca: s.m., insulto da rivolgere a chi ci fa notare i nostri strafalcioni. All'Accademico della Crusca si può reagire in quattro modi: la giustificazione (“no, ma lo so benissimo che si scrive 'sono andato' e non 'ho andato', solo che mi sono sconfuso!”); la risposta filosofica ("è il pensiero che conta, non la gramattica!"); la negazione (“guarda, che è giusto anche così, 'vada da mamma a dirgli' e 'vado da mamma a dirle' è uguale: sempre da mamma vado!”); l'aggressione offesa (“oh, ma come ti permetti??? guarda che a me l'itagliano non me lo impara nesuno!”). Sinonimi: maestrina dalla penna rossa, secchione, brutto sfigato che non ha una vita propria e per questo va a fare le pulci agli altri facendomi fare una figura di m€#¶@ online, eccetera...
Il termine “Accademico della Crusca” deriva dall'Accademia della Crusca, la nota società per la protezione della lingua italiana fondata a Firenze nel XVI° secolo. La società deve il suo nome proprio al frumento, perché il fine che si pone è quello di separare le parole buone da quelle cattive (ovvero quelle giuste da quelle sbagliate), così come si separa il grano dalla crusca.
Perciò non mi sembra proprio che “Accademico della Crusca” possa essere considerato in insulto, a meno di non essere molto ignoranti e non sapere cosa sia.
Nella foto, Francesco Redi: poeta, intenditore di vini e Accademico della Crusca del XVIII° secolo.
PS: già che parliamo di parole e nomi, vi dò due dritte: Ornette Coleman è un sassofonista free jazz, l'inchiostro per le fotocopie si chiama toner (deriva da “to tone”, virare, modificare, perché modifica i colori di stampa tramite processi chimici), il palazzo celebre di Torino è Palazzo Madama, un vino rosso della Valtellina è il Sassella e l'opera di Rossini con Selim e Fiorilla è Il Turco in Italia.
Io però non v'ho detto nulla!
Il termine “Accademico della Crusca” deriva dall'Accademia della Crusca, la nota società per la protezione della lingua italiana fondata a Firenze nel XVI° secolo. La società deve il suo nome proprio al frumento, perché il fine che si pone è quello di separare le parole buone da quelle cattive (ovvero quelle giuste da quelle sbagliate), così come si separa il grano dalla crusca.
Perciò non mi sembra proprio che “Accademico della Crusca” possa essere considerato in insulto, a meno di non essere molto ignoranti e non sapere cosa sia.
Nella foto, Francesco Redi: poeta, intenditore di vini e Accademico della Crusca del XVIII° secolo.
PS: già che parliamo di parole e nomi, vi dò due dritte: Ornette Coleman è un sassofonista free jazz, l'inchiostro per le fotocopie si chiama toner (deriva da “to tone”, virare, modificare, perché modifica i colori di stampa tramite processi chimici), il palazzo celebre di Torino è Palazzo Madama, un vino rosso della Valtellina è il Sassella e l'opera di Rossini con Selim e Fiorilla è Il Turco in Italia.
Io però non v'ho detto nulla!
martedì 30 ottobre 2012
La parola del giorno è... leit motif
Leit motif s.m.inv. (o anche Leitmotiv) è un termine musicale che deriva dal tedesco leiten, ovvero guidare, dirigere, e motif, ovvero motivo. Significa quindi “motivo conduttore”. In sostanza è un tema melodico ricorrente che viene impiegato, in particolar modo nelle opere di Wagner, per caratterizzare situazioni, personaggi, avvenimenti. Per traslato, indica certi concetti o fatti che si ripetono con costanza.
Quale sarà quindi il mio leit motif quest'oggi? Arrivare in ritardo a tutti gli appuntamenti, temo...
Quale sarà quindi il mio leit motif quest'oggi? Arrivare in ritardo a tutti gli appuntamenti, temo...
sabato 27 ottobre 2012
La parola di oggi è... accanimento
Oggi affrontiamo quattro parole di grande attualità. Eccole.
Accanimento: s.m., atto dell'accanirsi, infierire con ostinazione contro qualcuno o qualcosa. Odio, furia tenace contro qualcuno. [composto di a (inteso come avvicinamento, tendenza verso qualcosa) e cane]
Indulto: s.m., provvedimento con cui, a tutti coloro che si trovano nelle condizioni stabilite, viene condonata in tutto o in parte, o commutata, la pena principale inflitta. [Da tardo latino, indulgere]
Frode: s.f., raggiro diretto a ingannare qualcuno sorprendendone la buona fede. Imbroglio. Truffa. Reato di chi trae in inganno qualcuno per procurarsi un guadagno illecito. Frode fiscale: falsificazione di documenti fiscalmente rilevanti compiuta al fine di evadere le imposte.
Esterrefatto: spaventato, atterrito. Sbalordito, sbigottito. [Da terrère, spaventare, e fàcere, fare]
Accanimento: s.m., atto dell'accanirsi, infierire con ostinazione contro qualcuno o qualcosa. Odio, furia tenace contro qualcuno. [composto di a (inteso come avvicinamento, tendenza verso qualcosa) e cane]
Indulto: s.m., provvedimento con cui, a tutti coloro che si trovano nelle condizioni stabilite, viene condonata in tutto o in parte, o commutata, la pena principale inflitta. [Da tardo latino, indulgere]
Frode: s.f., raggiro diretto a ingannare qualcuno sorprendendone la buona fede. Imbroglio. Truffa. Reato di chi trae in inganno qualcuno per procurarsi un guadagno illecito. Frode fiscale: falsificazione di documenti fiscalmente rilevanti compiuta al fine di evadere le imposte.
Esterrefatto: spaventato, atterrito. Sbalordito, sbigottito. [Da terrère, spaventare, e fàcere, fare]
venerdì 26 ottobre 2012
Sbagliando s'impara...
La nostra è una lingua complicata e insidiosa. Quali sono gli errori più frequenti nella lingua italiana, parlata e scritta? Ecco cos'ha scoperto lo staff della Zanichelli. A sinistra i termini errati, a destra quelli corretti, come indicato.
Errato -------- Corretto
1) accellerare --- accelerare
2) anedottico --- aneddotico
3) appropiato --- appropriato
4) avvallo (garanzia) --- avallo
5) areoporto --- aeroporto
6) atzeco --- azteco
7) càduco --- cadùco
8) Caltanisetta --- Caltanissetta
9) collutazione --- colluttazione
10) colluttorio --- collutorio
11) conoscienza --- conoscenza
12) coscenza --- coscienza
13) eccezzionale --- eccezionale
14) eccheggiare --- echeggiare
15) efficenza --- efficienza
16) egìda --- ègida
17) essicare --- essiccare
18) esterefatto --- esterrefatto
19) evaquazione --- evacuazione
20) ingegniere --- ingegnere
21) Macchiavelli --- Machiavelli
22) mentòre --- mèntore
23) Missisipi --- Mississippi
24) metereologia --- meteorologia
25) peronospera --- peronospora
26) rindondante --- ridondante
27) scenza --- scienza
28) é, cioé --- è, cioè
29) caffé, té --- caffè, tè
30) sè, nè, ventitrè --- sé, né, ventitré
31) perchè, benchè, affinchè --- perché, benché, affinché
32) potè, dovè --- poté, dové
33) egli da --- egli dà
34) egli fà, và, stà --- egli fa, va, sta
35) un di --- un dì
36) si (affermazione) --- sì
37) ré, tré --- re, tre
38) vicere, ventitre --- viceré, ventitré
39) blù, sù --- blu, su
40) rossoblu, lassu --- rossoblù, lassù
41) un pò --- un po'
42) a mò di --- a mo' di
43) qual'è --- qual è
44) un'altro, un'amico, buon'amico --- un altro, un amico, buon amico
45) un altra, un amica, buon amica --- un'altra, un'amica, buon'amica
46) qualcun'altro --- qualcun altro
47) qualcun altra --- qualcun'altra
48) àmaca --- amàca
49) autodròmo --- autòdromo
50) bàule --- baùle
51) bolscèvico --- bolscevìco
52) callifùgo, febbrifùgo --- callìfugo, febbrìfugo
53) io centèllino --- io centellìno
54) codàrdia --- codardìa
55) io dévio --- io devìo
56) èdile --- edìle
57) èdule --- edùle
58) egìda – ègida
59) elettròdo --- elèttrodo
60) eurèka --- èureka
61) Frìuli --- Friùli
62) giàcere --- giacére
63) gomèna --- gòmena
64) ilàre (allegro) --- ìlare
65) ìnfido --- infìdo
66) leccòrina --- leccornìa
67) mòllica --- mollìca
68) mulièbre --- mulìebre
69) Nuòro --- Nùoro
70) persuàdere, dissuàdere --- persuadére, dissuadére
71) pùdico --- pudìco
72) rùbrica --- rubrìca
73) sartìa --- sàrtia
74) termìte (insetto) – tèrmite
75) tràlice --- tralìce
76) ùbbia --- ubbìa
77) che essi vadino, venghino --- che essi vadano, vengano
78) che egli dasse, stasse --- che egli desse, stesse
79) non mi oso di dire --- non oso dire
80) vorrei che tu vieni, venga --- vorrei che tu venissi
81) questo non centra! --- questo non c'entra!
82) inerente il... --- inerente al...
83) glissare il... --- glissare sul...
84) redarre --- redigere
85) un murales --- un murale
86) un silos --- un silo
87) un vigilantes --- un vigilante
88) le speci --- le specie
89) a gratis --- gratis
90) lo àcme --- la àcme
91) percui --- per cui
Errato -------- Corretto
1) accellerare --- accelerare
2) anedottico --- aneddotico
3) appropiato --- appropriato
4) avvallo (garanzia) --- avallo
5) areoporto --- aeroporto
6) atzeco --- azteco
7) càduco --- cadùco
8) Caltanisetta --- Caltanissetta
9) collutazione --- colluttazione
10) colluttorio --- collutorio
11) conoscienza --- conoscenza
12) coscenza --- coscienza
13) eccezzionale --- eccezionale
14) eccheggiare --- echeggiare
15) efficenza --- efficienza
16) egìda --- ègida
17) essicare --- essiccare
18) esterefatto --- esterrefatto
19) evaquazione --- evacuazione
20) ingegniere --- ingegnere
21) Macchiavelli --- Machiavelli
22) mentòre --- mèntore
23) Missisipi --- Mississippi
24) metereologia --- meteorologia
25) peronospera --- peronospora
26) rindondante --- ridondante
27) scenza --- scienza
28) é, cioé --- è, cioè
29) caffé, té --- caffè, tè
30) sè, nè, ventitrè --- sé, né, ventitré
31) perchè, benchè, affinchè --- perché, benché, affinché
32) potè, dovè --- poté, dové
33) egli da --- egli dà
34) egli fà, và, stà --- egli fa, va, sta
35) un di --- un dì
36) si (affermazione) --- sì
37) ré, tré --- re, tre
38) vicere, ventitre --- viceré, ventitré
39) blù, sù --- blu, su
40) rossoblu, lassu --- rossoblù, lassù
41) un pò --- un po'
42) a mò di --- a mo' di
43) qual'è --- qual è
44) un'altro, un'amico, buon'amico --- un altro, un amico, buon amico
45) un altra, un amica, buon amica --- un'altra, un'amica, buon'amica
46) qualcun'altro --- qualcun altro
47) qualcun altra --- qualcun'altra
48) àmaca --- amàca
49) autodròmo --- autòdromo
50) bàule --- baùle
51) bolscèvico --- bolscevìco
52) callifùgo, febbrifùgo --- callìfugo, febbrìfugo
53) io centèllino --- io centellìno
54) codàrdia --- codardìa
55) io dévio --- io devìo
56) èdile --- edìle
57) èdule --- edùle
58) egìda – ègida
59) elettròdo --- elèttrodo
60) eurèka --- èureka
61) Frìuli --- Friùli
62) giàcere --- giacére
63) gomèna --- gòmena
64) ilàre (allegro) --- ìlare
65) ìnfido --- infìdo
66) leccòrina --- leccornìa
67) mòllica --- mollìca
68) mulièbre --- mulìebre
69) Nuòro --- Nùoro
70) persuàdere, dissuàdere --- persuadére, dissuadére
71) pùdico --- pudìco
72) rùbrica --- rubrìca
73) sartìa --- sàrtia
74) termìte (insetto) – tèrmite
75) tràlice --- tralìce
76) ùbbia --- ubbìa
77) che essi vadino, venghino --- che essi vadano, vengano
78) che egli dasse, stasse --- che egli desse, stesse
79) non mi oso di dire --- non oso dire
80) vorrei che tu vieni, venga --- vorrei che tu venissi
81) questo non centra! --- questo non c'entra!
82) inerente il... --- inerente al...
83) glissare il... --- glissare sul...
84) redarre --- redigere
85) un murales --- un murale
86) un silos --- un silo
87) un vigilantes --- un vigilante
88) le speci --- le specie
89) a gratis --- gratis
90) lo àcme --- la àcme
91) percui --- per cui
La lingua è mobile...
La lingua è una cosa meravigliosa. Non mi riferisco all'organo che abbiamo in bocca, che pure è meraviglioso, bensì alla sua funzione lessicale, grazie alla quale siamo, o dovremmo essere, in grado di comunicare con i nostri simili. La lingua non è un monolito immutabile e rigido. Somiglia più a un ruscello spumeggiante e mutevole, e come un ruscello la lingua cambia nel tempo, a volte prosciugandosi e riducendosi ai minimi termini, altre volte straripando d'acqua, lemmi e fonemi. Un termine che ieri aveva un significato oggi ne ha un altro, uno che adesso è in voga domani sarà vetusto e desueto. In tutto questo fermento di vocaboli ed espressioni, ce ne sono alcune che mi lasciano veramente di stucco. Come questa che ho sentito giorni fa (solo la prima battuta, che rispondeva alla domanda “Che lavoro fai?”) che mi ha ispirato la conseguente battuta cretina.
Minivocabolario:
Monolito: Grosso blocco roccioso in un unico pezzo. In senso figurato indica qualcosa di compatto e privo di fratture o divisioni.
Lemma: Vocabolo registrato in un dizionario o in un'enciclopedia, stampato in grassetto e posto a inizio della voce. Sinonimi: tema, argomento, subject.
Fonema: Unità minima distintiva di suono nell'ambito di una lingua particolare che consente, da sola o in combinazione con altre, di formare significati e di fare una distinzione tra essi.
In voga: Modo di dire abbastanza desueto (vedi più in basso) che indica ciò che gode di favore, successo, popolarità presso il pubblico. Sinonimi attuali “trendy, fashion, una roba che spakka”.
Vetusto: Che è molto antico e ispira sentimenti di stima, venerazione, rispetto. Oppure semplicemente superato, arretrato, in stato di degrado. Vecchio.
Desueto: Non più in uso.
Fermento: Agitazione, subbuglio.
Food: Il settore alimentare, nella grande distribuzione.
Bibliografia consigliata: Lo Zingarelli, Vocabolario della Lingua Italiana
Minivocabolario:
Monolito: Grosso blocco roccioso in un unico pezzo. In senso figurato indica qualcosa di compatto e privo di fratture o divisioni.
Lemma: Vocabolo registrato in un dizionario o in un'enciclopedia, stampato in grassetto e posto a inizio della voce. Sinonimi: tema, argomento, subject.
Fonema: Unità minima distintiva di suono nell'ambito di una lingua particolare che consente, da sola o in combinazione con altre, di formare significati e di fare una distinzione tra essi.
In voga: Modo di dire abbastanza desueto (vedi più in basso) che indica ciò che gode di favore, successo, popolarità presso il pubblico. Sinonimi attuali “trendy, fashion, una roba che spakka”.
Vetusto: Che è molto antico e ispira sentimenti di stima, venerazione, rispetto. Oppure semplicemente superato, arretrato, in stato di degrado. Vecchio.
Desueto: Non più in uso.
Fermento: Agitazione, subbuglio.
Food: Il settore alimentare, nella grande distribuzione.
Bibliografia consigliata: Lo Zingarelli, Vocabolario della Lingua Italiana
sabato 15 settembre 2012
La parola di oggi è...
La parola di oggi è fourreau.
Che vor di'?, vi chiederete voi.
È una parola francese (ma va) che significa "guaina, fodero, abito aderente, tubino".
Perché ve lo dico?
Per farvi credere che questo blog parli veramente di moda.
E perché tanto questa è una parola che il prossimo inverno incontreremo spesso, quindi tanto vale sapere cos'è...
Che vor di'?, vi chiederete voi.
È una parola francese (ma va) che significa "guaina, fodero, abito aderente, tubino".
Perché ve lo dico?
Per farvi credere che questo blog parli veramente di moda.
E perché tanto questa è una parola che il prossimo inverno incontreremo spesso, quindi tanto vale sapere cos'è...
lunedì 20 agosto 2012
Alice a quel paese
Alice (s.f): deriva dal greco halikón, che significa “sale”. Sinonimo di acciuga. L'acciuga è un piccolo pesce commestibile dal corpo argenteo e affusolato che vive in banchi nei mari temperati. Il nome proprio Alice, invece, deriva da alyké (sempre greco) e significa “marina”. Vedete quindi che sono due parole differenti e capite come sia facile far saltare i nervi alle nostre amiche Alice facendo continuamente stupidi giochi di parole a base di pesciolini argentei e affusolati (e Paesi delle Meraviglie, aggiungerei). Già che ci siamo, ricordo che Alice festeggia l'onomastico il 13 giugno. Il compleanno non lo so.
Perché parlo di alici? Perché sono le protagoniste della ricettina di oggi, ovvero:
Alici all'origano
Ingredienti (x 2)
Due vaschette di alici pulite (ehm...)
Olio qb
Aceto bianco qb
Vino bianco qb
Aglio qb
Sale qb
Origano (mi pare ovvio)
Trattasi di ricetta tradizionale napoletana rielaborata dalla mia famiglia. Lo dico per i miei amici snob convinti che una cosa del genere non esista...
1) La ricetta in sé è di facile realizzazione. La parte seccante è la pulitura delle alici. È un'operazione snervante che vi procurerà un gran mal di schiena e vi farà sentire come Lady Macbeth dopo l'assassinio del re, quando si lamenta di avere le mani insanguinate, oppure come una versione ittica di Jack lo Squartatore, a scelta.
2) Per questo farete come me, che mi son creduta furba, e acquisterete al supermercato le alici già pulite.
3) Due vaschette, e poi vi spiego perché.
4) Preparate la padella sul fornello con dentro un filo d'olio, aprite le vaschette delle alici e pensate che tra un quarto d'ora avrete già finito.
5) E sbagliate, perché le bestiacce sono, sì, decapitate ed eviscerate, ma hanno ancora le spine e quelle vanno levate.
6) Vi chiedete come abbiano fatto a decapitare ed eviscerare le alici senza anche togliere le spine (io non ci riuscirei neanche volendo) e vi accingete all'infame operazione di pulitura. È evidente che la vostra idea di preparare una pietanza in fretta è andata a farsi benedire.
7) Mentre pulite le alici i gatti si radunano ai vostri piedi con aria supplice e i loro patetici miagolii vi ispirano compassione (vedi).
8) Decidete di dare un paio di acciughine a ogni gatto. Così, tanto come contentino.
9) I gatti apprezzano leccandosi i baffi fino alla cima delle orecchie e voi vi commuovete.
10) Date qualche altra acciuga cruda ai gatti.
11) I gatti si rileccano i baffi e voi vi accorgete che gli avete dato troppe acciughe per uno spuntino, tanto vale quindi trasformare la merenda in pranzo. Perciò servite ulteriori alici nelle ciotole.
12) Vi fermate appena in tempo, quando vi rendete conto che state dando ai gatti tutta la vostra cena.
13) Visto perché le vaschette dovevano essere non meno di due?
14) Continuate a pulire le alici e a disporle nella padella, pensando che probabilmente le vostre mani puzzeranno di pesce per i secoli a venire.
15) Vi lavate le mani e lanciate un accidente a quello che ha scritto “alici pulite” sulle vaschette, inducendovi a credere che il lavoraccio l'avesse fatto tutto lui.
16) Accendete il fuoco sotto la padella e versate sulle vostre alici aceto bianco e vino bianco (fermo e secco, che non vi venga in mente d'usare lo spumante amabile) in parti uguali (senza esagerare, diciamo poco meno di mezzo bicchiere di ciascuno).
17) Vi vengono in mente tutti i vostri amici che hanno idee romantiche sulle alici che andrebbero mangiate solo marinate al limone, se freschissime, o semmai fritte, per “sentire il profumo del mare”. Sì, quegli amici che inorridiscono all'idea di cucinarle nell'aceto. “Polentoni!”, pensate scrollando le spalle e sorvolando sul fatto che siete mezzi polentoni pure voi.
18) Intanto tritate finemente uno spicchio d'aglio. Anche due, se vi va.
19) Visto? Ora le vostre dita non sapranno più di pesce, ma di aglio per i secoli a venire.
20) Versate l'aglio sulle vostre alici.
21) Mescolate (questo dovevate farlo anche prima, m'ero dimenticata di dirvelo).
22) Aggiustate di sale. Perché il termine esatto non è “salare”, ma “aggiustare di sale”. Gli alimenti sono già salati di loro, quando aggiungiamo il sale stiamo solo aggiustando il livello per portarlo al nostro gusto. Peccato che non sia possibile aggiustare di sale a levare, per certe cose sarebbe l'ideale...
23) Aggiungete abbondante origano. E quando dico abbondante intendo abbondante. Non un pizzico, non un cucchiaino da tè. Di più, molto di più. Almeno una manciata, ecco.
24) Lasciate cuocere mescolando di tanto in tanto finché il brodino non si prosciuga del tutto o quasi.
25) Ok, volete proprio un tempo? Facciamo 15 minuti, ma stateci dietro perché potrei aver sbagliato.
26) Pronto. A questo punto potete mangiare tutte le vostre alici calde o fredde, accompagnate col pane o meno.
27) Be'... tutte meno quelle che avete dato ai gatti, ovvio...
Perché parlo di alici? Perché sono le protagoniste della ricettina di oggi, ovvero:
Alici all'origano
Ingredienti (x 2)
Due vaschette di alici pulite (ehm...)
Olio qb
Aceto bianco qb
Vino bianco qb
Aglio qb
Sale qb
Origano (mi pare ovvio)
Trattasi di ricetta tradizionale napoletana rielaborata dalla mia famiglia. Lo dico per i miei amici snob convinti che una cosa del genere non esista...
1) La ricetta in sé è di facile realizzazione. La parte seccante è la pulitura delle alici. È un'operazione snervante che vi procurerà un gran mal di schiena e vi farà sentire come Lady Macbeth dopo l'assassinio del re, quando si lamenta di avere le mani insanguinate, oppure come una versione ittica di Jack lo Squartatore, a scelta.
2) Per questo farete come me, che mi son creduta furba, e acquisterete al supermercato le alici già pulite.3) Due vaschette, e poi vi spiego perché.
4) Preparate la padella sul fornello con dentro un filo d'olio, aprite le vaschette delle alici e pensate che tra un quarto d'ora avrete già finito.
5) E sbagliate, perché le bestiacce sono, sì, decapitate ed eviscerate, ma hanno ancora le spine e quelle vanno levate.
6) Vi chiedete come abbiano fatto a decapitare ed eviscerare le alici senza anche togliere le spine (io non ci riuscirei neanche volendo) e vi accingete all'infame operazione di pulitura. È evidente che la vostra idea di preparare una pietanza in fretta è andata a farsi benedire.7) Mentre pulite le alici i gatti si radunano ai vostri piedi con aria supplice e i loro patetici miagolii vi ispirano compassione (vedi).
8) Decidete di dare un paio di acciughine a ogni gatto. Così, tanto come contentino.
9) I gatti apprezzano leccandosi i baffi fino alla cima delle orecchie e voi vi commuovete.
10) Date qualche altra acciuga cruda ai gatti.
11) I gatti si rileccano i baffi e voi vi accorgete che gli avete dato troppe acciughe per uno spuntino, tanto vale quindi trasformare la merenda in pranzo. Perciò servite ulteriori alici nelle ciotole.12) Vi fermate appena in tempo, quando vi rendete conto che state dando ai gatti tutta la vostra cena.
13) Visto perché le vaschette dovevano essere non meno di due?
14) Continuate a pulire le alici e a disporle nella padella, pensando che probabilmente le vostre mani puzzeranno di pesce per i secoli a venire.
15) Vi lavate le mani e lanciate un accidente a quello che ha scritto “alici pulite” sulle vaschette, inducendovi a credere che il lavoraccio l'avesse fatto tutto lui.
16) Accendete il fuoco sotto la padella e versate sulle vostre alici aceto bianco e vino bianco (fermo e secco, che non vi venga in mente d'usare lo spumante amabile) in parti uguali (senza esagerare, diciamo poco meno di mezzo bicchiere di ciascuno).17) Vi vengono in mente tutti i vostri amici che hanno idee romantiche sulle alici che andrebbero mangiate solo marinate al limone, se freschissime, o semmai fritte, per “sentire il profumo del mare”. Sì, quegli amici che inorridiscono all'idea di cucinarle nell'aceto. “Polentoni!”, pensate scrollando le spalle e sorvolando sul fatto che siete mezzi polentoni pure voi.
18) Intanto tritate finemente uno spicchio d'aglio. Anche due, se vi va.
19) Visto? Ora le vostre dita non sapranno più di pesce, ma di aglio per i secoli a venire.
20) Versate l'aglio sulle vostre alici.
21) Mescolate (questo dovevate farlo anche prima, m'ero dimenticata di dirvelo).
22) Aggiustate di sale. Perché il termine esatto non è “salare”, ma “aggiustare di sale”. Gli alimenti sono già salati di loro, quando aggiungiamo il sale stiamo solo aggiustando il livello per portarlo al nostro gusto. Peccato che non sia possibile aggiustare di sale a levare, per certe cose sarebbe l'ideale...23) Aggiungete abbondante origano. E quando dico abbondante intendo abbondante. Non un pizzico, non un cucchiaino da tè. Di più, molto di più. Almeno una manciata, ecco.
24) Lasciate cuocere mescolando di tanto in tanto finché il brodino non si prosciuga del tutto o quasi.
25) Ok, volete proprio un tempo? Facciamo 15 minuti, ma stateci dietro perché potrei aver sbagliato.
26) Pronto. A questo punto potete mangiare tutte le vostre alici calde o fredde, accompagnate col pane o meno.
27) Be'... tutte meno quelle che avete dato ai gatti, ovvio...
domenica 19 agosto 2012
La parola di oggi è... COMPASSIONE
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| Cozze al pepe |
Insomma, la compassione è la capacità di riconoscersi negli altri e comprenderne il dolore. E quindi cercare di non causarlo, perché provocarlo negli altri vuol dire provocarlo anche in noi stessi.
Quasi tutti proviamo compassione. Sì, lo so, ci sono persone che non provano assolutamente compassione nei confronti di nessuno, ma voglio sperare che si tratti di un'esigua minoranza.
È molto più facile provare compassione per chi ci somiglia, per quelli nei quali ci riconosciamo. Ecco perché la maggior parte della gente prova compassione solo per gli altri esseri umani, o comunque molto più per questi che per qualunque altro essere vivente.
C'è poi chi prova compassione anche per gli animali, perlomeno quelli in cui si rivede di più. Come quando guarda negli occhi un cane o un gatto e pensa “sembra quasi umano”...
Più difficile è provare compassione per chi non ci somiglia per niente. Per esempio, un polpo. I polpi, e la scienza lo dimostra, sono animali intelligentissimi. Eppure così viscidi, con tutti quei tentacoli (otto!), e le ventose... è difficile provare compassione per loro, soprattutto quando la nostra esperienza più diretta con un polpo consiste in un'insalata mista con patate e prezzemolo.
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| Limone (solo per uso alimentare!*) |
Ci sono persone, tra le quali mia zia Ramona, che sono addirittura convinte che le vongole, le cozze e così via siano vegetali, perché si chiamano frutti di mare!
Voi direte “ma le vongole non soffrono, perché non hanno un sistema nervoso”. E con ciò? Anche le piante sono prive di sistema nervoso, ma provate a chiedere a un giardiniere se una pianta sia in grado di soffrire o meno, e poi ne riparliamo.
Le cozze, come le vongole, sono tanto saporite, ma hanno un difetto per gli animi delicati come me e il gatto Trottolino: vanno cucinate vive.
È una brutta sensazione, quando ti soffermi a rifletterci. Perlomeno, per me lo è.
Ecco perché prendo sempre quelle decongelate, che sono già morte: delego a qualcun altro il lavoro sporco, insomma.
E tutto questo, solo per darvi la ricetta più semplice del mondo (che però fa tanto estate!):
Le cozze al pepe, ovvero impepata di cozze
Ingredienti (x 2)
Un chilo di cozze
Pepe
Limoni
Pulite, lavate e raschiate le cozze (occhio alle dita, io stasera mi sono tagliata un pollice). Mettetele in pentola, coprite con l'apposito coperchio (quello della pentola, non quello delle cozze) e cucinate a fuoco basso finché non saranno tutte aperte. Cospargete di abbondante pepe, servite in una zuppiera assieme al limone tagliato a fette (poi ognuno ci mette su quel che vuole). Buon appetito!
*Tengo a precisare la funzione alimentare del limone, perché una volta inserii la fotografia di un tale agrume in un articolo su un giornale per ragazzi e me la fecero togliere, perché il redattore capo affermava che si trattasse di un chiaro esempio di istigazione alla droga...
Tengo anche a precisare che sono perfettamente consapevole del fatto che spruzzare succo di limone sulle cozze fresche vuol dire commettere un crimine gastronomico. Ma qui non si parla di cozze fresche...
sabato 10 dicembre 2011
La parola di oggi è... FRUSTRAZIONE
Frustrazione= sf, stato psichico di depressione causato dalla mancata soddisfazione di un desiderio o di un bisogno.
Frustrare qualcuno è un'arte sottile. Non è lo stesso che rifilare un due di picche. Non è come non dare le alici al gatto. Ma è far desiderare a qualcuno qualcosa, fargliela desiderare molto e sul più bello... zacchete!... negargliela. È più come far annusare le alici al gatto (mi trovo sempre meglio a spiegare le cose usando i gatti come pietra di paragone, non capisco perché...), prepararle per bene, sistemarle nella ciotola e quando Micio è già lì con le bavette alla bocca pronto ad assaporare il prelibato boccone, levargliele all'improvviso. Perfido, vero? Naturalmente a un gatto queste cose non si fanno, ma a un umano?...
A Natale tutti sono più buoni. E chi l'ha detto? Capovolgiamo quest'usanza ormai vetusta (vetusto=agg., molto vecchio). Approfittiamo di questa melensa atmosfera natalizia per essere ancora più carogne del solito. Frustriamo il nostro partner. Si comincia da quelli più vicino a noi e poi, chissà?, passeremo al resto del mondo. Perché simulare un orgasmo solo per farlo felice? Perché far finta di essere contenti di fare l'amore con lei quando in realtà stiamo pensando a quella stangona delle pubblicità di biancheria intima? Basta con questi sotterfugi: diamo libero sfogo alla nostra perfidia più profonda facendo del male a chi ci vuol bene!
Consigli per lui: dieci frasi per frustrare la tua partner.
1) Tesoro, stasera starei volentieri con te per un'indimenticabile notte di sesso... ma purtroppo c'è la quindicesima replica di Crozza Italia e non voglio perdermela!
2) E tagliati quei capelli, che sembri Maga Magò. Come? Torni adesso dal coiffeur? E non si vede mica...
3) No, dai, non mettere quella gonna così corta. In strada ci sono dei bambini, potrebbero spaventarsi...
4) Sì, amore, penso spesso al sesso. Poi guardo te e cambio argomento...
5) A cosa penso quando faccio sesso con te? A qualunque altra cosa, naturalmente, sennò...
6) Come dici? Non facevamo l'amore da sei mesi? Soltanto??? Accidenti, mi sto proprio rammollendo...
7) No, tesoro, non soffro di una disfunzione erettile. Sei proprio tu che non mi piaci!
8) Ma no, non sei troppo truccata, anzi... ti si vede ancora la faccia.
9) Certo che ti faccio le coccole... ma mi ricordi da che parte hai la faccia?
10) Certo, ora vengo a letto con te. Finisco di contare tutte le stelle della Via Lattea e arrivo...
Consigli per lei: dieci frasi per frustrare il tuo partner.
1) No, non ti stavo paragonando a Rocco Siffredi, non lo farei mai. Ti stavo paragonando a Topolino...
2) Hai presente il Deserto del Sahara? È quello che ho tra le gambe dopo i tuoi preliminari...
3) Scusa, tesoro, non trovo più la lente d'ingrandimento...
4) Certo, amore, a chiunque può capitare un momento di defaillance... un momento, però, e a te capita sempre!
5) A cosa penso quando faccio sesso con te? A qualunque altra cosa, naturalmente, sennò... (questa è unisex)
6) Sì... sì... sì... trentasette orizzontale: il verbo dell'incosciente... ancora...
7) Come sarebbe a dire che sei già venuto? Io devo ancora partire...
8) Ammoreeeee??? Mmmmm! Hai impegni per stasera? Nooooo? Allora i piatti li lavi tu, ok?
9) Oh, no! Stasera non posso dartela. Ho lo smalto ancora fresco... da stamattina, sì. E allora?
10) Cos'è quest'odore orrendo? Saranno mica gli avanzi del merluzzo? Ah, no, sono le tue ascelle...
Frustrare qualcuno è un'arte sottile. Non è lo stesso che rifilare un due di picche. Non è come non dare le alici al gatto. Ma è far desiderare a qualcuno qualcosa, fargliela desiderare molto e sul più bello... zacchete!... negargliela. È più come far annusare le alici al gatto (mi trovo sempre meglio a spiegare le cose usando i gatti come pietra di paragone, non capisco perché...), prepararle per bene, sistemarle nella ciotola e quando Micio è già lì con le bavette alla bocca pronto ad assaporare il prelibato boccone, levargliele all'improvviso. Perfido, vero? Naturalmente a un gatto queste cose non si fanno, ma a un umano?...
A Natale tutti sono più buoni. E chi l'ha detto? Capovolgiamo quest'usanza ormai vetusta (vetusto=agg., molto vecchio). Approfittiamo di questa melensa atmosfera natalizia per essere ancora più carogne del solito. Frustriamo il nostro partner. Si comincia da quelli più vicino a noi e poi, chissà?, passeremo al resto del mondo. Perché simulare un orgasmo solo per farlo felice? Perché far finta di essere contenti di fare l'amore con lei quando in realtà stiamo pensando a quella stangona delle pubblicità di biancheria intima? Basta con questi sotterfugi: diamo libero sfogo alla nostra perfidia più profonda facendo del male a chi ci vuol bene!
Consigli per lui: dieci frasi per frustrare la tua partner.
1) Tesoro, stasera starei volentieri con te per un'indimenticabile notte di sesso... ma purtroppo c'è la quindicesima replica di Crozza Italia e non voglio perdermela!
2) E tagliati quei capelli, che sembri Maga Magò. Come? Torni adesso dal coiffeur? E non si vede mica...
3) No, dai, non mettere quella gonna così corta. In strada ci sono dei bambini, potrebbero spaventarsi...
4) Sì, amore, penso spesso al sesso. Poi guardo te e cambio argomento...
5) A cosa penso quando faccio sesso con te? A qualunque altra cosa, naturalmente, sennò...
6) Come dici? Non facevamo l'amore da sei mesi? Soltanto??? Accidenti, mi sto proprio rammollendo...
7) No, tesoro, non soffro di una disfunzione erettile. Sei proprio tu che non mi piaci!
8) Ma no, non sei troppo truccata, anzi... ti si vede ancora la faccia.
9) Certo che ti faccio le coccole... ma mi ricordi da che parte hai la faccia?
10) Certo, ora vengo a letto con te. Finisco di contare tutte le stelle della Via Lattea e arrivo...
Consigli per lei: dieci frasi per frustrare il tuo partner.
1) No, non ti stavo paragonando a Rocco Siffredi, non lo farei mai. Ti stavo paragonando a Topolino...
2) Hai presente il Deserto del Sahara? È quello che ho tra le gambe dopo i tuoi preliminari...
3) Scusa, tesoro, non trovo più la lente d'ingrandimento...
4) Certo, amore, a chiunque può capitare un momento di defaillance... un momento, però, e a te capita sempre!
5) A cosa penso quando faccio sesso con te? A qualunque altra cosa, naturalmente, sennò... (questa è unisex)
6) Sì... sì... sì... trentasette orizzontale: il verbo dell'incosciente... ancora...
7) Come sarebbe a dire che sei già venuto? Io devo ancora partire...
8) Ammoreeeee??? Mmmmm! Hai impegni per stasera? Nooooo? Allora i piatti li lavi tu, ok?
9) Oh, no! Stasera non posso dartela. Ho lo smalto ancora fresco... da stamattina, sì. E allora?
10) Cos'è quest'odore orrendo? Saranno mica gli avanzi del merluzzo? Ah, no, sono le tue ascelle...
domenica 4 dicembre 2011
La parola di oggi è... PRESERVATIVO
Preservativo= sm; sottilissima guaina di gomma (prevalentemente lattice) da indossare sul pene eretto durante l'atto sessuale allo scopo di prevenire gravidanze indesiderate e la diffusione di malattie a trasmissione sessuale, quali la gonorrea, la sifilide e l'HIV. Sinonimi: condom, profilattico, guanto (popolare), goldone (popolare). Termini generici: anticoncezionale, contraccettivo, antifecondativo.
Quanto sia vecchio il preservativo è argomento ancora dibattuto tra gli archeologi. Si sa per certo che in Asia esisteva già prima del XV° secolo A.C., ma probabilmente veniva usato solo dalle classi sociali più abbienti. I preservativi più antichi erano fatti con intestini animali, specialmente di pecora (ma nell'antica Cina li avevano anche di carta di seta), solo con l'arrivo del processo di vulcanizzazione (nel 1844 a opera di Charles Goodyear) si è cominciato a usare la gomma. Il primo preservativo in gomma venne fabbricato nel 1855 ed era piuttosto spesso, grossomodo quanto la camera d'aria di una bicicletta.
Nel XVI° secolo Gabriele Falloppio scrisse un trattato sulla sifilide: è il primo documento scritto che testimonia l'utilizzo del preservativo. Quello descritto da Falloppio è fatto di stoffa intrisa in sostanze chimiche e poi fatta asciugare, e viene consigliato per prevenire la diffusione della sifilide.
Invece il primo documento dove viene testimoniato l'utilizzo del condom come anticoncezionale in Europa risale al 1605, quando il teologo tedesco Leonardus Lessus lo definisce “immorale” nel suo saggio De iustitia et iure. Nel 1666 la Commissione Inglese per la Natalità attribuisce il recente calo delle nascite proprio all'utilizzo del profilattico.
Dal rinascimento in poi il preservativo poteva essere fatto, oltre che di stoffa o di intestini animali, anche di pelle o di cuoio. Giacomo Casanova era solito utilizzarlo come metodo anticoncezionale (dicono che a tale scopo Casanova utilizzasse anche le bucce di limone, ma io personalmente se fossi un maschio non credo che vorrei infilare il pisello in un mezzo limone, per quanto privato della polpa...).
Dal XVIII° secolo il preservativo incontra innumerevoli opposizioni sia in campo politico che religioso. Perché? Perché secondo i suoi detrattori, prevenendo le gravidanze indesiderate e la diffusione delle cosiddette malattie veneree, il preservativo non farebbe altro che incoraggiare la promiscuità sessuale.
All'inizio del XIX° secolo il preservativo veniva per la prima volta proposto alle classi più povere, per facilitare il controllo delle nascite. I primi movimenti femministi di quest'epoca, però, si opponevano al suo uso perché sostenevano che i metodi di controllo delle nascite andassero affidate esclusivamente alle donne e disapprovavano metodi di controllo maschili, qual è appunto il preservativo.
Nell'Ottocento in molti stati il preservativo era illegale e il suo uso veniva scoraggiato. Altre opposizioni sollevate contro il condom erano il prezzo elevato e la facilità con cui si poteva rompere o sfilare. Sigmund Freud era contrario all'uso del profilattico perché sosteneva che il suo utilizzo riducesse l'eccitazione sessuale. Nel 1930 l'enciclica papale Casti connubii condanna l'utilizzo di tutti i metodi anticoncezionali artificiali.
Ciononostante, dal XIX secolo a oggi, il preservativo resta l'anticoncezionale più popolare e diffuso, in quanto economico e di facile utilizzo, resta ancora uno dei più sicuri (le possibilità di rottura sono appena del 2,3%) e, a differenza di altri metodi, ha un'importante funzione nella prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale.
Però a qualcuno fa ancora paura...
Quanto sia vecchio il preservativo è argomento ancora dibattuto tra gli archeologi. Si sa per certo che in Asia esisteva già prima del XV° secolo A.C., ma probabilmente veniva usato solo dalle classi sociali più abbienti. I preservativi più antichi erano fatti con intestini animali, specialmente di pecora (ma nell'antica Cina li avevano anche di carta di seta), solo con l'arrivo del processo di vulcanizzazione (nel 1844 a opera di Charles Goodyear) si è cominciato a usare la gomma. Il primo preservativo in gomma venne fabbricato nel 1855 ed era piuttosto spesso, grossomodo quanto la camera d'aria di una bicicletta.
Nel XVI° secolo Gabriele Falloppio scrisse un trattato sulla sifilide: è il primo documento scritto che testimonia l'utilizzo del preservativo. Quello descritto da Falloppio è fatto di stoffa intrisa in sostanze chimiche e poi fatta asciugare, e viene consigliato per prevenire la diffusione della sifilide.
Invece il primo documento dove viene testimoniato l'utilizzo del condom come anticoncezionale in Europa risale al 1605, quando il teologo tedesco Leonardus Lessus lo definisce “immorale” nel suo saggio De iustitia et iure. Nel 1666 la Commissione Inglese per la Natalità attribuisce il recente calo delle nascite proprio all'utilizzo del profilattico.
Dal rinascimento in poi il preservativo poteva essere fatto, oltre che di stoffa o di intestini animali, anche di pelle o di cuoio. Giacomo Casanova era solito utilizzarlo come metodo anticoncezionale (dicono che a tale scopo Casanova utilizzasse anche le bucce di limone, ma io personalmente se fossi un maschio non credo che vorrei infilare il pisello in un mezzo limone, per quanto privato della polpa...).
Dal XVIII° secolo il preservativo incontra innumerevoli opposizioni sia in campo politico che religioso. Perché? Perché secondo i suoi detrattori, prevenendo le gravidanze indesiderate e la diffusione delle cosiddette malattie veneree, il preservativo non farebbe altro che incoraggiare la promiscuità sessuale.
All'inizio del XIX° secolo il preservativo veniva per la prima volta proposto alle classi più povere, per facilitare il controllo delle nascite. I primi movimenti femministi di quest'epoca, però, si opponevano al suo uso perché sostenevano che i metodi di controllo delle nascite andassero affidate esclusivamente alle donne e disapprovavano metodi di controllo maschili, qual è appunto il preservativo.
Nell'Ottocento in molti stati il preservativo era illegale e il suo uso veniva scoraggiato. Altre opposizioni sollevate contro il condom erano il prezzo elevato e la facilità con cui si poteva rompere o sfilare. Sigmund Freud era contrario all'uso del profilattico perché sosteneva che il suo utilizzo riducesse l'eccitazione sessuale. Nel 1930 l'enciclica papale Casti connubii condanna l'utilizzo di tutti i metodi anticoncezionali artificiali.
Ciononostante, dal XIX secolo a oggi, il preservativo resta l'anticoncezionale più popolare e diffuso, in quanto economico e di facile utilizzo, resta ancora uno dei più sicuri (le possibilità di rottura sono appena del 2,3%) e, a differenza di altri metodi, ha un'importante funzione nella prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale.
Però a qualcuno fa ancora paura...
venerdì 2 dicembre 2011
La parola di oggi è... CONTROCORRENTE
Controcorrente= A, sf, corrente che si muove in direzione opposta a un'altra vicina e parallela. B, avv., in direzione contraria a quella di una corrente. Es.: nuotare controcorrente. Andare controcorrente (fig.): seguire opinioni contrarie a quelle generalmente diffuse.
So che, visto il titolo del blog, sto per darmi la zappa sui piedi (“Darsi la zappa sui piedi”, fig.= ragionare contro il proprio interesse). Ma questa storia dell'andare controcorrente è veramente un po' troppo di moda. Tutti vogliono esprimere idee controcorrente. Ci tengono. Se ne fanno un punto d'onore.
“So di esprimere un'opinione controcorrente...”
“Il mio parere sarà certamente controcorrente...”
“Perché io sono sempre stato controcorrente...”
Tutti questi pareri controcorrente alla lunga mi puzzano di fregatura. Sono talmente in tanti a dire di andare controcorrente che alla fine mi viene da chiedermi: ma la corrente qual è?
E poi, avete notato? Molte volte la scusa dell'essere controcorrente serve solo a mascherare quello che è un pensiero sostanzialmente stupido. “Non sei d'accordo con la mia opinione? È perché è controcorrente...”
No, caro mio, non è controcorrente... è solo una cavolata immane!
So che, visto il titolo del blog, sto per darmi la zappa sui piedi (“Darsi la zappa sui piedi”, fig.= ragionare contro il proprio interesse). Ma questa storia dell'andare controcorrente è veramente un po' troppo di moda. Tutti vogliono esprimere idee controcorrente. Ci tengono. Se ne fanno un punto d'onore.
“So di esprimere un'opinione controcorrente...”
“Il mio parere sarà certamente controcorrente...”
“Perché io sono sempre stato controcorrente...”
Tutti questi pareri controcorrente alla lunga mi puzzano di fregatura. Sono talmente in tanti a dire di andare controcorrente che alla fine mi viene da chiedermi: ma la corrente qual è?
E poi, avete notato? Molte volte la scusa dell'essere controcorrente serve solo a mascherare quello che è un pensiero sostanzialmente stupido. “Non sei d'accordo con la mia opinione? È perché è controcorrente...”
No, caro mio, non è controcorrente... è solo una cavolata immane!
sabato 26 novembre 2011
La parola di oggi è... INDIPENDENZA
Indipendenza= sf, l'essere indipendente, non dipendere. Dipendere deriva dal latino de e pendere: ovvero pendere da, essere attaccati a (qualcuno, qualcosa ecc...). Indipendente è chi non è soggetto a vincoli, chi si trova in posizione non subordinata (subordinare, ovvero disporre sotto).
Insomma, chi è indipendente non si sente inferiore a nessuno...
Oggi parliamo di pesci. Sapete cosa sono i lofiiformi? Sono pesci abissali. Quelli brutti, coi denti strani, le escrescenze fosforescenti, i musi arrabbiati. Tipo la rana pescatrice che mangiamo al ristorante, insomma. Alcuni lofiiformi (ma non la rana pescatrice) hanno abitudini sessuali quantomeno bizzarre. Fin quando sono giovani il maschio e la femmina sono pressoché uguali. Con l'accoppiamento, però, le cose cambiano completamente. Il maschio si attacca coi denti (ahia!) ai genitali della femmina e da quel momento in poi, lentamente, si annulla completamente. Degenera. Smette di esistere. Il suo apparato circolatorio si fonde con quello della femmina, il cuore si atrofizza, non mangia più. Non è più un pesce, è solo un'appendice della compagna. È soltanto un sacchetto produttore di sperma e non farà altro che fecondare la femmina per il resto della sua vita.
Inquietante, vero?
Ma del resto cosa importa a noi, che non siamo biologi marini, delle abitudini sessuali dei lofiiformi (rana pescatrice esclusa)?
Niente, ovvio.
Però, però... certe volte anche noi umani siamo così. Certe volte anche noi ci annulliamo nel rapporto di coppia. Ci sono quelle donne che rinunciano a tutto per accudire il marito (marito sano e autosufficiente, è bene sottolinearlo) e pur di compiacerlo si trasformano in cameriere/cuoche/geishe/sguattere e chi più ne ha più ne metta. Ci sono uomini che senza l'aiuto della partner non saprebbero trovare neanche le proprie mani nelle proprie tasche (o le proprie mutande nel proprio armadio) e quando, raramente, capita che rimangano da soli per più di ventiquattr'ore rischiano la morte per fame perché non sono in grado neanche di aprire il frigo e tagliarsi un tocco di formaggio. Ci sono persone che lontano dal partner non sanno prendere neppure decisioni banali. Tu gli chiedi quanto zucchero vogliono nel caffè e loro vanno in crisi. C'è gente che piuttosto che contraddire il compagno preferisce passare da stupido vita natural durante. E se per un motivo o per un altro il rapporto dovesse finire? Allora per loro l'apocalisse non è che un banale acquazzone, in confronto. Crollano e si afflosciano come rampicanti a cui qualcuno ha levato il sostegno.
No, l'amore non può essere questo. L'amore non può essere sottomissione. Non può voler dire soffocare l'altro, o lasciarsi soffocare dall'altro. Quando cerchiamo di compiacere qualcuno ci mettiamo automaticamente in una condizione d'inferiorià. Si cerca di compiacere un capo, un superiore. Qualcuno dal quale ci si aspetta una ricompensa, e la cui benevolenza si teme di perdere. Non un amico, e tantomeno un partner. Per amarsi da adulti bisogna essere sullo stesso piano, alla pari. Quindi indipendenti. Altrimenti non è amore, è sudditanza. Schiavitù. O mi sbaglio?...
Insomma, chi è indipendente non si sente inferiore a nessuno...
Oggi parliamo di pesci. Sapete cosa sono i lofiiformi? Sono pesci abissali. Quelli brutti, coi denti strani, le escrescenze fosforescenti, i musi arrabbiati. Tipo la rana pescatrice che mangiamo al ristorante, insomma. Alcuni lofiiformi (ma non la rana pescatrice) hanno abitudini sessuali quantomeno bizzarre. Fin quando sono giovani il maschio e la femmina sono pressoché uguali. Con l'accoppiamento, però, le cose cambiano completamente. Il maschio si attacca coi denti (ahia!) ai genitali della femmina e da quel momento in poi, lentamente, si annulla completamente. Degenera. Smette di esistere. Il suo apparato circolatorio si fonde con quello della femmina, il cuore si atrofizza, non mangia più. Non è più un pesce, è solo un'appendice della compagna. È soltanto un sacchetto produttore di sperma e non farà altro che fecondare la femmina per il resto della sua vita.
Inquietante, vero?
Ma del resto cosa importa a noi, che non siamo biologi marini, delle abitudini sessuali dei lofiiformi (rana pescatrice esclusa)?
Niente, ovvio.
Però, però... certe volte anche noi umani siamo così. Certe volte anche noi ci annulliamo nel rapporto di coppia. Ci sono quelle donne che rinunciano a tutto per accudire il marito (marito sano e autosufficiente, è bene sottolinearlo) e pur di compiacerlo si trasformano in cameriere/cuoche/geishe/sguattere e chi più ne ha più ne metta. Ci sono uomini che senza l'aiuto della partner non saprebbero trovare neanche le proprie mani nelle proprie tasche (o le proprie mutande nel proprio armadio) e quando, raramente, capita che rimangano da soli per più di ventiquattr'ore rischiano la morte per fame perché non sono in grado neanche di aprire il frigo e tagliarsi un tocco di formaggio. Ci sono persone che lontano dal partner non sanno prendere neppure decisioni banali. Tu gli chiedi quanto zucchero vogliono nel caffè e loro vanno in crisi. C'è gente che piuttosto che contraddire il compagno preferisce passare da stupido vita natural durante. E se per un motivo o per un altro il rapporto dovesse finire? Allora per loro l'apocalisse non è che un banale acquazzone, in confronto. Crollano e si afflosciano come rampicanti a cui qualcuno ha levato il sostegno.
No, l'amore non può essere questo. L'amore non può essere sottomissione. Non può voler dire soffocare l'altro, o lasciarsi soffocare dall'altro. Quando cerchiamo di compiacere qualcuno ci mettiamo automaticamente in una condizione d'inferiorià. Si cerca di compiacere un capo, un superiore. Qualcuno dal quale ci si aspetta una ricompensa, e la cui benevolenza si teme di perdere. Non un amico, e tantomeno un partner. Per amarsi da adulti bisogna essere sullo stesso piano, alla pari. Quindi indipendenti. Altrimenti non è amore, è sudditanza. Schiavitù. O mi sbaglio?...
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