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lunedì 5 novembre 2012

La Bella Addormentata nel Bosco: una storia crudele

Illustrazione di Walter Crane
La storia della Bella Addormentata nel Bosco la conoscono tutti. O meglio, credono di conoscerla perché conoscono la versione a cartoni animati. Le versioni a cartoni animati sono sempre rese edulcorate, buoniste, divertenti. Le fiabe vere sono invece spesso crudeli (e la Bella Addormentata non fa eccezione), soprattutto quelle dei Grimm, che non scrivevano per damigelle delicate e cicisbei incipriati come invece faceva Perrault.
Che poi anche questa storia dello scrivere andrebbe spiegata. Le fiabe (con l'eccezione di quelle di Andersen che era un caso a parte) non si scrivono, si tramandano e semmai si trascrivono. Le fiabe raccolgono i miti e le usanze dei popoli, e le paure e le speranze dell'umanità, e si tramandano per via orale da così tanto tempo che le origini si smarriscono nelle nebbie del passato. Le fiabe dei Grimm non le hanno inventate i Grimm, loro le hanno “solo” raccolte ascoltando chi le conosceva.
La Bella Addormentata nel Bosco potrebbe, in parte, derivare dal mito di Danae. Ma forse è più antico ancora. Forse è Danae che deriva dalla Bella Addormentata...
La Bella Addormentata è una storia di donne, come vedremo. L'unico uomo, ovvero il Principe Azzurro, non fa molto a parte sposare la Principessa, ed è pochissimo risolutivo.


La Bella Addormentata nel Bosco

C'erano una volta, tanto tempo fa, un re e una regina che desideravano disperatamente un figlio.
Finalmente la regina si ritrovò incinta e dopo nove mesi diede alla luce una bella bambina.
I regali consorti ne furono talmente felici che diedero una festa senza pari per celebrarne la nascita.
Vennero invitate anche tutte le fate che vivevano nel regno.
Non proprio tutte in verità, perché le fate del regno erano in tutto otto, mentre il re e la regina ne invitarono solo sette. Non lo fecero per cattiveria, ma perché l'ottava fata era così anziana, che nessuno pensava fosse ancora viva, anche perché non la si vedeva più in giro da almeno cinquant'anni. Lo so che tutti hanno pensato: “Ma che cavolo vi ci voleva a mandarle un invito? Non vi costava niente, e al peggio se era morta potevate averne la conferma.”
Eh, già, si fa presto col senno di poi a criticarli. Ma diciamolo: quella era scomparsa da cinquant'anni, da prima che loro nascessero. Probabilmente neanche più si ricordavano di lei!
E anche lei, che diritto aveva di prendersela tanto? Insomma, se vuoi che la gente t'inviti alle feste, ogni tanto ricordale che sei ancora viva, no?
Comunque vennero invitate sette delle otto fate, e per ciascuna di loro ci fu un regalo speciale: un cofanetto contenente piatti, posate e bicchieri d'oro. Una cosuccia graziosa e molto chic, davvero.
Solo che mentre il banchetto stava per cominciare il portone si spalancò ed entrò l'ottava fata, così vecchia che sulla faccia aveva più rughe che pelle.
Tutti rimasero costernati e vergognosi, e lei volse lo sguardo bilioso sui due regali coniugi che impallidirono immediatamente. “Ho saputo che qui si festeggiava”, disse la vecchia fata sputacchiando, un po' per la rabbia e un po' per la dentiera.
“Ehm, s-sì...”, balbettò il re, “Non vi abbiamo invitato perché... perché... pensavamo foste impegnata”, perché certo non le poteva dire che la credevano morta stecchita da decenni.
“Certo che ero impegnata”, disse la vecchiaccia sedendosi al posto che intanto le avevano apparecchiato in tutta fretta accanto alla fata più giovane, “ma per una festa così un po' di tempo lo si trova sempre.”
E così la vecchia fata venne tardivamente invitata alla festa, ma ormai non c'erano più cofanetti omaggio. “Però”, si scusò la regina, “ve ne faremo fare uno e ve lo manderemo al vostro castello al più presto.”
La vecchia fata borbottò: “Bah!”, e poi continuò a borbottare accidenti e imprecazioni per tutta la durata del pranzo, e la fata giovane tese le orecchie perché la vecchia matriarca pareva decisamente contrariata e sicuramente stava meditando vendetta.
Per questo quando il pranzo finì e giunse il momento che le fate offrissero i loro doni alla Principessina, la fata giovane si tenne in disparte e decise di agire per ultima. Anche se avrebbe dovuto essere la prima, perché l'ordine procedeva dalla meno importante alla più importante, ovvero dalla più giovane alla più anziana.
Le altre fate regalarono alla Principessina cose come una gran bellezza, l'abilità nel canto, la bravura nella danza e così via. Quando giunse il turno della fata vecchia lei si schiarì la voce e poi disse, colma di acidità:
“Sì, le mie giovani colleghe hanno ragione. La Principessina crescerà davvero bella come non mai, intonata, intelligente eccetera. Purtroppo, però, quando compirà sedici anni ella si trafiggerà la mano sul fuso di un arcolaio e morirà. E la prossima volta imparate a non invitarmi alle feste.”
Detto questo, se ne andò borbottando insulti e lasciando tutti più sbigottiti e costernati che mai.
“Non temete”, si fece avanti la fata giovane quando la vecchia se ne fu andata, “Io non ho ancora consegnato il mio dono, le speranze non sono tutte perdute.”
“Tu puoi disfare il dono della fata vecchia?”, disse la regina, speranzosa.
“Purtroppo no”, si rammaricò la fata giovane, “ma posso cambiarlo. Vedete, la Principessina si trafiggerà davvero la mano su un fuso. Però non morirà. Invece si addormenterà per cent'anni. Dopo cent'anni giungerà qui un Principe giovane e bello che la bacerà, risvegliandola.”
Meglio che niente, pensò il re. Ma siccome lui preferiva che la sciagurata profezia non si verificasse affatto, fece bruciare tutti i fusi e tutti gli arcolai del regno e sancì gravi pene per chiunque fosse stato scoperto in possesso degli strumenti maledetti.
Il tempo passò e la Principessa crebbe in grazia e bellezza.
Sedici anni dopo capitò che il re e la regina fossero fuori da amici (o da qualche parte, insomma non c'erano). La Principessa si annoiava e decise di mettersi a esplorare il castello. Giunse così in una vecchia torre, forse la più antica di tutto il fabbricato, e vi si arrampicò. In cima alla torre c'era una stanza, e in questa stanza c'era una vecchiarella che filava la lana seduta a un arcolaio.
Lo so che cosa state pensando: “Ma come, dopo tutto il trambusto che il re ha fatto per sbarazzarsi degli arcolai di tutto il regno, ora vien fuori che ce n'è rimasto uno proprio a casa sua?” E so anche che starete sospettando della vecchiarella, e devo smentirvi: la poverina non era la vecchia fata, e non era neppure in combutta con lei, anche perché la vecchia fata probabilmente era poi morta per davvero. E comunque non compare più nella storia. La vecchiarella, invece, era semplicemente molto anziana e un po' dura d'orecchie, aveva sempre lavorato all'arcolaio e non si era mai accorta che gli arcolai erano vietatissimi da sedici anni.
Non sapeva neppure chi fosse quella bella signorina che era appena entrata nella stanza. In fin dei conti era una serva, e le serve non fanno vita di corte. Insomma, era un po' come me: ignorava qualcosa che tutti gli altri sapevano.
A ogni modo, la Principessa quell'aggeggio non l'aveva mai visto prima e la cosa la incuriosiva molto.
“Nonnina, cos'è che stai facendo?”, domandò, stupita e sorridente.
“Filo la lana con l'arcolaio, figliola”, rispose la vecchiarella, a sua volta stupita per tanta ignoranza. Come io rimango stupita quando sento i ragazzini dire che non conoscono i Beatles.
“Sembra divertente, posso provare anch'io?”, disse la Principessa allungando la mano verso il fuso. Ma l'ebbe appena sfiorato che si trafisse la mano con l'estremità puntuta dell'arnese, e crollò in terra.
La povera vecchiarella pensò fosse morta, quindi si mise a strillare e svenne, e accorsero un sacco di damigelle, e tutti capirono che la profezia si era compiuta.
La vecchiarella, saputo quel che era successo, non riusciva a darsi pace. Piangeva e strillava: “Non ne sapevo niente. Non ne sapevo niente. Non è colpa mia.”
Il re e la regina, che intanto erano stati richiamati a casa, non se la sentirono di infierire su di lei: “Non ti preoccupare, nonnina”, le dissero, “lo sappiamo che tu sei innocente. Non si poteva fare nulla contro la maledizione della fata. Così doveva essere e così è stato.”
Ma la Principessa non era morta, era solo addormentata. Respirava regolarmente, il suo incarnato era roseo, le labbra increspate in un sorriso. Forse faceva addirittura bei sogni.
Arrivò anche la fata giovane, che organizzò tutta la faccenda.
La Principessa venne fatta vestire col suo abito più bello e adagiata in una camera da letto comoda e confortevole.
“Quando si sveglierà, fra cent'anni, non è bene che si ritrovi da sola”, disse la fata. E così fece magicamente addormentare dame, cavalieri, servi, cuochi e mezza corte.
Il re e la regina baciarono per l'ultima volta la figlia, se ne andarono in un altro castello e di lì continuarono a governare. Quando tutti i non dormienti se ne furono andati, la fata circondò il castello con una fitta foresta di rovi, affinché nessuno, a parte il prescelto, potesse entrarvi.
Trascorsero cento anni. Il ricordo della Principessa addormentata passò dalla storia alla leggenda. Quasi nessuno ormai sapeva cosa si celasse in quella fitta foresta inaccessibile. Il che mi pare strano, perché cent'anni non è poi così tanto. Poi penso che ora ci sono un mucchio di giovani che non hanno mai sentito nominare i Beatles, che sono più recenti di un secolo, e non mi pare più tanto strano.
La foresta celava tutto, e solo da molto lontano era possibile intravedere le cime delle torri più alte svettare tra gli alberi.
Cent'anni dopo, appunto, capitò che un Principe di un regno vicino si trovò a girellare da quelle parti, impegnato in una battuta di caccia. E da lontano vide proprio le cime di quelle torri. Ma una volta avvicinatosi vide solo foresta e, incuriosito, cominciò a chiedere lumi. Nessuno seppe dirgli nulla.
C'era chi diceva che nella foresta vivesse un gigante, chi pensava ci fosse un castello infestato da fantasmi e vampiri, chi riteneva ci fosse un drago a guardia di un tesoro e così via.
Solo un guardacaccia molto anziano disse che suo nonno gli aveva raccontato che lì c'era un palazzo in cui dormiva una bella principessa. Però questo non poteva affermarlo nessuno con certezza, perché nessuno era mai riuscito a penetrare la foresta di rovi, e chi ci aveva provato non era mai più tornato indietro per raccontarlo.
La minaccia non spaventò il Principe che, anzi, si sentiva assai sicuro di sé.
Ma quale non fu il suo stupore quando, mentre si apprestava a combattere con la forza per farsi strada tra la selva, vide i rovi farsi da parte e lasciarlo passare.
Perché lui era il prescelto.
Stupito, il Principe s'incamminò per quell'improvviso sentiero, e dopo un po' si voltò per chiamare il suo seguito, ma si accorse che la foresta gli si era richiusa alle spalle lasciando passare solo lui.
Andò avanti e arrivò a un magnifico castello. Le guardie addormentate davanti al portone lo lasciarono passare. Dentro il castello le sale erano piene di gente addormentata, dappertutto: per terra, sulle sedie, appoggiata ai muri. Era una visione spettrale, sarebbero sembrati tutti morti se non fosse stato per il fatto che respiravano. Anzi, qualcuno addirittura russava, e anche sonoramente.
Il Principe giunse in una stanza da letto e qui, distesa sotto un baldacchino, dormiva una bellissima Principessa. Il Principe sorrise, perché aveva la netta sensazione di conoscerla già, quella fanciulla. Ecco perché si chinò verso di lei e la baciò.
E a quel bacio la Principessa si svegliò.
Illustrazione di Walter Crane
“Nooo, ancora cinque minuti”, disse voltandosi sull'altro fianco.
...non è vero, non disse così, anche se sarebbe stato bello.
Invece salutò il Principe, riconoscendolo. Perché dovete sapere che la fata giovane aveva fatto sì che da almeno un paio d'anni il Principe e la Principessa si sognassero vicendevolmente. Perciò adesso non fu come se s'incontrassero per la prima volta. Insomma, loro un po' già si conoscevano, e sicuramente già erano innamorati tra di loro.
E perciò quando la Principessa si svegliò i due giovani cominciarono a parlarsi, e baciarsi, e baciarsi e parlarsi, e parevano non finirla più.
Ma intanto s'era svegliato anche il resto della corte, che aveva ripreso a lavorare come nulla fosse. Così poco dopo giunsero dei servi a chiamare i Principi perché la cena era pronta.
La Principessa si alzò dal letto, e il Principe non poté fare a meno di notare che portava abiti veramente fuori moda. “È vestita come mia nonna”, pensò. Ma poiché la Principessa era giovane e bella, e vestiti di quella foggia stavano meglio a lei che alla sua nonnina, decise di non dirle nulla.
Quella sera ci fu gran festa e ben presto il Principe e la Principessa convolarono a giuste nozze.
E a questo punto voi penserete che vissero per sempre felici e contenti.
Invece no, perché la storia non finisce qui.
Il Principe si fermò qualche giorno con la Principessa, poi fece armi e bagagli e se ne tornò al castello. Quando mamma e papà gli chiesero dove fosse stato tutto quel tempo, lui rispose che si era perso ed era stato un po' ospite di un guardacaccia.
Almeno una volta al mese, però, il Principe tornava dalla Principessa e si fermava con lei per qualche giorno. E tutte le volte in casa raccontava la stessa storia. Il re suo padre gli credeva, e perché non avrebbe dovuto? Ma la sua mamma era sospettosa e tutte le volte gli faceva un vero e proprio terzo grado per scoprire dove andasse.
Insomma, era ormai due anni che ogni mese il Principe spariva per giornate e nottate di fila, con la scusa della caccia. Era evidente che stava nascondendo qualcosa. Il suo cuore di mamma glielo diceva.
Ma vedete, il Principe aveva i suoi buoni motivi per non volerle dire nulla. Il punto è che in quei due anni lui e la Principessa avevano avuto due bambini: un maschietto di nome Giorno e una femminuccia di nome Mattina. E purtroppo la mamma del Principe era un'orchessa, e si sa che gli orchi hanno un debole per la carne umana, soprattutto per quella dei bambini. Ora, la mamma del Principe diceva di essersi ravveduta e di aver smesso con questa dieta, per così dire, e sicuramente stava facendo grossi sforzi per contenersi. Però era anche vero che un conto è resistere a una tentazione lontana, un conto è resisterle quando ce l'hai sotto il naso tutto il giorno.
Insomma, era da un paio d'anni che le cose andavano così, quando il re padre del Principe morì e il Principe divenne Re. Quindi alla fine decise di raccontare tutto alla Regina Madre, anche perché era tempo ormai che portasse in casa, ovvero al castello, la moglie e i figlioletti.
Lo fece, e per un po' tutto parve andare per il meglio.
Trascorsero così quattro o cinque anni (il numero preciso non lo so). Ma un brutto giorno scoppiò la guerra e il re fu costretto a partire.
I giorni passavano, e la Regina Madre vedeva i nipotini giocarle attorno, sempre più allettanti, sempre più simili, nella sua mente, a squisite pietanze che a umanini sangue del suo sangue.
Un giorno che vide la piccola Mattina che correva e rideva con quei braccini cicciottelli con le fossette, non resistette più. Chiamò il capocuoco e gli disse:
“Senti un po', ho deciso che stasera per cena mi mangio la mia nipotina in umido con quelle belle salsine che fai tu. Vedi un po' di macellarla e cucinarmela per bene.”
“Ma... maestà”, protestò il pover'uomo, “Non si può cucinare una bambina!”
“Come osi protestare?”, s'infuriò la Regina Madre, “Fai come ti dico o ti faccio ammazzare.”
Il capocuoco era veramente angosciato, ma alla fine prese una decisione. Andò a prendere la piccola Mattina e la portò dalla moglie, con la quale viveva in un cottage fuori dal castello. La moglie vestì la piccola da contadinella e la nascose, e il capocuoco cucinò invece un agnellino in umido, servendolo in modo tale che la Regina Madre non si accorse che non era un bambino. Anzi, lo gustò con gioia e alla fine si disse molto soddisfatta.
Passò un po' di tempo, ma alla fine alla Regina Madre tornò voglia di carne di bambino. E nel vedere il piccolo Giorno così roseo e cicciottello non resistette più e mandò a chiamare il capocuoco e gli disse:
“Senti un po', ho deciso che stasera per cena mi mangio il mio nipotino in umido con quelle belle salsine che fai tu. Vedi un po' di macellarlo e cucinarmelo per bene.”
“Ma... maestà”, protestò il pover'uomo, “Non si può cucinare un bambino!”
“Come osi protestare?”, s'infuriò la Regina Madre, “Fai come ti dico o ti faccio ammazzare.”
Il capocuoco era nuovamente angosciato, ma alla fine prese una decisione, la stessa di prima. Andò a prendere il piccolo Giorno e lo portò dalla moglie, che vestì il bambino da contadino e lo nascose, e il capocuoco cucinò invece un capretto in umido, servendolo in modo tale che la Regina Madre non si accorse che non era un bambino. Anzi, lo gustò con gioia e alla fine si disse molto soddisfatta. Insomma, come prima.
Passò altro tempo, e la povera Bella Addormentata non faceva che piangere perché era sicura che i suoi bimbi fossero morti.
A forza di vederla così affranta, indifesa e appetitosa, alla Regina Madre tornò l'acquolina in bocca, e alla fine chiamò il capocuoco:
“Senti un po', bel tomo”, gli disse, “M'è venuta tanta voglia di mangiarmi mia nuora a cena. Vedi un po' di macellarla e cucinarmela a puntino come sai fare tu.”
Il povero capocuoco neanche ebbe più forza di protestare. Invece sospirò e andò dalla Giovane Regina a dirle quali erano gli ordini dell'Orchessa Madre.
“Ah, è dunque questa la fine che hanno fatto i miei bambini!”, disse la Bella Addormentata nel Bosco, che ormai era tanto affranta che non aveva neppure più lacrime da versare, “Allora forza, esegui i tuoi ordini e fa' alla svelta. Perlomeno se muoio, potrò rivedere i miei figlioletti.”
“No, maestà”, protestò il capocuoco, “non avete capito. Qui nessuno finirà in pentola. Piuttosto, prendete le vostre cose, indossate il mantello e seguitemi.”
E il capocuoco portò la Bella Addormentata nel cottage da sua moglie, e gli mostrò i suoi figli sani e salvi, e le raccontò come li avesse nascosti servendo, al loro posto, un agnello e un capretto.
La Bella Addormentata era sopraffatta dalla gioia, non faceva che abbracciare e baciare i suoi bambini e ringraziare il capocuoco e sua moglie. Poi si vestì anche lei da contadina, e rimase nel cottage. Il capocuoco stavolta non sapeva come ingannare la Regina Orchessa, perché serviva una bestia piuttosto grossa per sostituire la Bella Addormentata. Alla fine le cucinò una giovane vacca in spezzatino, e tanto fece, tanto la preparò, che la Regina Madre non s'accorse che non era una donna, ma se la mangiò tutta con grande soddisfazione.
Non si preoccupava di che avrebbe pensato il Re suo figlio al suo ritorno, perché aveva già deciso che gli avrebbe raccontato che la moglie e i figli erano stati divorati dai lupi.
E qui guai a chi fa battutine per la similitudine tra la Bella Addormentata e una giovane vacca!
Passò dell'altro tempo, e un giorno la Regina Orchessa fece una passeggiata fuori dal castello e, per caso, passò di fianco al cottage del capocuoco.
“Che strano”, si disse annusando l'aria, “mi par di sentire profumo di bambino. Eppure il capocuoco non ha figli.”
Ma non c'erano dubbi, nell'aria c'era proprio un invitante aroma di bimbo. E non solo, si sentivano anche certe vocine appetitose...
L'Orchessa Madre si affacciò e vide... orrore orrore! Nel cottage del capocuoco c'erano la nuora e i nipotini, vivi e vegeti e in salute. Quindi il capocuoco le aveva mentito.
“Tradimento!”, gridò la Regina Madre, “Sono stata ingannata! Vendetta, vendetta!”
Infuriata, condannò a morte tutti i traditori. La nuora e i nipoti, e anche il capocuoco e sua moglie.
Il mattino dopo al centro del cortile del castello venne sistemata una grande vasca piena di rospi, aspidi, vipere e altre bestie velenose. Poi vennero condotti i cinque condannati, legati e in lacrime.
Ma proprio quando gli sventurati stavano per essere gettati nella vasca, arrivò il Re, perché intanto la guerra era finita.
“Che succede qui?”, domandò il Re, infuriato, “Cos'è questa storia? Cos'è quest'orrore?”
La Regina Orchessa fu tanto contrariata per l'interruzione, e per la figura che faceva davanti al figlio, che per la disperazione si gettò a capofitto nella vasca e le bestie velenose se la mangiarono.
Il Re ne fu affranto, perché in fondo la Regina Orchessa era pur sempre sua mamma.
Ma alla fine se ne fece una ragione e visse per sempre con la Bella Addormentata e coi figlioli felice e contento.
Ora sì che è finita!

giovedì 1 novembre 2012

Senza pace, senza senso

È la solita minestra, una vera noia. Io quasi avrei voglia di andarmene nei territori artici del Polo Nord. O come una capra di montagna, il ruminante americano d'alta quota, perdermi su una vetta.
Qui è peggio che nei peggiori bar di Caracas, la nota capitale sudamericana. Insomma, ci sono in giro gli strascichi della festa di ieri sera, e una gran confusione tra i vicini ancora preda di musica e balli, e alcolici, e allucinazioni e deliri e psicosi, e sinonimi. Più che volgare, questa festa che dura da ore è triviale.
No, dico... si può ballare per tanto tempo su un solo accordo di chitarra? Uno? Fatene almeno due, no?
Carlo Dossi, primo fra gli scrittori che aderirono alla Scapigliatura, avrebbe saputo parlarne meglio di me.
Questa giornata è una nassa, una trappola per aragoste. Sarà meglio essere ironici, finemente beffardi.
Perché ricordiamolo, gli strali di Cupido vanno dritto al cuore.
Ma quando è troppo è troppo...

lunedì 26 dicembre 2011

A est del sole, a ovest della luna

Cari bambini, quest'oggi ho voglia di raccontarvi una fiaba, perciò vi narrerò quest'antica storia di origine norvegese, già raccontata da Peter Christien Asbjørnsen. Perciò mettetevi comodi, buoni e silenziosi e ascoltat... leggete!

A est del sole, a ovest della luna (East of the sun, west of the moon)

Illustrazione di Reginald L. & Horace J. Knowles
Tanto tempo fa viveva un povero marito che aveva molti figli e poco da dar loro, sia come cibo che come vestiti. Erano tutti belli, ma la più bella di tutti era la figlia minore, che era talmente bella che non c'erano limiti alla sua bellezza.
Una volta (era un tardo giovedì sera in autunno, e fuori c'era un tempo terribile, faceva un buio tremendo e pioveva così forte, e il vento era tanto, che le pareti della baracca tremavano) erano tutti seduti assieme davanti al focolare, ognuno impegnato in questa o in quella cosa, quando improvvisamente qualcuno bussò tre volte ai vetri della finestra. L'uomo uscì a vedere cosa potesse essere, e quando uscì c'era un enorme orso bianco.
“Buonasera”, disse l'Orso Bianco.
“Buonasera”, disse l'uomo.
“Mi dareste la vostra figlia minore?”, disse l'Orso Bianco, “Se lo farete, diventerete tanto ricchi quanto adesso siete poveri.”
Onestamente, l'uomo non aveva nulla da obiettare a diventare ricco, però rifletté: “Prima devo chiederlo a mia figlia”, perciò rientrò e disse agli altri che fuori c'era un orso bianco che aveva onestamente promesso che sarebbero diventati tutti ricchi se solo lui avesse potuto prendere con sé la figlia più giovane.
Lei disse di no e non volle neanche sentirne parlare; perciò l'uomo uscì di nuovo e si mise d'accordo con l'Orso Bianco affinché questo tornasse il giovedì sera seguente, per avere la risposta della ragazza. Poi l'uomo la convinse, e le parlò così tanto delle ricchezze che avrebbero avuto, e di che bella cosa sarebbe stata anche per lei, che alla fine la ragazza decise di andare, perciò si lavò, rammendò tutti i suoi stracci, si fece più bella che mai e si preparò ad andarsene. Aveva tanto poco da portarsi dietro.
Il giovedì sera seguente arrivò l'Orso Bianco a prenderla. Lei gli si sedette in groppa col suo fagotto, e così partirono. Quando ebbero fatto molta strada, l'Orso Bianco le disse: “Hai paura?”
“No”, rispose lei.
“Tienti stretta alla mia pelliccia e non avrai nulla da temere”, disse lui.
Così dicendo, lui corse lontano, lontano, finché non arrivarono a una grande montagna. Poi l'Orso Bianco vi bussò sopra e si aprì una porta, ed entrarono in un castello dove c'erano molte stanze vivacemente illuminate che scintillavano d'oro e d'argento, allo stesso modo brillava una sala con una tavola riccamente imbandita: era così magnifica che sarebbe difficile farvi capire quant'era splendida. L'Orso Bianco le diede una campanella d'argento e le disse che quando aveva bisogno di qualcosa non doveva far altro che suonarla, e quello che voleva sarebbe comparso. Dopo che ebbe mangiato, mentre calava la notte, alla ragazza venne sonno per il lungo viaggio, e pensò che le sarebbe piaciuto andare a letto. Suonò la campana, e l'aveva quasi appena toccata quando si trovò in una stanza dove c'era un letto preparato apposta per lei, grazioso come non mai, non si poteva desiderare di meglio per dormire. Aveva cuscini di seta e le tende del baldacchino erano di seta orlate d'oro, e tutto in quella stanza era d'oro o d'argento, ma quando lei si distese e spense la luce entrò un uomo che andò a sdraiarsi accanto a lei. Ed era l'Orso Bianco, che di notte perdeva le sembianze animali. Lei però non lo vedeva mai, perché lui arrivava sempre dopo che aveva spento la luce, e se ne andava prima che spuntasse il sole.
Per un po' andò tutto bene, ma poi lei cominciò a sentirsi triste e affranta, perché per tutto il giorno se ne doveva stare da sola; desiderava tanto tornare a casa da suo padre e da sua madre, dai suoi fratelli e dalle sue sorelle. Allora l'Orso Bianco le chiese cosa volesse, e lei disse che ci si annoiava tanto lì nella montagna, e che doveva starsene sempre da sola, e che a casa dei suoi genitori c'erano sempre i suoi fratelli e le sue sorelle, e lei era tanto triste proprio perché non poteva andare da loro.
“A questo c'è un rimedio”, disse l'Orso Bianco, “Se solo tu mi prometti di non parlare mai con tua madre da sola, ma soltanto quando ci sono anche gli altri; perché lei ti prenderà per mano”, disse, “e vorrà portarti in una stanza per parlare da sole; ma tu questo non devi assolutamente farlo, o attirerai grandi sventure su noi due.”
Perciò una domenica l'Orso Bianco arrivò e disse che adesso potevano andare dal papà e dalla mamma della ragazza, così viaggiarono fin lì, lei che gli sedeva in groppa, e fecero tanta, tanta strada, e ci volle tanto, tanto tempo; ma finalmente arrivarono in una grande fattoria bianca, e i fratelli e le sorelle correvano tutti fuori e giocavano, ed erano così belli che guardarli era un piacere.
“Adesso i tuoi genitori vivono qui”, disse l'Orso Bianco, “Ma non scordare ciò che ti ho detto, o farai del male sia a te che a me.”
“No davvero”, disse la ragazza, “Non me lo scorderò”. Non appena lei entrò in casa l'Orso Bianco si voltò e tornò indietro.
Ci furono tanti festeggiamenti quando lei andò dai genitori, che pareva non dovesse esserci mai fine. Ognuno pensava di non poterle mai essere abbastanza grato per quello che aveva fatto per loro. Adesso avevano tutto quello di cui avevano bisogno, e tutto era ottimo. Tutti le chiesero come le stesse andando lì dov'era lei. Anche lei stava benone, disse; e aveva tutto quel che poteva desiderare. Che altre risposte diede, non lo so; ma sono abbastanza certo che non abbiano saputo molto da lei. Ma nel pomeriggio, dopo che avevano pranzato a mezzogiorno, successe proprio come aveva detto l'Orso Bianco. Sua madre le voleva parlare da sola nella sua stanza. Ma lei ricordava quel che l'Orso Bianco le aveva detto, e non voleva assolutamente andare. “Quel che dobbiamo dirci, possiamo dircelo in un qualunque momento”, rispose. Ma in un modo o in un altro, alla fine sua madre la persuase, e lei fu costretta a raccontare tutta la storia. Perciò disse che tutte le notti un uomo entrava e si sdraiava accanto a lei quando le luci venivano spente, e che lei non l'aveva mai visto, perché lui se ne andava sempre prima che spuntassero le luci del mattino, e quanto fosse sempre tanto triste pensando a quanto sarebbe stata felice se solo avesse potuto vederlo, e come tutto il giorno se ne stesse da sola, ed era così noioso e solitario. “Oh!”, esclamò la mamma colma d'orrore, “È assai probabile che tu dorma con un troll! Ma t'insegno un sistema per vederlo. Prendi un pezzo di una delle mie candele, puoi portartelo via nascondendotelo in petto. Usalo per guardarlo quando dorme, ma fa' attenzione a non versargli addosso neanche una goccia di sego.”
Perciò lei prese la candela e se la nascose in petto, e quando scese la sera l'Orso Bianco venne a portarla via. Quando furono a una certa distanza, l'Orso Bianco le chiese se tutto era andato come lui aveva predetto, e lei non poté che ammettere che era andata così. “Perciò, se hai fatto come ha voluto tua madre”, disse lui, “hai attirato una grave disgrazia su di noi.”
“No”, disse lei, “Non ho fatto nulla di simile.”
Quindi quando fu tornata a casa e fu andata a letto proprio come tutte le altre volte, e l'uomo entrò e si distese accanto a lei, e la notte tardi, quando lei vide che lui dormiva, la ragazza si alzò e accese una luce, accese la candela e lasciò che la luce illuminasse l'uomo, e lo vide, ed era il principe più bello che si fosse mai visto, e se ne innamorò al punto che le pareva di poter morire se non l'avesse baciato immediatamente. Così lo baciò, ma mentre così faceva tre piccole gocce di sego rovente gli caddero sulla camicia, e lui si svegliò.
“Che cosa hai fatto?”, disse lui, “Hai attirato la sventura su di noi. Se avessi portato pazienza ancora solo per un anno io sarei stato libero. Ho una matrigna che mi ha lanciato un incantesimo, così io sono un orso di giorno e un uomo di notte; ma adesso tra te e me è tutto finito, ora devo lasciarti e andare da lei. Lei vive in un castello che si trova a est del sole e a ovest della luna, e lì c'è anche una principessa che ha un naso lungo tre metri, e adesso è lei che io devo sposare.”
Lei pianse e si lamentò, ma fu tutto inutile, perché lui se ne doveva andare. Poi gli chiese se poteva andare con lui. Ma no, non si poteva fare. “Dimmi la strada, allora, e io verrò a cercarti... questo mi sarà concesso farlo!”
“Sì, questo puoi farlo”, disse lui, “Ma anche così è impossibile. È a est del sole e a ovest della luna, e non troverai mai il modo di arrivarci.”
Quando la ragazza si svegliò il mattino dopo sia il Principe che il castello erano scomparsi, e lei era distesa su una piccola zolla erbosa nel mezzo di un bosco fitto e buio. Accanto a lei c'era lo stesso fagotto di stracci che si era portata da casa. Quando si fu strofinata gli occhi per far passare il sonno, ed ebbe pianto fino a stancarsene, si mise in cammino, e così viaggiò per molti lunghi giorni, finché non raggiunse una grande montagna. Fuori dalla montagna sedeva una vecchia che giocava con una mela d'oro. La ragazza le domandò se conoscesse la strada che conduceva al Principe che viveva con la matrigna nel castello che stava a est del sole e a ovest della luna, quello che doveva sposare una Principessa che aveva un naso lungo tre metri.
“E tu come mai lo conosci?”, domandò la donna, “Forse sei tu quella che avrebbe dovuto sposarlo?”
“Sì, sono io”, disse lei.
“Ah, sei tu!”, disse la vecchia, “Io non so niente di lui, so solo che vive in un castello che si trova a est del sole e a ovest della luna. Ti ci vorrà molto tempo per arrivarci, se mai ci arriverai; ma ti presterò il mio cavallo, con lui potrai arrivare da una vecchia mia vicina: forse lei può dirti qualcosa del Principe. Quando sei lì accarezza il cavallo dietro l'orecchio sinistro e chiedigli di tornare a casa; ma puoi tenerti questa mela d'oro.”
Così la ragazza si sedette in groppa al cavallo, e viaggiò per molto, molto tempo, e infine arrivò una montagna, fuori dalla quale sedeva una vecchia che aveva un cardatore d'oro. La ragazza le domandò se conoscesse la strada che portava al castello a est del sole e a ovest della luna, ma quella disse quel che aveva detto anche l'altra donna: “Non ne so niente, so solo che è a est del sole e a ovest della luna, e che ti ci vorrà molto tempo per arrivarci, se mai ci arriverai; ma posso darti in prestito il mio cavallo che ti porterà da una vecchia che vive vicino a me: forse lei sa dov'è il castello, e quando arrivi da lei non devi far altro che accarezzare il cavallo dietro l'orecchio sinistro e dirgli di tornare a casa”, poi le diede il cardatore d'oro perché, disse, forse sarebbe potuto tornarle utile.
La ragazza salì in groppa al cavallo e galoppò ancora a lungo, faticosamente, e dopo molto tempo arrivò a una grande montagna, dov'era seduta una vecchia che filava con un arcolaio d'oro. La ragazza chiese anche a questa donna se conoscesse la strada che portava al Principe, e come potesse trovare il castello che sorgeva a est del sole e a ovest della luna. Ma fu di nuovo la stessa storia: “Forse tu sei quella che avrebbe dovuto sposare il Principe”, disse la vecchia.
“Sì, sono io. Avrei dovuto sposarlo io”, disse la ragazza.
Ma quella vecchia strega non conosceva la strada meglio delle altre... il castello era a est del sole e a ovest della luna, questo sapeva, “E ti ci vorrà molto tempo per arrivarci, se mai ci arriverai”, disse, “Ma posso prestarti il mio cavallo, e penso che faresti meglio ad andare dal Vento dell'Est e chiedere a lui: forse lui sa dov'è il castello e può soffiarti fin lì. Ma quando arrivi da lui devi accarezzare il cavallo dietro l'orecchio sinistro, e lui tornerà a casa”, e poi le diede l'arcolaio d'oro e le disse: “Forse scoprirai che ti sarà utile.”
La ragazza dovette cavalcare per molti, lunghi giorni, e per un periodo lungo e faticoso prima di arrivare; ma alla fine arrivò, e così domandò al Vento dell'Est se sapesse la strada per raggiungere il Principe che abitava a est del sole e a ovest della luna.
“In effetti”, disse il Vento dell'Est, “ho sentito parlare del Principe e del suo castello, ma non conosco la strada, perché non ho mai soffiato così lontano. Ma se vuoi posso portarti da mio fratello, il Vento dell'Ovest: forse lui lo sa, perché è molto più forte di me. Siediti sulla mia schiena così ti porto da lui.”
Perciò la ragazza gli si sedette sulla schiena e partirono velocissimi! Quando arrivarono, il Vento dell'Est entrò e disse che la ragazza che aveva portato era quella che avrebbe dovuto sposare il Principe del castello che stava a est del sole e a ovest della luna, e che adesso era in viaggio per ritrovarlo, perciò lui l'aveva portata lì e voleva sapere se il Vento dell'Ovest sapeva dove fosse il castello.
“No”, disse il Vento dell'Ovest, “non ho mai soffiato così lontano; ma se vuoi posso portarti dal Vento del Sud, che è molto più forte di tutti e due e ha viaggiato in lungo e in largo, e lui forse può dirti quel che vuoi sapere. Puoi sederti sulla mia schiena e io ti porterò da lui.”
Lei così fece, e andarono dal Vento del Sud, e anche stavolta il viaggio non fu molto lungo. Quando arrivarono, il Vento dell'Ovest chiese se sapesse la strada per arrivare al castello che stava a est del sole e a ovest della luna, perché quella era la ragazza che avrebbe dovuto sposare il Principe che viveva lì.
“Ma tu guarda!”, esclamò il Vento del Sud, “È proprio lei? Be'”, disse lui, “ai miei tempi ho viaggiato parecchio, e sono arrivato dappertutto, ma non ho mai soffiato così lontano. Però se vuoi posso portarti da mio fratello, il Vento del Nord. Lui è il più vecchio e il più forte di tutti noi, e se lui non sa dov'è allora al mondo non ci può essere nessun altro in grado di dirtelo. Puoi sederti sulla mia schiena, ti ci porto io.”
Perciò lei gli si sedette sulla schiena, e partirono di casa in tutta fretta, e ben presto furono in viaggio. Quando furono vicino alla casa del Vento del Nord quello era così agitato e irrequieto che loro potevano sentirne gli spifferi molto prima di arrivarci.
“Che cosa volete?”, rombò da lontano, e i due rabbrividirono nel sentirlo. Il Vento del Sud disse: “Sono io, e questa è la ragazza che avrebbe dovuto sposare il Principe che vive nel castello che sorge a est del sole e a ovest della luna. Ora vuole chiederti se sei mai stato lì e puoi dirle la strada, perché lei vorrebbe andare a riprenderlo.”
“Sì”, disse il Vento del Nord, “So dov'è. Una volta soffiai fin lì una foglia di pioppo, ma mi stancai così tanto che poi per molti giorni non fui più in grado di soffiare. Però se desideri davvero andarci, e se non hai paura di andarci con me, ti porterò sulla schiena e cercherò di soffiarti fin lì.”
“Io devo assolutamente arrivarci”, rispose lei, “E se c'è un modo per farlo lo farò; non avrò paura, per quanto veloce tu possa andare.”
“Benissimo”, disse il Vento del Nord, “ma stanotte devi dormire qui, perché se vogliamo arrivarci abbiamo bisogno di tutto il giorno a disposizione.”
Il mattino seguente il Vento del Nord la svegliò presto, poi si gonfiò e divenne così grosso e forte che a guardarsi faceva paura, e poi partirono volando, e pareva che non si sarebbero fermati se non quando avessero raggiunto la fine del mondo. In basso ci fu una tale tempesta che abbatté boschi e case, e quando furono sul mare le navi affondarono a centinaia. E così proseguirono infuriando, sempre avanti, viaggiarono a lungo, e passò ancora molto altro tempo, e ancora più tempo passò, e loro erano sempre sul mare, e il Vento del Nord si faceva stanco, sempre più stanco, e alla fine era così spossato che a stento riusciva a soffiare, e calava, calava, sempre più giù, tanto giù che alla fine le onde lambivano i talloni della povera ragazza che stava portando.
“Hai paura?”, disse il Vento del Nord.
“Non ho paura”, disse la ragazza, ed era vero.
Ma non erano molto lontani dalla terra, e il Vento del Nord ebbe ancora abbastanza forza da farla arrivare sulla riva, proprio sotto le finestre del castello che sorgeva a est del sole e a ovest della luna. Ma era così stanco e stremato che fu costretto a riposarsi per diversi giorni prima di poter tornare a casa.
Il mattino seguente la ragazza si sedette accanto alle mura del castello con la mela d'oro, e la prima persona che vide fu la fanciulla col naso lungo che doveva sposare il Principe.
“Quanto vuoi per quella mela d'oro, ragazza?”, disse quella aprendo la finestra.
“Non la si può comprare né con oro né con danari”, rispose la ragazza.
“Se non la si può comprare né con oro né con danari, con cosa la si può comprare?”, disse la Principessa.
“Se mi lasci andare dal Principe che vive qui e trascorrere la notte con lui, puoi avere la mela”, disse la ragazza che era arrivata col Vento del Nord.
“D'accordo”, disse la Principessa, perché aveva già deciso cosa fare.
Perciò la Principessa ebbe la mela d'oro, ma quando quella notte la ragazza salì negli appartamenti del Principe lui dormiva, perché la Principessa così aveva macchinato. La povera ragazza lo chiamò, lo scrollò, e intanto piangeva, ma non riuscì a svegliarlo. Al mattino, non appena spuntò il sole, arrivò la Principessa col naso lungo e la fece uscire. Quel giorno lei si sedette di nuovo sotto le finestre del castello e cominciò a cardare col suo cardatore d'oro; e poi successe tutto come il giorno prima. La Principessa le chiese cosa voleva per quel cardatore, lei rispose che non era in vendita né per oro né per danari, ma che se lei lo voleva poteva lasciarla andare dal Principe e passare la notte con lui, e lei le avrebbe dato il cardatore. Ma quando andò nella stanza del Principe lui era di nuovo addormentato, e per quanto lei lo chiamasse e lo scuotesse, o per quanto lei piangesse, lui continuò a dormire e lei non riuscì assolutamente a destarlo. Quando al mattino spuntò il sole, la Principessa dal naso lungo arrivò e la mandò di nuovo via. Quando fu giorno, la ragazza si sedette sotto le finestre del castello e cominciò a filare col suo arcolaio d'oro, e la Principessa col naso lungo volle anche quello. Perciò aprì la finestra e le chiese quanto volesse per l'arcolaio. La ragazza rispose come aveva già risposto nelle occasioni precedenti: non era in vendita né per oro né per danari, ma se lei fosse potuta andare dal Principe che viveva lì e trascorrere la notte con lui, la Principessa avrebbe potuto averlo.
“Sì”, disse la Principessa, “Acconsento volentieri.”
Ma in quel posto c'erano alcuni cristiani che erano stati rapiti, e loro stavano nella stanza accanto a quella del Principe e avevano sentito una donna che era stata lì e aveva pianto, e l'aveva chiamato per due notti di seguito, e lo dissero al Principe. Perciò quella sera, quando la Principessa tornò con il suo sonnifero, lui fece solo finta di bere, ma se lo gettò alle spalle perché sospettava che fosse un sonnifero. Perciò quando la ragazza entrò nella stanza del Principe stavolta lui era sveglio, e lei dovette dirgli com'era arrivata fin lì.
“Sei arrivata appena in tempo”, disse il Principe, “Perché avrei dovuto sposarmi domani; ma non voglio sposare la Principessa col naso lungo e solo tu puoi salvarmi. Io dirò che voglio vedere cosa sa fare mia moglie e le chiederò di lavare la camicia che ha su quelle tre macchie di sego. Lei accetterà di farlo perché non sa che sei stata tu a farle. Ma nessuno può lavarle se non un cristiano: i troll non possono assolutamente farlo. E io poi dirò che potrà essere mia moglie solo la donna che riesce a pulirle, e io so che tu ci riuscirai.”
Tra loro ci fu grande gioia e allegria, per tutta la notte, ma il giorno dopo, quando le nozze stavano per essere celebrate, il Principe disse: “Devo vedere cosa sa fare la mia sposa.”
“D'accordo”, disse la matrigna.
“Ho una bella camicia che voglio indossare per le nozze, ma ci sono cadute sopra tre gocce di sego e desidero che vengano lavate; ho fatto voto di sposare solo la donna in grado di farlo. Se non sa farlo, non vale la pena sposarla.”
Era veramente un'inezia, pensarono, e acconsentirono. La Principessa col naso lungo cominciò a lavare e a fare del suo meglio, ma più lavava e strofinava più le macchie s'allargavano.
“Ah! Non sai lavare per niente”, disse quella vecchia trollessa che era sua madre, “Dai a me.”
Ma anche lei come prese la camicia in mano non fece che peggiorare la situazione, e più lavava e strofinava, più grosse e scure si facevano le macchie.
Perciò vennero altri troll a lavare, ma più lavavano più la camicia si faceva brutta e nera, e alla fine era così nera che pareva fosse stata dentro una ciminiera.
“Oh!”, esclamò il Principe, “Siete tutti dei buoni a nulla! C'è una mendicante seduta sotto la finestra, scommetto che lei lava meglio di tutti voi! Entra, ragazza, entra!”, strillò lui.
“Oh, non lo so”, disse lei, “Ma ci proverò.”
Non appena ebbe presa la camicia e l'ebbe immersa nell'acqua, quella divenne candida come neve, e anche più bianca.
“Io sposerò te”, disse il Principe.
E qui la vecchia trollessa s'infuriò così tanto che scoppiò, e anche la Principessa col naso lungo e tutti i piccoli troll devono essere scoppiati perché da allora non s'è più sentito parlare di loro.
Il Principe e la sua sposa liberarono tutti i cristiani che erano stati imprigionati lì e si portarono via tutto l'oro e l'argento che riuscirono a trasportare, e se ne andarono lontano dal castello che sorgeva a est del sole e a ovest della luna.

martedì 12 aprile 2011

I sogni son desideri...

"I sogni son desideri”, cantava quella simpaticona di Cenerentola, “di felicità. Nel sogno non hai pensieri. Ti esprimi con sincerità...”
Accidenti, se le cose stanno così io sono messa male. Parecchio.
Non so voi quanto sognate. Io sogno moltissimo, e ho dei sogni ricorrenti che tendono a lasciarmi perplessa il più delle volte.
Il più angoscioso è quello degli animaletti in pericolo.
Gli animaletti possono variare, di solito sono pesci rossi, ma può anche trattarsi di gatti o perfino di topi o criceti. Le bestiole sono sempre in pericolo di vita e io mi faccio in quattro per salvarle, ma nonostante ogni mio sforzo difficilmente riesco nel mio intento. Mi risveglio sempre a metà sogno, senza sapere se gli animaletti si salveranno o no, col batticuore e madida di sudore. Generalmente, appunto, nel sogno c'è questa vasca coi pesci rossi che si rompe, e io mi dispero per metterli altrove e cercare acqua a sufficienza per farli sopravvivere, ma non ne trovo, o ne trovo pochissima, o i rubinetti non vanno, oppure i recipienti sostitutivi sono troppo piccoli o rotti... un dramma. Chissà, forse è tutta colpa di Pippo. Pippo era un pesce rosso che ho avuto per anni e che aveva la malsana abitudine di lanciarsi fuori dalla vaschetta. Dopo averlo salvato in extremis un tot numero di volte, trovandolo in terra che si dibatteva boccheggiante, mi sono decisa a prendergli una vasca dotata di coperchio. Gli è passata? Macché! Certe volte mi svegliavo di notte per il tonfo delle capocciate che dava al coperchio. Qualcuno mi spiegò che questo capitava perché i pesci rossi non si rendono conto che dall'altra parte della parete della vasca non c'è acqua, e che loro per natura tendono a saltare per superare i dislivelli dei torrenti. Però a me creava ansia lo stesso.
Altro sogno angoscioso ricorrente: sono incinta e non so come ho fatto. Cioè... come ho fatto tecnicamente diciamo che lo intuisco, quel che non comprendo è come mai sono incinta dal momento che non avevo nessuna intenzione di diventarlo. Come se l'avesse deciso qualcun altro per me e la cosa mi turba e mi disturba. Il bello è che alla fine non partorisco mai un bambino, ma sempre cose tipo gatti, o libri, o quadri o altri oggetti... e nessuno ci trova mai niente di strano. “Complimenti, signora”, mi fa l'ostetrica, “ha partorito un bellissimo Picasso! Lo tiene o lo mette all'asta?” “Mah, non so... in salotto non ci starebbe male.”
Sono strana io, però. Vero?
Ancora: torno nel passato e incontro me stessa da ragazzina. Allora cerco di darmi consigli per evitarmi certi errori, ma finisce sempre che mi risulto antipatica e mi mando al diavolo da sola. Cosa che certe volte faccio anche nella realtà, allo specchio.
Un altro: sono in una situazione di pericolo e le persone a me care non muovono un dito per aiutarmi, lasciano fare tutto a me. Guardano, ma non ritengono necessario intervenire. Anche se per salvarmi gli basterebbe alzare una mano o grattarsi la testa, non lo fanno. Caparbiamente e ostinatamente.
E quell'altro, di ritrovarmi improvvisamente fidanzata o sposata con un perfetto sconosciuto o, peggio ancora, con qualcuno che non sopporto? Pare che sia un sogno abbastanza diffuso: a voi è mai capitato? A me sì, spesso. Mi lascia sempre sconvolta, perché per tutto il sogno continuo a chiedermi quando, come e soprattutto perché mai ho fatto una cosa del genere.
C'è il sogno della moltiplicazione dei gatti. Nella realtà io ho tre gatti. Nel sogno parto dai tre veri ma poi, un po' per volta, cominciano ad aumentare. Fino a che mi trovo con la casa brulicante di gatti che corrono dappertutto, si lanciano dai balconi, si azzuffano sui letti e insomma ne combinano di cotte e di crude pur di ficcarsi nei guai.
Sui gatti ho anche un altro incubo ricorrente: io che sono in vacanza da un tot e all'improvviso mi viene in mente che ho abbandonato i gatti a casa da soli. Mi scapicollo per tornare a casa più in fretta possibile, anche se so che intanto i mici saranno già morti di fame e di sete, e non mi do pace finché non mi sveglio e li vedo lì, sul letto, che mi ronfano addosso.
La settimana scorsa ho sognato che mia mamma faceva scappare i miei gatti ma me lo diceva solo due giorni dopo. Io dovevo perlustrare palmo a palmo una fitta boscaglia per ritrovarli, pur sapendo che sarebbe stato tutto inutile. Tremendo!
I sogni sul sesso sono quasi tragicomici. Ora, io nonostante sia una giovane (ehm...) donna intelligente che vive il suo tempo eccetera eccetera (seee, come no...) di base sono sessualmente assai repressa (o Depressa?). Sarà perché fin dalla più tenera età ho sempre avuto modelli femminili che non riuscivo a raggiungere, o concorrenze con le quali non mi sentivo all'altezza di gareggiare. Sarà perché non ho un incantevole rapporto col mio corpo (diciamo che tendiamo a pensarla in modo diverso su parecchie questioni, va'). Sarà per l'educazione cattolica di base. Sarà quel che sarà (sarà perché ti amo?), ma se nella vita non brillo nei sogni riesco addirittura a peggiorare. Comunque il sogno ricorrente è questo: sto per fare l'amore con un uomo meraviglioso ma sul più bello arriva sempre, costantemente e puntualmente, come solo le tasse sanno fare, e inevitabilmente qualcuno della mia famiglia a interrompermi. S-E-M-P-R-E! Una volta è la mamma che mi chiede dove stanno le cipolle (come se fosse quello il momento giusto per certe richieste), un'altra è papà che ha perso gli occhiali, oppure la Vale (sorella maggiore) che cerca le scarpe (e cercando cercando, già che c'è cerca pure di accalappiarsi il mio partner), oppure zia Ramona che vuole convincermi a smetterla con quell'attività poco sana per aiutarla nel decoupage, hobby che io notoriamente detesto (tra parentesi, zia Ramona è un mito, prima o poi dovrò parlarvi anche di lei). Insomma, cose così. Immancabilmente il sogno finisce col mio affascinante partner che si stufa e se ne va, certe volte con la Vale e certe altre da solo, oppure mi svanisce letteralmente tra le braccia. E a me non rimane da far altro che rivestirmi mestamente e lanciare insulti ai miei familiari. Quand'ero più giovane per un certo periodo sono stata addirittura convinta che lo facessero apposta a insinuarsi nel mio subconscio per il puro gusto di rovinarmi il divertimento anche in sogno oltre che nella vita reale. Li conosco, ne sarebbero capaci!
Un sogno non ansiogeno ma irritante, è quando sogno scenari strabilianti (tramonti, eruzioni vulcaniche, il mostro di Loch Ness...) e la macchina fotografica s'inceppa facendomi perdere scatti potenzialmente unici. Che nervi, poi, al mattino...
Faccio anche sogni piacevoli, però. Uno dei miei preferiti è quello della casa telescopica. Nel senso che si allunga. Nella realtà vivo in un appartamento di una sessantina di metri quadri. Io, il mio compagno e tre gatti. Se calcolate che il mio compagno e uno dei gatti, per conformazione corporea, occupano più spazio del dovuto vi renderete conto che certe volte stiamo un po' strettini. Nel sogno a un tratto scopro, con gioia e somma delizia, delle porte misteriose che si aprono su stanze nuove, ampie, ariose, e man mano la casa diventa sempre più grande. Mi piace talmente tanto ritrovarmi con quello spazio in più che quando mi sveglio mi rammarico sempre che nella realtà questo non sia possibile. Perché queste stanze in più non vanno a intaccare i confini della casa. Da fuori resta uguale, è solo dentro che s'ingrandisce a dismisura. Non so se mi spiego.
Ah, poi c'è quello dei superpoteri. Ci sono volte in cui sogno di averne di ogni tipo, di essere praticamente invincibile, e vivo fantastiche avventure salvando il mondo, i gatti e il mio compagno. Forse vuol solo dire che leggo troppi fumetti, però. Oppure sogno di saper parlare tutte le lingue del mondo e di saper suonare tutti gli strumenti possibili. Grandioso! Nella realtà ho provato a imparare a suonare la batteria, ma con scarsi risultati. In sogno sono così brava che farei crepare d'invidia Buddy Rich in persona (tranne che Buddy Rich è già morto di suo, ma era solo per farvi capire).
Ma fino a qualche anno fa il mio sogno preferito in assoluto era... di trovarmi al supermercato! Alt, prima di dire che sono fissata con la spesa, aspettate a leggere. Nel sogno c'era questo supermercato ai margini della città, non facile da raggiungere o da trovare. Diciamo che bisognava sapere dove cercare, trovarlo aveva un che di mistico, quasi. Io però sapevo come fare. E dentro questo supermercato, che era in apparenza identico a un qualunque altro supermercato, era tutto gratis. Potevo prendere a piene mani qualunque cosa e non pagarla. Tutto in omaggio, tutto facile da raggiungere, non come nella realtà, dove mi pare di dover sudare quattro camicie per raggiungere ogni minimo risultato. Di solito arrivavo lì dopo una serie di vicissitudini faticose ed era veramente una goduria girare per le corsie e poter prendere tutto quello che mi stuzzicava. E sapere che era facile e semplice. Ora però questo supermercato non lo sogno più da un sacco di tempo. Chissà, vuoi vedere che la crisi economica ha raggiunto anche il mondo dei sogni?

PS: stanotte ho sognato che Madonna (la cantante) mi prestava il rossetto e che mi perdevo, di notte, per i canali di Venezia a bordo di un materassino a forma di foglia. Che vorrà dire???

Nella foto: Cenerentola sogna di lavare i piatti in abito da sera. Contenta lei...