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martedì 13 agosto 2013

Se la passione ci annebbia la mente...

Qualche volta mi capita di riflettere. Non spesso, ma ogni tanto.
Stavolta mi è successo dopo aver lavorato a uno dei racconti di Hoffmann. Il violino di Cremona, per l'esattezza (andate qui per capire di cosa parlo).
A questo racconto si era ispirato il compositore Jaques Offenbach per l'episodio di Antonia della sua opera I racconti di Hoffmann (andate qui per capire di cosa parlo).
In breve, Antonia è una fanciulla molto bella, ma soprattutto molto dotata vocalmente. È una cantante straordinaria, capace di ammaliare tutti con la sua voce, una voce che sembra addirittura andare oltre le normali capacità umane. Ed è così, infatti, perché Antonia ha una singolare malattia ai polmoni, ed è quella malattia a dotare la sua voce di caratteristiche strabilianti, ma anche a minare la sua stessa vita. Antonia adora cantare e tutti quelli che l'ascoltano adorano sentirla cantare, ma cantare per lei vuol dire rischiare la morte. Questo lei lo sa, e lo sa anche suo padre, il consigliere Krespel che, per quanto sia un personaggio eccentrico e svitato, ha il buonsenso di capire che per salvare la vita di sua figlia deve impedirle con ogni mezzo di cantare.
Fin qui non c'è niente, o quasi, di strano. Quel che mi ha colpito particolarmente è il fatto che il povero Krespel si trovi a combattere continuamente con gente che vuole a tutti i costi far cantare Antonia. Certo, molti non sanno della sua malattia e sono quindi giustificati, ma anche quelli che sanno che per Antonia cantare è letale, pure non resistono alla tentazione di spingerla a farlo. Lei stessa pare non essere in grado di resistere alle pressioni. È come una bambina incapace di scegliere veramente ciò che è bene per lei. E anche se uno le ripete un'infinità di volte che giocare col fuoco è pericoloso, non appena vede un accendino incustodito lo afferra e ci gioca, finendo magari col darsi alle fiamme.
Antonia ha un fidanzato, B, che sa benissimo quanto sia pericoloso per lei cantare. E cosa fa questo B, pur dopo aver giurato in tutte le lingue che con lui le labbra di Antonia non avrebbero mai emesso una sola nota? La cerca ovunque per convincerla a cantare. Fenomenale, vero? E nonostante Krespel tenti in tutti i modi di proteggere la figlia, lui alla fine la trova e riesce a spingerla a cantare fino a farla morire.
Nel racconto Krespel sostiene (a grandi linee) che le persone appassionate non hanno nel cuore che la propria passione e, per quella e per il piacere che ne traggono, diventano crudeli, sarebbero disposte a sacrificare qualsiasi cosa, anche la vita di chi amano.
B presumibilmente ama Antonia. Eppure non può fare a meno di spingerla a fare una cosa che sicuramente la ucciderà.
Quante volte la passione per qualcosa ci rende incapaci di capire che stiamo andando troppo in là? O ci rende insensibili e crudeli verso gli altri? Ci rende incapaci di comprendere che qualcun altro sta soffrendo per le nostre insistenze, per le nostre richieste, o anche, per essere meno drammatici, che semplicemente sta facendo qualcosa che non vuole fare solo perché non ha il coraggio di dirci di no?

martedì 23 luglio 2013

Il Reuzzo fatto a mano: una storia autonoma

Breve spot pubblicitario: è uscito l'ebook con la raccolta delle mie fiabe “rivedute e corrette”. Ci sono quelle che avete letto qui, e anche molte atre, oltre a tante belle illustrazioni. S'intitola Fiabe Reloaded: non ci sono più le principesse di una volta, costa veramente un'inezia e se vi va di darci un'occhiata, potete farlo cliccando qui! Per festeggiare l'evento vi regalo un'altra fiaba... ma poi basta, sennò non mi comprate più il libro :-P
Alla fine del racconto troverete l'indice completo delle fiabe pubblicate, così potete farvene un'idea. Grazie per la cortese attenzione ^___^
PS IMPORTANTE: vi ricordo che NON è un libro per bambini!

“Se vuoi una cosa fatta per bene, devi farla da te”, dice il saggio.
Moltissime dolci fanciulle (ma capita lo stesso a molti ragazzi) passano anni a sognare il partner ideale. E lo immaginano così dettagliatamente che poi giocoforza saranno destinate a essere scontente di quelli che troveranno nella vita reale.
Ci sono anche persone che lavorano tanto di fantasia che poi il risveglio sarà sicuramente poco piacevole, perché partner tanto perfetti esistono solo nel mondo dei sogni e mai nella banale realtà.
C'era una volta una ragazzina romantica.
Questa ragazzina si prese una cotta per un ragazzo che frequentava la sua stessa scuola, ma che era due classi avanti avendo un paio d'anni in più.
Lei questo ragazzo non lo conosceva di persona, ne sapeva a stento il nome, ma lo ammirava sempre da lontano e lo trovava stupendo.
Passò tre lunghi mesi a fantasticarci sopra. S'immaginò il suo carattere, i suoi gusti e le sue opinioni cercando di ricostruirli dai dettagli anche minimi che vedeva, tipo il colore delle scarpe e come si allacciava il giubbotto, il tono di voce quando salutava i bidelli al mattino e come si mordicchiava le unghie quando attraversava i corridoi. Immaginò i mille modi in cui avrebbero potuto conoscersi. I loro primi discorsi, gli scambi di battute, il primo ballo insieme, il primo bacio.
Anche mentre faceva altro, la ragazzina si distraeva facilmente perdendosi dietro alle sue fantasticherie. La sera, prima di addormentarsi, faceva l'inventario di tutti i momenti in cui in giornata aveva visto il ragazzo dei suoi sogni, e la mattina si svegliava cercando di immaginare dove l'avrebbe incontrato a scuola, cosa avrebbe indossato, come avrebbe portato i capelli e così via.
Poi un giorno, durante la festa di Natale, finalmente lo conobbe. E scoprì che era stupido, vanesio, noioso, antipatico e con pessimi gusti musicali.
Insomma, fu un risveglio traumatico. Non sono neppure certa di essermi ancora ripresa.
Ehm...
Ecco, la protagonista delle nostra storia voleva evitarsi questa somma delusione. Ecco perché decise di fare da sé.
Perché chi fa da sé, fa per tre...


Il Reuzzo fatto a mano
una storia molto autonoma

C'era una volta un Re, che aveva una figlioletta unica per la quale stravedeva.
La principessa Lucia era bella, simpatica e intelligente. Ma non aveva un fidanzato, e questo per il Re era fonte di dolore.
La principessa non aveva un fidanzato non perché non avesse pretendenti, ma perché nessuno dei pretendenti era di suo gusto.
“Non ho ancora conosciuto un uomo che mi piaccia veramente fino in fondo. Che abbia tutte le doti che voglio io”, diceva.
“Ma figlia mia, gli esseri umani sono come sono. Hanno i loro difetti. Per averne uno come vuoi tu, devi solo fabbricartelo da te.”
“Eh, già!”, si disse la ragazza, “È proprio quel che farò.”
E così chiese al padre acqua, farina e miele. Poi si chiuse nelle sue stanze e impastò, impastò, impastò. Per sei mesi impastò. Poi guardò il risultato dell'impasto e decise che non le piaceva, perciò lo disfò, lo disfò, lo disfò. Per sei mesi lo disfò. E si rimise a impastare, impastare, impastare. Impastò di nuovo per altri sei mesi, ma alla fine fu soddisfatta del risultato, perciò mise in una nicchia, ad asciugare, il suo Reuzzo fabbricato con acqua, farina e miele. Poi corse da suo padre.
“Papà, papà”, gridò tutta contenta, “Vieni a conoscere il mio fidanzato!”
Quando sentì queste parole, il Re quasi svenne dalla felicità. “Figlia mia”, disse, “Finalmente! Che gioia mi stai dando!”
Ma poi Lucia gli mostrò quel pupazzo di pasta umidiccia e il Re si sentì cadere le braccia.
“Hai visto che bello?”, disse Lucia, “Non è ancora pronto, ma sono sicura che verrà benissimo. Proprio come voglio io. Ho seguito il tuo consiglio, visto che non mi piaceva nessuno me lo sono fabbricato da me. Che te ne pare?”
“Be', figliola”, il povero Re era imbarazzato, “Per essere bello è bello, però... ecco... non è esattamente VERO. Non lo vedi che non parla neppure?”
“Parlerà, parlerà”, disse Lucia, convinta, “Dagli tempo.”
Il Re scosse la testa e pensò che la figlia fosse completamente ammattita.
Passarono diversi giorni, e finalmente il Reuzzo fatto a mano si asciugò completamente. E quando si fu asciugato, finalmente diventò vivo e parlò.
“Amore mio”, disse a Lucia, “Sei la creatura più bella sulla quale abbia mai posato gli occhi”, il che era facile, visto che era anche l'unica che avesse mai visto.
Quando ero piccola questa parte mi faceva sempre un po' impressione, perché mi immaginavo una megapagnotta che parlava. Ma poi capii che dovevo fare uno sforzo d'immaginazione e comprendere che ormai quel Reuzzo lì non era più fatto di farina e miele, ma di carne, sangue e ossa. Insomma, era diventato una persona vera.
Era così vivo e vero, che Lucia gli si gettò tra le braccia e gli disse: “Tesoro, baciami! Prendimi! Fammi tua!”
Ma lui, dopo averle dato un bacio appassionato da farle frullare le farfalle nello stomaco, le disse con estrema dolcezza: “Prima voglio dimostrarti di essere un uomo serio, che non teme le responsabilità e mantiene gli impegni. Pertanto vorrei conferire con tuo padre al fine di chiedergli l'onore di avere la tua mano.”
Visto che figo? E sapeva anche i congiuntivi!
Lucia corse a chiamare il Re, questo conferì col Reuzzo e ne rimase estremamente contento.
“Cara figliola, non l'avrei mai detto ma avevi ragione. Il tuo fidanzato è perfetto. Sono sicuro che il tuo sarà un matrimonio felicissimo.”
E così vennero organizzate le nozze: una cerimonia fastosa, allegra, colorata, bellissima, sfarzosa, frizzante, come non se ne erano mai viste da anni.
E vennero invitati tutti. Tutti i notabili del regno, ma anche monarchi di altri reami. E si mangiò, si ballò, si rise e si scherzò, e tutti quanti ammirarono il Reuzzo fatto a mano.
Soprattutto le donne lo ammirarono, perché era esattamente il tipo d'uomo che tutte le donne sognano e non incontrano mai.
Un po' come i nostri eroi da fiction preferiti. Da Darcy a Mr Grey, da Heathcliff a Edward Cullen, gli eroi da romanzo sono quelli che ci fanno sospirare più di tutti gli altri, ma ovviamente non ci capita mai di incontrarli nella realtà. Sapete perché ci piacciono tanto? Perché sono tutti uomini di fantasia, inventati dalle donne in base ai desideri delle donne. Il Reuzzo fatto a mano era così, però vivo. E naturalmente tutte ne avrebbero voluto uno così, al contempo romantico e passionale, gentile e premuroso, sensibile e forte, bello senza tirarsela. Non aveva neppure un difetto.
O meglio, forse uno ce l'aveva ma non l'aveva ancora manifestato: la memoria corta.
Ma vediamo cosa capitò.
Alla festa di nozze naturalmente tutte le donne presenti lo ammirarono, quelle sposate guardarono i propri mariti e sospirarono perché non somigliavano a lui, le single invidiarono Lucia e qualcuna le augurò anche brutte cose che non voglio riportare per non offendere gli animi sensibili.
La più invidiosa di tutte era una regina, che chiameremo Invidia per ovvi motivi. La Regina Invidia stava cercando da anni un marito proprio così, e proprio quando ci aveva messo una pietra sopra aveva scoperto che quell'uomo esisteva, ma aveva appena sposato un'altra.
No, questo non poteva sopportarlo, perciò mise a punto un piano diabolico.
Con un bieco sotterfugio attirò il Reuzzo fuori dalla Reggia, lo rapì e se lo portò via.
Visto cosa succede? Ad avere un fidanzato perfetto, finisce che tutte lo vogliono e noi dobbiamo sempre stare sul chi vive.
Ah, ma non penserete mica che Lucia si sia arresa così, senza combattere?
Macché! Una che si costruisce il suo Principe Azzurro è perfettamente in grado di tenerselo, o di riprenderselo se qualcuno glielo porta via.
Voi direte: ma non faceva prima a farsene un altro? Eh no! Per prima cosa, avete visto anche voi quanto tempo ci aveva messo a fare quello. E poi, se ne avesse fatto un altro che garanzie aveva che non le avrebbero rubato pure quello? E in ogni caso, questa era anche una questione di principio, che diamine!
Anche se a me questa storia del “sapersi tenere un uomo” ha sempre dato fastidio. È sempre stata una palla al piede per le donne. Una pistola alle tempie che le costringe a fare cose che non gradiscono, che non amano, per le quali non sono portate, tutto pur di “tenersi un uomo”, con la minaccia che “se non ti adegui se lo prende qualcun altra”. Ma che se lo prenda, e se lo tenga, dico io. Se uno è così egoista da pretendere che io diventi ciò che non sono solamente per fargli piacere, allora meglio che se lo sciroppi un'altra.
Però Lucia decise di non rifarne un altro ma di recuperare quello vecchio.
Dimostrando di non essere per niente come Gioacchino Rossini.
Tra i vari buffi aneddoti su Rossini, c'è ne uno che fa al caso nostro. Una volta si ammalò e fu costretto a mettersi a letto con la febbre. Ma questo non gli impedì di continuare a comporre. Semplicemente, se ne stava lì disteso e scriveva sui fogli da musica. Aveva già composto un'ouverture quando, a causa di un potente sternuto, i fogli già scritti gli scivolarono di mano e caddero per terra. Non aveva voglia di alzarsi e raccoglierli, perciò non trovò nulla di meglio da fare che... riscrivere daccapo il brano. E quando qualche ora dopo un suo amico andò a trovarlo e raccolse i fogli, si accorse che la nuova ouverture era completamente diversa dalla prima.
Una faticaccia, secondo Lucia, perciò lei decise piuttosto di mettersi in viaggio e riprendersi il suo Reuzzo.
Cammina cammina, si trovò a chiedere informazioni a tre streghe, le quali le donarono tre frutti: una noce, una nocciola e una mandorla.
“Sembrano frutti umili”, le dissero, “ma al momento del bisogno spaccale: troverai cose che potranno esserti d'aiuto.”
Quando giunse nel regno della Regina Invidia, Lucia andò in giro a informarsi, e scoprì che il Reuzzo viveva a Palazzo come consorte della Regina.
Forse nel farlo si era dimenticata di assegnargli una memoria sufficiente, oppure il dono della fedeltà. Fatto sta, che il Reuzzo era convinto d'essere lo sposo di Invidia. Dopotutto, ricordava di essersi sposato. Come possiamo pretendere che si ricordasse anche chi aveva sposato?
Sì, però si sbagliava e occorreva riportarlo sulla retta via.
Pensa che ti ripensa, Lucia ebbe una bella idea. Si travestì da venditrice ambulante, poi si piazzò nei giardini, dove sapeva che la Regina andava sempre a passeggio, e spaccò la noce.
Ne uscì un bellissimo carillon tutto d'oro che emanava una musica meravigliosa (forse quella di Rossini) ed era compreso di pulcini danzanti. Vivi! Povere bestie!
Insomma, lei si piazzò lì, e quando la Regina Indivia passò e li vide, li volle anche. Perché lei era invidiosa mica per niente, e se qualcuno aveva qualcosa di bello lei cominciava a invidiarlo.
Ne conoscete di persone così, che invidiano sempre tutte le fortune altrui e non sono mai contente se non quando gliele portano via? Invidia era così.
“Te li pago quel che vuoi”, Invidia disse a Lucia, “Ma quel carillon dev'essere mio.”
“Non voglio denaro”, rispose Lucia, “Però ve lo cedo se mi fate un favore. Vorrei trascorrere questa notte nella stanza da letto del Reuzzo.”
La Regina accettò, ma siccome sospettava qualcosa di losco, quella sera narcotizzò il Reuzzo, che trascorse tutta la notte dormendo sodo e non sentì Lucia.
Lucia pianse, si disperò, cercò di scuoterlo. Ma non ci fu niente da fare, il Reuzzo non sentì nulla e al mattino, quando Lucia fu costretta ad andarsene, lui ancora dormiva.
Lui non sentì Lucia, ma la sentì qualcun altro.
Dovete sapere che proprio di fianco al Palazzo Reale c'era la prigione. Forse per spedirci più alla svelta i prigionieri politici, non so. Fatto sta che i carcerati sentirono tutti, ma tutti i lamenti strazianti di Lucia. Non riuscirono a chiudere occhio, in sostanza, e pensarono che questo tormento fosse troppo pure per loro.
Il giorno dopo Lucia spaccò la nocciola, ne uscì un coro di pappagallini (vivi!!!) canterini, con le piume tutte d'oro e su un grosso trespolo d'oro.
Come il giorno prima Invidia li volle, e come il giorno prima Lucia domandò in cambio una notte col Reuzzo. Come il giorno prima, Invidia narcotizzò il Reuzzo, e come il giorno prima lui dormì e non sentì i lamenti della sua vera sposa. E proprio come la notte prima, i poveri carcerati non riuscirono a chiudere occhio.
L'indomani Lucia si rimise al solito posto e spaccò la mandorla. Dentro c'era un pavone (vivo!) tutto d'oro che non solo cantava gli ultimi successi musicali, ma sapeva anche compiere mirabolanti giochi di prestigio.
Ah, prima che me lo dimentichi: queste bestie che escono dai frutti secchi me le sto inventando, ma vi assicuro che nelle fiabe originali sono sempre cose del genere, per cui non sto divagando più di tanto.
Come le altre volte, la Regina Invidia volle il pavone. Come le altre volte, Lucia chiese in cambio di passare la notte col Reuzzo. E come le altre volte, Invidia pensò bene di narcotizzare il Reuzzo.
Ma stavolta non le riuscì.
Comprensibilmente, i carcerati erano stufi di passere le nottate in bianco, per cui si organizzarono e fecero sapere al Reuzzo che tutte le notti dalla sua stanza provenivano i pianti strazianti di una donna che diceva di essere la sua legittima sposa eccetera eccetera, e che per cortesia cercasse di porre fine a quel fracasso, che loro almeno la notte meritavano di riposare.
Il Reuzzo rifletté, e si ricordò (almeno la memoria a breve termine gli funzionava) che le due sere precedenti la Regina Invidia gli aveva fatto bere del vino molto speziato e lui subito dopo si era sentito stanco e intontito, e si era addormentato di botto. Comprese che quel vino era drogato, perciò quella sera finse solo di berlo, ma in realtà lo versò tutto nel ficus in sala da pranzo. Non so che fine abbia poi fatto quella pianta...
Quella notte, come le altre, Lucia si recò dal Reuzzo e cominciò a piangere. Ma lui non dormiva e la sentì. E lei gli raccontò quel che era capitato, così il Reuzzo si ricordò che Lucia era la sua vera sposa. E perciò i due fuggirono insieme e se ne tornarono a casa, dove vissero felici e contenti alla faccia della Regina Invidia. Ma con gran gioia dei carcerati, che poterono tornare a dormire.
Che bello!
Però se rifletto su questa storia, la trovo inquietante. Perché Lucia non era solo la sposa del Reuzzo, era anche quella che gli aveva dato vita. Quindi in un certo senso era anche sua madre. Perciò questa è la storia di un incesto!
Puah! Visto che non è bene scavare troppo nelle fiabe?

FINE

ELENCO DELLE FIABE CONTENUTE NELL'EBOOK

1 – Il Principe Serpente, una storia da sbucciare
2 – L'amore delle tre melarance (bianca come il latte, rossa come il sangue), una storia smemorata
3 – La Bella Addormentata nel Bosco, una storia crudele
4 – I sei cigni, una storia urticante
5 – Pelle d'Asino, una storia torbida
6 – Rumpelstiltskin, una storia primordiale
7 – Turandot, una storia lirica
8 – La Principessa Professoressa, una storia in cattedra
9 – Biancaneve e i dodici briganti, una storia oscura
10 – Cenerentola al sud, una storia “scialla”
11 – La Gatta Cenerentola, una storia sorniona
12 – Gretel la principessa scaltra, una storia con la battuta pronta
13 – La Regina delle Nevi, una storia seducente
14 – La Principessa Snob, una storia ingiusta
15 – Olivia la principessa manomozza, una storia coraggiosa
16 – La Figlia del Sole, una storia furbetta
17 – Fantaghirò persona bella, una storia sopravvalutata
18 – Il Reuzzo fatto a mano, una storia molto autonoma
19 – Le sette teste d'agnello, una storia che se la lega al dito
20 – Cenerentola di Perrault, una storia così come uno se l'aspetta
21 – Aschenputtel (Cenerentola dei Grimm), una storia sanguinolenta
22 – Le dodici principesse danzanti, una storia sulle punte
23 – La Bella e la Bestia, una storia che non si ferma alle apparenze
24 – La lampada di Aladino, una storia dalla faccia di bronzo
25 – L'Uccellin Belverde, una storia che non si accontenta
26 – Raperonzolo, una storia senza capo né coda
27 – La Cenerentola, una storia coi piedi per terra

venerdì 10 maggio 2013

Le sette teste d'agnello, una storia che se la lega al dito

Il titolo è un po' truce. Evoca spettri, orchi e atrocità sanguinolente.
Be', un po' di sangue c'è sicuramente, dal momento che almeno gli agnelli una bella fine non l'hanno fatta.
Io sono una di quelle persone che a Pasqua non mangiano né l'agnello né il capretto, perché detesto l'idea di mangiare un cucciolo (e quindi quando posso evito anche il porcellino e il vitello). So che è ipocrita, ma così son fatta. Ecco, immaginarmi queste testoline d'agnello mi suscita sensazioni macabre e fosche.
Però il legame con la Pasqua finisce qui, perché in effetti questa non è una storia pasquale.
È una storia, invece, che parla di gente permalosa, puntigliosa, che non dimentica un minimo torto neppure quando questo viene ripagato centomila volte.
È la storia, anche, di chi proprio non riesce a non pensare alle passate sventure, e vi rimane attaccato con tale tenacia da non vedere le attuali fortune.


Le sette teste d'agnello
una storia che se la lega al dito


C'era una volta una bella fanciulla che chiameremo, per convenzione, Carolina.
Carolina, come vi ho già detto, era molto bella, dal momento che questa è la dote principale che ogni principessa (per esteso, ogni protagonista di fiaba) deve avere. Solo le cattive sono brutte.
Carolina però era molto povera, e siccome era anche orfana, viveva con la zia, che era povera pure lei. Povera e tirchia. Però visto che era povera, penso che il termine “tirchia” sia un tantino fuorviante. Se era povera, giocoforza doveva essere parsimoniosa e avveduta nello spendere le sue magre risorse.
Un giorno la zia riuscì a procurarsi sette testine d'agnello (da mangiare, sì) e, tutta contenta per quel che considerava una vera fortuna, le portò a casa e le consegnò a Carolina.
“Cucinale come sai fare tu”, le disse, “Io esco per una commissione, quando torno ce le mangiamo assieme.”
Carolina le cucinò, ma poi quel delizioso profumino (bleah!) le solleticò le narici, e lei decise di assaggiarne un pezzettino prima che tornasse la zia. Le piacque, così prese un altro assaggio. E poi un altro. E un altro ancora. E alla fine si accorse che si era sbafata tutto e che alla zia aveva lasciato solamente le ossa.
Fu colta dal panico perché pensò, giustamente, che la zia se la sarebbe presa molto a male. E perciò, non volendola affrontare, scappò.
Corse via, nel bosco, lontano dal paese. E corse, corse, corse, e infine giunse a una radura, si sedette in terra a riprendere fiato e per la spossatezza si addormentò.
Il mattino dopo, all'alba, capitò che in quella radura passasse il Re a cavallo. Lui, naturalmente, era lì a caccia. Nelle fiabe i Re o vanno a caccia o vanno in guerra, non hanno molti altri interessi. Questo qui era a caccia.
Non appena vide Carolina, il Re se ne innamorò e decise di farne la sua sposa.
Così, su due piedi. Anzi, su sei, perché dobbiamo aggiungere anche i quattro del cavallo.
I Re delle fiabe, oltre ad avere una spiccata passione per le armi e i passatempo violenti, sono anche impulsivi e quando vengono colti da un desiderio improvviso devono realizzarlo a tutti i costi, e guai a chi osa contraddirli.
Ora, lui che ne sapeva di questa bella addormentata, oltre al fatto che era bella? Nulla. Per quanto ne sapeva, avrebbe anche potuto essere una grandissima ******* (non scrivo la parola perché non mi va di usare del turpiloquio, immaginatevela voi), ma a lui importava solo che fosse bella. E del resto cercate di capirlo, a lui Carolina interessava solo da un certo punto di vista, come dire... “sensuale”, e se pure fosse venuto fuori che aveva un brutto carattere... be', non era nulla che non si potesse risolvere a frustate.
Insomma, com'è, come non è, non appena la vide decise di sposarsela, e la svegliò apposta per comunicarglielo. E già cara grazia che lo fece.
Carolina, naturalmente, non osò rifiutare. E come avrebbe potuto? Far arrabbiare un Re con un rifiuto non è mai una cosa saggia, specialmente se sei solo un poveraccio senza diritti o santi in paradiso. E poi proprio perché era una poveraccia, questa era la sua unica occasione per uscire dalla miseria e avere una vita migliore.
Come vedete, questa non è decisamente una storia d'amore.
Il Re portò Carolina al castello, la fece rivestire con abiti sontuosi e subito organizzò le nozze.
“Ci sarebbe anche mia zia, però”, disse Carolina al Re, “Lei si è sempre presa cura di me, non posso abbandonarla in quella catapecchia.”
“E che problema c'è?”, rispose il Re, “Invitala, così verrà anche lei a vivere al castello.”
Ma sì, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno!
Intanto però la zia era tornata a casa e si era accorta che Carolina si era pappata tutte le sette testine d'agnello. Fuori di sé dalla rabbia, perché su quel lauto (lauto per lei) pasto ci aveva messo il pensiero, si era messa a cercare la nipote per tutta la casa, per darle una sonora strigliata.
“Tutte, se le è mangiate!”, continuava a borbottare, “Tutte!”
E così, quando arrivò la delegazione del Re per invitarla alle nozze e portarla a palazzo, così la trovò: che si torceva le mani, si disperava, piangeva a ripeteva costantemente “Tutte, se le è mangiate! Tutte!”
Nonostante questo, però, fece armi e bagagli e seguì la delegazione. A palazzo la ripulirono, la vestirono con abiti eleganti, le offrirono la colazione e poi la scortarono alla cerimonia.
E fu una gran bella cerimonia, naturalmente, anche perché in una fiaba non s'è mai vista una cerimonia nuziale e pure regale che non sia meno che bellissima e sfarzosa.
E naturalmente la sposa era bellissima. Forse un filino troppo magra per i gusti dell'epoca. Perché a quei tempi funzionava al contrario: i ricchi avevano da mangiare e i poveri pativano la fame. Per questo all'epoca per essere belli bisognava avere ciccia, mentre la magrezza era un difetto antiestetico.
Dopo le nozze ci fu un gran banchetto, Carolina e il Re si sedettero a capotavola e la zia venne fatta accomodare accanto alla sposa.
La zia non perse tempo, si sporse verso la nipote e le disse finalmente quel che si era tenuta dentro per tutto quel tempo: “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, sibilò.
Carolina capì al volo, e rispose sottovoce: “Sì zia, e me ne dispiace moltissimo. Ma guarda, adesso tutti i nostri problemi sono finiti. Guarda quante cose buone ci stanno servendo. La vuoi una coscia di faraona?”
Ma la zia parve non sentirla. Rifiutò la coscia di faraona e continuò a borbottare “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”
“Che dice la zietta?”, domandò il Re, che aveva visto la sua sposina confabulare con la zia e desiderava rendersi amabile.
“Ehm...”, arrossì Carolina, imbarazzata, “Dice che ti ringrazia per averla invitata e che questo banchetto è veramente splendido.”
“Oh, di niente, di niente”, si schermì il Re.
Ma la storia non era ancora finita. “Non devi pensare più a quelle testine d'agnello”, Carolina disse alla zia, “ora non patiremo mai più la fame. Avremo da mangiare sempre, in abbondanza.”
Ma la zia non demordeva: “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, ripeteva guardando tutte quelle pietanze in tavola con occhi carichi di astio e rancore.
“Che dice la zietta?”, domandò il Re, che voleva fare conversazione.
“Ehm... ehm...”, Carolina era sempre più imbarazzata, “Dice che ti ringrazia per i bellissimi vestiti che le hai regalato, e che è molto felice di venire a vivere a palazzo.”
“Di niente, di niente”, rispose il Re versandosi da bere.
“Visto?”, disse Carolina alla zia, “Verrai a vivere qui. Avrai bei vestiti, tanto denaro, la dispensa sempre piena di tutte le pietanze più prelibate e raffinate. Che te ne importa di quelle testine, che tra l'altro facevano anche abbastanza schifo?”
Ma niente, la zia era ossessionata da quel pensiero. “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, rispondeva a ogni osservazione di Carolina.
La quale Carolina alla fine si stufò, e all'ennesimo “Che dice la zietta?” del Re, lei rispose, con asprezza: “Dice che vorrebbe una camicia di pece*, perché è una maledetta ingrata permalosa e tirchia.”
E la zia venne condannata a morte.
Questa storia c'insegna (come scrivevo a scuola, quando mi si chiedeva di commentare poesie, storie e brani letterari) che a furia di aggrapparsi ai dolori passati, corriamo il rischio di non vedere le fortune presenti. E anche di far infuriare gravemente chi ci sta attorno.
C'insegna anche che perfino le principesse più dolci quando perdono la pazienza diventano pericolose.
Comunque pare che le ultime parole della zia, quando venne condotta al rogo, siano state “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”

*  Camicia di pece: forma di tortura, mortale, che consisteva nel cospargere una persona di pece e poi darle fuoco (NDR)

mercoledì 13 marzo 2013

Turandot - una storia lirica

Comincio ricordandovi che si dice Turandot. Con la T. Non Turandò, senza, come fosse francese. Perché quella di Turandot non è una fiaba francese ma orientale.
Si tratta di una fiaba nobile, perché è quella che ha fornito la trama a una delle nostre opere liriche più famose: la Turandot di Puccini.
E in effetti mi riesce difficile, se non impossibile, parlare della bella e sdegnosa principessa cinese senza pensare all'opera di Giacomo Puccini.
Turandot è l'ultima opera del Maestro di Torre del Lago, che morì nel 1924 lasciandola incompiuta. Il compositore napoletano Franco Alfano la portò a termine, e la prima rappresentazione si ebbe alla Scala di Milano il 25 aprile 1926, il direttore d'orchestra era Arturo Toscanini. Quella sera, nel mezzo del terzo atto, Toscanini fermò l'orchestra, posò la bacchetta, si volse verso il pubblico e disse: “Qui finisce l'opera, perché a questo punto il Maestro è morto.”
In realtà pare che non abbia pronunciato esattamente queste parole, ma la leggenda così vuole.
Soprattutto la Turandot di Puccini è nota per l'aria “Nessun dorma”, che è stata cavallo di battaglia di Luciano Pavarotti e resta una delle arie operistiche più famose di tutti i tempi.
L'opera di Puccini è ispirata alla commedia di Carlo Gozzi, che s'inseriva nella tradizione della Commedia dell'Arte italiana e conteneva anche personaggi quali Pantalone e Brighella, che non fanno propriamente parte della tradizione orientale.
Per il teatro poi ne esistono una versione di Schiller e una di Brecht. Quindi vedete che stiamo puntando in alto.
Nel 1992 la cantante Irene Fargo portò al Festival di Sanremo una canzone intitolata “Come una Turandot”, dalla quale si evinceva che chi aveva scritto il brano non conoscesse l'opera, perché pensava che Nessun dorma lo cantasse Turandot e non, come in realtà è, il principe Calaf.
Tutte le versioni di Turandot sono ispirate a un racconto contenuto ne “I mille e un giorno”, raccolta settecentesca di fiabe persiane a cura del francese François Pétis de la Croix.
Oh, fatto questo preambolo storico, che cosa ne viene a noi? Come molte fiabe, quella di Turandot è una storia d'amore. È la storia di una donna bella e crudele, difficile da conquistare. Anzi, impossibile da conquistare se non per il prescelto, che invece ci riesce piuttosto facilmente.
È la storia di un colpo di fulmine, di indovinelli da risolvere, di un nome da svelare.
Ma adesso andiamo a incominciare il racconto, altrimenti finisce che vi dico tutto qui, e poi voi cosa leggete?



Turandot
una storia lirica


Il giovane principe Khalaf, figlio di Timurtasch, re del khanato di Astrakan, e della principessa Elmaze, era il principe più bello, forte, intelligente e amabile che si fosse mai visto da secoli. Non solo era un abile guerriero, ma anche un uomo molto colto, sapiente, ferrato in ogni argomento all'epoca conosciuto, dalla matematica alla poesia, dall'astronomia alla teologia, dalla musica alla fisica. E poi era coraggioso, leale, gentile, premuroso... come dite? Qual è il suo numero di telefono? Spiacente, ma non sono autorizzata a passarvi informazioni di questo tipo.
Un brutto giorno il sultano del Carisma, che non era un'acqua di colonia, pensò bene di chiedere un tributo annuale al regno di Timurtasch. Khalaf, che oltre a essere bello era anche orgoglioso, non volle abbassare la cresta, perciò si mise a capo dell'esercito, radunò i suoi alleati, e partì in guerra contro il sultanato di Carisma.
Nella fiaba persiana questa parte qua è lunghissima. Ci sono battaglie, guerre, fughe, incontri, avventure e sventure, e perfino altre due storie indipendenti che altra gente racconta al nostro bel principe. Noi tagliamo corto, perché tanto l'unica parte che c'interessa è quella della storia tra Khalaf e Turandot. Vi spiego in breve l'essenziale, però, perché ha una sua importanza.
Nonostante il valore e il coraggio, Khalaf perse la guerra e il suo esercito venne decimato. Lui si salvò e, assieme ai genitori, fuggì da Astrakan e vagò per il vasto mondo mediorientale confidando nella Provvidenza e aspettando tempi migliori. Il viaggio fu lungo ed estenuante, Timurtasch ed Elmaze erano anziani e facevano fatica ad affrontare disagi, stenti, miserie, lunghi cammini tra deserti ed aspre rupi. Spesso erano tentati di lasciarsi andare, ma sempre Khalaf, con la forza della sua fede e della sua devozione, riusciva a salvarli. Ogni tanto incontravano gente che li aiutava, e allora le speranze sembravano rinascere. Ogni tanto finivano ridotti allo stremo, e allora Timurtasch cominciava a pensare che solo la morte fosse desiderabile. A un certo punto i tre si unirono a una carovana di cammellieri e raggiunsero i territori della tribù di Berlas, dove Khalaf fu costretto a chiedere l'elemosina per procurarsi il pane per i suoi genitori. Era il culmine dell'umiliazione per lui, che era sempre stato un principe fiero e consapevole del proprio valore. Ma lo fece per amore, e questo nobilitò il suo gesto anziché degradarlo.
Ecco chi è il principe Khalaf. Non il tenore, generalmente panzone e flaccido, che immaginate quando pensate alla Turandot. Ah, prima che facciate commenti... non so se ci avete fatto caso, ma questo NON è il riassunto dell'opera di Puccini. Giusto per mettere in chiaro le cose, eh. Che poi magari qualcuno pensa che lo sia e, per esempio, sbaglia la tesi di laurea perché cade in questo errore.
Riprendiamo la storia.
Un giorno, mentre era alla vana ricerca di un lavoro anche umile per mantenere i genitori, Khalaf trovò un bellissimo falco da caccia, e comprese che era il falco preferito del khan di Berlas, che era stato smarrito proprio il giorno prima. Fu il suo primo colpo di fortuna. Khalaf riportò il falco al khan, che per riconoscenza prese a benvolerlo e gli promise qualunque cosa come ricompensa.
Khalaf fece due richieste: la prima, che i suoi genitori potessero avere un alloggio decoroso tutto per loro e venissero mantenuti tra gli agi, perché erano anziani e meritavano rispetto. La seconda, domandò per sé cavallo ed equipaggiamento per mettersi in viaggio e cercare fortuna altrove. Gli era venuto in mente di poterla trovare in Cina, e perciò desiderava recarsi lì.
Il khan accettò, e accolse volentieri Timurtasch ed Elmaze, anche se non sapeva chi fossero, perché Khalaf aveva raccontato che erano due mercanti che i predoni avevano spogliato di tutti i loro beni. Durante la fuga, infatti, il principe aveva imparato a tenere celata la propria identità e quella dei suoi genitori, perché sapeva che il sultano di Carisma li stava cercando per ucciderli, e che pochissimi avrebbero avuto l'ardire di tener testa alle sue imposizioni.
Vi pare una cosa lunga fin qui? Eppure rispetto all'originale sono stata brevissima...
L'indomani, abbigliato come un principe e in groppa a uno splendido destriero, Khalaf si mise in viaggio per la Cina. E qui perfino la fiaba originale afferma che non gli capitò nulla di emozionante fin quando non giunse alle porte di Pechino.
Però prima di entrare in città voleva informarsi sugli usi e costumi locali. Iniziativa lodevole, no?
Incontrò una vedova benestante, le domandò ospitalità e si fece raccontare tutto da lei.
“Il re della Cina”, raccontò la donna, “è molto saggio, generoso e amato.”
“Dev'essere un re felice, allora.”
“No, perché purtroppo è afflitto da un grande dolore. Devi sapere, figliolo, che il Re non ha avuto la fortuna di avere un erede maschio. Ha un'unica figlia femmina che lui ama come le sue pupille, ma che è anche per lui fonte di grande dolore. La principessa Turandot ha diciannove anni ed è la donna più bella che si sia mai vista o immaginata da secoli. È così bella che neppure i pittori migliori riescono a renderne la bellezza, nonostante la loro arte. Eppure quelle misere rappresentazioni sono già così belle in sé, che nessuno può ammirare un ritratto di Turandot senza innamorarsene.”
Ora, io mi sono sempre chiesta se questo fascino fatale agisse solo sui principi e sugli uomini di alto lignaggio. Perché se fosse stato un potere valido per tutti, come mai di tanti pittori che la ritrassero (osservandola quindi dal vero) neppure uno s'innamorò di lei? Possibile che fossero tutti omosessuali?
Voi che ne dite?
Khalaf non volle credere alle parole della vedova. “Probabilmente”, disse, “i pittori nel ritrarla l'abbelliscono, ecco perché sembra così irresistibile a tutti.”
“E invece no”, rispose decisa la donna, “Perché io la conosco di persona, e mia figlia lavora con lei, e posso assicurarti che dal vivo è mille volte più bella che in ritratto. E già in ritratto è così bella da non resisterle. Però ha un grave difetto: è anche molto intelligente e colta.”
La cultura e l'intelligenza in una donna erano dunque considerati difetti. Vediamo perché.
“Turandot ha sempre studiato moltissimo, è molto saggia e sapiente. Non c'è materia che le sia ignota. Matematica, astronomia, poesia, filosofia, musica, perfino teologia. La sua cultura va oltre quanto si addica a una donna. Ha una cultura da uomo”, e ci credo quindi che tutti la temevano: bella, intelligente e colta, in grado di tenere testa agli uomini. Un mix micidiale!
“Due anni fa”, continuò la vedova, “il principe del Tibet la chiese in moglie, e il Re voleva accettare. Ma lei rifiutò, e quando suo padre puntò i piedi Turandot si ammalò. Era così grave che i medici pensavano potesse morirne. 'E se la forzate a sposare il principe', dissero al Re, 'morirà sicuramente'. Il Re ama moltissimo la principessa e perciò si arrese alle sue richieste. 'Padre', gli disse Turandot, gemendo di dolore, 'Io non mi voglio sposare perché detesto gli uomini e non voglio perdere la mia libertà. Potrei morirne.' 'Ma non puoi impedire che altri principi ti chiedano in moglie', rispose il Re. 'Allora facciamo così. Poniamo loro degli ostacoli insormontabili. Chi vuole sposarmi dovrà affrontare una prova davanti al Consiglio dei Saggi. Io porrò delle domande. Chi risponderà correttamente vincerà la mia mano. Ma chi sbaglierà verrà condannato a morte il giorno seguente.' 'E se qualcuno rispondesse bene?' 'Farò in modo che questo non sia possibile.' 'Ma così nessuno più chiederà la tua mano!' 'È appunto quel che voglio!', rispose Turandot. Il Re credeva veramente che nessuno avrebbe mai più chiesto la mano di Turandot, per questo motivo era abbastanza tranquillo quando giurò alla figlia di mantenere quell'accordo. Invece si sbagliava, perché la bellezza di Turandot è tale che da allora moltissimi principi e sultani hanno sfidato la morte pur di tentare almeno di conquistare la bella principessa.”
La vedova sostenne che i principi affrontavano la sfida pur conoscendone le possibili, e letali, conseguenze perché Turandot era così bella che per lei avrebbero fatto qualunque cosa. Secondo me invece lo facevano perché erano convinti che i quesiti posti da una donna dovessero essere per forza semplicissimi. Insomma, com'era possibile che una donna fosse più intelligente e colta di loro?
Erano passati due anni, e mai nessuno dei pretendenti era riuscito a risolvere i quesiti di Turandot. Tutti erano stati condannati a morte, e il Re era disperato. Ogni volta che arrivava un nuovo candidato lui cercava di dissuaderlo, ma non c'era mai niente da fare. Aveva quasi preso a detestare Turandot, che sembrava invece godere di quei tributi di sangue. Per lei nessun uomo era degno neppure di pensare di poterla avvicinare!
Figuriamoci sposarla!
“Ma forse”, azzardò Khalaf, “tutti i pretendenti erano stupidi o ignoranti”, anche lui pensava che una donna non potesse essere tanto colta e intelligente, forse.
“Al contrario, erano tutti principi nobili e ben educati. L'ultima vittima risale a ieri. E proprio stasera ci sarà l'esecuzione pubblica, in piazza.”
Questa storia incuriosì oltremodo Khalaf, che decise pertanto di assistere all'esecuzione e quella sera si recò in piazza.
Che folla c'era! Le strade straripavano di pechinesi curiosi...
M'è venuta male, rifacciamo.
Che folla c'era! Tutta Pechino era scesa in strada, perché quel giovane principe che stava per essere giustiziato suscitava la compassione di chiunque. Doveva avere a malapena diciott'anni. Era bello, fiero, dal volto fresco. Che peccato che dovesse morire così!
Indossava una veste bianca e attorno al capo aveva una corona di fiori e foglie di cipresso intrecciati, e anche un nastro celeste che stava a significare che non era un criminale né un nemico, perché i criminali e i nemici erano obbligati a portare un nastro rosso. Il ragazzo venne condotto ai piedi di un altare, e un alto dignitario prese a recitare la formula di rito:
“Principe, non è forse vero che eri a conoscenza dei termini dell'editto regale prima di chiedere la mano della Principessa?”
“Ne ero a conoscenza.”
“E non è forse vero che eri stato informato di tutte le possibili conseguenze?”
“Ne ero stato informato dettagliatamente e sapevo a cosa andavo incontro.”
“E non è forse vero che il Re ha cercato di impedirti di sottoporti alla prova, ma nonostante questo tu hai voluto proseguire lo stesso?”
“È vero.”
“E dunque, Principe, se adesso perderai la vita la responsabilità è interamente tua, non del Re né della principessa Turandot.”
“Mi assumo interamente la responsabilità della mia fine. Sono stato io a sceglierla e il mio sangue non ricadrà sulle loro Altezze Reali.”
Detto questo, il boia estrasse una sciabola e mozzò di netto la testa al bel principe.
Quando il corpo venne portato via tra grandi onori e la folla se ne fu andata, Khalaf vide un anziano che piangeva disperato, ed evidentemente era uno che aveva voluto bene al principe giustiziato.
“E come avrei potuto non volergliene?”, disse il vecchio quando Khalaf lo interrogò, “Ero il suo tutore. Povero principe di Samarcanda! Con che cuore racconterò a suo padre la fine del suo unico, adorato figliolo?”
“Dunque quello era il principe di Samarcanda. Ma come fece a innamorarsi della principessa Turandot? Samarcanda è lontana da Pechino.”
“Suo padre voleva che prendesse moglie, e perciò fece venire un pittore che aveva con sé diversi ritratti delle principesse disponibili. Erano tutte molto belle, ma non appena il principe vide il ritratto di Turandot disse che non avrebbe amato altre che lei, anche a costo di morirne. E così è stato. Ecco, figliolo, ecco quel ritratto maledetto. Io non lo voglio più vedere.”
Il vecchio porse a Khalaf una pergamena arrotolata, poi se ne andò piangendo. Era buio, ormai, troppo buio per vedere bene il ritratto, e troppo buio anche per ritrovare la strada di casa. Così Khalaf si ritirò in un angolo tranquillo, a meditare sul da farsi. Cosa doveva fare? Da un lato era estremamente curioso di vedere quel ritratto fatale che aveva stregato e condotto a una fine prematura tanti ragazzi e tanti uomini. Da un altro... aveva paura. Paura di cascarci anche lui. E se anche lui si fosse innamorato di Turandot? E se anche lui avesse perso la testa e si fosse dato in pasto alla rovina? Trascorse tutta la notte a meditare su questo angoscioso dilemma poi, come spesso capita, quando il sole sorse e rischiarò il mondo con la sua luce, molte paure si dileguarono.
“Ma che sciocchezze!”, si disse, “Come può un ritratto essere tanto pericoloso? Questa storia della maledizione è sicuramente una superstizione, un'esagerazione. I principi che si sono fatti abbagliare erano senz'altro degli stupidotti.”
E srotolò la pergamena.
E vide il ritratto.
E... SBONK!
Ma chi era quella divina creatura ritratta? Poteva davvero essere Turandot? Così bella? Così soave? Così sublime? La somma di tutte le perfezioni umane?
Insomma, non appena vide quel ritratto Khalaf seppe di essere perdutamente innamorato della ragazza. E per lei avrebbe fatto qualunque cosa. Anche gettarsi tra le fiamme. Anche farsi tagliare la testa a sangue freddo, come aveva fatto il principe di Samarcanda. Anzi, era perfino una gioia farsi torturare per lei. Nessun sacrificio era troppo, se affrontato per lei.
Eccolo là, l'uomo tutto d'un pezzo. E questo per un ritratto!
Ditemi voi se questa non è un'esagerazione letteraria. E anche fastidiosa, secondo me. Ci credo che Turandot fosse così inacidita con gli uomini. Ma come, dopo tutta la fatica che lei aveva fatto per istruirsi, gli uomini ancora guardavano solo l'aspetto esteriore? Tra l'altro, in quel ritratto era pure vestita. Anzi, si vedeva solo la faccia.
A ogni modo, Khalaf decise di chiedere la mano di Turandot. E del resto lui non era più colto e sapiente di tanti altri principi? Ma sì, certamente lui aveva più possibilità di farcela.
Con questo spirito ottimista, Khalaf tornò a casa dalla vedova e le raccontò le sue intenzioni.
La vedova non la prese benissimo, anzi. Desiderò di non avergli mai parlato di Turandot. Però ormai il danno era fatto, e anche lei sapeva che quando un principe si innamorava di Turandot non c'era nulla da fare per fargli cambiare idea.
Khalaf si recò al Palazzo Reale (all'epoca la Città Proibita ancora non esisteva) ed espose la sua richiesta.
Il Primo Ministro cercò di fargli cambiare idea. Il Re stesso cercò di fargli cambiare idea. Anzi, lo supplicò quasi in ginocchio di cambiare idea, perché Khalaf gli riusciva straordinariamente più simpatico di tutti gli altri pretendenti. Lo rimbalzarono per tre giorni di seguito, sperando che cambiasse idea. Ma fu tutto inutile, Khalaf era sempre più convinto.
“È un tipo in gamba, sapete?”, disse il Primo Saggio al Re, “L'ho interrogato un po', ed è un ragazzo veramente colto e sapiente, molto più preparato di tutti gli altri. Se c'è qualcuno che può farcela a superare il test di Turandot, quello è sicuramente lui.”
Un barlume di speranza si accese nel cuore del Re, anche se forse sperare era troppo perfino nella migliore delle ipotesi.
Venne il giorno della Grande Prova, e Khalaf venne condotto davanti al Gran Consiglio dei Saggi. Sull'altare di fronte a lui salirono il Re, pieno di angoscia e apprensione, e Turandot. La principessa portava abiti di seta bianca e dorata, e aveva il viso coperto da un velo, così non era possibile scorgerla in volto.
“Principe”, disse il Primo Saggio, “stai affrontando questa prova, che può avere esiti fatali per te, in tutta libertà. Nessuno ti ha costretto. Se avrà esiti letali sarà per tua libera scelta, e non per colpa del Re e della principessa Turandot. Ne sei consapevole?”
“Ne sono consapevole, e se dovessi morirne sarà solo responsabilità mia”, rispose Khalaf a testa alta.
“Ti verranno poste delle domande. Se non darai la risposta giusta entro sette minuti verrai condannato  a morte. Ne sei consapevole?”
“Ne sono consapevole.”
“Sei ancora in tempo per tirarti indietro. Puoi ancora salvarti. Vuoi andartene adesso?”
“No. Per nessun motivo al mondo.”
Ci sono quiz più ansiogeni di questo, lo so, però almeno lì non c'è la vita in ballo.
“Si dia il via alla prova”, disse il Primo Saggio.
La Principessa si fece avanti, srotolò una pergamena e disse, lentamente: “Ecco il primo quesito: chi è colui che appartiene alla Terra tutta, che di tutto il Mondo è amico, e che non ha eguali?”
“Il sole”, rispose rapido Khalaf, “Sì, il sole. Illumina tutta la Terra, di tutto il Mondo è amico e sicuramente non ha eguali.”
“È giusto”, mormorarono stupiti i saggi.
La Principessa s'irrigidì e le sue pallide dita strinsero la pergamena un po' più forte. “Benissimo, straniero”, disse, “Ecco il secondo quesito: qual è quella madre che dopo aver messo al mondo i suoi figli, li divora tutti quando sono cresciuti?”
“È il mare”, si affrettò a rispondere Khalaf, “Sì, è il mare, che genera i fiumi, ma poi li rimangia... perché poi i fiumi si riversano nel mare. È giusto, no?”
Era giusto.
E voi starete pensando che queste famose prove mortali siano solo indovinelli cretini. Sulla Settimana Enigmistica se ne trovano di più complessi. E avete ragione, ma dovete calcolare i tempi. E anche il fatto che chi riportò la storia forse non aveva l'intelligenza e la cultura di Turandot e non sapeva elaborare prove più dotte di così. Ve la ricordate quella di Edipo e della Sfinge di Tebe, no? Nessuno riusciva a risolverla a parte Edipo, poi venne fuori che era una cosa banale come “Indovina chi è quell'animale che la mattina cammina con quattro zampe, il pomeriggio con due e la sera con tre”. E se avesse chiesto: “Son verde verdino, son tondo e piccino, vivo in un baccello e mi chiamo...” l'avreste indovinato?
Insomma, come fu e come non fu, Khalaf aveva risolto i primi due enigmi e ora Turandot era decisamente irritata, perché temeva che potesse risolvere anche il terzo, nonché ultimo. Perciò fece una cosa scorretta. State a sentire.
“Qual è”, disse, “quell'albero le cui foglie sono nere da un lato e bianche dall'altro?”, e non appena ebbe pronunciata la domanda sollevò il velo che le nascondeva il volto. E la sua bellezza era così sfolgorante che Khalaf ne rimase abbagliato e si dimenticò di rispondere.
Ed era proprio questo il fine di Turandot: ammaliare Khalaf affinché il poverino non facesse in tempo a rispondere al quesito.
“Ebbene?”, lo incoraggiò il Primo Saggio, “Coraggio, ragazzo. Qual è la risposta?”
Khalaf si scosse e si morse le labbra per tornare in sé. “Scusa, mia Principessa”, disse, “ma la tua bellezza è così abbagliante che ho dimenticato la domanda. Potresti ripetermela, cortesemente?”
“Qual è”, ripeté Turandot, che ormai si sentiva la vittoria in pugno, “quell'albero le cui foglie sono nere da un lato e bianche dall'altro?”
“Ma è l'anno, mia Principessa”, rispose prontamente Khalaf, “Le foglie sono le giornate. Notte da un lato e giorno dall'altro.”
“La risposta è esatta”, disse il Primo Saggio.
E Turandot, pallida dalla rabbia, dovette convenire che era così. “Presentati domani sera”, gli disse, “per la seconda prova.”
Ma qui il Re subodorò qualcosa di strano. “Quale seconda prova? Non ci sono seconde prove. C'è una prova sola. Se hai altre domande, falle adesso.”
“Non ne ho”, ammise Turandot a denti stretti, “Avevo preparato solo queste tre domande. Ero certa che non sarebbe stato in grado di rispondere. Se torna domani...”
“Che intenzioni hai?”, la interruppe il Re, “Fargli domande all'infinito finché non sbaglia? No, cara mia, ti ho dato fin troppa corda. I patti erano che se uno ti avesse dato le risposte giuste, tu l'avresti sposato. Questo bravo giovane ha dato le risposte esatte, tu ora devi mantenere l'impegno. Altrimenti vuol dire che hai ingannato tutti, anche quelli che sono morti per te. E non fingere di star male, signorinella. Non attacca più. Io ho mantenuto il giuramento fin dove era valido, ma ormai non ti devo più niente, perché questo nobile ragazzo ha risposto correttamente a tutte le tue domande. Il mio giuramento è sciolto.”
Povera Turandot! Il suo trucco le si era rivoltato contro. Ma insomma, se una non voleva sposarsi cosa doveva inventarsi per mantenere la propria indipendenza? Perché nelle fiabe, e non solo lì, si dà per scontato che le donne vogliano sposarsi per forza, ma non è detto che sia sempre così. Quando un uomo non vuole sposarsi, una scappatoia la trova sempre. Ma quando una donna non vuole sposarsi è molto, molto più complicato. Perché per molti sarebbe una scelta molto, molto eccentrica.
Turandot impallidì, e Khalaf pensò di giocare la carta dell'altruismo. Badate, lui finse soltanto di venirle incontro, ma in realtà le propose un gioco nel quale era certo di poter vincere.
“Se la principessa non mi vuole sposare”, disse, “io non voglio costringerla. Facciamo perciò un'altra prova: se Turandot risponderà alla mia domanda, io non reclamerò i miei diritti su di lei e me ne andrò senza pretendere di sposarla.”
Tutti pensarono che fosse un gesto assai nobile, per uno che aveva appena rischiato la vita pur di vincere la mano della Principessa.
“Ebbene”, disse Khalaf, “Principessa, tu devi dirmi il nome di quel principe che ha patito tante disgrazie, che è arrivato addirittura a mendicare il pane, ma che adesso è colmo di gloria e di felicità.”
Turandot impallidì e meditò, poi disse, tesa come non mai: “È una domanda difficile. Concedimi una notte di tempo. Domattina, all'alba, ti risponderò.”
Il Re stava per protestare, ma Khalaf lo interruppe: “D'accordo. Domattina, all'alba, tu mi darai la risposta o mi sposerai.”
Il Re era preoccupato, e prese in disparte Khalaf: “Che hai fatto?”, gli disse, “Mia figlia è molto colta. Sicuramente sa il nome di questo principe.”
“Impossibile”, rise Khalaf, “Perché quel principe sono io, e qui nessuno sa come mi chiamo. Non mi sono mai rivelato ad anima viva, perciò la bella Turandot non indovinerà mai e sarà costretta a sposarmi.”
Il Re fu tanto felice di saperlo, che organizzò una festa in onore del principe straniero.
E intanto Turandot, nelle sue stanze, era letteralmente fuori di sé.
Piangeva, si strappava i capelli, si graffiava la faccia e gridava.
“Maledetto, maledetto. Ma come ha fatto a risolvere i miei enigmi? Nessuno c'era mai riuscito prima. Brutto schifoso infame!”
E ancora giù a piangere e lamentarsi, col trucco che le si scioglieva sul volto e le ancelle che cercavano inutilmente di calmarla.
“Ma Principessa, non fare così”, le dicevano, “in fondo il principe straniero è così un bell'uomo. E poi è intelligente. Non potresti desiderare sposo migliore di lui.”
“In effetti”, ammise Turandot, “quel ragazzo mi piace molto. Quando l'ho visto il cuore mi ha fatto un balzo nel petto e ho quasi sperato che mi desse le risposte giuste. Ma poi quando me le ha date... non so, mi ha fatto troppa rabbia. Non voglio sposarmi perché lo decide qualcun altro. Voglio sposarmi perché lo decido io.”
Capite adesso l'inghippo? Non è che una (o uno) debba essere ostile alle nozze per partito preso. Quel che scoccia, è dovervi sottostare senza avere possibilità di scelta. Perché l'ha deciso qualcun altro. Oppure perché l'hanno deciso le convenzioni. O, peggio ancora, la moda. Non siete d'accordo anche voi? Oppure siete già tutte lì a prenderle le misure per l'abito bianco, convinte che l'unica felicità stia in un mazzo di fiori d'arancio?
“Ma che problema c'è?”, dissero le ancelle, “Tu domani rispondi all'enigma e sei libera di nuovo, no?”
“Rispondere all'enigma? E chi cavolo sa rispondere a quell'enigma?”
“Ma tu dicevi... che per domani all'alba...”
“E non lo capite quando uno bluffa? Io mi sono solo presa del tempo... per morire di disperazione per conto mio, prima di arrendermi a un uomo.”
“Dunque non sai chi sia quel principe?”
“Ma certo che lo so. È lui quel principe. Però non so come accidenti si chiami. E non so come scoprirlo.”
“Quello”, disse un'ancella, “forse lo so io.”
E qui sfumiamo e torniamo a Khalaf che, ebbro di gloria e libagioni, se ne stava andando nelle sue stanze a palazzo. Poi, felice come non mai, alzò lo sguardo al cielo stellato e tra sé e sé intonò un canto. E lo sapete qual era quel canto? Eccolo:
Nessun dorma! Nessun dorma!
Tu pure, o Principessa,
nella tua fredda stanza
guardi le stelle
che tremano d'amore e di speranza...
Ma il mio mistero è chiuso in me,
il nome mio nessun saprà!
No, no, sulla tua bocca lo dirò,
quando la luce splenderà!
Ed il mio bacio scioglierà il silenzio
che ti fa mia.
Dilegua, o notte! Tramontate, stelle!
Tramontate, stelle! All'alba vincerò!
Vincerò!
Vinceròòòòòòòòòòòòòòò!!!!!!!!!!!!!!!!!
Scusate, mi sono lasciata trasportare dalla commozione melodrammatica.
Come dicevo, Khalaf era convinto che nessuno sapesse il suo nome, e in effetti nessuno lo sapeva. Ma quel che non si sa lo si può scoprire, come dicevano i vecchi antichi.
Quando entrò nella sua stanza, Khalaf vi trovò una bella donna. Che non era lì per sedurlo, come starete pensando.
“Perdona il mio ardire, Principe”, disse la donna, “io sono una schiava, lo so. E non è usanza che una donna si avvicini tanto alle stanze degli uomini, ma questa è un'occasione speciale”, e gli raccontò che lei era una principessa straniera, che il suo regno era in lotta con la Cina, che questo regno aveva perso e che lei era stata fatta prigioniera, “e tutto questo per garantirti che essendo di nobile ascendenza non sono qui per cercare di imbrogliarti. Io sono schiava qui da tanto tempo e sono diventata ancella di Turandot. Praticamente la sua migliore amica. Ma tu mi sei simpatico. Sei buono e onesto. Per questo debbo avvisarti di un fatto grave: Turandot è così infuriata con te che pur di non sposarti ha deciso di farti assassinare. Domani, mentre ti recherai al Consiglio, i suoi eunuchi ti uccideranno.”
Oh, che brutta notizia! Il nostro bel principe sapeva che Turandot non era esattamente esultante all'idea di sposarlo, ma al punto da farlo ammazzare... no, questo mai. Questo era il colpo al cuore peggiore che potesse ricevere.
“Ma che male ho fatto? Io, il principe Khalaf, figlio di Timurtasch... perché gli Dei mi detestano a tal punto?”, e pianse, si strappò i capelli e si disperò.
“Io ti consiglio di scappare”, suggerì la donna.
E per un buon quarto d'ora anche Khalaf pensò che la fuga fosse l'unica soluzione. Ma poi ci ripensò.
“No”, disse, “sia quel che sia, affronterò il mio destino. La vita senza Turandot è una vita vuota. Meglio morire per ordine suo che vivere senza di lei.”
Visto che tempra? Il principe della Bella Addormentata era semolino in confronto a lui.
La notte passò per Khalaf tra incubi disperati e sogni di speranza. Poi l'indomani, all'alba, gli eunuchi di Turandot andarono a prenderlo per portarlo nella sala del Consiglio.
A ogni passo lui si aspettava di venire ammazzato, ma non successe nulla di tutto ciò.
Voi l'avete capito, vero, che non era questo l'inghippo che Khalaf doveva temere?
Come il giorno prima, Turandot si presentò sul pulpito accanto al padre.
“Dunque, figlia mia, sei pronta ad arrenderti?”
“Neanche per sogno”, disse Turandot, imperturbabile, “io conosco la risposta. Il nome dal principe è Khalaf, figlio di Timurtasch.”
Khalaf ne fu così sorpreso che impallidì e svenne. Ma certo! Non c'era nessun complotto per assassinarlo. La schiava era semplicemente riuscita a fargli rivelare il suo nome. Un trucco subdolo, se vogliamo, ma efficace.
“Però”, disse Khalaf quando si riprese, “la risposta non è corretta. Ti avevo chiesto il nome di un principe colmo di gloria e di felicità. Io invece sono colmo di tristezza e di disperazione.”
“Non importa”, rispose Turandot, “perché quando mi avevi fatto la domanda, ieri, eri colmo di gloria e di felicità ed è questo quel che conta.”
I Saggi dovettero ammettere che Turandot aveva ragione, e Khalaf si preparò ad abbandonare la Cina sconfitto e col cuore a pezzi.
“Ho indovinato, però”, aggiunse in quella Turandot, “questo non vuol dire che non voglia sposarti lo stesso.”
Cosa? Ma allora... era un bluff anche questo?
Turandot sorrise a Khalaf, il sorriso più dolce che si possa immaginare. “Ti sposerò”, gli disse, “ma solo perché l'ho deciso io, non una stupida legge.”
E qui a momenti svenne il Re, perché il suo sogno più grande era proprio di vedere Turandot sposata e con tanti figlioletti che lo chiamavano nonno.
Le nozze si celebrarono subito, prima che qualcuno cambiasse idea, e l'amore tra Khalaf e Turandot fu ardente e appassionato. E del resto i due si somigliavano tanto.
Poi ci furono le altre formalità: Khalaf recuperò i genitori e diede loro la bella notizia e quindi, grazie all'aiuto dell'esercito cinese, affrontò il sultano del Carisma e lo vinse, così recuperò il proprio regno e lo riconsegnò al re suo padre e cose così.
E quindi finalmente Khalaf e la sua adorata Turandot furono liberi di trascorrere una vita felicissima insieme... in biblioteca.
Bello, no?

giovedì 7 marzo 2013

Di equini, lasagne e altre cose ritrovate

Quando è uscita la polemica sulla carne di cavallo nelle lasagne, non riuscivo quasi a credere alle mie orecchie (o ai miei occhi). Perché stavo lavorando su un libro che parlava praticamente dello stesso argomento e che è stato scritto più di cent'anni fa.
Però a ben pensarci le similitudini con la cronaca attuale si fermano qui, come vedremo.
Il libro non è famoso, e l'autore lo è anche meno. Joseph Nelson Eldridge Oldiron è in qualche modo mio parente, perché era il marito della sorella del mio bisnonno.
Naturalmente non l'ho mai conosciuto, come non ho mai conosciuto il mio bisnonno, ma in famiglia ne avevo sentito parlare come di una figura quasi mitologica, perché era “l'inglese che rapì zia Sofia”. Zia Sofia era di Sorrento (come il bisnonno) ed era bellissima, come raccontano tutti.
Joseph era uno studioso e scrittore inglese, nato nel 1950, e aveva incontrato la zia a Pompei. In realtà non l'aveva rapita, dal momento che dopo averla sposata si era stabilito pure lui a Sorrento “facendo di Sofia una donna onesta”, come si diceva all'epoca, e probabilmente anche piuttosto benestante. Però la famiglia del bisnonno non approvò mai la loro unione, perché aveva già promesso la zia a un altro uomo, quindi per i miei questo matrimonio non desiderato era un vero e proprio rapimento.
Joseph, come ho detto, era uno scrittore, e anche molto prolifico. Però non desiderò mai la fama e non cercò mai di pubblicare le sue opere, che si limitò a comporre per il piacere proprio e al massimo di vicini e parenti. Non le pubblicò forse perché non se ne sentiva all'altezza, o forse perché, come tanta gente dell'epoca, pensava che scrivere per soldi fosse volgare o indegno.
In famiglia gli scritti di Joseph non erano mai stati tenuti in gran conto, forse per via di quell'aura di disprezzo con cui era stato circondato, suo malgrado, dai parenti di zia Sofia. Però tempo fa, mentre aiutavo la nonna a sgombrare il solaio, trovai un vecchio baule in cui erano stati riposti i suoi taccuini.
Joseph e Sofia non ebbero figli, perciò le scartoffie di Joseph passarono alla mia famiglia, che le mise da parte senza leggerle, per i motivi che vi ho detto.
Sempre grazie a quel disprezzo malcelato, nonna non ha avuto nulla in contrario a regalarmi il baule, e io ne sono stata ben lieta perché dentro vi ho trovato moltissime cose interessanti.
Ho cominciato dalla traduzione di questo libretto, Equini e lasagne, perché è breve e divertente.
Il protagonista, Gaetano Immacolato Santagrotta detto Don Gagà, è un avventuriero di Sorrento che, affamato di vita e di avventure, se ne parte in giro per il mondo, fino ad arrivare in Sudafrica nel bel mezzo della corsa ai diamanti dell'Ottocento. La poca fortuna che incontra non basta a scoraggiarlo, finché non s'imbatte in Genevieve, detta Sugarplum, una cantante bellissima e dalle grandi pretese. Per conquistare la sua bella, Gaetano intraprende la carriera culinaria, ma il passo dal successo alla disfatta è fin troppo breve.
Voglia di riscatto, quindi, amore, una passione che fa travisare la realtà e perfino una velata critica ecologista, esemplificata dalla fine dei quagga e dall'opinione che il protagonista ha delle risorse naturali. Questi gli ingredienti (è il caso di dirlo) del libretto.
Il racconto è narrato con passione, ma anche con un notevole senso dell'umorismo, il che mi fa pensare che possa contenere tracce autobiografiche della vita di Joseph. Per esempio, come non scorgere nei complimenti fatti alla bella Genevieve, quegli stessi apprezzamenti che lui doveva aver fatto davvero alla sua Sofia?
La pubblicazione di questo ebook è un esperimento da parte mia, perché non so quanto il pubblico possa prender bene un autore allo stesso tempo vecchio e nuovo. Diciamo che io... ci spero.
A me è piaciuto, sarebbe bello se piacesse anche a voi.

Qui potete trovare info per acquistare “Equini e lasagne, ovvero della deprecabile scomparsa del quagga”.

Incipit del libro

martedì 5 marzo 2013

La nascita di Napoli

PARTHENOPE di Matilde Serao

Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l'uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve, che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono le elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni bagnati le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito. Lontano una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica ispiratrice agli uomini di strani deliri della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l'uomo nella gioia e ne dolore della realtà. Lontano, si sogna nella vita; qui si vive in un sogno, che è vita. Lontano i solitari e tristi piaceri dell'immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio e il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell'anima, inebriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; quel misticismo che è il massimo punto divino, a cui può giungere un'esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l'uomo non uccide una parte di sé, per la esaltazione dell'altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell'amore. Le nostre leggende sono l'amore, e Napoli è stata creata dall'amore.

* * * * *

Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l'immagine della forte e vigorosa bellezza, che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute, in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull'altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dell'Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sventolare il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s'incavernavano sotto la roccia, scavandola poco a poco. L'anima cominciava per immergersi in un pensiero: oltre quel mare, lontano lontano, dove l'orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l'ignoto, il mirabile, l'indefinibile. In questo pensiero la fantasia della fanciulla si allargava, si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo, di potere stringer nel suo immenso amplesso tutto il mondo. E anche questi sogni svaniscono. Ora ella ama Cimone, con l'unico, possente, imperante amore della fanciulla che si trasforma in donna.

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Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all'amata:
“Parthenope, vuoi tu seguirmi?”
“Partiamo, amore.”
“Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole per tuo sposo e suo figliuolo. Ami tu Eumeo?”
“Amo te, Cimone.”
“Lode a Venere santa e grazie a te, sua figliuola! Pensa dunque quale nero incubo sarebbe la vita divisi, lontani... e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?”
“Io sono la tua schiava, amore.”
“Pensa: dimenticare il volto di tuo padre, cancellare dalle tue guance il bacio delle sorelle, fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto...”
“Partiamo, Cimone.”
“Partire, o dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una via ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno; affidarsi ai flutti, sempre nemici degli amanti; partire per andare lontano lontano, molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno l'inverno, dove il pallido sole si fascia di nuvole, dove l'uomo non ama l'uomo, dove non sono giardini, non sono rose, non sono templi...”
Ma nei grandi occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile, e nella sua voce armoniosa vibra la passione:
“Io t'amo”, ella dice, “partiamo.”

* * * * *

Sono mille anni che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, della loro vegetazione... e dalla montagna sino al mare, si spande il lusso immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono, perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono, anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora. Da mille anni attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate. Quando i due amanti giungono al lido divino, un sussulto di gioia fa fremere la terra, la terra nata per l'amore, che senza amore è destinata a perire, abbruciacchiata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l'amore. Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l'uno all'altra, essi hanno portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima eternamente fiorita di Poggioreale alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne, che rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle vallate profonde, che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno amato. Nelle stellati notti d'estate Parthenope si è distesa sull'arena del lido, fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone, che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne' tramonti di porpora dell'autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in essi più vivo l'amore; nelle brevi e belle giornate invernali, hanno sorriso senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei Campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto bonario ed ha cantato loro la canzoncina d'amore; la natura leale non ha avuto agguati per essi; sugli azzurri orizzonti si è delineato il profilo bellissimo della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo, un palpito ha loro risposto e fra l'uomo e la natura si è affermato il profondo, l'invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza, invocava Parthenope e Cimone: ricca ma solitaria; ricca ma mortale; ricca ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.
Ma il destino non è compito ancora. Più alto scopo ha l'amore di Parthenope. Ecco: dalla Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle, e amici e parenti che vennero a ritrovarla; ecco: sino al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la voce misteriosa di una plaga felice, che una vergine ha scoperta, una plaga felice dove nella bella festa dei fiori e dei frutti, nella dolcezza profumata dell'aria, trascorre beatissima la vita. Sulle fragili imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i loro figliuoli, le immagini degli dei, gli averi; alla capanna del pastore si erge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva arte dell'agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull'altura il villaggio e grado a grado guadagna la pianura; un'altra collina se ne va sopra un'altra collina, ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica, dalle mura cui tutti concorrono, rinserra nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope.
Lei volle la città. Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina umana e clemente, da lei si appella la città, da lei la legge, da lei il costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi sorgono a dee, invocate protettrici della città: Cerere e Venere. Ivi si prega, ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell'olibano. Una pace profonda e costante è nel popolo, su cui regna Parthenope; ed il lavorio operoso dell'uomo, non è che un affettuoso invito alla natura benigna. La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell'arte; la fusione dell'armonia fisica con l'armonia morale; l'amore efficace, fervido, onnipossente: è l'ambiente vivificante della nuova città. Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dell'Ionio, l'anima sua si assorbisce in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l'indefinibile, ecco è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi, le pare di toccare il cielo col capo, di stringere il mondo in un immenso amplesso.

* * * * *

Se interrogate uno storico, o buoni e amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull'altura di San Giovanni Maggiore dove, allora, il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull'altura di Sant'Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte. Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori; è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell'arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare. Quando nelle giornate dell'aprile un'aura calda c'inonda di benessere, è il suo alito soave; quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte vediamo comparire un'ombra bianca allacciata ad un'altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell'aria un suono di parole innamorate, è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi; quando un fruscio di abiti ci fa fremere, al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull'arena, è il suo piede leggiero che sorvola; quando, di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa folleggiare la città: è lei che la fa languire ed impallidire d'amore: è lei che la fa contorcere di passione nelle giornate violente di agosto. Parthenope la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale, è l'amore. Napoli è la città dell'amore.

martedì 25 dicembre 2012

Schiaccianoci e il re dei topi - una storia natalizia

AVVERTENZA: Quello riportato di seguito è il riassunto di una versione italiana dello Schiaccianoci, che in realtà è più una rilettura parecchio riveduta e corretta. Se quel che cercate è invece una versione del racconto vero e proprio di Hoffmann, vi consiglio di andare qui!

Tutti, o quasi, conoscono il balletto Lo Schiaccianoci. In meno sanno che è tratto da un racconto ancora più antico del balletto. Questo racconto è stato scritto nel 1816 da uno scrittore romantico tedesco di nome Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann (che però cambiò il Wilhelm in Amadeus in onore di Wolfgang Amadeus Mozart, di cui era un grande ammiratore).
Il signore qui a destra è, appunto, E.T.A. Hoffmann.
Il balletto Lo Schiaccianoci, invece, è nato in Russia nel 1892 su coreografie di Marius Petipa (uno dei più grandi coreografi di danza classica mai esistiti) e musiche di Pëtr Ilic Cajkovskij (che potrai trovare anche scritto Tchaikovsky, si pronuncia comunque Ceikòski).

La storia del racconto di Hoffmann è abbastanza complessa, ma se tu prima conoscevi solo la storia del balletto noterai che ci sono molte differenze tra il balletto e il racconto. Vediamole.
Molti si riferiscono al balletto Schiaccianoci come al capolavoro di Cajkovskij, forse la sua creazione più famosa, ma lui non sarebbe stato per nulla d'accordo con quest'affermazione. Infatti in questo spettacolo tutto gira attorno ai passi di danza. Marius Petipa creò per prima cosa la coreografia, e poi diede a Cajkovskij tutte le indicazioni necessarie per scrivere la musica, comprese istruzioni precise sulla durata di ogni singolo passaggio. In pratica non gli lasciò molta libertà creativa, per questo a Cajkovskij non piacevano molto le musiche che scrisse per questo balletto.
Nel racconto la protagonista si chiama Marie e nel balletto, tutti lo sanno, prende il nome di Clara. Ma questa non è l'unica differenza.
Anche la trama è stata molto semplificata fino a diventare un semplice pretesto per i numeri di danza, che sono molti. Ecco, in breve, la trama del balletto Schiaccianoci.
Siamo in casa di Clara, che è una bambina anche se è una ballerina adulta a interpretarla, la sera della vigilia di Natale. C'è una grande festa in corso e ogni personaggio danza, insieme o da solo. Poi arriva il padrino Drosselmeier (o Drosselmeyer, che comunque si legge Drosselmàier) che porta con sé strane bambole animate, ognuna delle quali esegue un balletto "caratteristico" (la danza spagnola, la danza del tè, la danza del cioccolato e così via...).
Tra i giochi Clara trova uno schiaccianoci che attira subito la sua attenzione.
Nel cuore della notte i topi attaccano i giocattoli di Clara, e i giocattoli, capitanati dallo Schiaccianoci che nel frattempo si è animato (prima veniva impiegato un pupazzo, ora c'è un ballerino) combattono a loro volta contro i topi.
Clara sconfigge il Re dei Topi lanciandogli addosso una ciabatta.
I topi sono sconfitti e l'incantesimo si spezza. Lo Schiaccianoci diventa un principe e porta Clara nella Foresta Incantata, dove assistiamo a molte altre danze caratteristiche, tra cui la danza dei fiocchi di neve, che vedi nella foto a sinistra, e il famosissimo valzer dei fiori, fino al gran finale dove Clara e il Principe Schiaccianoci danzano insieme.
Alla fine di tutte le danze ci ritroviamo nel salotto che avevamo lasciato, dove Clara si sveglia: era stato solo un sogno (mentre nel racconto tutti accusano Marie di essersi sognata l'intera storia, ma alla fine si scopre che era tutto vero, anche le cose più strane).
Insomma, le differenze tra balletto e racconto sono tante. Però una cosa importante in comune ce l'hanno: entrambe sono storie natalizie dall'inizio alla fine!

SCHIACCIANOCI E IL RE DEI TOPI
Liberamente adattata da E.T.A. Hoffmann
LA VIGILIA DI NATALE
Quella sera in casa Stahlbaum le cose andavano in modo davvero strano.
Era la Vigilia di Natale, ma stranamente tutto era buio e silenzioso. Fritz e Marie, preoccupati, se ne stavano buoni buoni in una stanzetta che dava sul cortile perché Mamma e Papà avevano proibito loro assolutamente l'accesso al salotto e alla sala da pranzo.
Fritz aveva dieci anni e non ce la faceva proprio a stare fermo. Marie era sua sorella, aveva sette anni ed era molto più tranquilla. Ma anche a lei tutta quella calma non piaceva affatto. Per ingannare l'attesa Fritz e Marie cominciarono a chiacchierare dei regali di Natale.
In quel momento Mamma e Papà vennero a chiamarli. Era tutto pronto e i due potevano finalmente entrare nelle sale proibite.
Appena Fritz e Marie raggiunsero le stanze ogni preoccupazione e tristezza svanì. Ad attenderli c'era la più bella festa di Natale che si potesse immaginare. L'albero era altissimo, carico di mele d'oro e d'argento e di centinaia di luci. E ai suoi piedi c'erano talmente tanti regali... e poi c'era Drosselmeier, il loro padrino.
Drosselmeier faceva l'avvocato ma aveva anche un'abilità straordinaria nel riparare e costruire meravigliosi oggetti meccanici, ed era sempre lui a riparare il grande orologio a pendolo del salotto quando si rompeva. Con gli orologi Drosselmeier ci sapeva proprio fare, erano la sua passione. Ogni Natale portava a Fritz e Marie un regalo fantastico, per la cui costruzione aveva impiegato tutto l'anno. Certo, si trattava di regali fragili e delicati, con meccanismi complessi. Infatti di solito i bambini avevano il permesso di guardarli un po' e poi la Mamma, nel timore che potessero romperli, li metteva via riponendoli sullo scaffale più alto dell'armadio dei giocattoli in salotto. Questa volta Drosselmeier aveva portato un vero castello delle bambole con tanto di luci e personaggi dentro che si muovevano, danzavano, si affacciavano alle finestre e a guardarlo a lungo ti sembrava di poterci entrare (come capitò a Fritz). Ma più che guardarlo non si poteva fare, per cui alla fine Fritz e Marie si annoiarono di quel gioco bellissimo ma inutile e tornarono a occuparsi degli altri doni, quelli con cui si poteva giocare.
Tra tutti questi doni ce n'era uno che attirò subito l'attenzione di Marie. Era uno schiaccianoci di legno, modellato a forma di soldatino. Bastava infilare una noce tra i suoi denti, spingere il mantello che aveva sulla schiena (e che in realtà era una leva) e quello... CRAC!... spaccava la noce. Lo Schiaccanoci, poverino, era veramente bruttino, aveva un capoccione sbilenco, gli occhi sporgenti e una bocca che pareva un salvadanaio, ma aveva una faccia così simpatica e bonacciona che Marie decise che quello sarebbe stato il suo giocattolo del cuore e Papà glielo affidò volentieri. Ma quando Fritz decise di spaccare una noce ne scelse una veramente troppo grossa e dura per i dentini di legno del soldatino e il povero Schiaccianoci si ruppe.
Come ne fu triste Marie. Al punto da usare il suo fiocco per fasciare lo Schiaccianoci e ripararlo in qualche modo.
La festa era finita, ormai era quasi mezzanotte ma i bambini erano troppo emozionati per andare già a dormire. Così erano rimasti in salotto a riordinare i nuovi giocattoli nell'armadio. Fritz metteva i suoi soldatini sul secondo scaffale e Marie le sue bambole sul primo, quello più in basso. Lì lei aveva organizzato una deliziosa casetta delle bambole, ma questa volta nel morbido lettino non c'era una bambola, c'era il povero Schiaccianoci ferito.
La Mamma li chiamò ancora e Fritz se ne andò a letto. Marie rimase ancora un po' per fare le ultime raccomandazioni a Schiaccianoci.
La stanza era buia, ormai, anche l'albero di Natale era stato spento. In casa tutti dormivano tranne Marie. La bambina finalmente decise di andare a letto anche lei. In quel momento il grande orologio a pendolo del salotto cominciò a vibrare, come se stesse per battere le ore. Marie si voltò. Il gufo dorato che era in cima all'orologio si era mosso e aveva spalancato le ali per avvolgere il quadrante. Un istante dopo Marie si accorse che quello non era più il gufo ma il padrino Drosselmeier, che avvolgeva il suo mantello attorno all'orologio e batteva la mezzanotte con voce cupa. Allora dall'oscurità emersero mille lucette rosse, e si sentirono innumerevoli fruscii e squittii. Quelle lucette erano occhi. Occhi di topi.
Marie cercò di urlare ma era troppo spaventata. Arretrò fino all'armadio e lo urtò col gomito. Un rumore improvviso! Aveva spaccato una vetrina e si era ferita. Ma vide qualcosa di molto più spaventoso, che le gelò il sangue nelle vene e non le fece pensare più al dolore al braccio. Davanti a lei innumerevoli topi si erano disposti in file ordinate come soldati, e a capo di tutti c'era un enorme, orribile topo che aveva sette teste. E su ogni testa c'era una piccola corona d'oro.
Nello stesso istante alcune luci si accesero nell'armadio. Erano i giocattoli e i soldatini che si erano animati per combattere contro i topi.
Anche Schiaccianoci si era alzato in piedi, nonostante fosse ferito, per mettersi alla testa di quel minuscolo esercito. Klara, la bambola di Marie, lo supplicò di non combattere, ma lui non volle sentire ragioni. Schiaccianoci, il fiocco di Marie stretto sul cuore, si gettò a capofitto nella battaglia guidando i suoi impavidi giocattoli. E che battaglia fu quella!
Dappertutto in salotto si sentiva combattere, i topi erano davvero feroci, ma i soldatini e i giocattoli avevano altrettanto coraggio. Marie non sapeva che fare, voleva aiutare anche lei il suo amico Schiaccianoci.
Quando vide che l'orribile Re dei Topi stava per sopraffare Schiaccianoci non ebbe più dubbi. Si tolse una scarpa e la lanciò contro quelle sette testoline coronate. Non appena la scarpa giunse a segno tutti i topi, ma proprio tutti, anche il re, svanirono.
Marie però non se ne accorse, perché intanto il braccio aveva ripreso a farle male e lei era svenuta.
Quando Marie si svegliò era nel suo letto e il dottore la stava curando. La Mamma, accanto a lei, era molto preoccupata.
"Per fortuna", le disse, "ho visto la luce accesa in salotto. Sono passata a controllare e ti ho trovata in terra svenuta e insaguinata tra i vetri rotti e i giocattoli sparsi dappertutto. Sicuramente ti sei addormentata e sei crollata sulla vetrina dell'armadio rompendola. Ti rendi conto che potevi morire dissanguata?"
Marie cercò di spiegare la storia del Re dei Topi e della battaglia contro Schiaccianoci, ma nessuno volle crederle.
A causa delle ferite Marie si ammalò e le venne la febbre alta che la costrinse molti giorni a letto. Quando si addormentava le pareva di udire la voce di Schiaccianoci che la ringraziava.
Un giorno, quando Marie stava già guarendo, andò a trovarla il padrino Drosselmeier. Marie si arrabbiò molto con lui, perché la sera della battaglia non aveva preso le parti dello Schiaccianoci. Ma Drosselmeier disse che non aveva potuto. Poi le consegnò Schiaccianoci completamente riparato e cominciò a raccontare, a lei e a Fritz, la sua storia.

STORIA DELLA NOCE DURA
Quando nacque Perpilit era una principessina davvero deliziosa. Bella, rosea e paffuta, aveva già tutti i dentini (cosa stranissima per una neonata), che brillavano candidi in due file che parevano perle.
A corte tutti erano felicissimi per lei, solo la regina sua madre era molto preoccupata. Al punto da decidere che la principessa non dovesse mai rimanere da sola. Davanti alla porta dove dormiva la piccola c'erano sempre due alabardieri e accanto al lettino c'erano sempre due balie. La notte, poi, arrivavano altre sei balie a farle compagnia, e ogni balia doveva avere in braccio un gatto che doveva accarezzare continuamente in modo che questo facesse sempre le fusa.
Per capire il perché di tutto questo dobbiamo fare qualche passo indietro nel tempo.
Qualche mese prima la regina stava cucinando le salsicce col lardo che piacevano tanto al re, quando da sotto la stufa era uscita Topocchia, una topina che viveva lì insieme a sette figli e molti parenti. Topocchia aveva chiesto alla regina un pezzetto di lardo e lei glielo aveva concesso volentieri. Ma subito dopo erano arrivati anche i sette figli, molto maleducati, e tutti gli altri parenti, e alla fine di lardo non ce n'era più.
Il re andò su tutte le furie perché il suo piatto preferito era stato rovinato, così chiamò l'orologiaio di corte, che guarda caso si chiamava Christian Drosselmeier proprio come il padrino di Fritz e Marie, che costruì tante ingegnose trappole per topi.
I sette topi maleducati e tutti i parenti di Topocchia caddero in trappola e morirono. Topocchia, col cuore a pezzi, decise di andar via dal castello. Ma prima di partire giurò alla regina che avrebbe vendicato sulla principessina che stava per nascere la morte dei suoi sette figli. Per questo ora la regina era tanto preoccupata per la piccola Perpilit.
Ma una brutta notte le balie e i gatti si addormentarono. La Gran Balia, a capo delle altre, si svegliò all'improvviso con un senso di pericolo imminente. E non aveva tutti i torti, perché vide Topocchia nella culla di Perpilit che sembrava sul punto di mordere la principessa.
La Gran Balia strillò e Topocchia fuggì via, ma aveva fatto in tempo a colpire. Perpilit non era più una rosea e paffuta bambina, ma le era venuto un capoccione sbilenco, gli occhi sporgenti e una bocca che pareva un salvadanaio.
Il re si disperò, e siccome non gli passava per la testa che fosse colpa sua, che se solo non avesse fatto tante storie per uno stupido piatto di salsicce col lardo a quest'ora Perpilit starebbe bene, chiamò immediatamente Christian Drosselmeier e gli ordinò di guarire la principessa, altrimenti gli avrebbe fatto tagliare la testa.
Drosselmeier studiò a lungo la principessina senza scoprire nulla, ma dopo quattro settimane si accorse che a Perpilit piaceva molto schiacciare le noci con i denti per poi mangiare il gheriglio. Ebbe così un'idea.
"Bisogna trovare", disse, "la noce più dura del mondo, che non si spacca neppure a passarci su con un carro trainato da dodici buoi. Poi un giovanotto che non si sia mai rasato la barba e che non abbia mai calzato stivali dovrà spaccare la noce con i denti, dare il gheriglio da mangiare alla principessa e fare sette passi indietro ad occhi chiusi e senza inciampare. Così la principessa guarirà!"
Cose simili erano molto difficili da trovare e Drosselmeier era veramente preoccupato per il suo collo. Ma il re gli andò incontro: "Tu pensa a trovare la noce", gli disse, "che a trovare il giovanotto ci penso io!"
Così l'indomani Drosselmeier partì alla ricerca della noce più dura del mondo, mentre il re sguinzagliava i suoi messaggeri per cercare un giovanotto dai denti assai robusti.

IL SEGUITO DELLA STORIA DELLA NOCE DURA
Drosselmeier viaggò a lungo e dopo quindici anni aveva girato tutto il mondo cercando la noce durissima. Però non l'aveva trovata. L'unico posto in cui non aveva cercato era Norimberga, in Germania. Così decise di andare a vedere anche lì.
A Norimberga viveva suo cugino Christopher, che costruiva giocattoli. Visto che il destino a volte gioca strani scherzi, venne fuori che proprio Christopher aveva la noce più dura del mondo, tutta lucente e dorata. Un carro trainato da dodici buoi c'era passato su senza farle neanche un graffio! Non solo, il figlio di Christopher era un bel giovanotto, che non aveva ancora messo la barba per cui non si era ancora mai rasato, e che non aveva mai calzato stivali. In più il ragazzo, molto elegante, amava spaccare le noci con i denti per le ragazze che andavano a far spese nel negozio del padre, tanto che tutti lo chiamavano "Schiaccianoci".
Drosselmeier non ebbe dubbi: era lui il giovanotto che avrebbe infranto l'incantesimo di Topocchia. Gli costruì un marchingegno che avrebbe reso più potente il suo morso e lo portò immediatamente a corte.
Dopo tutti quegli anni Perpilit era diventata ancora più brutta, le era perfino spuntata la barba, ma erano molti i giovanotti che si erano offerti per spaccare la noce dura, allettati dal regno che la principessina si portava in dote, perché il re l'aveva promessa in sposa al giovanotto che fosse stato in grado di aiutarla. Però tutti si spaccarono i denti tentando di rompere la noce. Solo Schiaccianoci, tra lo stupore generale, ci riuscì. Non appena Perpilit mangiò il gheriglio divenne una fanciulla bellissima da non credersi e tutti si fermarono ad ammirarla, così nessuno fece più caso a Schiaccianoci che ancora stava facendo i suoi sette passi indietro.
Proprio all'ultimo passo Schiaccianoci sentì qualcosa di soffice sotto il piede, così per evitarlo fece un salto e inciampò. In quel momento diventò anche lui brutto, con la testa sbilenca, gli occhi sporgenti, la bocca a salvadanaio e la barbetta com'era stata Perpilit fino a un istante prima. Ma nessuno se ne accorse perchè stavano guardando tutti la principessa.
Quel che Schiaccianoci aveva pestato era Topocchia che, colpita a morte dal suo piede, lanciò un'ultima maledizione. Schiaccianoci non avrebbe avuto come punizione solo l'essere trasformato in creatura orribile, ma sarebbe stato anche perseguitato da suo figlio con sette teste, nato dopo la morte dei sette topi. Detto questo, Topocchia morì.
Perpilit, intanto, aveva espresso il desiderio di vedere il suo promesso sposo. Quando però si accorse che ormai era solo uno schiaccianoci lo rifiutò. Il re si arrabbiò così tanto con Drosselmeier, Christopher e Schiaccianoci per aver osato proporre un fidanzato simile alla principessa, che i tre furono costretti a fuggire.
"Povero Schiaccianoci!", commentò Marie commossa quando il padrino Drosselmeier ebbe finito di raccontare, "E che ingrata quella Perpilit!"
"Ma vedi", continuò il padrino, "non tutto è perduto. Schiaccianoci ha ancora una speranza di tornare normale e diventare principe. Dovrà solo sconfiggere il topo a sette teste e trovare una fanciulla che si innamori di lui!"
E detto questo se ne andò.

VITTORIA!
La malattia di Marie durò a lungo, ma dopo più di una settimana la bambina fu in grado di alzarsi dal letto.
Andò quindi a trovare Schiaccianoci nel suo armadio, e improvvisamente capì cosa aveva inteso Drosselmeier col suo racconto. Sì, doveva essere così, il padrino altri non era che l'orologiaio di corte, e Schiaccianoci, quello che ora stava di fronte a lei, doveva essere suo nipote, il figlio del cugino Christopher, mentre l'orrendo topo visto quella terribile sera era sicuramente il figlio di Topocchia.
Le sembrò allora di sentire Schiaccianoci farle coraggio e dichiararle il suo amore. In quel momento arrivò, a trovare i suoi genitori, proprio il padrino Drosselmeier.
"Perché", gli chiese Marie, "Quella sera non hai aiutato tuo nipote?"
"L'incantesimo mi ferma e io non posso aiutarlo!", rispose il padrino, "Ma tu sì!"
Papà pensò che anche Drosselmeier avesse cominciato a dare i numeri come Marie e gli tastò il polso per assicurarsi che non fosse malato. La Mamma invece aveva capito.
"So di cosa stai parlando", disse tristemente, "ma non riesco a spiegarlo, perciò preferisco tacere!"
Da quella notte la povera Marie cominciò a ricevere la visita del Re dei Topi. Questo la minacciava di fare a pezzi Schiaccianoci se lei non gli avesse consegnato tutti i suoi dolci e giocattoli. A Marie non restava che ubbidire, perché aveva paura che se avesse raccontato tutto a Mamma e Papà loro avrebbero detto che aveva solo sognato.
Ma un brutto giorno non ci furono più dolci o giocattoli da rosicchiare, e perfino Mamma si era accorta che in casa girava qualche strano topo che faceva a pezzi le cose di Marie. La bambina era disperata, perché senza giocattoli e dolci il Re dei Topi avrebbe finito col prendersela con Schiaccianoci.
Così corse da lui per vedere come stava, e Schiaccianoci improvvisamente divenne caldo, si mosse e le parlò.
"Ho bisogno", le chiese, "che tu mi porti una spada robusta! Così potrò sconfiggere il Re dei Topi!"
Ma dove trovare una spada? L'unica fu chiederla a Fritz, che riuscì a recuperarne una davvero magnifica, e proprio della taglia giusta. Marie la portò subito al suo Schiaccianoci.
Quella notte Marie non riuscì a dormire. Quando la pendola batté la mezzanotte le parve che il cuore le si fermasse in gola. Ma non sentì rumori strani.
Qualche istante dopo qualcuno bussò gentilmente alla porta della sua stanza. Era Schiaccianoci, che reggeva in una mano una candelina accesa dell'albero di Natale e nell'altra la spada, ora tutta insanguinata.
"Ho vinto!", disse trionfante, "Ora il Re dei Topi è sconfitto per sempre! E queste sono per te!", così dicendo Schiaccianoci consegnò a Marie le sette piccole corone d'oro che un tempo scintillavano sulle teste del Re dei Topi. La bambina mise le corone in uno scrigno sul comodino. Poi Schiaccianoci le porse la mano e continuò: "Sono venuto qui a ringraziarti e a invitarti nel mio regno! Vedrai cose così belle come non hai mai neppure sognato!"
Marie scese dal letto e seguì Schiaccianoci, fin dentro... l'armadio.

NEL REGNO DELLE BAMBOLE
Quando furono nell'armadio degli abiti Schiaccianoci scelse un vecchio cappotto di Papà e cominciò a tirare la cintura. Tirò e tirò, e d'un tratto lui e Marie non erano più a casa, ma in un magnifico e candido prato tutto scintillante e fatto di zucchero candito. Erano arrivati nel Regno delle Bambole.
Schiaccianoci volle condurre Marie alla capitale del regno, e mentre procedevano tutti gli abitanti festeggiavano Marie e volevano portarla in trionfo, perché sapevano che lei aveva salvato il principe Schiaccianoci.
Attraversarono un magnifico bosco di Alberi di Natale, dove ogni albero era decorato con frutti splendenti d'oro e d'argento che tintinnavano deliziosamente al vento. Poi c'erano bamboline di zucchero e di panpepato vive e bellissime che danzavano leggere, e fiumi di limonata, torrenti di latte e miele e bellissimi cigni che nuotavano in un laghetto.
La capitale del regno era dall'altra parte del lago e Marie e Schiaccianoci vi furono portati a bordo di una barca fatta di conchiglie tempestate di pietre preziose e trainata da due delfini.
Che gran festa ci fu! Piena di colori, e suoni, e cose buone da mangiare. Ma, proprio mentre riceveva i complimenti dai fratelli e dalle sorelle di Schiaccianoci, a Marie venne un gran sonno e le parve di addormentarsi.
Quando si svegliò era a casa sua, nel suo letto, ma ancora così emozionata per l'avventura appena vissuta, che corse a raccontarla a Mamma e Papà.
Che delusione, però. Loro continuavano a dire che Marie si era sognata tutto e che Schiaccianoci e il Regno delle Bambole non esistevano davvero. Però Marie non si perse d'animo e, per provare ai genitori di aver detto la verità, corse a prendere le sette corone del Re dei Topi. Quale stupore comparve sui visi di Mamma e Papà quando le videro. Perché senza ombra di dubbio quelle erano piccolissime corone, ed erano anche d'oro. Ma invece di credere subito alle parole di Marie si preoccuparono ancora di più e cominciarono a chiedere dove le avesse trovate. Forse le aveva rubate a qualche ospite? Marie stava per piangere quando arrivò il padrino Drosselmeier.
"Ma non ricordate?", disse lui a Mamma e Papà, "Queste coroncine erano mie, le portavo alla catena del mio orologio. Ma poi le ho regalate a Marie quando lei aveva due anni!"
Tutti tirarono un sospiro di sollievo, tranne Marie che non riusciva a convincere nessuno di aver conosciuto davvero Schiaccianoci. Anzi, Papà alla fine si arrabbiò talmente che le disse così: "Se non la pianti con queste storie su Schiaccianoci finisce che te lo butto!"
E Marie smise di parlare di Schiaccianoci. Tutti smisero di pensare a lui, perfino Fritz, l'unico che ci aveva creduto, smise di crederci. Ma non Marie, che passava sempre più tempo davanti alla vetrina dell'armadio dove se ne stava il suo Schiaccianoci.
Un giorno cominciò a parlargli: "Sai", gli disse, "io non ti trovo affatto brutto. E poi se sei diventato così è tutta colpa della principessa Perpilit. Com'è stata crudele a rifiutarti dopo che tu ti sei sacrificato per lei. Io al suo posto sarei felicissima di sposarti!"
In quel momento qualcuno bussò alla porta d'ingresso. Era il padrino Drosselmeier venuto di nuovo a riparare l'orologio. Entrò in salotto e salutò Marie, questa si voltò per salutarlo, sgranò gli occhi e svenne.
"Marie, cosa fai?", le disse la Mamma quando si riprese, "Ti sembra il caso di svenire davanti agli ospiti?"
Sì, perché Drosselmeier non era da solo. Era insieme a un delizioso ragazzino, di pochi anni più grande di Marie, molto elegante e dall'aspetto assai simpatico. Il ragazzino, disse Drosselmeier, era suo nipote, figlio di suo cugino Christopher che viveva a Norimberga e costruiva giocattoli.
I due vennero invitati a pranzo e il ragazzino riuscì subito simpatico a tutti, aveva portato tanti doni per Marie e Fritz e a fine pranzo si divertì a spaccare tante noci con i denti.
Poi chiese a Marie di mostrarle i suoi giocattoli. Quando rimasero soli il giovane Drosselmeier s'inginocchiò ai piedi di Marie. Sì, proprio così, lui era stato davvero il principe Schiaccianoci e Marie l'aveva davvero aiutato. Tutta l'avventura era successa davvero, e proprio nel momento in cui Marie aveva detto di volerlo sposare, aveva spezzato anche l'ultimo incantesimo e Schiaccianoci era tornato una persona in carne e ossa.
Commosso, il giovane Drosselmeier chiese di sposare Marie, e lei accettò con gioia. Ma visto che entrambi erano ancora bambini dovettero aspettare un bel po' di anni prima di poter realizzare il loro sogno.
Però quando poi si sposarono fecero una festa magnifica. Una carrozza d'oro tirata da cavalli d'argento venne a prendere Marie a casa, e re e regine, dame e cavalieri, marinai e pescatori, principi e principesse, sarti e contadini e migliaia di persone vennero invitati alla festa.
Marie e il giovane Drosselmeier andarono a vivere in un castello di marzapane e cominciarono a regnare felici su un paese meraviglioso. E sono ancora lì, perché il tempo delle fiabe non finisce mai!