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martedì 4 dicembre 2012

La principessa senza mani - una storia coraggiosa

Non è solo dal drago che la principessa deve liberarsi,
ma anche dalla necessità di farsi liberare dagli altri.  

La solidarietà femminile non è un argomento molto popolare nelle fiabe. È un mondo strano, in cui le donne sono quasi sempre rivali tra loro, quasi mai amiche. Perfino quelle che partono volendosi bene possono finire col diventare acerrime nemiche non appena tra loro si mettono in mezzo desideri, qualità e invidiabili fortune, ma soprattutto sposi ricchi e potenti. Madri contro figlie, sorelle l'una contro l'altra, suocere e nuore e così via. In un mondo in cui le donne non hanno alcun potere se non quello di conquistare un principe o un re o semplicemente un buon partito, la concorrenza si fa sentire violenta e spietata, e non ci si può fidare di nessuno, neanche della propria madre.
Roba da fiabe, solo roba da fiabe...
Unici casi di donne che aiutano altre donne sono le fate. Possono essere fate madrine, spesso stordite, o fate generose. Poi ci sono le fate bastarde. Sono le migliori, secondo me. Sono quelle che invece di risolvere il problema della principessa di turno con un incantesimo, la spingono a scoprire e usare le proprie capacità nascoste. La fata bastarda sembra non voler aiutare la poveretta, ma invece è quella che le fa del bene più di chiunque altro. La fata bastarda è quella che va dalla principessa e le dice: “Ma che stai qui ad aspettare il Principe Azzurro? Ma lo sai che quel drago che ti tiene prigioniera tu te lo puoi fare grigliato quando vuoi? Allora forza, tira fuori le... unghie!”
La figura della principessa senza mani è abbastanza diffusa nelle fiabe. Ovviamente la cosa va interpretata in chiave simbolica, come accade spesso per le fiabe: le mani perse e ritrovate stanno a rappresentare le qualità, le risorse, le doti della principessa. Quelle che lei forse neanche sapeva di avere e che la fata le fa trovare. Anche a calci, se necessario.

Olivia, la principessa manomozza

C'era una volta una principessa di nome Olivia. Il nome è irrilevante, non importa se si chiamava Olivia oppure no. In realtà non importa neppure se fosse una principessa o no. Era una bella ragazza, questo è certo.
Ora, come prima cosa, dovrei spiegarvi come ha fatto a venirsi a trovare in quell'incresciosa situazione in cui si trovò: senza mani e abbandonata in un bosco. In tutte le storie di questo tipo che ho letto le spiegazioni sono piuttosto razziste, e non mi va di usarle.
Ne darò una versione più neutra, per così dire.
Olivia era figlia di un padre vedovo, e questo padre era un uomo molto arido, senza cuore, irascibile, crudele, che non provava minimamente affetto per la figlia.
Forse perché non se n'era mai occupato personalmente, ma aveva sempre affidato la sua cura ad altri e per lui era quasi un'estranea.
Un giorno Olivia, per un motivo qualsiasi, fece infuriare il padre, così questo le mozzò le mani e la portò a sperdere in un bosco.
E così la troviamo noi, abbandonata, disperata e incapace di aiutarsi.
Vagò a lungo, disperata, senza sapere cosa fare. E alla fine giunse nei pressi di un bellissimo giardino, dove c'era un pero carico di frutti maturi e appetitosi. Nel vederli Olivia si accorse di essere affamata. Ma senza mani non poteva cogliere le pere! Era dunque destinata a patire la fame?
Al solo pensiero le venne da piangere. Oh, poverina! Era una visione da far pietà. Perfino una roccia si sarebbe commossa. Be', non proprio una roccia, ma almeno un albero... il pero, infatti, abbassò un ramo in modo da portarle i sui frutti a portata di bocca, così Olivia poté mangiare a sazietà anche senza aiutarsi con le mani.
La cosa andò avanti per un po'. Di notte Olivia trovava rifugio in una grotta, e di giorno andava a mangiare le pere dall'albero.
Ora si dava il caso che quello fosse il giardino del Re, e che quelle pere fossero d'una varietà assai pregiata. Il giardiniere si accorse che c'era qualcosa che non andava e corse ad avvertire il Re, dicendogli che c'era uno strano animale che rosicchiava le pere lasciando su solamente i torsoli e che lui non capiva che potesse essere.
Così il giorno seguente il Re decise di scoprire quale bestia gli rubasse le pere e si appostò accanto all'albero. In questo modo poté assistere allo strano fenomeno dell'albero generoso che aiutava la povera fanciulla senza mani.
Si commosse anche il Re, che uscì dal suo nascondiglio e si fece raccontare da Olivia la sua storia.
E quando l'ebbe conosciuta, fu commosso al punto che decise di ospitare la ragazza al castello.
Il Re e Olivia legarono subito, e ben presto s'innamorarono e si sposarono.
Questa cosa non andò per niente giù alla Regina Madre del Re.
“Non c'era niente di male a ospitarla a palazzo”, disse questa, “Ma tu non puoi sposare una che non sai neppure da dove venga. Sei il re di questo paese, hai dei doveri, e uno di questi doveri è assicurarti una discendenza degna.”
Ma il Re non volle sentir ragioni perché era innamoratissimo di Olivia, perciò la sposò lo stesso. E la Regina Madre per ripicca andò a chiudersi in convento.
I due sposi erano felicissimi assieme, ma poi un brutto giorno al Re capitò una guerra che lo costrinse a partire.
Si dice così: “gli capitò una guerra”. Come fosse una disgrazia che coglie solo lui.
Comunque, a lui capitò e dovette partire. E Olivia, che era incinta, rimase da sola al castello. Da sola con uno stuolo di servi, ovviamente!
Quando fu il momento giusto, Olivia diede alla luce due gemelli, e allora successe una cosa strana e sospetta: la Regina Madre tornò a palazzo. Ufficialmente per aiutare la nuora coi bambini. In realtà era una scusa, perché alla Regina Madre i due figli di Olivia come eredi al trono andavano giù ancora meno che Olivia come regina. Perciò un bel giorno prese la nuora, la portò nel bosco, le piazzò tra le braccia i due bimbi e le disse così, papale papale:
“Vattene, sparisci e non farti più vedere. Una come te non può starci sul trono. Tornatene all'inferno o da qualunque posto tu sia arrivata e lasciaci in pace.”
Poi se ne ritornò al castello, fece fare tre statue di cera a dimensioni naturali di Olivia e dei bambini, e disse a tutti che la Regina e i principini erano morti. Organizzò i funerali, mettendo nelle bare le bambole di cera, e fu una cerimonia veramente commovente. Tutto il regno vi partecipò commosso e portò fiori sulla tomba monumentale eretta per l'occasione.
Intanto Olivia aveva preso a vagare per il bosco, disperata, coi suoi bambini che cominciavano ad agitarsi perché avevano fame e sete. E anche lei era assetata.
Giunse così a un torrente, e qui vide una donna che attingeva acqua. O faceva il bucato. O era impegnata in una qualunque altra attività si possa fare accanto a un torrente.
La donna sembrava una contadina, ma in realtà era una fata.
È così che funziona con le fate. Sembrano gente assolutamente comune, e a noi appaiono come persone qualunque, banalissime, tranne che poi fanno qualcosa che in seguito ci porta a dire “Ehi, ma quella era una fata!”
Era così anche stavolta, Olivia non l'avrebbe neppure notata se non fosse stato per il fatto che aveva bisogno di lei.
“Scusate, signora”, disse, “io e i miei bambini abbiamo tanta sete. Potete aiutarci a bere, per favore?”
La donna si voltò, la squadrò con sguardo impassibile e imperscrutabile, poi disse brusca: “E perché, non sei capace di bere da sola?”
Olivia rimase allibita. Mai prima d'allora aveva ricevuto risposte simili. No, dico, perfino un albero (un albero!) si era commosso e l'aveva aiutata, e adesso questa contadina si rifiutava di farlo?
“Ma io non ho le mani!”, protestò Olivia, “Come faccio a riempirmi la brocca?”
“Non puoi riempirtela? E non te la riempire. Inginocchiati e lappa dal torrente”, disse la donna. Poi tornò a fare quel che stava facendo e ignorò la ragazza.
Non c'era niente da fare, così Olivia, barcollando, si mise in ginocchio tenendo i bimbi in bilico sulle braccia, uno da una parte e uno dall'altra. Ma i piccini si agitavano, così quando lei si chinò per bere quelli le scapparono giù e caddero in acqua.
SPLASH!
“Aiuto, aiuto!”, strillò terrorizzata Olivia, “Affogano! Signora, aiutatemi, ve ne prego! Salvate i miei bambini!”
La donna rimase imperturbabile. “Perché, non puoi salvarli tu?”, domandò.
“Ma io non ho le mani!!! Come diavolo faccio?”, strillò Olivia, che si sentiva prossima a una crisi isterica.
“Provaci! Tuffa in acqua i moncherini!”, disse severa la donna. Poi aggiunse, con più dolcezza: “Coraggio!”
Accecata da lacrime di rabbia e di disperazione, Olivia tuffò i moncherini in acqua e... le mani le ricrebbero. Proprio così. Però lei non aveva tempo per stupirsene, perché doveva salvare i suoi bambini. Non appena li ebbe acchiappati li abbracciò così forte da lasciargli i lividi, e solo allora si accorse che aveva di nuovo le mani. E in quel momento si accorse anche che la donna non era una contadina, ma una fata, e che anche se non sembrava in realtà l'aveva aiutata moltissimo, perché l'aveva costretta ad agire. Si voltò per ringraziarla, ma la donna non c'era più.
Tipico delle fate.
Quella che si era avvicinata al torrente era una principessa che si credeva fragile e bisognosa d'aiuto, che otteneva le cose piangendo e cercando di suscitare compassione. Quella che si allontanò dal torrente era una donna adulta che aveva trovato tutta la propria energia e il proprio spirito d'iniziativa, indipendente, autonoma, determinata e forte. Una vera donna emancipata. Per questo non cominciò a vagare piangendo disperata, non andò da qualcuno a chiedere aiuto, invece si trovò una casa dove si sistemò assieme ai bambini, e con le proprie nuove energie riuscì a reinventarsi una vita. I bambini crebbero forti e belli, e anche se non erano ricchi non gli mancava nulla: erano una famigliola felice.
Torniamo al castello. Quando il Re tornò e seppe della morte di Olivia e dei bambini si sentì travolgere, schiantare, devastare dal dolore.
Invano la Regina Madre cercò di rallegrarlo. O di fargli trovare una nuova sposa.
“Guarda questa”, diceva sfogliando il catalogo delle principesse da marito, “con quelle poppe sarebbe in grado di allattare almeno quattro marmocchi per volta. Che ne dici, la vuoi? O quest'altra... c'è scritto che è un'ottima ballerina. A te è sempre piaciuto ballare. Non vorresti sposarla? E questa qui... sì, non è un gran che, ma suo padre è un re importante che conviene farsi amico.”
Ma il Re scuoteva mestamente la testa e diceva triste: “Io senza Olivia non so starci!”
Passarono sei anni.
Capitò così che un giorno, mentre girovagava per il suo regno, il Re giungesse in una zona che non conosceva e si perse. Qui vide una bella casetta con un giardino, e nel giardino giocavano due bambini che somigliavano un po' a lui da piccolo.
Bussò alla porta e andò ad aprirgli una donna.
Questa donna era Olivia, che lo riconobbe subito.
“Scusate, signora, ma mi sono perso. Potete indicarmi la strada per il castello?”, domandò il Re.
“Certo, Maestà”, rispose la donna, “Ma è tardi e stavo per servire la cena. Perché non vi fermate de noi? Potrete partire con comodo domattina.”
Ora, non dovete pensare che il Re fosse tanto cretino o sbadato da non riconoscere la sua sposa. Ma dovete calcolare che lui sapeva che Olivia era morta, e non aveva motivo di sospettare che ciò non fosse vero. Diamine, tutto il regno era stato al suo funerale e l'aveva vista nella bara! E poi questa aveva le mani, e Olivia no, e da che mondo e mondo le mani non ricrescono come le code delle lucertole. E in ogni caso, in quei sei anni Olivia, mani a parte, era davvero cambiata parecchio.
Perciò lui pensò che questa donna somigliasse moltissimo a sua moglie, ma che per ovvi motivi non potesse essere lei.
Ma si fermò volentieri a cenare con lei, e chiacchierò piacevolmente.
“Voi siete sposata?”, le chiese.
La donna parve riflettere. “Sono vedova”, rispose infine.
“Anch'io”, disse il Re.
Quando la cena fu terminata, Olivia prese da parte i bambini e disse loro: “Prima di andare a dormire chiedetemi una storia. Io vi dirò di no, vi minaccerò anche di darvi un paio di sberle, ma farò per finta, non vi preoccupate. Voi dovete insistere. Capito?”
“Sì, mamma”, risposero i bimbi, tutti contenti di partecipare a un segreto della mamma.
Perciò quando la donna sparecchiò la tavola e fece per mandare i bimbi a letto, questi le si attaccarono alla gonnella.
“Raccontaci una storia! Raccontaci una storia!”, piagnucolarono.
“No, bambini, non si può e poi non vorremo dar fastidio a questo signore, che tra l'altro è pure il nostro Re, no?”
“Raccontaci una storia! Raccontaci una storia!”
“Ho detto di no. E se non la piantate vi mollo due sberle!”
“Ma no, signora”, intervenne il Re, “non siate severa coi bambini. Se vogliono una storia, raccontategliela.”
E così Olivia cominciò a raccontare, e raccontò la sua storia, dalla nascita a quando venne abbandonata nel bosco con le mani tagliate, e poi il pero generoso, l'incontro col Re, il loro amore, la nascita dei gemelli, il tradimento della Regina Madre, la fata scorbutica che l'aiutò a ritrovare le mani, fino a quel momento in cui si trovava in quella capanna a raccontare la sua storia al Re.
In un libro fantasy a questo punto avrebbe dovuto anche raccontare di quando incominciava il racconto a partire dalla sua nascita eccetera, e si sarebbe finiti in un loop senza inizio né fine. Ma questo non è un libro fantasy, per fortuna, perciò giunta alla fine, Olivia si fermò.
Anche perché il Re le si era buttato ai piedi, in ginocchio, e le stava baciando il lembo della veste, piangendo calde lacrime di disperazione e di speranza assieme. Disperazione per essersi perso per tanti anni sua moglie, e l'infanzia dei suoi bambini. Speranza per averli ritrovati. Disperazione per il tradimento della madre. Speranza, perché sapeva che non avrebbe più perso gli amori della sua vita.
Ma come tutti i Re, era impetuoso e spesso parlava e agiva prima ancora di riflettere.
“Sarai vendicata!”, esclamò battendosi il petto, “Mia madre verrà giustiziata sulla pubblica piazza!”
“Alt, frena”, lo fermò Olivia, “Lascia stare. Perdonala. È tua madre, in fondo, portale un po' di rispetto. E poi lei non ha agito così per capriccio o interesse personale, ma solo per amor tuo e del reame. In fondo la capisco. Non voleva mettere sul trono un'estranea che, per quanto ne sapeva, poteva pure essere una spia del regno nemico.”
Vedete? Olivia era maturata così tanto che non sembrava neanche più la principessa di una fiaba.
Sarà per questo che su di lei non ci faranno mai un lungometraggio animato.
La famigliola l'indomani fece armi e bagagli e andò al castello.
La Regina Madre se ne stava nel suo studio, quando il figliolo entrò con un sorriso esagerato e tiratissimo.
“Mamma”, disse, “mi racconti ancora di come andò il funerale di mia moglie?”
La Regina Madre, che stava controllando dei conti, abbassò gli occhialini a mezzaluna e lo guardò di sbieco, quasi stanca. “Che vuoi che ti dica? È stata una cerimonia commovente. La cattedrale era gremita. Tutto il popolo era commosso. Ma lo sai, te l'ho raccontato mille volte.”
“Già, già. E perciò tu sei sicura che Olivia e i bambini fossero morti?”
“Che domande mi fai? Ma certo che erano morti. Non vorrai mica insinuare che siano stati sepolti vivi?”
“No, ma potreste aver seppellito qualcos'altro. Tre statue di cera, per esempio.”
La Regina avvampò, perché era convinta che questo dettaglio non lo sapesse nessuno. Ma certo, in realtà lo sapeva l'uomo che aveva modellato le statue. Magari aveva parlato. “Che intendi?”, borbottò la donna.
“Basta commedie, mamma. Ho scoperto il tuo inganno. Olivia, entra pure.”
La porta si aprì ed entrò Olivia, tenendo i gemelli per mano.
"Come me lo spieghi, questo?", disse il Re.
La Regina Madre ammutolì e non spiegò niente. Poi sbiancò. Poi arrossì. Poi si alzò e se ne andò testa alta. Tornò a chiudersi in convento e disse che da allora in poi di quel che capitava al regno non gliene importava più.
E da quel momento il Re e Olivia vissero per sempre felici e contenti. Soprattutto Olivia, che ormai sapeva di valere più di quanto credessero gli altri.

domenica 2 dicembre 2012

La principessa snob - una storia ingiusta

Nel mondo delle fiabe basta poco a rendersi irriconoscibili...
"Il mio ammmore mi tratta come una principessa”, dice la fanciulla con occhi sognanti.
“Il vero uomo tratta la sua donna come una principessa”, dicono i messaggini amorosi che girano in rete.
Ma com'è che i Principi trattano le Principesse nelle fiabe? Mica sempre tanto bene.
Quella che segue è una fiaba abbastanza tipica: è la classica storia della principessa viziata e “snob” che, per un motivo o per un altro, rifiuta il suo pretendente, e questo si vendica umiliandola, svergognandola e riducendola a uno zimbello. Facendole pentire di avergli detto no.
La vendetta è diabolica e crudele, la fanciulla che ha osato rifiutarsi o alzare la testa ne subisce di cotte e di crude finché non si arrende. Finché non “abbassa la cresta e capisce chi è che comanda”.
La principessa snob di oggi, nella sua interpretazione più lieve, è la classica bella ragazza che “se la tira” e dà il due di picche allo spasimante, e lui allora si vendica diffondendo maldicenze sul suo conto. È quella donna che si sente graziosamente apostrofare con termini tipo "brutta troia ma chi ti credi di essere?" solo perché ha detto a uno che ci provava "no, grazie, ma non sei il mio tipo".
Nelle interpretazioni della cronaca sono tutte quelle donne che quotidianamente subiscono soprusi, violenze, offese, solo perché hanno detto “no” oppure “basta” a un uomo.
Ed era una cosa che succedeva anche nelle fiabe, guardate un po'.
Perciò pensiamoci due volte prima di desiderare di essere trattate come principesse...
PS: la storia è veramente ingiusta, per questo ho cercato di alleggerirla con un fumetto frivolo e stupido. Non abbiatevene a male...

PPS: G dice che forse dovrei smetterla di disegnare donnine coi capezzoli al vento. Magari ha ragione, ma... è così divertente disegnarle!

La principessa snob

C'era una volta una bellissima principessa che, nel dubbio, chiameremo Florinda (è il primo nome che m'è venuto in mente).
Florinda era sempre stata amata e viziata dal Re suo Papà, e poiché non si era ancora resa conto di vivere in un mondo fondamentalmente maschilista, pensava di poter continuare a fare i comodi propri vita natural durante. In effetti un po' se la cercò, però poi gliela fecero pagare con gli interessi, e questo non è giusto. Ma vediamo come andarono le cose.
Come dicevo, il Re stravedeva per questa figlia e l'aveva viziata moltissimo. Un giorno le disse:
“Florinda mia, è ora che ti trovi un marito. Ormai hai l'età e anche tanti pretendenti, fra principi e re.”
“E lo so”, rispose la ragazza infilandosi in bocca una manciata di violette candite, “ma purtroppo non so quale scegliere.”
Il Re ebbe un'idea: “Organizziamo le Primarie dei Principi Azzurri, così puoi capire quale ti piace di più.”
Le Primarie dei Principi Azzurri fu una lotta senza quartiere di discorsi, serenate e promesse elettorali, ma alla fine vinse il Re Granato (non ha niente a che fare col calcio perché la storia risale a ben prima dell'invenzione di questo nobile sport) con uno stracciante 90%. E bisogna dire che questo Re era veramente il più bello, il più intelligente, quello dotato di miglior parlantina, il più simpatico eccetera.
Ci fu gran festa, naturalmente, per il fidanzamento, con un gran banchetto e tante squisitezze. Tra i frutti offerti a fine cena c'erano anche i melograni. Ora, bisogna sapere che il regno del Re Granato era ricchissimo, ma lì i melograni non s'erano mai visti. Ecco perché il Re Granato, quando gli cadde in terra un chicco di melograno, lo raccolse e lo mise da parte: pensava che fosse chi sa che di prezioso, poverino.
Ma la cosa non sfuggì a Florinda, che trovò il gesto disdicevole e non adatto a un Re. E immediatamente si pentì d'averlo scelto.
“Brutto pezzente spilorcio!”, sbottò, “Schifosissimo morto di fame, ma che fai? Raccogli pure i semini da terra? E io dovrei sposarmi un simile pitocco? Ma non ci penso neppure. Sparisci, vattene, crepa: il fidanzamento è rotto.”
Così dicendo gettò in terra il tovagliolo e si allontanò, sdegnata.
Il povero Re Granato, che era stato tanto contento quando aveva vinto le Primarie dei Principi Azzurri perché la Principessa Florinda gli era sempre piaciuta moltissimo, ora ci rimase veramente mortificato e deluso, sia per l'abbandono che per la figuraccia fatta davanti a tutti.
Ma non era tipo da arrendersi e da mandar giù le offese, perciò decise di vendicarsi.
Finse di andarsene, poi si travestì e si fece assumere dal Re padre di Florinda come giardiniere.
Nessuno lo riconobbe. Nelle fiabe i principi e le principesse sono maghi dei travestimenti. Certe volte basta che mutino abbigliamento o si mettano un cappello diverso perché nessuno li riconosca più. Il che è utile in certi casi, ma fastidiosissimo in altri. Ve l'immaginate se nessuno dovesse riconoscervi più solo perché vi siete cambiati d'abito o vi siete fatti lo shampoo?
Comunque Re Granato si travestì da giardiniere e nessuno si accorse che era lui, si trasferì nella casa del giardiniere, che giustamente era in giardino, e vi trasportò un grosso baule. In quel baule c'erano tutte le cose che avrebbe portato in dono alla principessa Florinda se si fossero sposati. Ora pensò di usarle per il suo diabolico piano di vendetta.
Un giorno, perciò, stese in mezzo al bucato un meraviglioso scialle intessuto d'oro, e lo sistemò in modo che dalla finestra della stanza della principessa si vedesse bene.
Infatti la principessa si affacciò, e vedere lo scialle e desiderarlo fu tutt'uno.
E siccome era viziata e pensava che tutto le fosse dovuto, andò dal giardiniere a informarsi.
“Ragazzo, ma di chi è quel bello scialle?”
“È mio, perché?”, rispose lui fingendo di cadere dalle nuvole.
“Perché mi piacerebbe tanto averlo e vorrei comprarlo. Quanto vuoi?”
“Non è in vendita”, aggiunse prima che la pulzella potesse cambiare idea, “però potrei regalarvelo se mi permetteste di dormire stanotte nella prima stanza dei vostri appartamenti.”
“Screanzato cafone!”, si offese la principessa, “Ma come osi chiedermi tanto?”
Ma quello scialle le piaceva veramente un mucchio e non voleva perderselo, così ci pensò e ci ripensò, e poi si disse: “Ma sì, chi vuoi che venga a saperlo se viene a dormire in quella stanza? E poi non è mica in camera mia.”

Così accettò, e il giardiniere passò tutta la notte nella prima stanza degli appartamenti di Florinda.
Un altro giorno il giardiniere mise a stendere un secondo scialle, stavolta intessuto d'oro e d'argento. Come prima la principessa lo volle, e come prima il giardiniere domandò di passare la notte da lei, ma stavolta nella seconda stanza dei suoi appartamenti.
Capite dove punta, il malandrino?
No?
Andiamo avanti.
La principessa si fece qualche scrupolo in più perché la seconda stanza era più vicina della prima alla camera da letto, ma alla fine accettò perché “tanto chi vuoi che lo venga a sapere?”
A voi sembrerà che non stesse facendo nulla di strano, ma rifletteteci bene: lei stava ospitando un uomo nei suoi appartamenti privati. Se qualcuno l'avesse beccata si sarebbe rovinata la reputazione per sempre, anche se con quest'uomo non si fosse scambiata neanche un bacetto a fior di labbra. Erano altri tempi... no?
Qualche giorno dopo il giardiniere decise di giocare pesante e mise a stendere un abito da sera intessuto d'oro, di perle e di diamanti. La principessa come lo vide non capì più niente e decise che quel vestito doveva essere suo a tutti i costi. Sì, a dirla oggi un abito del genere pare una cosa kitsch da morire, ma guardatela in un'altra ottica. Fate conto di essere una fashionista sfegatata (tutte le principesse lo sono) e che vi mettano sotto il naso il pezzo più ambito, desiderabile, raro e prezioso dell'ultima sfilata del miglior stilista del mondo. Quello che tutte vogliono e non possono avere. E voi invece potete averlo in cambio di un'inezia: far dormire un poveraccio nei vostri appartamenti. Sì, se vi scoprono ci rimettete la reputazione. Ma se non vi scoprono (e perché mai dovrebbero scoprirvi, visto che nei vostri appartamenti non ci viene nessuno, se voi così ordinate?) sarete l'invidia e il vanto del jet set per i secoli a venire.
Stavolta il giardiniere puntò più in alto, perché chiese di dormire nella terza stanza, che poi era l'anticamera della stanza da letto della principessa.
Lei esitò per almeno dieci secondo, ma poi accettò.
“Che male c'è, in fondo?”, pensò.
Quella notte, perciò, il giardiniere si raggomitolò davanti alla porta della stanza da letto della principessa, predisponendosi a dormire.
Adesso avete capito il suo piano?
Non ancora?
Andiamo avanti. Nel cuore della notte la principessa si svegliò perché sentì un gran rumore: era il giardiniere che batteva i denti e tremava tutto, e tremando urtava la porta e la faceva scricchiolare.
“Ma che stai facendo?”, bisbigliò inviperita Florinda andando in anticamera, “Smettila subito, prima che ti senta qualcuno.”
“Mi dispiace, maestà, ma ho freddo”, disse quello battendo i denti, “questa stanza è gelata.”
“A me non sembra.”
“E a me sì. Lo vedete che pelle d'oca ho?”
“Be', non posso farci niente.”
“Uhmmm...”, il giardiniere finse di rifletterci, “forse qualcosa potete fare. In camera vostra fa più caldo. Potrei venire a dormire lì.”
“In camera mia? Non se ne parla neanche!”
“Va bene”, disse il giardiniere. E riprese a battere i denti con foga facendo più rumore di un ballerino di flamenco con le nacchere.
“D'accordo, d'accordo, entra”, gli ordinò la principessa, decisamente contrariata, “Presto, prima che si svegli tutto il castello.”
Il giardiniere-Re entrò, sorridendo maliziosamente tra sé, poi si accoccolò accanto alla porta e chiuse gli occhi, mentre la principessa si rimise a letto con un diavolo per capello.
Adesso l'avrete capito il suo piano, no?
Come no?
Eh, ma siete di coccio!
E va bene, proseguiamo.
Passò un'altra mezz'oretta e di nuovo la principessa si svegliò per quel rumore: RAT-TAT-TAT...
“Eh, ma insomma! Cosa c'è ancora?”, sbottò mettendosi a sedere sul letto.
“Ho freddo, maestà!”, disse il giardiniere battendo i denti da far pietà, “Sto gelando!”
“Non dire sciocchezze, qua non fa affatto freddo!”
“Eh, voi dite così perché siete sotto le coperte”, rispose il ragazzo tremando violentemente contro lo stipite della porta, “Magari... se venissi anch'io sotto le coperte con voi mi scalderei e smetterei di tremare.”
“Cosa??? Tu, schifoso plebeo, dormire nello stesso letto con me che sono una principessa di sangue??? Dovrei farti tagliare la testa per questa proposta indecente!”, sibilò la principessa.
Poi pensò che se quello avesse continuato a far fracasso tremando, avrebbe svegliato qualcuno, e se qualcuno avesse trovato un uomo che dormiva nella sua stanza... povera lei! Sarebbe rimasta svergognata per sempre, “E va bene, d'accordo. Vieni qui”, e gli fece posto sotto le coperte accanto a lei.
E adesso spero che avrete capito quali fossero i piani del giardiniere, diamine!
Comunque i due giovani stavano lì nel letto, l'uno di fianco all'altra. E sapete come vanno queste cose, no? Prima ciascuno di loro se ne stava in bilico sulla sponda estrema. Poi ognuno si prese spazio e si avvicinò. Poi come per caso le labbra del giardiniere si trovarono su quelle della principessa. E ancora per caso, le mani scivolarono sui corpi, le lingue si intrecciarono, le camicie da notte volarono via, e senza quasi neanche accorgersene la principessa e il giardiniere finirono col fare l'amore.
Almeno credo, e spero, perché la cronaca non entra nei dettagli. Certo, è sempre possibile che il Re-giardiniere una volta nel letto le abbia semplicemente alzato la camicia da notte e l'abbia stuprata, e che lei non abbia gridato aiuto perché lui le tappava la bocca o perché temeva di essere scoperta. Perché già all'epoca una donna quando veniva stuprata veniva praticamente ritenuta colpevole, perché la sua sola presenza poteva essere considerata una “tentazione” per lo stupratore che per questo appariva innocente o quasi (o comunque più di lei). E poi una donna stuprata denunciando il suo assalitore avrebbe dovuto confessare di non essere più vergine, e questo la disonorava a vita. Insomma, all'epoca gli stupri non venivano quasi mai denunciati. Aggiungiamoci pure che alla fin fine era stata lei a invitare il giardiniere nel suo letto... ma chi mai avrebbe creduto alla sua innocenza?
Però questa è una fiaba, anche se è una fiaba ingiusta, perciò forse è meglio lasciarle un pizzico di romanticismo e credere che Florinda e il giardiniere abbiano fatto l'amore di comune accordo.
Da quella sera, anzi, dal mattino dopo, il giardiniere non mise a stendere più nulla di strano nel bucato e si limitò a farsi i fatti suoi, e così pure la principessa.
Passò un mese, ne passarono due, e Florinda si rese conto di un fatto inquietante: era rimasta incinta!
Panico! Che poteva fare? Dove poteva andare? Era rovinata, questo solo era ben chiaro. Così mandò a chiamare immediatamente il giardiniere.
“Aspetto un bambino”, gli disse, “ed è tutta colpa tua. Che faccio? Se lo dico ai miei, quelli m'ammazzano!”
Adesso l'avete capito il piano del Re Granato?
No, non era solo quello di sputtanare la principessa. Lui era molto più astuto e perfido.
“Maestà, qui c'è una sola cosa da fare”, le disse, “dovete scappare.”
“E dove vado?”
“Venite con me. Scappiamo insieme.”
“Ma sei scemo? Io, che sono principessa di sangue, scappare con te che sei un sudicio plebeo?”
“Sarò pure sudicio, però quella notte lì il mio sudiciume tanto schifo non vi fece.”
“Statti zitto, per carità.”
“Come volete. Restate qui, così fra un poco la pancia comincerà a crescere e tutti sapranno che non siete poi tanto santa come dite.”
“E va bene, vengo con te.”
Così fecero i bagagli e una notte fuggirono, e viaggiarono a lungo.
Mesi dopo (ormai Florinda era vicinissima al parto), giunsero in un bellissimo regno, e il giardiniere disse che era la sua terra natale.
“Che bello. Che regno è?”
“Questo è il Regno di Re Granato”, rispose il giardiniere.
Florinda sospirò, e pensò che se non avesse fatto tante storie per uno stupido grano di melograno a quell'ora sarebbe stata la regina di quel regno e non una poveraccia, per di più incinta, costretta a fare la viandante insieme a un giardiniere.
Arrivarono in un bosco, e lì trovarono una casupola.
“È la capanna del guardacaccia del Re”, disse il giardiniere, “ma è disabitata, possiamo starci noi, adesso.”
La povera Florinda era stremata, anche perché aveva viaggiato tanto, e durante il viaggio aveva patito la fame, il freddo, i disagi, proprio lei che era sempre vissuta tra gli agi e non aveva mai avuto bisogno neppure di lavarsi una tazzina. E il giardiniere non aveva fatto proprio nulla per agevolarle le cose. Anzi, pareva che ci provasse gusto a metterla in imbarazzo. A cacciarla in situazioni umilianti, degradanti e brutte.
“Ho fame”, disse Florinda.
“Vado nel bosco a cercare qualcosa”, rispose il giardiniere, “tu intanto vai nel pollaio”, ce n'era uno attaccato alla casa, “prendi un pollo, ammazzalo, spennalo e cucinalo. E se qualcuno ti dice qualcosa, tu rispondi che sei la moglie del guardacaccia.”
La povera Florinda non aveva mai ammazzato e spennato un pollo prima, e farlo adesso fu veramente traumatico. Ma lo fece comunque, perché aveva troppa fame.
Intanto quel disgraziato del giardiniere-Re non era andato a cercare cibo, ma se n'era andato al suo castello. Lì parlò con sua mamma la Regina Madre, cenò abbondantemente, si rivestì da Re, infine montò a cavallo e tornò da Florinda.
“Chi c'è qua?”, disse facendo finta di nulla. Poi si finse sorpreso nel trovare la principessa, però  diede a vedere di non averla riconosciuta, “E voi chi siete?”, domandò invece.
“Sono la moglie del guardacaccia”, rispose Florinda, che si vergognava troppo di trovarsi in quelle condizioni per farsi riconoscere dal Re come la sua ex fidanzata.
“Non è possibile, io non ho più un guardacaccia”, replicò il Re, “secondo me siete solo una ladra. Come mai qua fuori ieri c'erano venti polli e stasera solo diciannove? Ne avete rubato uno voi?”
“No, io no, io non ho rubato niente”, disse la principessa prossima alle lacrime. Si sentiva davvero umiliata, avvilita e spaventata, poverina.
Ma il profumino del pollo arrosto la tradì (se ce ne fosse stato bisogno) e il Re andò su tutte le furie per il (presunto) furto. Le sequestrò il pollo, poi se ne andò via, si cambiò e tornò da Florinda come giardiniere.
“Nel bosco non ho trovato niente. Dov'è il pollo che t'avevo detto di cucinare?”
Florinda si mise a piangere: “Non ce l'ho più. È arrivato il Re e l'ha sequestrato. E non ho il coraggio di ammazzarne un altro.”
E allora il giardiniere finse di andare su tutte le furie, così Florinda si sentì più umiliata che mai e dovette accontentarsi di un tozzo di pane e una crosta di formaggio, mentre il giardiniere andava a spaparanzarsi sul pagliericcio per digerire il lauto pasto che aveva fatto al castello.
Capite adesso dove voleva arrivare? Alla più totale umiliazione della principessa. Anche a costo di far patire la fame a quella che, in fin dei conti, stava aspettando suo figlio.
E le traversie della poveretta non erano ancora finite. Il giorno dopo Florinda si stava lamentando che non avevano mezzi, non avevano soldi e non avevano neppure panni con cui vestire loro figlio quando fosse nato.
In quel momento bussarono alla porta ed era la Regina Madre.
“Dovete sapere che mia nuora sta per avere un bambino”, le disse, “e io devo preparare in fretta il corredino per il neonato, ma sono molto in ritardo. Potete aiutarmi voi?”
Florinda accettò, perché almeno al castello avrebbe avuto da mangiare.
“Parlavi di vestire nostro figlio?”, le disse il giardiniere, “E questa occasione capita a proposito. Mentre sei lì che cuci prendi della stoffa a cacciatela in seno, così avrai di che preparare il corredino anche per il nostro bambino.”
“Ma è un furto!”, protestò la principessa.
“E che alternativa hai? Lasciar morire di freddo nostro figlio? Quando si è disperati, tesoro mio, non si va tanto per il sottile.”
E così, mentre era al castello a cucire, pur vergognandosene, Florinda rubò una bella pezza di stoffa e se la nascose in seno. Vuol dire che la infilò nella scollatura. Chi sa come facevano nelle fiabe a cacciarsi in seno tutte queste cose senza che si vedesse da fuori? Bah!
All'improvviso si spalancò la porta ed entrò il Re Granato (vestito da se stesso, intendo).
“E che ci fa qui questa ladra?”, disse indicando Florinda, “Scommetto che ha rubato qualcosa.”
Le infilò una mano nella scollatura e, tutto trionfante, tirò fuori la pezza di stoffa, e la povera Florinda si sentì morire dalla vergogna. Diventò tutta rossa e cominciò a balbettare e piangere.
Ma la Regina Madre lanciò un'occhiataccia al Re e disse: “Figliolo, guarda che ti sbagli. La nostra Florinda non ha rubato proprio niente, quella pezza gliel'ho regalata io, è sua.”
Il Re sbuffò e se ne andò, e Florinda si profuse in scuse e ringraziamenti verso la Regina Madre.
Qui vediamo che la Regina Madre non è d'accordo col piano del figlio, che lei evidentemente conosce. Però a mio avviso gli dà troppa corda lo stesso. Fossi stata io al suo posto, l'avrei preso a sberle non appena me l'avesse raccontato, altro che assecondarlo.
Il giorno dopo il giardiniere suggerì a Florinda di rubare un po' di quelle perle con cui stavano impunturando le vestine del nascituro, e tanto insistette che lei si sentì in dovere di farlo.
Come il giorno prima, mentre le donne stavano cucendo entrò il Re e cominciò a insultare Florinda dandole della ladra, poi senza tanti complimenti le infilò una mano in seno e tirò fuori un sacchetto pieno di perle. “Lo vedi che è una ladra?”, esclamò trionfante.
La Regina lo guardò storto e gli disse: “Ti sbagli, figlio mio. Io quelle perle gliele ho regalate, sono sue.”
Il Re sbuffò contrariato e se ne andò.
Florinda provava tanta umiliazione e vergogna che il giorno dopo non se la sentiva di ripresentarsi al castello davanti a quella buona Regina, ma il giardiniere insistette e le disse che se voleva procurare qualcosa per mantenere loro figlio doveva cercare di rubare un po' dei diamanti che adornavano le vesti del principino.
Così, mentre cuciva, Florinda si cacciò in seno un sacchetto di pietre preziose. E in quel momento entrò di nuovo il Re, che strillava: “Ma come, mamma, ti fidi a far maneggiare rubini e diamanti a quella ladra? Non lo vedi che cerca di rubare tutto?”
Le cacciò una mano in seno e tirò fuori il sacchetto pieno di diamanti. “Non vorrai farmi credere che le hai regalato pure questo?”
Povera Florinda. Era così vergognosa, umiliata e derelitta che cominciò a piangere, a balbettare, poi impallidì e si accasciò.
“E ora vuole impietosirci fingendo di star male...”, cominciò il Re, ma la Regina Madre lo interruppe.
“Ma sta' zitto, razza di idiota!”, gli disse brusca, “Piantala con questa stupida messa in scena. Non lo vedi che tua moglie sta per partorire? Se proprio non sai far nulla di buono, almeno va' a chiamare la levatrice, che a Florinda ci penso io.”
Il Re, nel vedere che la principessa stava davvero male, sbiancò e corse a chiedere aiuto.
La Regina mise a letto Florinda e, mentre tra sé e sé si pentiva di non aver mollato più scapaccioni al figlio quando ne aveva avuto modo, aiutò il suo nipotino a nascere.
Ed era un bellissimo nipotino davvero.
Florinda capì che tutti i guai passati erano stati la vendetta del Re Granato. Comprese che lui e il giardiniere erano la stessa persona e che quello in cui viveva era un mondo schifoso in cui anche essere principessa non ti mette al riparo da certa brutta gente e da certe brutte ingiustizie.
Capì che lei non avrebbe mai più voluto compierne, di queste ingiustizie, anche se le sarebbe toccato di patirne ancora.
E così il Re Granato e la Principessa Florinda si sposarono in pompa magna, lui da allora fu sempre gentile con lei, lei non alzò mai più la cresta e vissero sempre felici e contenti, in questo modo si chiude la storia.
Perché questa fiaba l'ha raccontata il Re, perciò è un po' di parte.
Infatti secondo lui è una storiella comica...

sabato 1 dicembre 2012

Biancaneve e i dodici briganti - una storia oscura

Sì, sì, avete letto bene. Non sette ma dodici, e non nani ma briganti. Perché è la versione italiana, e nani, gnomi ed elfi non fanno parte della nostra tradizione fiabesca.
Ciò non toglie che una Biancaneve l'abbiamo sempre avuta anche noi. Biancaneve è popolarissima, quasi quanto Cenerentola. Infatti lo vediamo anche al cinema, anche oggi.
Non a caso Walt Disney scelse proprio lei come protagonista del suo primo lungometraggio animato. Non fu lui a rendere famosa Biancaneve, ma il contrario. Lui la scelse proprio perché era già famosissima di suo.
Ma la Biancaneve che conosceva lui, quella di tradizione nordica, era un po' diversa dalla nostra.
Per cominciare, nella “nostra” Biancaneve la mela è un optional, come vedremo. La nostra NON ha i nani, come abbiamo detto. Nella nostra la “cattiva” spesso non è la matrigna. No. La nemica della nostra Biancaneve è proprio sua madre. Questo non solo nella versione italiana, in verità, ma in tutte. Perlomeno, lo è nelle versioni originarie.
Sì, lo so, la perfida Grimilde è affascinante proprio perché è la cattivissima della situazione. Ma non è la matrigna di Biancaneve, è proprio sua mamma. È la stessa dolcissima regina che aveva desiderato una figlia con “la pelle bianca come la neve, le labbra rosse come il sangue e i capelli neri come l'ebano”. Solo che una volta cresciuta, questa figlia non le piace più. Perché la mamma di Biancaneve sente di stare invecchiando, perché tutti cominciano a dire che Biancaneve sta diventando più bella di lei (e grazie: è più giovane!). Gli stessi uomini che prima corteggiavano la madre ora corteggiano la figlia, e trattano la madre come una cosa vecchia e superata. Una vecchia carampana, ecco. E  perciò la madre ha paura, teme che la sua tanto desiderata Biancaneve possa prendere il suo posto. Sostituirla. Spodestarla. Mandarla a ramengo. Rottamarla, per usare un termine attuale. “Mia figlia è più giovane e più bella di me, fra poco tutti -anche mio marito- la preferiranno a me!” Per questo cerca di eliminarla.
Nelle fiabe (e nel mondo) questo ricambio generazionale è spesso crudele per le donne. Per loro la bellezza è tutto, e la bellezza sfiorisce in fretta. La stagione di gloria di una principessa, principessa in senso lato, è breve: a vent'anni è giovane, bella e corteggiata da tutti, a venticinque è già considerata in declino, a trenta per lei è ormai finita: nessuno la desidera più.
Nelle fiabe spesso la mamma e la matrigna sono in realtà lo stesso personaggio, due lati della stessa medaglia, ma noi le separiamo in due persone differenti, una buona e una cattiva, perché altrimenti sarebbe troppo pauroso. Più spaventoso perfino della strega cattiva!

PS: l'illazione che il Principe di Biancaneve fosse un necrofilo è mia, ma mi pare che trovi riscontro anche in versioni più note. Insomma, a chi altri salterebbe in mente di baciare una morta? Con la lingua, per di pù???

Biancaneve e i dodici briganti

C'era una volta una locanda di lusso, una locanda dove andavano principi, conti e gente assai altolocata. Una locanda a cinque stelle, per così dire.
La Locandiera (che non si chiamava Mirandolina come quella di Goldoni) era una donna bellissima, che non aveva eguali in tutt'Italia.
Ed era anche molto, molto vanitosa.
A tutti gli uomini che alloggiavano alla locanda, lei chiedeva: “Di dove siete?”
“Di Milano”, per esempio, poteva rispondere quello.
“E l'avete mai vista una donna una più bella di me?”, domandava lei.
“No, mai.”
“Va bene, allora il conto sarebbe di dieci scudi ma per voi ne faccio cinque.”
Capito l'antifona? Insomma, quella Locandiera ci teneva a essere bella e senza rivali, perciò cercava di scoprire se qualcuno potesse superarla, per così dire. È il concetto di "specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella di tutto il reame?", però senza specchio e senza magia. E tutto questo perché? Perché per lei essere la più bella era tutto. La bellezza era la sua unica ricchezza, lo sguardo ammirato degli uomini l'unica sua fonte di gioia, il potere che con la bellezza esercitava sui maschi l'unica sua arma.
Un giorno la Locandiera chiese a un cliente: “Avete mai visto una donna più bella di me?”, come di consueto, e quello rispose: “Sì, in verità!”
Come sì?!? Nessuno aveva mai detto di sì, prima.
“E chi sarebbe, di grazia?”, esclamò lei.
“Vostra figlia”, rispose l'avventore.
La Locandiera si voltò e vide sua figlia Biancaneve che serviva ai tavoli, sorridente come un raggio di sole, fresca come una mattina di primavera, appetitosa come una pesca matura. E in quel momento la Locandiera si sentì accecare dalla rabbia.
"D'accordo", disse ringhiando all'incauto avventore, "Il conto sarebbe di dieci scudi, ma per voi ne faccio venti", e si allontanò furibonda.
In quell'istante si rese conto che sua figlia non era più solo una bella bambina, ma lei stessa com'era stata a vent'anni. E si rese anche conto che lei ormai vent'anni non li aveva più, e fra poco tutti l'avrebbero considerata non più la Bella Locandiera, ma l'anziana madre della Bella Biancaneve. Non ci vide più e decise che Biancaneve doveva sparire.
Perciò la fece imprigionare in certi magazzini che teneva presso il bosco, lontano dalle piste battute.
Lì non ci passava nessuno, nessuno poteva vederla e confrontare la bellezza della fanciulla con la sua.
Per un po' le cose per lei tornarono a girare per il verso giusto e i nuovi avventori ripresero a dire che di donne belle come lei non ce n'erano in tutto il mondo.
Ma poi un giorno un cavaliere passò proprio da quel bosco, presso quei magazzini, e passò proprio mentre Biancaneve era affacciata alla finestrina che dava luce ai suoi locali, e al cavaliere parve che fosse proprio Biancaneve a emanare luce, tant'era bella.
Poi quell'uomo andò alla locanda, e quando la Locandiera gli pose la solita domanda lui rispose che sì, l'aveva vista una più bella di lei, fatta così e cosà e affacciata alla finestrella di uno scantinato presso il bosco.
“Di nuovo Biancaneve!”, ringhiò la Locandiera una volta rimasta sola, “Imprigionarla non basta, lì ancora qualcuno la può vedere. Ci vuole qualcosa di più risolutivo. Quella ragazza deve morire!”
Voi pensate che si sia fatta qualche scrupolo a decidere di eliminare sua figlia? Io dico di no. Perché se si fosse soffermata a riflettere non sarebbe andata avanti.
Andò quindi dal capo cameriere della locanda.
“Senti un po'”, lo abbordò facendo la svenevole, “Tu mi vuoi sposare?”
“Certo che sì!”, disse l'uomo avvampando. Perché anche se un po' appassita, la Locandiera era ancora un bel bocconcino, e il cameriere era da anni che le sbavava dietro e sognava di godere dei suoi favori. E poi era ricca, il che non guasta mai.
“E allora ti sposo”, fece lei avvicinandosi suadente, “ma tu prima mi devi fare un favore.”
“Quale? Tutto quello che vuoi.”
“Devi ammazzare mia figlia!”
Al cameriere gli si mozzò il fiato in gola, ma la Locandiera gli stava vicino così calda e seducente, con quella scollatura dalla quale sporgevano quei seni ancora sodi come pompelmi, e lui non capì più niente, e accettò quel patto scellerato.
“Senti cosa devi fare”, disse la Locandiera quando capì che ormai l'uomo era in suo potere, “devi portare Biancaneve nel bosco, e qui l'ammazzerai. Poi mi porti il suo cuore.”
L'uomo acconsentì.
Prese Biancaneve e la portò nel bosco, ma quando fu sul punto di pugnalarla le lacrime di terrore della ragazza andarono a colpire quel poco d'umanità che ancora gli rimaneva, e lui non ebbe il coraggio di ammazzarla. Perciò la fece scappare, e al posto del cuore di Biancaneve portò alla Locandiera quello di un capriolo.
La donna sposò il cameriere e per loro le cose ripresero il solito tran tran.
Biancaneve si trovò a camminare a lungo senza meta e alla fina arrivò in una landa desolata, dove c'era una caverna. Lei si nascose su un albero per vedere cosa accadesse, e vide che da quella caverna, che si apriva smuovendo una roccia, entravano e uscivano dodici briganti. Quando i briganti furono tutti fuori e si furono allontanati, lei entrò e vide che nella caverna era allestito un covo comodo e confortevole. C'era anche una cucina, e qui lei vide una tavolata apparecchiata per dodici, con dodici piatti pieni di zuppa, dodici polli arrosto, dodici forme di pane e dodici boccali di vino. Biancaneve si rese conto di avere molta fame, ma certo non poteva finire un pasto intero o si sarebbe fatta scoprire, perciò prese un assaggino da ogni posto: dodici cucchiaiate di zuppa, dodici ali di pollo, dodici pezzetti di pane e dodici sorsate di vino, una da ciascun boccale.
Poi si guardò attorno, e visto che la casa era un po' in disordine si mise a pulire qua e là. Era il suo mestiere, in fin dei conti, quello che faceva alla locanda.
Comunque secondo me questa fissazione di Biancaneve per le pulizie è patologica. Io capisco che le  faccia quando è costretta, ma qui esagera. Non è neppure casa tua, anzi, devi perfino nasconderti, che cavolo ti metti a pulire a fare?
Comunque lei si mise a pulire, e poi si nascose sotto i dodici letti dei briganti e si addormentò.
Quando i briganti tornarono si accorsero che c'era stato qualcuno. Ma che ladro poteva essere uno che rubava un po' di cibo e poi si metteva a pulire?
I briganti erano curiosi, perciò il giorno dopo, quando uscirono per le loro razzie, uno di loro rimase di guardia fuori dalla grotta. Ma tanto Biancaneve stava dentro e nessuno la scoprì quando si rimise a fare le pulizie, e poi andò a mangiare le sue dodici cucchiaiate di zuppa, con le dodici ali di pollo, i dodici pezzetti di pane e le dodici sorsate di vino.
E così quando i briganti tornarono si accorsero che il misterioso ladro era tornato all'opera.
Ma evidentemente era già dentro, altrimenti quello rimasto di guardia l'avrebbe visto entrare.
Per questo il giorno seguente il brigante di guardia decise di appostarsi dentro, e non fuori, il covo.
E così vide Biancaneve che strisciava fuori da sotto i letti, si metteva a fare le pulizie e poi andava a rubacchiare le sue dodici cucchiaiate di zuppa, con le dodici ali di pollo, i dodici pezzetti di pane e le dodici sorsate di vino.
Allora il brigante uscì fuori e la fermò.
“Non mi ammazzare, non mi ammazzare”, pianse Biancaneve mettendosi in ginocchio, “Sono disperata e non so a chi chiedere aiuto”, e gli raccontò tutta la sua storia.
Il brigante era brigante, ma in fondo al cuore era un brav'uomo e si commosse per la storia della giovane sventurata. “Non preoccuparti”, le disse, “non voglio farti del male. Puoi fermarti qui quanto vuoi, noi ti daremo ospitalità e protezione. Non temere, parlerò io coi miei fratelli e vedrai che saranno d'accordo.”
Quando i fratelli tornarono, lui parlò loro e i briganti, di comune accordo, decisero di ospitare Biancaneve a casa loro. Lei, in cambio, si sarebbe occupata delle pulizie.
Ora, non so voi, ma a me questo momento pare ambiguo. Abbiamo accettato, sia pure con un po' di fatica, che Biancaneve potesse vivere coi sette nani senza che ci fossero tra lei e loro rapporti particolari. Dopotutto i nanetti sono un po' come creature magiche, può davvero darsi che nessuno di loro ci abbia provato con lei. Ma qui abbiamo una bellissima ragazza che va a vivere insieme a dodici uomini adulti e single. Che per di più sono briganti, quindi vivono ai margini della società e hanno un senso morale quantomeno discutibile. E lei è alla loro totale mercé. Possibile che neanche uno di loro ci facesse un pensierino? Uno su dodici?!?
Io non credo proprio.
Perciò diciamo che Biancaneve si installò lì a fare le pulizie, e i briganti la ospitavano, la nascondevano e ogni tanto le davano una bottarella, anche se la fiaba questo non lo riporta.
Passò del tempo, e un giorno i briganti fecero una scorreria particolarmente fortunata. Uno dei briganti era un amante del bel vivere, perciò decise di trattarsi bene e andare a passare la notte nella locanda più bella e lussuosa della regione, ovvero quella della mamma di Biancaneve.
Siccome era un bell'uomo, con l'aria danarosa e raffinata, la Locandiera non perse tempo e andò a fare la smorfiosa anche con lui.
“E ditemi un po'”, gli disse come faceva sempre con tutti, “l'avete mai vista una donna più bella di me?”
“Certo che l'ho vista!”, affermò l'uomo addentando una coscia di pollo e tracannando un calice di vino buono.
“L'avete vista?”, si allarmò la Locandiera, “E dove?”
“A casa mia”, rispose il brigante, che sarà anche stato brigante ma non era certo furbo, “La ospitiamo io e i miei fratelli, perché c'è sua mamma che la vuole ammazzare perché è troppo bella. Proprio una bella pollastrella, ve l'assicuro.”
La Locandiera avvampò: aveva capito immediatamente che la bella pollastrella altri non era che Biancaneve. La Biancaneve che sarebbe dovuta essere morta e stecchita.
Andò immediatamente dal marito. “E così avevi ucciso Biancaneve, eh? E così mi avevi portato il suo cuore, eh? E allora com'è che quella sgualdrina ora vive dai briganti?”
Il marito impallidì e confessò di non aver poi ucciso la ragazza.
“Quindi mi hai mentito, perciò adesso per farti perdonare segui quel brigante e scopri dov'è il loro covo.”
Il marito lo fece, e la Locandiera convocò una vecchia comare mercenaria, amica sua, e la pagò cara perché si decidesse ad ammazzare Biancaneve.
La vecchia non era d'animo tenero come il cameriere, perciò non si fece scrupoli. Andò al covo dei briganti, aspettò che Biancaneve rimanesse da sola e poi bussò.
“Mi sono smarrita”, le disse, “mi fate entrare un po', per prendere fiato e riposarmi?”
Biancaneve era di buon cuore, così la fece entrare e le diede un bicchiere di vino con un panino (o qualunque altra cosa avesse in casa). La vecchia disse di avere gioielli da vendere e Biancaneve le chiese di vederli, allora la vecchia prese uno spillone, glielo conficcò in testa e l'ammazzò, poi scappò via.
Non vi dico quanto si disperarono i briganti quando tornarono e videro che la loro protetta era morta!
Piansero e piansero, ma poi se ne fecero una ragione. E siccome non potevano andare a seppellirla al cimitero perché erano latitanti, la nascosero in un albero cavo ai limiti del bosco.
Poco dopo di lì passò un principe, che era fuori a caccia. Questo si appoggiò all'albero, vide che era cavo e scoprì il cadavere di Biancaneve.
Oh, la fanciulla era così bella, così seducente anche da morta che lui se ne innamorò all'istante. Perciò la caricò sul cavallo e se la portò al castello, e giorno e notte stava lì a guardarsela e sospirare, non andava più neppure a pranzo e a cena.
La Regina Madre non era scema e si accorse che il figlio si comportava in maniera strana, perciò andò nei suoi appartamenti a chiedergli che avesse.
“Oh, mamma, sapessi!”, disse lui, “Mi sono innamorato di una ragazza bellissima. Guarda. Non è un incanto?”
La Regina Madre osservò Biancaneve, che se ne stava distesa sul letto del Principe con le labbra atteggiate a un dolce sorriso e le mani incrociate sul petto. E siccome la Regina era un'ottima osservatrice, non poté non notare un dettaglio inquietante.
“Tesoro, è bellissima, sono d'accordo. Ma è... è morta, non vedi?”
“Oh, sì, purtroppo sì”, sospirò il Principe, “Ma io la amo e voglio sposarla. Sì, è morta, lo vedo, però ti assicuro che è il suo unico difetto. ”
Il che a mio avviso non fa altro che sottolineare il fatto che Biancaneve fosse considerata solo in virtù della sua bellezza. Che importa se è un burattino* senza personalità? Anzi, anche meglio: così non può avanzare pretese e rompere le scatole. L'unica cosa che conta è che sia bella. Bella e defunta: più docile di così...
“Figliolo”, disse la Regina, sentendosi un po' inquieta per le scelte del Principe, “capisco che ti piaccia, ma è morta. È un cadavere! Non puoi sposare un cadavere! Cerca di ragionare... ci sono tante altre belle fanciulle, al mondo. Belle e vive! Non lo preferiresti?”
“No, mi piace lei. Amo lei e solo lei. E poi guarda il lato positivo: con una nuora morta non ci puoi litigare!”
La Regina vide che il Principe era ostinato più che mai, così scosse la testa e sospirò sconsolata, non sapendo che pesci prendere. “Be', visto che sei deciso, almeno”, esitò, “almeno falla pettinare. Non lo vedi che disastro di capelli ha? Ora ti mando il mio parrucchiere.”
Il parrucchiere, un noto coiffeur parigino, arrivò, e anche se non era molto contento di pettinare una morta, lo fece perché era solo un parrucchiere e non poteva certo mettersi contro una Regina e un Principe. Sistemò la morta su uno scranno e cominciò a pettinarla. Ma mentre lo faceva il pettine s'impigliò in qualcosa e si spezzò. Ne provò un altro. Si spezzò pure quello. Dopo almeno una dozzina di pettini (e parecchie lacrime, perché quelli erano pettini di pregio), il coiffeur si arrese all'evidenza: la morta aveva qualcosa di strano in testa che gli impediva di pettinarla. Perciò superò il disgusto e palpò a mani nude quella cadaverica capoccia. E trovò un aggeggio metallico, tipo palla, che sporgeva. Lo tirò, ed estrasse uno spillone d'oro lungo così.
Be', voi potete anche non crederci (ed in effetti è abbastanza incredibile, vista l'assenza di magia finora palese in questa fiaba. Ma andiamo, è una fiaba. Cioè, se accettiamo Ridge Forrester che resuscita dopo essere arso vivo, perché mai non dovremmo accettare la morta che rivive quando le si toglie lo spillone dalla capoccia?), ma non appena lo spillone fu estratto la morta smise d'esser morta e tornò a vivere. Insomma, resuscitò.
E il Principe fu felicissimo e se la sposò, e la Locandiera ne fu così contrariata che morì di crepacuore, e i briganti vennero ricompensati con tanto oro che divennero ricchi e non dovettero più fare i briganti, e Biancaneve divenne regina, e tutti vissero felici e contenti.
E il parrucchiere non ne ebbe nulla, ma lui sapeva lo stesso che se Biancaneve viveva ancora era grazie alla sua messa in piega. Altro che bacio del Principe!

* colgo l'occasione per spiegare la differenza tra burattino e marionetta. La marionetta è quella sorta di pupazzo articolato che viene mosso dall'alto tramite fili. Come Pinocchio, insomma. Sì, lo so, Pinocchio viene sempre chiamato burattino, ma è un errore di Collodi. In realtà è una marionetta. Il burattino è invece quel pupazzo che viene animato infilandvi dentro una mano. Potrei aggiungere che forse pure il Principe infilava qualcosa in Biancaneve, per questo lei era come un burattino in più d'un senso. Ma non vorrei essere volgare...

martedì 27 novembre 2012

C'era una volta...

Leggendo tante fiabe capita di trovare dettagli bizzarri e ricorrenti.
Per esempio, avete mai notato che tante fiabe cominciano con un re e una regina che vogliono un figlio ma non riescono ad averlo?
A me è il venuto il sospetto che questo avvenga perché non lo sanno, come si fanno i bambini.
Vi sembra stupido?
Mica tanto.
Se calcolate che perfino adesso, nel moderno 2012, possono capitare fatti simili.
Era di quest'anno, se non erro, la notizia di quella coppia di giovani tedeschi che si era recata al consultorio perché non riusciva a procreare.
Ed è venuto fuori che i due, essendo nati e cresciuti in ambienti particolarmente chiusi e sessuofobi, non avevano la minima idea di quel che andava fatto per fare un bambino.
E a trent'anni e passa aspettavano ancora la cicogna.
Inquietante, a pensarci, vero?...