Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post

venerdì 8 marzo 2013

Otto marzo, facciamoci coraggio...

Otto marzo, stavolta cerchiamo di essere un pochino più seri.
Solo un pochino.
Oggi si celebrano le donne.
Perché?
Che hanno in più? Che hanno di straordinario? Che hanno di speciale perché si debba celebrarle?
Tutto e niente, come qualunque essere umano.
Ma a differenza degli altri esseri umani di sesso maschile, le donne sono sempre state considerate, quando più e quando meno, da chi più e da chi meno, esseri umani di serie B.
Emanciparsi significa liberarsi da un vincolo, da una soggezione. È un termine che risale all'antica Roma, quando l'emancipazione era un atto pubblico che liberava un figlio dalla patria potestà oppure rendeva libero uno schiavo. Emanciparsi significa diventare liberi, indipendenti, responsabili di sé stessi.
Ci siamo già emancipate? In parte sì e in parte no, ed è questo che vogliamo celebrare oggi. Le conquiste fatte e quelle ancora da fare.
Oggi ne vedremo di ogni colore, ma soprattutto di giallo e di rosa.
Giallo per via della mimosa, che in Italia è il fiore simbolo dell'otto marzo. Non ci sono motivi particolari, è semplicemente il fiore più diffuso in questo periodo.
Saremo inondate di mimose, reali e virtuali, sappiatelo.
E saremo anche inondate di rosa, perché il rosa è considerato il colore femminile per eccellenza e non c'è verso di scamparne.
Perché rosa? Perché il rosa è una diluizione del rosso, e il rosso è il colore del sangue, e ovviamente il sangue richiama il mestruo e il parto. Ecco spiegato. O meglio, questo è quel che credeva la mia prof. di letteratura postmoderna quando ci spiegò come mai Cappuccetto Rosso aveva la mantella di quel colore.
Siete anche liberi di non crederci, è un'opinione come un'altra...
Qui ne trovate altre.
Oggi, dicevo, ne vedremo di ogni colore.
Vedremo donne festeggiarsi con maratone di shopping o di film romantici. Donne scendere in piazza, o in rete, o dovunque ci si possa radunare, per dire che no, queste benedette pari opportunità non le abbiamo ancora per davvero. Donne andare a celebrarsi con altre donne brindando con champagne e long drinks, oppure ammirando scolpiti maschioni in slip (o anche senza), e ancora donne sgobbare come matte esattamente come tutti gli altri giorni, donne infastidite che non trovano nulla da festeggiare ma tutto da recriminare in un giorno come questo, donne che per un giorno si sentiranno regine solo per tornare a fare le schiave per gli altri trecentosessantaquattro, donne che ritengono normale dover essere sempre loro a sacrificarsi per gli altri e donne che pensano sia ipocrita festeggiarci solo un giorno all'anno e ignorarci il resto. E poi vedremo uomini regalare mimose, uomini dire “voi siete speciali, più forti e migliori di noi” senza necessariamente pensarlo davvero, uomini che lo diranno e lo penseranno anche, uomini che lo diranno e lo penseranno ma poi non faranno nulla per dimostrarlo, uomini che lo diranno e lo penseranno e penseranno anche che sia normale e naturale che siano sempre le donne a sacrificarsi per loro, uomini irritati perché “la festa dell'uomo non c'è”, uomini infastiditi e urtati perché ritengono che maggior libertà per le donne voglia dire minor libertà per loro, uomini che se ne fregheranno e continueranno a pensare che le donne siano “roba loro”. E poi assisteremo a cose belle e cose brutte, leggeremo frasi intelligenti, buffe e commoventi, ma anche frasi stupide e insultanti, e luoghi comuni, bizzeffe di luoghi comuni da rimanerci con la pelle accapponata.
Io non farò nulla di tutto questo. Voglio solo fermarmi un attimo a guardare il percorso già fatto e pensare che quello che ci rimane da fare non sarà tanto in salita, ma solo se saremo sempre in più a percorrerlo. E non da sole.

mercoledì 6 marzo 2013

Otto marzo... forse che m'arzo?

E rieccoci qua! Fra due giorni è l'otto marzo.
E come per tante (diciamo tutte) le feste più o meno comandate, anche quest'anno assisteremo alla solita ondata di luoghi comuni.
Vi prego di notare un fatto: io non ce l'ho con l'otto marzo, sono i luoghi comuni che mi irritano!
Detto ciò, per esorcizzare la marea, mi porto avanti (ecco perché, come vedete, ho tinto tutto di un bel color rosa-femminile). Seguendo la teoria di “attaccare prima di essere attaccati”, e scriverò una filastrocchina per chi si accinge a tuffarsi in una vasca di mimose e petali di rosa (e magari slip maschili leopardati).

Filastrocca da donna a uomo...
Evviva le donne perché
Son gentili, pazienti e amabili
Sempresempresempre
(Ma starò parlando anche di me?)
Evviva le donne perché
San sopportare fatiche indicibili
Tipo vivere accanto a te
Evviva le donne perché
Per pensare usano il cervello
Mica il pisello
Come fai te (licenza poetica)
Evviva le donne perché
Si sacrificano per farti contento
Rinunciando pure a ogni ornamento
Che tu poi le guardi e dici “Embé?
'Sta cozza dovrei avere accanto a me?”
Evviva le donne perché
Con le loro sante manine
Sanno farti cose divine...
Io sto parlando delle tartine,
Che avevi capito, né?
Evviva le donne perché
Anche se le chiami tritamaroni
Non ti ricambiano con quei paroloni
Semmai con uno sputo in un occhio, tiè!
Evviva le donne perché
Son delicate, fragili, gracili
Il che non vuol dire che siano facili,
Ma neppure poi troppo difficili.
Non l'hai capita questa, eh?
Evviva le donne perché
Tu le vedi come mogli, madri, fidanzate,
Amanti, serve, amate e odiate,
Ma non è che girino intorno a te... (come evidentemente credi)
Evviva le donne perché
Vogliono essere amate, cercate,
Ma soprattutto rispettate
Come persone, non come cliché.

martedì 8 gennaio 2013

E se la vittima diventa colpevole?

La sto prendendo alla larga, lo so.
Ma ormai dovreste esserci abituati, lo faccio sempre...
Dunque, partiamo da qui. C'è una storia a fumetti Disney del 1967, coi testi di Rodolfo Cimino e i disegni di Luciano Gatto. La storia s'intitola “Zio Paperone e il mistero di Persecutor”.
In questa storia Paperone è il re dell'ortofrutta, l'unico in tutta Paperopoli ad avere in pugno il mercato di frutta e verdura. Ma un brutto giorno scopre che esiste un certo Melampo che se ne va col suo carretto ambulante a vendere mele. Insomma, oltraggio e disonore!, è un punto vendita di frutta che non gli appartiene. Lo zione decide quindi di sbarazzarsene, e dapprima gli manda la polizia, per fargli chiudere l'attività, ma Melampo ha tutti i permessi in regola. Poi gli manda un carretto concorrente proprio davanti, ma i bambini continuano a preferire Melampo perché lui suona la trombetta e quelli dell'altro carretto no. Cerca di comprare la sua attività, ma Melampo la esercita da tanti anni e ci tiene, non vende... e così, visto che con le buone non funziona, che pensa di fare il papero in ghette e cilindro? Cannoneggia Melampo distruggendogli il carretto, naturalmente. In tribunale si giustifica dicendo che la sua è stata solo legittima difesa: se Melampo non gli avesse opposto continui rifiuti, e non gli avesse fatto concorrenza, lui non gli avrebbe devastato il carretto.
La colpa è di Melampo: se l'è cercata.
Che ne dite? Paperone ha ragione o sta farneticando?
No, non rispondete, lo so già.
Naturalmente lo zione ha torto, e infatti il giudice lo sbatte in galera.
Ma questa era facile.
Invece immaginate un processo vero.
Alcuni ladri hanno rapinato un gioielliere, per dire. Rapina a mano armata. Gli hanno puntato la pistola alla tempia e gli hanno rubato tutto, lasciandolo sul lastrico.
Immaginate che al processo venga fuori che il gioielliere non era poi onestissimo e che quindi la cosa se l'è cercata.
Ma che c'entra, direte voi? Il suo essere più o meno onesto mica giustifica la rapina a mano armata dei ladri. No?
Questo stesso esempio venne fatto da Tina Lagostena Bassi nell'ormai celebre documentario Processo per stupro, del 1979. In questo memorabile filmato per la prima volta venne mandato in onda un processo di questo tipo, e ovviamente suscitò parecchio scalpore.
Soprattutto perché la vittima, una ragazza di 18 anni che era stata stuprata da quattro uomini, veniva trattata da avvocati difensori e giuria con una severità tale da risultare quasi l'imputata piuttosto che la vittima. E perché lei uno degli stupratori lo conosceva (era il suo datore di lavoro), quindi non era lo stesso che essere aggrediti da uno sconosciuto. E perché era andata di sua volontà in casa dell'aggressore (questo le aveva detto che dovevano parlare di lavoro). E perché non era vergine (ma sì,  "una facile", no???). E perché se avesse voluto, avrebbe potuto sottrarsi al rapporto orale forzato con "un semplice morsettino" (provateci voi a farlo quando siete in uno contro quattro, e qualcuno dei quattro magari è pure armato). E perché quella lì, andiamo, non era proprio una santarellina...
Il messaggio che veniva sottolineato, e che era frequente allora nei casi dei processi per stupro, è che “alle brave ragazze queste cose non succedono”. Ecco una frase esemplare, copiata dal processo così come venne pronunciata: “Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l'uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno, mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l'avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente.”
È allucinante, senza se e senza ma.
È roba vecchia, direte, roba del '79. Invece no, leggete un po' qua e sappiatemi dire.
A me piacerebbe commentare, ma mi pare superfluo. E poi non riuscirei mai a essere pungente e precisa come Michela Murgia.
Però come vediamo quando la vittima è una donna, la tendenza a farla passare da colpevole (o perlomeno da provocatrice) c'è sempre. È così da tempi immemorabili, no? È sempre stato così, vero? Lo dicevano pure i filosofi! Pure i padri della chiesa! Chi siamo noi per contraddirli?
Allora facciamo così, io vi faccio solo una domanda: se una moglie che guadagna meno e/o è meno colta del marito non se la prende per questo, perché l'uomo dovrebbe prendersela se invece capita il contrario? Vi sembra ancora normale che a un uomo basti tanto poco per sentirsi (orrore orrore!) umiliato e offeso?

PS: e finalmente, dopo tutte queste cose serie, posso sparare la mia cavolata: avete notato che la donnina dell'illustrazione ha due piedi sinistri?

martedì 4 dicembre 2012

La principessa senza mani - una storia coraggiosa

Non è solo dal drago che la principessa deve liberarsi,
ma anche dalla necessità di farsi liberare dagli altri.  

La solidarietà femminile non è un argomento molto popolare nelle fiabe. È un mondo strano, in cui le donne sono quasi sempre rivali tra loro, quasi mai amiche. Perfino quelle che partono volendosi bene possono finire col diventare acerrime nemiche non appena tra loro si mettono in mezzo desideri, qualità e invidiabili fortune, ma soprattutto sposi ricchi e potenti. Madri contro figlie, sorelle l'una contro l'altra, suocere e nuore e così via. In un mondo in cui le donne non hanno alcun potere se non quello di conquistare un principe o un re o semplicemente un buon partito, la concorrenza si fa sentire violenta e spietata, e non ci si può fidare di nessuno, neanche della propria madre.
Roba da fiabe, solo roba da fiabe...
Unici casi di donne che aiutano altre donne sono le fate. Possono essere fate madrine, spesso stordite, o fate generose. Poi ci sono le fate bastarde. Sono le migliori, secondo me. Sono quelle che invece di risolvere il problema della principessa di turno con un incantesimo, la spingono a scoprire e usare le proprie capacità nascoste. La fata bastarda sembra non voler aiutare la poveretta, ma invece è quella che le fa del bene più di chiunque altro. La fata bastarda è quella che va dalla principessa e le dice: “Ma che stai qui ad aspettare il Principe Azzurro? Ma lo sai che quel drago che ti tiene prigioniera tu te lo puoi fare grigliato quando vuoi? Allora forza, tira fuori le... unghie!”
La figura della principessa senza mani è abbastanza diffusa nelle fiabe. Ovviamente la cosa va interpretata in chiave simbolica, come accade spesso per le fiabe: le mani perse e ritrovate stanno a rappresentare le qualità, le risorse, le doti della principessa. Quelle che lei forse neanche sapeva di avere e che la fata le fa trovare. Anche a calci, se necessario.

Olivia, la principessa manomozza

C'era una volta una principessa di nome Olivia. Il nome è irrilevante, non importa se si chiamava Olivia oppure no. In realtà non importa neppure se fosse una principessa o no. Era una bella ragazza, questo è certo.
Ora, come prima cosa, dovrei spiegarvi come ha fatto a venirsi a trovare in quell'incresciosa situazione in cui si trovò: senza mani e abbandonata in un bosco. In tutte le storie di questo tipo che ho letto le spiegazioni sono piuttosto razziste, e non mi va di usarle.
Ne darò una versione più neutra, per così dire.
Olivia era figlia di un padre vedovo, e questo padre era un uomo molto arido, senza cuore, irascibile, crudele, che non provava minimamente affetto per la figlia.
Forse perché non se n'era mai occupato personalmente, ma aveva sempre affidato la sua cura ad altri e per lui era quasi un'estranea.
Un giorno Olivia, per un motivo qualsiasi, fece infuriare il padre, così questo le mozzò le mani e la portò a sperdere in un bosco.
E così la troviamo noi, abbandonata, disperata e incapace di aiutarsi.
Vagò a lungo, disperata, senza sapere cosa fare. E alla fine giunse nei pressi di un bellissimo giardino, dove c'era un pero carico di frutti maturi e appetitosi. Nel vederli Olivia si accorse di essere affamata. Ma senza mani non poteva cogliere le pere! Era dunque destinata a patire la fame?
Al solo pensiero le venne da piangere. Oh, poverina! Era una visione da far pietà. Perfino una roccia si sarebbe commossa. Be', non proprio una roccia, ma almeno un albero... il pero, infatti, abbassò un ramo in modo da portarle i sui frutti a portata di bocca, così Olivia poté mangiare a sazietà anche senza aiutarsi con le mani.
La cosa andò avanti per un po'. Di notte Olivia trovava rifugio in una grotta, e di giorno andava a mangiare le pere dall'albero.
Ora si dava il caso che quello fosse il giardino del Re, e che quelle pere fossero d'una varietà assai pregiata. Il giardiniere si accorse che c'era qualcosa che non andava e corse ad avvertire il Re, dicendogli che c'era uno strano animale che rosicchiava le pere lasciando su solamente i torsoli e che lui non capiva che potesse essere.
Così il giorno seguente il Re decise di scoprire quale bestia gli rubasse le pere e si appostò accanto all'albero. In questo modo poté assistere allo strano fenomeno dell'albero generoso che aiutava la povera fanciulla senza mani.
Si commosse anche il Re, che uscì dal suo nascondiglio e si fece raccontare da Olivia la sua storia.
E quando l'ebbe conosciuta, fu commosso al punto che decise di ospitare la ragazza al castello.
Il Re e Olivia legarono subito, e ben presto s'innamorarono e si sposarono.
Questa cosa non andò per niente giù alla Regina Madre del Re.
“Non c'era niente di male a ospitarla a palazzo”, disse questa, “Ma tu non puoi sposare una che non sai neppure da dove venga. Sei il re di questo paese, hai dei doveri, e uno di questi doveri è assicurarti una discendenza degna.”
Ma il Re non volle sentir ragioni perché era innamoratissimo di Olivia, perciò la sposò lo stesso. E la Regina Madre per ripicca andò a chiudersi in convento.
I due sposi erano felicissimi assieme, ma poi un brutto giorno al Re capitò una guerra che lo costrinse a partire.
Si dice così: “gli capitò una guerra”. Come fosse una disgrazia che coglie solo lui.
Comunque, a lui capitò e dovette partire. E Olivia, che era incinta, rimase da sola al castello. Da sola con uno stuolo di servi, ovviamente!
Quando fu il momento giusto, Olivia diede alla luce due gemelli, e allora successe una cosa strana e sospetta: la Regina Madre tornò a palazzo. Ufficialmente per aiutare la nuora coi bambini. In realtà era una scusa, perché alla Regina Madre i due figli di Olivia come eredi al trono andavano giù ancora meno che Olivia come regina. Perciò un bel giorno prese la nuora, la portò nel bosco, le piazzò tra le braccia i due bimbi e le disse così, papale papale:
“Vattene, sparisci e non farti più vedere. Una come te non può starci sul trono. Tornatene all'inferno o da qualunque posto tu sia arrivata e lasciaci in pace.”
Poi se ne ritornò al castello, fece fare tre statue di cera a dimensioni naturali di Olivia e dei bambini, e disse a tutti che la Regina e i principini erano morti. Organizzò i funerali, mettendo nelle bare le bambole di cera, e fu una cerimonia veramente commovente. Tutto il regno vi partecipò commosso e portò fiori sulla tomba monumentale eretta per l'occasione.
Intanto Olivia aveva preso a vagare per il bosco, disperata, coi suoi bambini che cominciavano ad agitarsi perché avevano fame e sete. E anche lei era assetata.
Giunse così a un torrente, e qui vide una donna che attingeva acqua. O faceva il bucato. O era impegnata in una qualunque altra attività si possa fare accanto a un torrente.
La donna sembrava una contadina, ma in realtà era una fata.
È così che funziona con le fate. Sembrano gente assolutamente comune, e a noi appaiono come persone qualunque, banalissime, tranne che poi fanno qualcosa che in seguito ci porta a dire “Ehi, ma quella era una fata!”
Era così anche stavolta, Olivia non l'avrebbe neppure notata se non fosse stato per il fatto che aveva bisogno di lei.
“Scusate, signora”, disse, “io e i miei bambini abbiamo tanta sete. Potete aiutarci a bere, per favore?”
La donna si voltò, la squadrò con sguardo impassibile e imperscrutabile, poi disse brusca: “E perché, non sei capace di bere da sola?”
Olivia rimase allibita. Mai prima d'allora aveva ricevuto risposte simili. No, dico, perfino un albero (un albero!) si era commosso e l'aveva aiutata, e adesso questa contadina si rifiutava di farlo?
“Ma io non ho le mani!”, protestò Olivia, “Come faccio a riempirmi la brocca?”
“Non puoi riempirtela? E non te la riempire. Inginocchiati e lappa dal torrente”, disse la donna. Poi tornò a fare quel che stava facendo e ignorò la ragazza.
Non c'era niente da fare, così Olivia, barcollando, si mise in ginocchio tenendo i bimbi in bilico sulle braccia, uno da una parte e uno dall'altra. Ma i piccini si agitavano, così quando lei si chinò per bere quelli le scapparono giù e caddero in acqua.
SPLASH!
“Aiuto, aiuto!”, strillò terrorizzata Olivia, “Affogano! Signora, aiutatemi, ve ne prego! Salvate i miei bambini!”
La donna rimase imperturbabile. “Perché, non puoi salvarli tu?”, domandò.
“Ma io non ho le mani!!! Come diavolo faccio?”, strillò Olivia, che si sentiva prossima a una crisi isterica.
“Provaci! Tuffa in acqua i moncherini!”, disse severa la donna. Poi aggiunse, con più dolcezza: “Coraggio!”
Accecata da lacrime di rabbia e di disperazione, Olivia tuffò i moncherini in acqua e... le mani le ricrebbero. Proprio così. Però lei non aveva tempo per stupirsene, perché doveva salvare i suoi bambini. Non appena li ebbe acchiappati li abbracciò così forte da lasciargli i lividi, e solo allora si accorse che aveva di nuovo le mani. E in quel momento si accorse anche che la donna non era una contadina, ma una fata, e che anche se non sembrava in realtà l'aveva aiutata moltissimo, perché l'aveva costretta ad agire. Si voltò per ringraziarla, ma la donna non c'era più.
Tipico delle fate.
Quella che si era avvicinata al torrente era una principessa che si credeva fragile e bisognosa d'aiuto, che otteneva le cose piangendo e cercando di suscitare compassione. Quella che si allontanò dal torrente era una donna adulta che aveva trovato tutta la propria energia e il proprio spirito d'iniziativa, indipendente, autonoma, determinata e forte. Una vera donna emancipata. Per questo non cominciò a vagare piangendo disperata, non andò da qualcuno a chiedere aiuto, invece si trovò una casa dove si sistemò assieme ai bambini, e con le proprie nuove energie riuscì a reinventarsi una vita. I bambini crebbero forti e belli, e anche se non erano ricchi non gli mancava nulla: erano una famigliola felice.
Torniamo al castello. Quando il Re tornò e seppe della morte di Olivia e dei bambini si sentì travolgere, schiantare, devastare dal dolore.
Invano la Regina Madre cercò di rallegrarlo. O di fargli trovare una nuova sposa.
“Guarda questa”, diceva sfogliando il catalogo delle principesse da marito, “con quelle poppe sarebbe in grado di allattare almeno quattro marmocchi per volta. Che ne dici, la vuoi? O quest'altra... c'è scritto che è un'ottima ballerina. A te è sempre piaciuto ballare. Non vorresti sposarla? E questa qui... sì, non è un gran che, ma suo padre è un re importante che conviene farsi amico.”
Ma il Re scuoteva mestamente la testa e diceva triste: “Io senza Olivia non so starci!”
Passarono sei anni.
Capitò così che un giorno, mentre girovagava per il suo regno, il Re giungesse in una zona che non conosceva e si perse. Qui vide una bella casetta con un giardino, e nel giardino giocavano due bambini che somigliavano un po' a lui da piccolo.
Bussò alla porta e andò ad aprirgli una donna.
Questa donna era Olivia, che lo riconobbe subito.
“Scusate, signora, ma mi sono perso. Potete indicarmi la strada per il castello?”, domandò il Re.
“Certo, Maestà”, rispose la donna, “Ma è tardi e stavo per servire la cena. Perché non vi fermate de noi? Potrete partire con comodo domattina.”
Ora, non dovete pensare che il Re fosse tanto cretino o sbadato da non riconoscere la sua sposa. Ma dovete calcolare che lui sapeva che Olivia era morta, e non aveva motivo di sospettare che ciò non fosse vero. Diamine, tutto il regno era stato al suo funerale e l'aveva vista nella bara! E poi questa aveva le mani, e Olivia no, e da che mondo e mondo le mani non ricrescono come le code delle lucertole. E in ogni caso, in quei sei anni Olivia, mani a parte, era davvero cambiata parecchio.
Perciò lui pensò che questa donna somigliasse moltissimo a sua moglie, ma che per ovvi motivi non potesse essere lei.
Ma si fermò volentieri a cenare con lei, e chiacchierò piacevolmente.
“Voi siete sposata?”, le chiese.
La donna parve riflettere. “Sono vedova”, rispose infine.
“Anch'io”, disse il Re.
Quando la cena fu terminata, Olivia prese da parte i bambini e disse loro: “Prima di andare a dormire chiedetemi una storia. Io vi dirò di no, vi minaccerò anche di darvi un paio di sberle, ma farò per finta, non vi preoccupate. Voi dovete insistere. Capito?”
“Sì, mamma”, risposero i bimbi, tutti contenti di partecipare a un segreto della mamma.
Perciò quando la donna sparecchiò la tavola e fece per mandare i bimbi a letto, questi le si attaccarono alla gonnella.
“Raccontaci una storia! Raccontaci una storia!”, piagnucolarono.
“No, bambini, non si può e poi non vorremo dar fastidio a questo signore, che tra l'altro è pure il nostro Re, no?”
“Raccontaci una storia! Raccontaci una storia!”
“Ho detto di no. E se non la piantate vi mollo due sberle!”
“Ma no, signora”, intervenne il Re, “non siate severa coi bambini. Se vogliono una storia, raccontategliela.”
E così Olivia cominciò a raccontare, e raccontò la sua storia, dalla nascita a quando venne abbandonata nel bosco con le mani tagliate, e poi il pero generoso, l'incontro col Re, il loro amore, la nascita dei gemelli, il tradimento della Regina Madre, la fata scorbutica che l'aiutò a ritrovare le mani, fino a quel momento in cui si trovava in quella capanna a raccontare la sua storia al Re.
In un libro fantasy a questo punto avrebbe dovuto anche raccontare di quando incominciava il racconto a partire dalla sua nascita eccetera, e si sarebbe finiti in un loop senza inizio né fine. Ma questo non è un libro fantasy, per fortuna, perciò giunta alla fine, Olivia si fermò.
Anche perché il Re le si era buttato ai piedi, in ginocchio, e le stava baciando il lembo della veste, piangendo calde lacrime di disperazione e di speranza assieme. Disperazione per essersi perso per tanti anni sua moglie, e l'infanzia dei suoi bambini. Speranza per averli ritrovati. Disperazione per il tradimento della madre. Speranza, perché sapeva che non avrebbe più perso gli amori della sua vita.
Ma come tutti i Re, era impetuoso e spesso parlava e agiva prima ancora di riflettere.
“Sarai vendicata!”, esclamò battendosi il petto, “Mia madre verrà giustiziata sulla pubblica piazza!”
“Alt, frena”, lo fermò Olivia, “Lascia stare. Perdonala. È tua madre, in fondo, portale un po' di rispetto. E poi lei non ha agito così per capriccio o interesse personale, ma solo per amor tuo e del reame. In fondo la capisco. Non voleva mettere sul trono un'estranea che, per quanto ne sapeva, poteva pure essere una spia del regno nemico.”
Vedete? Olivia era maturata così tanto che non sembrava neanche più la principessa di una fiaba.
Sarà per questo che su di lei non ci faranno mai un lungometraggio animato.
La famigliola l'indomani fece armi e bagagli e andò al castello.
La Regina Madre se ne stava nel suo studio, quando il figliolo entrò con un sorriso esagerato e tiratissimo.
“Mamma”, disse, “mi racconti ancora di come andò il funerale di mia moglie?”
La Regina Madre, che stava controllando dei conti, abbassò gli occhialini a mezzaluna e lo guardò di sbieco, quasi stanca. “Che vuoi che ti dica? È stata una cerimonia commovente. La cattedrale era gremita. Tutto il popolo era commosso. Ma lo sai, te l'ho raccontato mille volte.”
“Già, già. E perciò tu sei sicura che Olivia e i bambini fossero morti?”
“Che domande mi fai? Ma certo che erano morti. Non vorrai mica insinuare che siano stati sepolti vivi?”
“No, ma potreste aver seppellito qualcos'altro. Tre statue di cera, per esempio.”
La Regina avvampò, perché era convinta che questo dettaglio non lo sapesse nessuno. Ma certo, in realtà lo sapeva l'uomo che aveva modellato le statue. Magari aveva parlato. “Che intendi?”, borbottò la donna.
“Basta commedie, mamma. Ho scoperto il tuo inganno. Olivia, entra pure.”
La porta si aprì ed entrò Olivia, tenendo i gemelli per mano.
"Come me lo spieghi, questo?", disse il Re.
La Regina Madre ammutolì e non spiegò niente. Poi sbiancò. Poi arrossì. Poi si alzò e se ne andò testa alta. Tornò a chiudersi in convento e disse che da allora in poi di quel che capitava al regno non gliene importava più.
E da quel momento il Re e Olivia vissero per sempre felici e contenti. Soprattutto Olivia, che ormai sapeva di valere più di quanto credessero gli altri.

domenica 2 dicembre 2012

La principessa snob - una storia ingiusta

Nel mondo delle fiabe basta poco a rendersi irriconoscibili...
"Il mio ammmore mi tratta come una principessa”, dice la fanciulla con occhi sognanti.
“Il vero uomo tratta la sua donna come una principessa”, dicono i messaggini amorosi che girano in rete.
Ma com'è che i Principi trattano le Principesse nelle fiabe? Mica sempre tanto bene.
Quella che segue è una fiaba abbastanza tipica: è la classica storia della principessa viziata e “snob” che, per un motivo o per un altro, rifiuta il suo pretendente, e questo si vendica umiliandola, svergognandola e riducendola a uno zimbello. Facendole pentire di avergli detto no.
La vendetta è diabolica e crudele, la fanciulla che ha osato rifiutarsi o alzare la testa ne subisce di cotte e di crude finché non si arrende. Finché non “abbassa la cresta e capisce chi è che comanda”.
La principessa snob di oggi, nella sua interpretazione più lieve, è la classica bella ragazza che “se la tira” e dà il due di picche allo spasimante, e lui allora si vendica diffondendo maldicenze sul suo conto. È quella donna che si sente graziosamente apostrofare con termini tipo "brutta troia ma chi ti credi di essere?" solo perché ha detto a uno che ci provava "no, grazie, ma non sei il mio tipo".
Nelle interpretazioni della cronaca sono tutte quelle donne che quotidianamente subiscono soprusi, violenze, offese, solo perché hanno detto “no” oppure “basta” a un uomo.
Ed era una cosa che succedeva anche nelle fiabe, guardate un po'.
Perciò pensiamoci due volte prima di desiderare di essere trattate come principesse...
PS: la storia è veramente ingiusta, per questo ho cercato di alleggerirla con un fumetto frivolo e stupido. Non abbiatevene a male...

PPS: G dice che forse dovrei smetterla di disegnare donnine coi capezzoli al vento. Magari ha ragione, ma... è così divertente disegnarle!

La principessa snob

C'era una volta una bellissima principessa che, nel dubbio, chiameremo Florinda (è il primo nome che m'è venuto in mente).
Florinda era sempre stata amata e viziata dal Re suo Papà, e poiché non si era ancora resa conto di vivere in un mondo fondamentalmente maschilista, pensava di poter continuare a fare i comodi propri vita natural durante. In effetti un po' se la cercò, però poi gliela fecero pagare con gli interessi, e questo non è giusto. Ma vediamo come andarono le cose.
Come dicevo, il Re stravedeva per questa figlia e l'aveva viziata moltissimo. Un giorno le disse:
“Florinda mia, è ora che ti trovi un marito. Ormai hai l'età e anche tanti pretendenti, fra principi e re.”
“E lo so”, rispose la ragazza infilandosi in bocca una manciata di violette candite, “ma purtroppo non so quale scegliere.”
Il Re ebbe un'idea: “Organizziamo le Primarie dei Principi Azzurri, così puoi capire quale ti piace di più.”
Le Primarie dei Principi Azzurri fu una lotta senza quartiere di discorsi, serenate e promesse elettorali, ma alla fine vinse il Re Granato (non ha niente a che fare col calcio perché la storia risale a ben prima dell'invenzione di questo nobile sport) con uno stracciante 90%. E bisogna dire che questo Re era veramente il più bello, il più intelligente, quello dotato di miglior parlantina, il più simpatico eccetera.
Ci fu gran festa, naturalmente, per il fidanzamento, con un gran banchetto e tante squisitezze. Tra i frutti offerti a fine cena c'erano anche i melograni. Ora, bisogna sapere che il regno del Re Granato era ricchissimo, ma lì i melograni non s'erano mai visti. Ecco perché il Re Granato, quando gli cadde in terra un chicco di melograno, lo raccolse e lo mise da parte: pensava che fosse chi sa che di prezioso, poverino.
Ma la cosa non sfuggì a Florinda, che trovò il gesto disdicevole e non adatto a un Re. E immediatamente si pentì d'averlo scelto.
“Brutto pezzente spilorcio!”, sbottò, “Schifosissimo morto di fame, ma che fai? Raccogli pure i semini da terra? E io dovrei sposarmi un simile pitocco? Ma non ci penso neppure. Sparisci, vattene, crepa: il fidanzamento è rotto.”
Così dicendo gettò in terra il tovagliolo e si allontanò, sdegnata.
Il povero Re Granato, che era stato tanto contento quando aveva vinto le Primarie dei Principi Azzurri perché la Principessa Florinda gli era sempre piaciuta moltissimo, ora ci rimase veramente mortificato e deluso, sia per l'abbandono che per la figuraccia fatta davanti a tutti.
Ma non era tipo da arrendersi e da mandar giù le offese, perciò decise di vendicarsi.
Finse di andarsene, poi si travestì e si fece assumere dal Re padre di Florinda come giardiniere.
Nessuno lo riconobbe. Nelle fiabe i principi e le principesse sono maghi dei travestimenti. Certe volte basta che mutino abbigliamento o si mettano un cappello diverso perché nessuno li riconosca più. Il che è utile in certi casi, ma fastidiosissimo in altri. Ve l'immaginate se nessuno dovesse riconoscervi più solo perché vi siete cambiati d'abito o vi siete fatti lo shampoo?
Comunque Re Granato si travestì da giardiniere e nessuno si accorse che era lui, si trasferì nella casa del giardiniere, che giustamente era in giardino, e vi trasportò un grosso baule. In quel baule c'erano tutte le cose che avrebbe portato in dono alla principessa Florinda se si fossero sposati. Ora pensò di usarle per il suo diabolico piano di vendetta.
Un giorno, perciò, stese in mezzo al bucato un meraviglioso scialle intessuto d'oro, e lo sistemò in modo che dalla finestra della stanza della principessa si vedesse bene.
Infatti la principessa si affacciò, e vedere lo scialle e desiderarlo fu tutt'uno.
E siccome era viziata e pensava che tutto le fosse dovuto, andò dal giardiniere a informarsi.
“Ragazzo, ma di chi è quel bello scialle?”
“È mio, perché?”, rispose lui fingendo di cadere dalle nuvole.
“Perché mi piacerebbe tanto averlo e vorrei comprarlo. Quanto vuoi?”
“Non è in vendita”, aggiunse prima che la pulzella potesse cambiare idea, “però potrei regalarvelo se mi permetteste di dormire stanotte nella prima stanza dei vostri appartamenti.”
“Screanzato cafone!”, si offese la principessa, “Ma come osi chiedermi tanto?”
Ma quello scialle le piaceva veramente un mucchio e non voleva perderselo, così ci pensò e ci ripensò, e poi si disse: “Ma sì, chi vuoi che venga a saperlo se viene a dormire in quella stanza? E poi non è mica in camera mia.”

Così accettò, e il giardiniere passò tutta la notte nella prima stanza degli appartamenti di Florinda.
Un altro giorno il giardiniere mise a stendere un secondo scialle, stavolta intessuto d'oro e d'argento. Come prima la principessa lo volle, e come prima il giardiniere domandò di passare la notte da lei, ma stavolta nella seconda stanza dei suoi appartamenti.
Capite dove punta, il malandrino?
No?
Andiamo avanti.
La principessa si fece qualche scrupolo in più perché la seconda stanza era più vicina della prima alla camera da letto, ma alla fine accettò perché “tanto chi vuoi che lo venga a sapere?”
A voi sembrerà che non stesse facendo nulla di strano, ma rifletteteci bene: lei stava ospitando un uomo nei suoi appartamenti privati. Se qualcuno l'avesse beccata si sarebbe rovinata la reputazione per sempre, anche se con quest'uomo non si fosse scambiata neanche un bacetto a fior di labbra. Erano altri tempi... no?
Qualche giorno dopo il giardiniere decise di giocare pesante e mise a stendere un abito da sera intessuto d'oro, di perle e di diamanti. La principessa come lo vide non capì più niente e decise che quel vestito doveva essere suo a tutti i costi. Sì, a dirla oggi un abito del genere pare una cosa kitsch da morire, ma guardatela in un'altra ottica. Fate conto di essere una fashionista sfegatata (tutte le principesse lo sono) e che vi mettano sotto il naso il pezzo più ambito, desiderabile, raro e prezioso dell'ultima sfilata del miglior stilista del mondo. Quello che tutte vogliono e non possono avere. E voi invece potete averlo in cambio di un'inezia: far dormire un poveraccio nei vostri appartamenti. Sì, se vi scoprono ci rimettete la reputazione. Ma se non vi scoprono (e perché mai dovrebbero scoprirvi, visto che nei vostri appartamenti non ci viene nessuno, se voi così ordinate?) sarete l'invidia e il vanto del jet set per i secoli a venire.
Stavolta il giardiniere puntò più in alto, perché chiese di dormire nella terza stanza, che poi era l'anticamera della stanza da letto della principessa.
Lei esitò per almeno dieci secondo, ma poi accettò.
“Che male c'è, in fondo?”, pensò.
Quella notte, perciò, il giardiniere si raggomitolò davanti alla porta della stanza da letto della principessa, predisponendosi a dormire.
Adesso avete capito il suo piano?
Non ancora?
Andiamo avanti. Nel cuore della notte la principessa si svegliò perché sentì un gran rumore: era il giardiniere che batteva i denti e tremava tutto, e tremando urtava la porta e la faceva scricchiolare.
“Ma che stai facendo?”, bisbigliò inviperita Florinda andando in anticamera, “Smettila subito, prima che ti senta qualcuno.”
“Mi dispiace, maestà, ma ho freddo”, disse quello battendo i denti, “questa stanza è gelata.”
“A me non sembra.”
“E a me sì. Lo vedete che pelle d'oca ho?”
“Be', non posso farci niente.”
“Uhmmm...”, il giardiniere finse di rifletterci, “forse qualcosa potete fare. In camera vostra fa più caldo. Potrei venire a dormire lì.”
“In camera mia? Non se ne parla neanche!”
“Va bene”, disse il giardiniere. E riprese a battere i denti con foga facendo più rumore di un ballerino di flamenco con le nacchere.
“D'accordo, d'accordo, entra”, gli ordinò la principessa, decisamente contrariata, “Presto, prima che si svegli tutto il castello.”
Il giardiniere-Re entrò, sorridendo maliziosamente tra sé, poi si accoccolò accanto alla porta e chiuse gli occhi, mentre la principessa si rimise a letto con un diavolo per capello.
Adesso l'avrete capito il suo piano, no?
Come no?
Eh, ma siete di coccio!
E va bene, proseguiamo.
Passò un'altra mezz'oretta e di nuovo la principessa si svegliò per quel rumore: RAT-TAT-TAT...
“Eh, ma insomma! Cosa c'è ancora?”, sbottò mettendosi a sedere sul letto.
“Ho freddo, maestà!”, disse il giardiniere battendo i denti da far pietà, “Sto gelando!”
“Non dire sciocchezze, qua non fa affatto freddo!”
“Eh, voi dite così perché siete sotto le coperte”, rispose il ragazzo tremando violentemente contro lo stipite della porta, “Magari... se venissi anch'io sotto le coperte con voi mi scalderei e smetterei di tremare.”
“Cosa??? Tu, schifoso plebeo, dormire nello stesso letto con me che sono una principessa di sangue??? Dovrei farti tagliare la testa per questa proposta indecente!”, sibilò la principessa.
Poi pensò che se quello avesse continuato a far fracasso tremando, avrebbe svegliato qualcuno, e se qualcuno avesse trovato un uomo che dormiva nella sua stanza... povera lei! Sarebbe rimasta svergognata per sempre, “E va bene, d'accordo. Vieni qui”, e gli fece posto sotto le coperte accanto a lei.
E adesso spero che avrete capito quali fossero i piani del giardiniere, diamine!
Comunque i due giovani stavano lì nel letto, l'uno di fianco all'altra. E sapete come vanno queste cose, no? Prima ciascuno di loro se ne stava in bilico sulla sponda estrema. Poi ognuno si prese spazio e si avvicinò. Poi come per caso le labbra del giardiniere si trovarono su quelle della principessa. E ancora per caso, le mani scivolarono sui corpi, le lingue si intrecciarono, le camicie da notte volarono via, e senza quasi neanche accorgersene la principessa e il giardiniere finirono col fare l'amore.
Almeno credo, e spero, perché la cronaca non entra nei dettagli. Certo, è sempre possibile che il Re-giardiniere una volta nel letto le abbia semplicemente alzato la camicia da notte e l'abbia stuprata, e che lei non abbia gridato aiuto perché lui le tappava la bocca o perché temeva di essere scoperta. Perché già all'epoca una donna quando veniva stuprata veniva praticamente ritenuta colpevole, perché la sua sola presenza poteva essere considerata una “tentazione” per lo stupratore che per questo appariva innocente o quasi (o comunque più di lei). E poi una donna stuprata denunciando il suo assalitore avrebbe dovuto confessare di non essere più vergine, e questo la disonorava a vita. Insomma, all'epoca gli stupri non venivano quasi mai denunciati. Aggiungiamoci pure che alla fin fine era stata lei a invitare il giardiniere nel suo letto... ma chi mai avrebbe creduto alla sua innocenza?
Però questa è una fiaba, anche se è una fiaba ingiusta, perciò forse è meglio lasciarle un pizzico di romanticismo e credere che Florinda e il giardiniere abbiano fatto l'amore di comune accordo.
Da quella sera, anzi, dal mattino dopo, il giardiniere non mise a stendere più nulla di strano nel bucato e si limitò a farsi i fatti suoi, e così pure la principessa.
Passò un mese, ne passarono due, e Florinda si rese conto di un fatto inquietante: era rimasta incinta!
Panico! Che poteva fare? Dove poteva andare? Era rovinata, questo solo era ben chiaro. Così mandò a chiamare immediatamente il giardiniere.
“Aspetto un bambino”, gli disse, “ed è tutta colpa tua. Che faccio? Se lo dico ai miei, quelli m'ammazzano!”
Adesso l'avete capito il piano del Re Granato?
No, non era solo quello di sputtanare la principessa. Lui era molto più astuto e perfido.
“Maestà, qui c'è una sola cosa da fare”, le disse, “dovete scappare.”
“E dove vado?”
“Venite con me. Scappiamo insieme.”
“Ma sei scemo? Io, che sono principessa di sangue, scappare con te che sei un sudicio plebeo?”
“Sarò pure sudicio, però quella notte lì il mio sudiciume tanto schifo non vi fece.”
“Statti zitto, per carità.”
“Come volete. Restate qui, così fra un poco la pancia comincerà a crescere e tutti sapranno che non siete poi tanto santa come dite.”
“E va bene, vengo con te.”
Così fecero i bagagli e una notte fuggirono, e viaggiarono a lungo.
Mesi dopo (ormai Florinda era vicinissima al parto), giunsero in un bellissimo regno, e il giardiniere disse che era la sua terra natale.
“Che bello. Che regno è?”
“Questo è il Regno di Re Granato”, rispose il giardiniere.
Florinda sospirò, e pensò che se non avesse fatto tante storie per uno stupido grano di melograno a quell'ora sarebbe stata la regina di quel regno e non una poveraccia, per di più incinta, costretta a fare la viandante insieme a un giardiniere.
Arrivarono in un bosco, e lì trovarono una casupola.
“È la capanna del guardacaccia del Re”, disse il giardiniere, “ma è disabitata, possiamo starci noi, adesso.”
La povera Florinda era stremata, anche perché aveva viaggiato tanto, e durante il viaggio aveva patito la fame, il freddo, i disagi, proprio lei che era sempre vissuta tra gli agi e non aveva mai avuto bisogno neppure di lavarsi una tazzina. E il giardiniere non aveva fatto proprio nulla per agevolarle le cose. Anzi, pareva che ci provasse gusto a metterla in imbarazzo. A cacciarla in situazioni umilianti, degradanti e brutte.
“Ho fame”, disse Florinda.
“Vado nel bosco a cercare qualcosa”, rispose il giardiniere, “tu intanto vai nel pollaio”, ce n'era uno attaccato alla casa, “prendi un pollo, ammazzalo, spennalo e cucinalo. E se qualcuno ti dice qualcosa, tu rispondi che sei la moglie del guardacaccia.”
La povera Florinda non aveva mai ammazzato e spennato un pollo prima, e farlo adesso fu veramente traumatico. Ma lo fece comunque, perché aveva troppa fame.
Intanto quel disgraziato del giardiniere-Re non era andato a cercare cibo, ma se n'era andato al suo castello. Lì parlò con sua mamma la Regina Madre, cenò abbondantemente, si rivestì da Re, infine montò a cavallo e tornò da Florinda.
“Chi c'è qua?”, disse facendo finta di nulla. Poi si finse sorpreso nel trovare la principessa, però  diede a vedere di non averla riconosciuta, “E voi chi siete?”, domandò invece.
“Sono la moglie del guardacaccia”, rispose Florinda, che si vergognava troppo di trovarsi in quelle condizioni per farsi riconoscere dal Re come la sua ex fidanzata.
“Non è possibile, io non ho più un guardacaccia”, replicò il Re, “secondo me siete solo una ladra. Come mai qua fuori ieri c'erano venti polli e stasera solo diciannove? Ne avete rubato uno voi?”
“No, io no, io non ho rubato niente”, disse la principessa prossima alle lacrime. Si sentiva davvero umiliata, avvilita e spaventata, poverina.
Ma il profumino del pollo arrosto la tradì (se ce ne fosse stato bisogno) e il Re andò su tutte le furie per il (presunto) furto. Le sequestrò il pollo, poi se ne andò via, si cambiò e tornò da Florinda come giardiniere.
“Nel bosco non ho trovato niente. Dov'è il pollo che t'avevo detto di cucinare?”
Florinda si mise a piangere: “Non ce l'ho più. È arrivato il Re e l'ha sequestrato. E non ho il coraggio di ammazzarne un altro.”
E allora il giardiniere finse di andare su tutte le furie, così Florinda si sentì più umiliata che mai e dovette accontentarsi di un tozzo di pane e una crosta di formaggio, mentre il giardiniere andava a spaparanzarsi sul pagliericcio per digerire il lauto pasto che aveva fatto al castello.
Capite adesso dove voleva arrivare? Alla più totale umiliazione della principessa. Anche a costo di far patire la fame a quella che, in fin dei conti, stava aspettando suo figlio.
E le traversie della poveretta non erano ancora finite. Il giorno dopo Florinda si stava lamentando che non avevano mezzi, non avevano soldi e non avevano neppure panni con cui vestire loro figlio quando fosse nato.
In quel momento bussarono alla porta ed era la Regina Madre.
“Dovete sapere che mia nuora sta per avere un bambino”, le disse, “e io devo preparare in fretta il corredino per il neonato, ma sono molto in ritardo. Potete aiutarmi voi?”
Florinda accettò, perché almeno al castello avrebbe avuto da mangiare.
“Parlavi di vestire nostro figlio?”, le disse il giardiniere, “E questa occasione capita a proposito. Mentre sei lì che cuci prendi della stoffa a cacciatela in seno, così avrai di che preparare il corredino anche per il nostro bambino.”
“Ma è un furto!”, protestò la principessa.
“E che alternativa hai? Lasciar morire di freddo nostro figlio? Quando si è disperati, tesoro mio, non si va tanto per il sottile.”
E così, mentre era al castello a cucire, pur vergognandosene, Florinda rubò una bella pezza di stoffa e se la nascose in seno. Vuol dire che la infilò nella scollatura. Chi sa come facevano nelle fiabe a cacciarsi in seno tutte queste cose senza che si vedesse da fuori? Bah!
All'improvviso si spalancò la porta ed entrò il Re Granato (vestito da se stesso, intendo).
“E che ci fa qui questa ladra?”, disse indicando Florinda, “Scommetto che ha rubato qualcosa.”
Le infilò una mano nella scollatura e, tutto trionfante, tirò fuori la pezza di stoffa, e la povera Florinda si sentì morire dalla vergogna. Diventò tutta rossa e cominciò a balbettare e piangere.
Ma la Regina Madre lanciò un'occhiataccia al Re e disse: “Figliolo, guarda che ti sbagli. La nostra Florinda non ha rubato proprio niente, quella pezza gliel'ho regalata io, è sua.”
Il Re sbuffò e se ne andò, e Florinda si profuse in scuse e ringraziamenti verso la Regina Madre.
Qui vediamo che la Regina Madre non è d'accordo col piano del figlio, che lei evidentemente conosce. Però a mio avviso gli dà troppa corda lo stesso. Fossi stata io al suo posto, l'avrei preso a sberle non appena me l'avesse raccontato, altro che assecondarlo.
Il giorno dopo il giardiniere suggerì a Florinda di rubare un po' di quelle perle con cui stavano impunturando le vestine del nascituro, e tanto insistette che lei si sentì in dovere di farlo.
Come il giorno prima, mentre le donne stavano cucendo entrò il Re e cominciò a insultare Florinda dandole della ladra, poi senza tanti complimenti le infilò una mano in seno e tirò fuori un sacchetto pieno di perle. “Lo vedi che è una ladra?”, esclamò trionfante.
La Regina lo guardò storto e gli disse: “Ti sbagli, figlio mio. Io quelle perle gliele ho regalate, sono sue.”
Il Re sbuffò contrariato e se ne andò.
Florinda provava tanta umiliazione e vergogna che il giorno dopo non se la sentiva di ripresentarsi al castello davanti a quella buona Regina, ma il giardiniere insistette e le disse che se voleva procurare qualcosa per mantenere loro figlio doveva cercare di rubare un po' dei diamanti che adornavano le vesti del principino.
Così, mentre cuciva, Florinda si cacciò in seno un sacchetto di pietre preziose. E in quel momento entrò di nuovo il Re, che strillava: “Ma come, mamma, ti fidi a far maneggiare rubini e diamanti a quella ladra? Non lo vedi che cerca di rubare tutto?”
Le cacciò una mano in seno e tirò fuori il sacchetto pieno di diamanti. “Non vorrai farmi credere che le hai regalato pure questo?”
Povera Florinda. Era così vergognosa, umiliata e derelitta che cominciò a piangere, a balbettare, poi impallidì e si accasciò.
“E ora vuole impietosirci fingendo di star male...”, cominciò il Re, ma la Regina Madre lo interruppe.
“Ma sta' zitto, razza di idiota!”, gli disse brusca, “Piantala con questa stupida messa in scena. Non lo vedi che tua moglie sta per partorire? Se proprio non sai far nulla di buono, almeno va' a chiamare la levatrice, che a Florinda ci penso io.”
Il Re, nel vedere che la principessa stava davvero male, sbiancò e corse a chiedere aiuto.
La Regina mise a letto Florinda e, mentre tra sé e sé si pentiva di non aver mollato più scapaccioni al figlio quando ne aveva avuto modo, aiutò il suo nipotino a nascere.
Ed era un bellissimo nipotino davvero.
Florinda capì che tutti i guai passati erano stati la vendetta del Re Granato. Comprese che lui e il giardiniere erano la stessa persona e che quello in cui viveva era un mondo schifoso in cui anche essere principessa non ti mette al riparo da certa brutta gente e da certe brutte ingiustizie.
Capì che lei non avrebbe mai più voluto compierne, di queste ingiustizie, anche se le sarebbe toccato di patirne ancora.
E così il Re Granato e la Principessa Florinda si sposarono in pompa magna, lui da allora fu sempre gentile con lei, lei non alzò mai più la cresta e vissero sempre felici e contenti, in questo modo si chiude la storia.
Perché questa fiaba l'ha raccontata il Re, perciò è un po' di parte.
Infatti secondo lui è una storiella comica...

domenica 25 novembre 2012

No alla violenza contro le donne!

Oggi, 25 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Non posso non parlarne.
Ma COME posso parlarne?
È un argomento fragile, delicato. Un argomento che fa male a molta gente.
Soprattutto alle donne.
Ma mica solo a loro.
Un argomento di cui tutti parlano, anche quelli che non possono capirne nulla.
Un argomento sensibile, perché tocca il profondo.
Dunque che posso mai dire io?
La mia opinione, null'altro.
Allora, comincio dicendo che la violenza sulle donne non è solo lo stupro, o l'assassinio, o le botte. Quelle ci sono, ma arrivano dopo una catena di sopraffazioni. Come la margherita sulla pianta. Non spunta subito il fiore, cioè l'atto di violenza estremo. Prima c'è il seme che germina, poi la pianta che nasce, mette fuori le foglie, e il fiore arriva soltanto dopo, e neanche sempre.
Però non è che se il fiore non spunta vuol dire che la violenza non c'è.
Non vuol dire che se una non ha i lividi o le ossa rotte, allora non ha subìto violenza.
Per me violenza sulle donne è quando ti aspetti certe cose, per esempio.
Quando torni a casa e chiedi cosa c'è per cena, dando per scontato che debba essere la tua donna/mamma/sorella a occuparsene.
Quando pensi che amare le donne significhi avere tante fidanzate.
Quando credi che la tua ragazza sia “roba tua”, e guai se lei manifesta idee con le quali tu non sei d'accordo.
Quando pensi che la violenza sulle donne sia una cosa che non ti riguardi.
Quando ti piace una e lei ti dice di no, e tu dai di matto perché come si permette brutta troia?
Quando credi che sotto sotto i suoi interessi valgano meno dei tuoi. Dai, tanto sono solo cavolate da donne, no?
Quando pensi che la mamma tua sia santa e vergine e tutte le altre non sono neanche degne di allacciarle le scarpe.
Quando ti dici che “l'uomo è cacciatore” per giustificare il fatto che le menti/le sei infedele/le conti un sacco di balle...
...però se lei si azzarda a fare come te allora è una gran troia.
Quando dici che non sei capace di fare i mestieri di casa, perché sai che tanto ci penserà lei. E poi è cosa da femmine, no?
Quando ti sembra giusto che una donna si sacrifichi per amore. Lei potrà anche farlo. Le donne spesso lo fanno. Ma questo non vuol dire che sia giusto.
Quando ritieni che le donne siano come dolcetti in pasticceria: tutte lì a tua disposizione, e se non sono d'accordo è perché sono stronze oppure omosessuali.
Quando sei convinto che amore voglia dire gelosia.
Quando le dici “Ma sta' zitta, che vuoi capirne tu? Non è mica roba da donne!”
Quando sei certo di sapere esattamente quel che lei è, pensa e fa. E in realtà non lo sai.
Quando la metti su un piedistallo, e pensi di doverla proteggere dai mali del mondo. Ma chi ti credi d'essere per farlo? E se lei poi non è, o non vuole essere, all'altezza delle tue aspettative? Che fai?
Quando credi di essere più importante, più degno, e comunque migliore solo perché tu sei maschio e “lei no”.
Quando dici “Ma le donne hanno il cervello più piccolo! È scientifico che sono meno intelligenti!”.
Quando dici “Io la tratto come una Regina!”. Intendendo dire che le compri di tutto, esaudisci i suoi desideri, la tieni al riparo dalle brutte notizie come se fosse... fragile.
Quando non la consideri una creatura al tuo stesso livello, nel bene o nel male. Nella forza o nella fragilità.
Quando... ce ne sono tante, troppe... ma ormai avete capito, no?

Pelle d'Asino: una storia torbida

Illustrazione di Harry Clarke
Eccoci di ritorno con un'altra fiaba, stavolta di Charles Perrault. Come vi avevo già spiegato, questo non vuol dire che la fiaba l'ha scritta Perrault, ma solo che lui l'ha raccolta dalla tradizione orale e riscritta. Io invece la ri-racconto a modo mio.
Se la Bella Addormentata nel Bosco parlava di cannibalismo, Pelle d'Asino, come vedremo, affronta la scottante tematica dell'incesto. Le fiabe vere sono roba forte, non cartoni animati e musical.
Vedremo anche che Pelle d'Asino, alla fin fine, non è altro che una delle mille varianti di Cenerentola.


Pelle d'Asino

C'era una volta un Re che poteva ben dirsi felice, perché aveva tutto quel che un re possa desiderare. Un reame ricco, pieno di sudditi leali che gli volevano bene, un castello magnifico colmo d'ogni ricchezza, e soprattutto una moglie bellissima e intelligente che lo amava e che lui a sua volta amava molto. Il loro era un vero matrimonio d'amore, non di ragion di stato, e quel matrimonio era stato benedetto dall'arrivo di una figlia bellissima, intelligente e studiosa che non si potrebbe desiderare di meglio. E infatti il Re e la Regina erano così contenti di lei, che non sentivano la mancanza di un erede maschio.
Come se non bastasse, nelle scuderie reali c'era un'asina bella come non si può dire che anziché normale cacca produceva quotidianamente secchiate di monete d'oro.
Ma siccome la jella non guarda in faccia nessuno e colpisce tanto i re quanto i poveracci, un brutto giorno la scalogna si abbatté sul Re e fece ammalare gravemente la Regina. I migliori medici del mondo non riuscirono a salvarla e la poverina morì.
Mentre stava spirando il Re le teneva la mano, e piangeva sconsolato.
“Non piangere, amor mio”, gli disse la Regina, “piuttosto devi farmi una promessa. Quando non ci sarò più tu ti devi risposare.”
“No, no”, il Re scoppiò in lacrime, “Non chiedermi tanto. Io dopo di te non vorrò mai più un'altra donna.”
“E invece ti devi risposare, che tu lo voglia oppure no”, mormorò la santa donna con quel po' di fiato che le rimaneva, “Perché hai delle responsabilità, e hai il dovere di dare al tuo regno un erede maschio. Solo promettimi che non sceglierai come seconda sposa una che non sia alla mia altezza come bellezza e come intelligenza. Promettimelo e io morrò in pace.”
Il Re promise e la Regina spirò.
Poi il Monarca si avvolse nel suo dolore e tanto era inconsolabile che trascurò completamente gli affari di stato. Non se ne scordarono però i suoi ministri, i quali un bel giorno andarono da lui a dirgli che sì, doveva proprio scegliersi un'altra moglie, un po' per consolarsi e un po' perché senza un erede maschio erano bei casini. Insomma, la Principessa si sarebbe sposata e se ne sarebbe andata via, e il Reame sarebbe rimasto senza eredi e in balìa di tutti gli stati confinanti. Ci sarebbero state guerre, sofferenze, calamità. E tutto per colpa sua. Alla fine il Re si convinse, ma avvertì i ministri della promessa fatta alla Regina in punto di morte.
I ministri sospettarono che la Regina gliel'avesse estorta per impedirgli di risposarsi, dal momento che era ben difficile trovare qualcuna che fosse bella e intelligente quanto lei, ma ebbero il buonsenso di non dirlo. E poi comunque ormai aveva promesso, e siccome parola di Re è parola di Re (non so se ve l'ho già detto, ma ciò vuol dire che nelle fiabe i governanti non possono mai, e per nessun motivo, venir meno alla parola data. E anche da questo si capisce che sono fiabe), il nostro Sovrano si mise a guardare tutti i ritratti delle principesse in età da marito per sceglierne una adatta. Non so come andasse, immagino avessero una sorta di catalogo illustrato delle pulzelle impalmabili. A ogni modo il Re non trovò nulla che fosse all'altezza della defunta Regina e cominciò a deprimersi veramente tanto, finché, un brutto giorno, l'occhio gli cadde sulla Principessa sua figlia, la quale era appunto in età da marito. In quel fatale istante il Re si accorse che la Principessa era praticamente identica alla madre, anzi, se possibile era ancora più bella e più intelligente. E un po' il dolore per il lutto, un po' la stanchezza per la ricerca infruttuosa, un po' il fatto che era ormai in astinenza da parecchio tempo e l'ormone esigeva la sua parte, un po' vai a sapere cosa, ma al Re andò in tilt il cervello e si mise in testa d'essersi innamorato di sua figlia.
Perciò la fece chiamare e le comunicò che di lì a breve si sarebbero sposati.
Non vi dico come la prese male la Principessa! Ovviamente rifiutò, cercò di farlo rinsavire, ma il padre era ormai del tutto ammattito e non volle sentire ragioni. Arrivò addirittura a pagare un mago corrotto affinché convincesse la Principessa che sposare il proprio padre fosse cosa buona e giusta.
La Principessa non si lasciò convincere e invece si ritirò nelle sue stanze per lamentarsi e chiedere aiuto alla sua Madrina, la Fata dei Lillà.
Perché una principessa non può avere per madrina una povera crista qualsiasi, no: o una fata (generalmente rimbambita) o niente.
“È un brutto guaio”, disse la Fata, “Ma tu forse puoi cavartela chiedendo come dono di nozze un regalo impossibile.”
Così, seguendo le istruzioni della Fata, la Principessa andò dal Re e gli disse: “Papà, ho deciso: ti sposerò solo quando riuscirai a procurarmi un vestito color del tempo.”
Color del tempo, avevano pensato le due donne, e quando mai lo trova?
E invece il Re lo trovò. O meglio, mise sotto torchio le sartorie reali e queste sfornarono per la Principessa un abito da sera d'un celeste più celeste del cielo, e attraversato da una delicata trama di nuvole d'oro. Insomma, uno splendore.
“Fata, abbiamo sbagliato. Qui ci vuole un'altra idea.”
“Trovato: chiedi un vestito color della luna.”
La Principessa lo chiese e il Re glielo fece fare in neanche due settimane: un abito dai mille riflessi d'argento, così bello che la Principessa quando lo indossò pianse per la commozione, e anche per il fallimento del piano.
“Ci sono”, propose la Fata dei Lillà, “Pretendi un abito color del sole. Questo è impossibile da procurare. E se ci riesce se non altro ci avrà lasciato tempo per pensare a una via di fuga.”
E anche l'abito color del sole arrivò, così bello e scintillante che a guardarlo si rischiava di restare abbagliati, e infatti dicono che fu in quel periodo che cominciò la moda degli occhiali da sole.
“Ho avuto un'altra idea”, disse la Fata alla Principessa, che cominciava a perdere speranze sulle capacità della sua Madrina, “Chiedi la pelle dell'asina. Vedrai che quella non te la può concedere: è troppo affezionato a quella bestia, e poi gli frutta troppi quattrini per rinunciarci.”
Non avevano fatto i conti con l'insana passione del Re, il quale era così determinato che quella sera stessa fece trovare alla Principessa la pelle dell'asina, elegantemente ripiegata sul suo letto.
“E adesso?”, esclamò la Principessa scoppiando in lacrime, “Che posso fare? Io non voglio sposare mio padre. È una cosa ripugnante!”
“Tranquilla!”, disse la Fata dei Lillà col suo consueto e ingiustificato ottimismo, “Smetti di piangere e segui le mie istruzioni. Avvolgiti in questa pelle d'asino e scappa di qui, scappa più lontano che puoi. Non preoccuparti dei bagagli, a quelli ci penso io”, e qui la Principessa si preoccupò, “te li farò avere magicamente. Tu prendi solo questa bacchetta magica, la userai tutte le volte che vorrai parlarmi o ti serviranno le tue cose.”
E così la Principessa si vestì da sguattera, si sporcò tutta, indossò la pelle d'asino e scappò via.
Camminò parecchi giorni, ma non riuscì a trovare ospitalità da nessuna parte perché sembrava così brutta e sudicia che nessuno la voleva.
Infine giunse nei pressi di una città, e finalmente venne assunta in una fattoria come sguattera, per badare ai polli e ai porci.
Doveva sembrare veramente una cozza maleodorante, perché era disprezzata da tutti, e questo la faceva sentire assai depressa.
Ogni tanto, giusto per assicurarsi d'essere ancora se stessa, si lavava la faccia e si guardava allo specchio. E solo quando capiva d'esser sempre bella sotto gli strati di unto e di lerciume, tornava a sorridere.
È emblematico che la Principessa divenisse brutta a causa della sporcizia in una fiaba scritta in un'epoca in cui i nobili si facevano vanto di non lavarsi mai, non trovate?
Ma torniamo a noi. Pelle d'Asino, perché è così che tutti chiamavano la Principessa, prese l'abitudine di lavarsi, pettinarsi, agghindarsi e mettersi i suoi bei vestiti (fortunatamente questa magia funzionava) tutte le domeniche, quando gli altri andavano a messa e lei rimaneva da sola alla fattoria. Allora lei si chiudeva nella sua cameretta e si pavoneggiava allo specchio, con quegli abiti che riempivano tutta la stanza tanto erano ampi (o tanto era piccina la stanza, o entrambe le cose), e in sostanza “giocava alla principessa”.
Un giorno capitò ospite in quella fattoria il Principe di quel regno, che tornava dalla caccia. La domenica tutti andarono a messa e lui decise di ingannare la noia esplorando la casa. Capitò in un corridoio stretto e buio, ma da sotto una porticina in fondo filtrava della luce. Era la stanza di Pelle d'Asino e lui andò a vedere cosa mai potesse fare tanta luce nella camera di una sguattera. Sbirciò dal buco della serratura e vide Pelle d'Asino. Che no, non era tutta nuda come nell'illustrazione che ho usato, ma indossava proprio il suo vestito color del sole. Ed era così bella che il Principe se ne innamorò all'istante.
Quando tornò al suo Castello era così ammalato d'amore che gli venne la febbre alta e dovette mettersi a letto, e i medici di corte temettero seriamente per la sua vita, ma non riuscirono a capire che malanno avesse.
“Che c'è, figliolo?”, gli disse il Re suo padre, preoccupato, “Perché sei malato? Che posso fare per aiutarti? Vuoi salire sul trono al mio posto? Va bene. Sei innamorato di qualche principessa di un paese nemico? E papà tuo te la fa sposare. Lo sai che farei qualunque cosa pur di farti guarire.”
Il Principe alla fine disse che non desiderava tutte quelle cose, ma che era sicuro che sarebbe migliorato se avesse potuto mangiare una torta fatta dalle mani di Pelle d'Asino, la sguattera che lavorava alla fattoria dove lui si fermava sempre quando andava a caccia.
La Regina pensò che fosse una pretesa ben strana, ma diamine!, era così modesta che non se la sentì proprio di rifiutargliela. Evidentemente quella Pelle d'Asino doveva essere molto brava con le torte!
Quando Pelle d'Asino seppe che il Principe aveva chiesto espressamente una torta fatta da lei, il cuore le schizzò nel petto. Perché lei aveva visto il Principe dalla finestra della sua cameretta e se ne era innamorata all'istante, ma mai avrebbe pensato che anche lui l'avesse notata.
Perciò non appena rimase da sola corse ad agghindarsi, perché anche se il Principe non poteva vederla lei voleva farsi bella per lui, e preparò la torta. E non si accorse di un anellino che le si sfilò dal dito e finì nell'impasto.
Quando il Principe ricevette la torta la mangiò con tanta foga da far preoccupare i medici, e infatti a momenti si strozzò. Questo capitò quando gli venne in bocca l'anellino perso da Pelle d'Asino.
Era un bellissimo smeraldo montato su una fascetta d'oro molto semplice, ma era così piccolo che solo un dito molto esile poteva calzarlo.
“Mamma, papà”, disse, “ho preso una decisione: sposerò solo la fanciulla che riuscirà a indossare quest'anello.”
E così tutte le fanciulle del regno vennero chiamate a provare l'anello. A partire dalle principesse, e a scendere alle contesse, alle duchesse e alle baronesse, e poi le ereditiere, e poi le fanciulle normali, e poi le cameriere e infine anche le sguattere. Insomma, tutte. Ma nessuna di loro aveva dita così esili e delicate da poter infilare l'anello.
“L'avete fatto provare a tutte?”, chiese il Principe al Primo Ministro.
“A tutte!”, rispose l'uomo.
“Tutte tutte? Anche Pelle d'Asino?”
“Be', veramente...”, il Ministro tentennò, perché a tutti Pelle d'Asino appariva così racchia e sudicia che, andiamo... a lei no!
Ma il Principe insistette, così alla fine Pelle d'Asino venne convocata a Palazzo per la prova dell'anello.
Non vi dico il tumulto di sentimenti che le prese quando ricevette la convocazione! Perché anche se viveva tra i polli e i porci, lei si teneva informata, e l'aveva capito che l'anello di cui tutti cercavano con tanto clamore la proprietaria era il suo, quello che aveva perso mentre faceva la torta. E questo voleva dire che chissà come anche il Principe provava qualcosa per lei. Voleva sposarla! Wow!
Perciò corse a lavarsi, agghindarsi, truccarsi, farsi bella e profumarsi. Ma poi, sopra il vestito color della luna, gettò la vecchia e unta pelle d'asino, così nessuno avrebbe potuto sospettare chi era in realtà. Ma quanto doveva essere grossa, 'sta pelle d'asino, da coprire un abito ampio come quello? E quanto forte il tanfo, da mascherare quello dei profumi? Bah! Misteri delle fiabe!
Comunque, Pelle d'Asino si presentò, tutta tremante, al cospetto del Principe.
“Siete voi Pelle d'Asino?”, le domandò lui.
“Sì, mio signore.”
“Siete voi la sguattera che abita in una stanzetta in fondo a un corridoio buio, alla fattoria?”
“Sì, mio signore.”
“Porgetemi la mano.”
E da sotto quella sudicia pelle equina, la ragazza porse la manina più candida e delicata che si sia mai vista, una vera mano da principessa. Il Principe le infilò l'anello all'anulare e quello le calzò tanto bene come se fosse stato modellato apposta per lei, cosa che in effetti era. Tutti i presenti, Re, Regina e ministri, sgranarono gli occhi, ma la meraviglia li travolse quando Pelle d'Asino, con un lieve movimento, lasciò cadere la pelle d'asino rivelandosi per quello che era: una bellissima fanciulla con indosso un abito meraviglioso e preziosissimo.
“È lei, è lei!”, esclamò il Principe, “È la fanciulla che ho visto quel giorno, la ragazza che amo!”, e così dicendo balzò in piedi e corse ad abbracciare e baciare Pelle d'Asino, con tanto ardore che la ragazza arrossì per l'imbarazzo.
Il Re e la Regina ne furono così felici che le chiesero di sposare il Principe loro figlio.
Pelle d'Asino stava per dir di sì, quando il soffitto si aprì e arrivò la Fata dei Lillà a bordo di un carro fatto di fiori e altre amenità fatate. La Fata dei Lillà svelò a tutti che Pelle d'Asino era in realtà una Principessa di sangue reale e che era dovuta fuggire per questo e quel motivo, che già tutti conosciamo.
Il Re e la Regina erano già contenti da prima, ma ora furono contenti più che mai che il lor figliolo dopotutto non dovesse sposare una plebea d'origine ignota, come avevano temuto, e organizzarono immediatamente le nozze.
Pelle d'Asino, però, sentiva di non poter essere felice se non invitava anche il suo papà.
Perciò lo invitò. E fu felicissima di trovare che nel frattempo lui era rinsavito e aveva sposato un'altra bella principessa.
E così Pelle d'Asino sposò il suo Principe e tutti vissero felici e contenti.
Be', tutti tranne la povera asina, s'intende...

sabato 27 ottobre 2012

Amore (non) vuol dir gelosia

Quando avevo quindici anni c'era una mia compagna di scuola, che per brevità e per rispetto della privacy chiameremo E, che frequentavo spesso perché per tornare a casa facevamo la stessa strada. Lei si fermava prima, io proseguivo ancora per un bel po', ma il primo tratto era comune per entrambe.
E era fidanzata con D. Era fidanzata “in casa”, come si diceva allora, e forse si dice anche adesso da qualche parte. Questo voleva dire che era una cosa ufficiale: lui le aveva regalato un anello di fidanzamento e aveva conosciuto i suoi genitori, così come i genitori di D avevano conosciuto E. Certe mie più giovani e spiritose lettrici penseranno che, data la mia veneranda età, mi stia riferendo come minimo al Risorgimento. Invece no, razza di screanzate, parlo di periodi recenti.
Ma andiamo avanti con la storia.
Un giorno, era settembre, chiesi a E di accompagnarmi in cartoleria perché volevo comprarmi un diario-agenda. La cartoleria era una cinquantina di metri più avanti rispetto a dove E doveva svoltare per andare a casa sua. Non era una gran deviazione dal percorso. Ma E nicchiava, cercava scuse, e io non le capivo e insistevo. Così alla fine E mi svelò il motivo della sua titubanza: D era molto geloso e voleva che lei dopo scuola tornasse subito a casa, senza fermarsi da nessuna parte e, soprattutto, senza allontanarsi dal percorso. Dritta a casa e sguardo a terra! Marsch!
“Ma la cartoleria è solo pochi passi più avanti. E poi che male c'è se mi aiuti a scegliere un diario?”
A quindici anni ero convinta che noi giovani potessimo fare tutto senza freni e costrizioni. Potevo capire che un genitore potesse imporre (o tentare di farlo) paletti e divieti, ma non concepivo neanche l'idea che un fidanzato potesse anche solo sognarsi di dettare regole di comportamento.
Per questo fui così insistente. E lei alla fine accettò.
Mi accompagnò in cartoleria e mi aiutò a scegliere il diario.
Ma non appena mettemmo piede fuori dal negozio, la vidi irrigidirsi e borbottare, preoccupata: “Oh, no! C'è D!”
“Embè?”, mi venne da dire, ma non lo dissi, “Mica stai rapinando una banca!”
Una battuta del genere non sarebbe stata ben accolta. E comunque non avrei avuto tempo di dirla, perché non appena la mia amica ebbe parlato vidi una furia in felpa e blue jeans che le si precipitava contro con espressione decisamente contrariata (senza neanche salutare, il cafone). Era il suo dolce D.
“Che ci fai qui?”, cominciò a sbraitare D, “Casa tua è più indietro. Perché ti sei allungata fin qui?”
E era così spaventata che non riusciva neanche a rispondere. La vedevo impallidita e tremante, e aveva un'aria talmente colpevole che sembrava che sì, dopotutto aveva davvero appena svaligiato una banca (oppure limonato con un altro, come evidentemente temeva D). Insomma, non riusciva neanche a esclamare un semplice “Sono andata in cartoleria, perché?”
Così, visto che non ci riusciva lei, cercai di suggerirglielo io come avrei fatto a scuola durante un'interrogazione. Siccome D mi dava le spalle e sembrava non avermi neppure visto, tanto era accecato dalla rabbia, pensavo di andare sul sicuro. Ma lei era così spaventata che mi fece beccare. Lui si accorse che lei stava sbirciando dietro le sue spalle e, forse pensando di trovare il suo rivale, si voltò di scatto gettandomi uno sguardo furibondo. E se fino a un'istante prima la mia mente ribolliva d'insulti per il dolce D, nel vedere quegli occhi carichi di furore il coraggio mi venne meno e, per tema di prendermi un pugno sul naso, balbettai timidamente che “eravamo solo andate a comprare un diario.” Lui mi guardò con disgusto: evidentemente non mi aveva creduto. Senz'altro in quei dieci minuti eravamo andate a fare le donnacce con uomini vogliosi e perversi. Così misi insieme un imbarazzato “Uh-come-s'è-fatto-tardi-devo-andare-be'-ci-vediamo-ciao!” e schizzai pavidamente via, lasciando la mia amica in balia del suo trottolino amoroso.
Quest'episodio mi lasciò esterrefatta, perché E mi aveva sempre detto che D era il suo grande amore, il suo cucciolotto morbidoso e altre amenità del genere, mentre io non riuscivo assolutamente a far conciliare quell'immagine con quella specie di cagnaccio ringhioso (e sia detto con rispetto per i veri cani, che quando ringhiano lo fanno per un motivo vero, a differenza del dolce D) che avevo appena incontrato. E comunque, mi chiedevo, come poteva E dire di amare uno che le mancava di rispetto a questo modo? Io non l'avrei mai, mai tollerato.
Se il mio fidanzato si fosse azzardato a trattarmi così, si sarebbe trasformato in un ex nel volger di un batter di ciglia, poco ma sicuro.
E invece E era contenta, perché secondo lei questa gelosia appassionata (per così dire) era una grande dimostrazione d'amore.
Il giorno dopo mi spiegò che aveva impiegato tutto il pomeriggio per farsi perdonare (farsi perdonare di che?, le domandai. Di avergli disubbidito, rispose lei. E io mentalmente augurai al dolce D cose molto brutte in confronto alle quali la maledizione di Montezuma non è nulla), ma che poi avevano fatto la pace e adesso erano di nuovo tutti cuoricini e coccole, anche se lui le aveva detto che avrebbe preferito se E non mi frequentasse più così spesso (ovvio, secondo lui io ero una bieca corruttrice di fidanzatine servizievoli e innocenti).
Voi penserete che queste erano cose che capitavano anticamente. Ma vi sbagliate. Capita anche adesso. Tra gente giovane. Sfogliatevi un po' questo libro, di Riccardo Iacona. Ci sono molti casi di questo tipo. Ragazze che nel momento in cui si fidanzano perdono ogni libertà. Giovani maschi ossessionati dalla paura di essere traditi. Che costringono le proprie partner a non frequentare più i vecchi amici. Che montano su tutte le furie per un sorriso, per un saluto, per una battuta scambiata con un altro giovane maschio. Neanche i cervidi nel periodo degli amori sono così aggressivi (e loro sanno essere molto, molto aggressivi). E, badate, non parlo degli assassini. Parlo di quelli che vengono definiti “i fidanzati buoni”. Di un comportamento che viene spesso considerato normale e accettabile.
Ma del resto, c'era anche nelle famigerate Cinquanta sfumature di Grigio, no? Al bel Christian Grey va il sangue alla testa se vede Anastasia chiacchierare con José.
“Tu sei mia, gli altri non devi neppure guardarli.”, come se la partner fosse una specie di bestiolina in calore pronta ad accoppiarsi con chiunque non appena le si toglie il guinzaglio. Vi piace farvi trattare così? Vi sembra romantico? Vi sembra anche solo lontanamente una forma di amore?
No, uno che mi tratta così non mi sta dicendo “Ti amo”, ma “Tu sei una cosa di mia proprietà, un oggetto che solo io posso usare”, e in sostanza mi sta facendo capire che per lui io come essere umano non valgo niente. Romanticissimo, eh?
Chi si ama si rispetta. E chi si rispetta non si tradisce. E quindi non ha bisogno di essere geloso.
Tutto il resto è fuffa!

martedì 16 ottobre 2012

Cinquanta sfumature di noia

Da me non ve l'aspettavate, lo so. Mi pare già di sentirvi. “Ma come? Dopo che ci hai triturato a sangue i cosiddetti col fatto che tu la moda non la segui manco se ti costringono, vai a leggerti proprio le famigerate Cinquanta sfumeture di grigio?”
Ma ho qualcosa da dire a mia discolpa.
1) L'ho letto per dovere, non per piacere. Come voi ben sapete, io nel campo dei libri ci lavoro, e non posso permettermi d'ignorare un fenomeno così eclatante.
2) È da quest'estate che mia mamma mi tampina con questo libro. Lei non l'ha letto, eh. E non ha nessuna intenzione di leggerlo. Né mi suggeriva di leggerlo. No, lei non vuole questo. Vuole solo che io ne scriva uno simile per fare un gran mucchio di soldi anch'io. Non nego che la cosa mi stuzzica. Fare un gran mucchio di soldi, intendo. Ma credo anche che non sia facile come sembra.
3) Volevo vedere com'erano state descritte queste tanto famose scene hard che hanno fatto surriscaldare milioni di donne in tutto il mondo. Perché un romanzo in effetti lo sto scrivendo anch'io, ma le mie scene di sesso non sono esplicite, anche perché non ne vedo alcuna necessità. E poi descrivere, da un punto di vista puramente letterario, una scena di sesso è difficile. Come niente si rischia di cadere nel ridicolo o, anche peggio, nel noioso estremo. Infatti a me quelle delle cinquantasfumatura paiono abbastanza insipide. Poi magari sono io che non me ne intendo, eh. Sarebbe interessante sentire il parere di un esperto. Chessò... Rocco Siffredi? Secondo me le troverebbe insipide anche lui.
4) Sempre a beneficio del best seller che mi farà diventare straricca che sto scrivendo, volevo capire cosa piace alla gente e perché. Io in giro ho trovato decine di recensioni negative delle cinquantasfumature (anche questa sarà abbastanza perfida) e solo qualche timido “ma a me è piaciuto” da parte di gente che quasi si vergogna ad ammetterlo. Eppure se ha venduto tanto, è evidente che sono più quelli a cui è piaciuto che quelli a cui ha fatto accapponare la pelle. Non credo che tutte l'abbiano acquistato solo per vedere quant'è brutto e poterlo denigrare a ragion veduta, no?

Ecco, detto ciò possiamo passare alla recensione vera e propria.
Se vi sembra che le cinquantasfumature richiamino alla mente Twilight è perché è vero. Il nostro rovente (rovente, poi... tiepido, ecco) libro è nato proprio come fanfic: una serie di racconti pubblicati su un forum di fans di Twilight, tant'è che all'inizio i protagonisti erano proprio Bella Swan ed Edward Cullen. Poi, visto l'alto numero di approvazioni, E.L. James li ha spostati su un proprio sito. E poi l'ha fatto uscire in ebook. E poi, tramite quella cosa che si chiama pubblicità virale la cosa è esplosa fino a fare boom, i lettori hanno sparso (a gratis!!!) la voce e la fanfic, opportunamente rivisitata e corretta, è diventata un caso letterario senza precedenti. Ecco, io voglio sperare che quando sarà il momento voi farete lo stesso per me. In caso contrario, sappiate che sto già preparando la macumba*.
In sostanza, quindi, le cinquantasfumature sono un Twilight semplificato. Prendete Twilight, aggiungete il sesso, levate i vampiri, un mucchio di personaggi e tutto quel che non riguarda la storia d'amore tra Bella ed Edward ed otterrete il nostro romanzo birichino.
Mia mamma pensa che le cinquantasfumature siano un libro porno. Lo pensano tutti quelli che non l'hanno letto. Invece no, è un libro d'amore che rispetta tutti i sacri cliché in voga fin dai tempi di Carolina Invernizio (solo che lei ci metteva anche della trama -anche troppa, certe volte- tra un sospiro e l'altro. E soprattutto sapeva scrivere molto meglio).
Ci sono, fondamentalmente, lui e lei.
Lei è praticamente Cenerentola: la classica sfigata che fa innamorare di sé il Principe Azzurro (o il più figo della scuola. Non a caso Christian Grey viene speso definito "yummy", che vuol dire, appunto, "figo"). Non particolarmente bella, non particolarmente elegante, non ricca, non colta, non brava in qualcosa (a parte mordersi le labbra e inciampare nei propri piedi). Se fosse un personaggio Disney sarebbe Miss Paperett, la segretaria di zio Paperone: abbastanza riconoscibile da avere un posto fisso in quel mondo, ma troppo anonima per assurgere al ruolo di personaggio. Il livello medio della protagonista femminile è voluto. Lasciandola indefinita l'autore fa sì che qualunque lettrice possa identificarsi in lei. Anastasia Steele, così si chiama, ha 21 anni ed è una neolaureata in letteratura inglese. È appassionata di romanzi ottocenteschi, però andando avanti con la sua storia appare chiaro che ne ha letto uno solo, vale a dire Tess dei d'Urbervilles di Thomas Hardy. Anastasia, detta Ana (come la dea delle anoressiche, e spero che sia solo un caso) è fondamentalmente un'insicura. Si fa mille problemi su qualunque cosa, perfino se uno le offre il caffè. È un'ingenua assoluta in campo sentimentale ed erotico. Non ha mai provato attrazione per un uomo prima, perché nessuno di quelli a cui piaceva era il tipo dell'eroe romantico dei suoi libri ottocenteschi (fondamentalmente nessuno di quelli era un multimiliardario). Non ha mai baciato prima, non si è mai toccata e non ha mai neppure avuto fantasie sessuali. Siccome ciò è impossibile, dobbiamo riconoscere che la ragazzina conta balle. Possiede una dea interiore con aspirazioni da cheerleader.
Frasi chiave: “Ma quant'è figo Christian Grey!”
“Wow!”
“Ci sono riuscita!”
“Mmmmm! Ti prego!”
“Voglio di più!”
“Porca merda!” (o simili)
Nonostante sia laureata in lettere, Anastasia Steele sfoggia un linguaggio decisamente colloquiale e semplificato. La cosa dev'essere voluta, per consentire anche alle lettrici più ignoranti d'illudersi di essere potenziali dottoresse in lettere. Come io quando mi sentivo astrofisica solo perché leggevo i libri di Stephen Hawking...

Lui, ovvero Christian Grey. Ha tutte le caratteristiche dell'eroe romantico: è bello, potente, famoso e ricco da far schifo. Ha ventisette anni ed è un imprenditore filantropo che si è fatto da sé. Ma ha un passato sofferto alle spalle che lo rende complicato, oscuro, lunatico (questo, naturalmente, stimola in Anastasia la sindrome della crocerossina che tante vittime ha fatto, e fa tutt'ora, tra le donne). Suona il pianoforte come nessuno, pilota elicotteri e macchine sportive, ha una cultura artistica assai profonda, ciononostante anche lui predilige un linguaggio decisamente triviale.
Frasi chiave: “Non voglio perderti!”
“Ti voglio nuda!”
“Adesso. Ti. Scopo. Qui.”
“Piantala di morderti le labbra!”
“Mangia!”
“Brava, piccola!”
“Mi prudono le mani.”
Entrambi sono quasi del tutto privi di senso dell'umorismo. Il senso dell'umorismo in libri tanto diffusi è pericoloso perché si corre sempre il rischio di offendere qualcuno con una battuta. Più lettori ci sono e più facile è offenderne qualcuno. Temo che io col mio libro ne offenderò moltissimi.
Trama: lui e lei s'incontrano quasi per caso, perché lei deve intervistarlo per conto dell'amica che è caporedattore del giornale universitario ma è tanto malata poverina. La scintilla scatta subito, ma lei è intimorita dalla sua aura di potere.
Lui la rintraccia e la ritrova e lei va in brodo di giuggiole. Prendono insieme un caffè e lei comincia a sbavare, ma lui le dice di stargli alla larga perché è un tipo pericoloso. Lei si dispera perché pensa di non piacergli, ma poi lui le fa un regalo costoso e lei va in confusione. Poi però lei prende una sbornia colossale per festeggiare la laurea imminente e quasi per errore lo chiama. Lui accorre a salvarla come ogni principe azzurro dovrebbe fare in simili circostanze. E non approfitta del suo stato d'incoscienza, cosa che quasi nessun principe azzurro farebbe.
Ma l'attrazione è tale che alla fine lui cede e la invita a casa sua, a Seattle. Ci vanno con l'elicottero privato di lui ("Disgustosa ostentazione di plutocratica sicumera", come disse una volta Paperino a Paperone), e lei rimane giustamente colpita dalla megavilla di lui che gronda denaro e potere da ogni poro dell'intonaco. Lui le svela il suo segreto: lui non è uno che fa l'amore, è uno che scopa, e scopa duro. E non concepisce una relazione tra uomo e donna se non come una serie di rapporti sessuali tra un dominante (lui) e un sottomesso (lei). Perciò prima che tra loro possa cominciare qualcosa lei deve firmare un bel contrattino (che confermi che lei è consenziente, presumo). Anche lei ha un segreto da svelargli: è vergine. Lui, sconvolto, decide che non è il caso di farla debuttare col sadomaso: prima deve almeno sverginarla. Insomma, una cosa soft (lui lo chiama “sesso alla vaniglia”). Lui e lei scopano. Dicono così: non fanno l'amore, scopano e basta. A lei piace molto. Il mattino dopo lui le presenta la mamma (adottiva, perché lui è orfano). La mamma è contenta perché Christian non aveva mai avuto una fidanzata prima. Da notare, il fatto che lei sia considerata fidanzata e non amante, e che venga subito presentata in famiglia, contribuisce ad ammaliare anche le lettrici più perbeniste.
Lei torna a casa e lui le regala un computer portatile (preziosissimo e non ancora in commercio, altra disgustosa ostentazione eccetera...) in modo che possa documentarsi sul sadomaso. Lei è abbastanza incerta su questo, e mentre cerca di chiarirsi le idee scopa con Christian un tot di volte, mangia le ostriche con lui ridacchiando perché le sembrano una metafora sessuale, si laurea e riceve altri regali costosi. Lui le manda email, sms, regali costosi (non i soliti gioielli, però), la sculaccia e se la scopa un tot di volte. Lei decide che prima di firmare il contratto vuole un assaggio di sadomaso e lui la porta nella sua stanza dei giochi, la lega e la frusta. A lei piace.
Il giorno dopo vanno a cena dai genitori di lui (famiglia tradizionale), ma siccome Chiristian le aveva nascosto la biancheria intima, lei ci va smutandata. Lui se la scopa nel capanno delle barche e poi le rende le mutande.
Siccome lei è perplessa su questo rapporto, se ne va da sua madre in Georgia per pensare, cosa che poi non fa (dev'essere troppo difficile per lei, poverina). Lui la segue di nascosto. Lei ha le mestruazioni ma lui non se ne fa un cruccio e se la scopa lo stesso. In albergo, stavolta. Ah, sì, vanno anche in aliante.
Lei finalmente si chiarisce le idee: vuole l'ammmore! Torna da lui, dopo aver ottenuto un posto di lavoro in una piccola casa editrice screditando così tutta la categoria, e i due scopano di nuovo. Stavolta lei è legata al letto.
Però lei è ossessionata dai suoi segreti e dalle sue turbe (di lui). Vuole capirlo e amarlo, perciò gli chiede un trattamento estremo. Lui la sculaccia con la cinghia e lei si fa molto male. Capisce così che non è portata per il sadomaso, e anche che lui ha troppi problemi per dare e ricevere amore. Così lo lascia e se ne va a piangere nella sua cameretta.
Fine del primo libro (nei seguenti, poi, so che si sposano, figliano e soprattutto scopano, ma io non lo saprò mai perché non ho la pazienza di leggerli né la voglia di spenderci dei soldi...)

Ora, io so che quest'estate questo libro è stato al centro di molte polemiche. Da un lato c'erano i maschilisti secondo i quali il successo di questo libro tra le donne va a convalidare la loro teoria che afferma che le donne non vogliono davvero la parità, ma che il loro vero desiderio è sottomettersi all'uomo. Da un altro lato c'erano le femministe che sostenevano che il libro è offensivo per le donne, e anche che fondamentalmente quello di tornare sottomesse è un desiderio dei maschilisti, non delle donne. In mezzo c'era il plotone di donne che lo leggevano e sospiravano. In un ulteriore angolino c'erano quelle che lo leggevano soltanto per denigrarlo, e magari prendere in giro le fans. Poi, nascosti sotto cumuli di unghie masticate, fegati rosicchiati e trucioli di faggio, c'erano un qualche centinaio di scrittori poveri che pur di tirar su due euro sarebbero stati disposti anche a scrivere una cosa del genere. Io ero qua in mezzo... scherzo, ovviamente :-P
Il libro, in effetti, è bruttino, banale e scritto male. Colpisce per la sua pochezza.  È un libro denso di niente, colmo di vuoto e così via. L'intento dell'autrice è quello di essere semplice, leggibile anche per i meno sofisticati. Ma a semplificare troppo si rischia di essere ripetitivi. Infatti lei ha la tendenza a reiterare le cose, a usare sempre le stesse frasi, a presentarci scene molto simili tra loro. Certi dialoghi sembrano fatti col copia-incolla. Per esempio, lui le dice di non mordersi le labbra (cosa che lo eccita fin troppo) non meno di quindici volte. Ma la bella scrittura non è rilevante per le lettrici di cinquantasfumature. Io credo che difficilmente un libro del genere possa piacere ai lettori forti. Penso invece che il grosso del suo pubblico sia tra i lettori occasionali (che sono la stragrande maggioranza rispetto a quelli forti). Quelli che leggono non più di un paio di libri all'anno, magari in vacanza, sotto l'ombrellone. Per questi anche una storiella semplice e banale come quella di Anastasia e Christian può sembrare nuova e piccante, perché non hanno esperienza di altri libri, o altri argomenti, simili, magari scritti meglio ma meno pubblicizzati e meno popolari. Forse anche più complessi, per linguaggio e per trama. Insomma, “faticosi” per chi non è abituato a leggere.
È offensivo nei confronti delle donne? Secondo me un po' sì. Ma non per via dell'infarinatura sadomaso, come credono i maschilisti (tra l'altro, nonostante siano quelle per cui tutti ne parlano, le scene sadomaso sono poche e decisamente soft). Loro danno per scontato che il rapporto dominante/sottomesso debba vedere l'uomo come dominante e la donna come sottomessa. Tra Christian e Anastasia è così, ma questo è irrilevante e non è una regola. Lo stesso Christian confessa di aver cominciato quelle pratiche da sottomesso con una donna dominante. No, l'offesa sta in altro. La più lampante? Il fatto che per l'ennesima volta la protagonista di un romanzo popolare, l'eroina in cui tutte noi dovremmo riconoscerci, è una vera stupida. Non semplicemente ingenua. Proprio stupida. Sì, anche Bridget Jones era stupidotta, ma era voluta. Il suo diario era un romanzo comico che prendeva in giro un certo tipo di fanciulle romantiche. Invece Anastasia si prende sul serio, soprattutto la prendono sul serio le sue lettrici. Le lettrici di Bridget Jones potevano identificarsi in lei, ma non aspiravano a essere come lei. Quelle di Anastasia sognano di diventare come lei.
È offensivo anche perché è un concentrato di luoghi comuni e stereotipi: lei ingenua e vergine, lui è l'esperto che la introduce al mondo dell'erotismo. Lei è socialmente inferiore, lui è potente e ricco e può permettersi di comprarle qualunque cosa. E lo fa. È uno di quelli che se la donna gli offre qualcosa, fosse anche solo un caffè, si sente sminuito nella sua mascolinità. È uno di quelli che se c'è un problema non lo dice a lei per non turbarla. È geloso e possessivo. “Tu sei mia”, le dice spesso.
È offensivo perché propone un modello di donna-bambolina il cui unico scopo  è (a parte l'ammore, ovviamente) star lì a godersela, non pensare a niente, lasciare tutto nelle mani forti e muscolose del suo ammore che la tratta come una bambina viziata. Il fatto che lui non voglia parlarle dei suoi problemi vuol dire anche questo. Non si parla di cose importanti con la piccina, con lei si parla solo di giochi e di quisquilie. Eccetera eccetera.
E poi, quello tra Christian e Anastasia è un rapporto malato. Ossessivo. Per tutta la sua durata (due settimane!!!) ognuno dei due non fa altro che pensare all'altro. Morbosamente. Davanti al loro amore tutto passa in secondo piano, persino la laurea e l'aver trovato lavoro. Se lei non lo sente per tre ore va in paranoia. Se lui non riceve continui messaggi va in crisi. Non tollera neppure che lei se ne vada per tre giorni in vacanza da sola.
E secondo me anche per questo ha successo. Le storie d'amore famose non parlano mai di relazioni pacate, sane, sobrie. Sarebbero noiose. Invece vanno moltissimo le passioni travolgenti e fatali. No, dico, credete che Romeo e Giulietta sarebbero diventati tanto celebri se nessuno li avesse contrastati e loro fossero riusciti a vivere “felici e contenti”?
Malauguratamente le cinquantasfumature sono contrastate solo dalla paranoia dei protagonisti. Si spera che ciò valga a non renderli immortali come Romeo e Giulietta, e a farceli dimenticare presto. Magari a favore del mio libro... ehm...
Per quali altri motivi può aver avuto successo? Per le scene piccanti, ovviamente. Christian e Anastasia fanno sesso moltissime volte, e quando non lo fanno ci pensano comunque. E poi perché quelle scene sono fantasie decisamente femminili. Se l'avete letto ci avrete fatto caso: nel 99% dei casi è sempre lui che "fa cose" a lei. Lui è quello attivo durante i rapporti, lei non deve far altro che starsene lì a mugulare e godersi i suoi orgasmi multipli. Un uomo non avrebbe mai scritto queste cose, no?Non è un sesso hard, come si dice in giro e come pensa mia mamma. È un sesso abbastanza normale, però è esplicito e questo fa sognare le tante lettrici che, ho il sospetto, ritengono di avere una vita carente da quel punto di vista. Questo perché è semplicemente normale che nella vita quotidiana non si possano vivere avventure appassionanti e travolgenti come quella tra Christian e Anastasia (che, vi ricordo, nel primo libro dura solo due settimane). È normale, normalissimo che dopo un po' il rapporto tra due partner si plachi e tenda a una routine più bigia che Grigia. O meglio, bigia la vediamo noi. Perché partiamo col piede sbagliato. La passione non cade dal pero: se non ce la mettiamo noi, nella vita di tutti i giorni, non lo farà nessuno. Come col minestrone. Se non ci metti il sale, non lamentarti se viene insipido.
E dopo questa brillante metafora culinaria, posso affermare di aver scoperto quelli che per me sono gli ingredienti-base delle cinquantasfumature: 1) semplicità (pochi personaggi, una sola trama lineare, niente sottotrame o quasi) 2) linguaggio facile, comprensibile anche per chi abitualmente non legge 3) una spolverata di peperoncin... sesso, per rendere il tutto più piccante e aggiungere il fascino del proibito (ma non troppo), 4) personaggi stereotipati, che in un modo o in un altro siano già riconoscibili perché facenti parte dell'immaginario comune. 5) moltissimi amici disposti a farti pubblicità gratis.
Bene. Ora non mi resta che trovare un modo per cucinare il tutto senza perdere la faccia e il rispetto di me ^___^

PS: sapete cosa mi sarebbe piaciuto? Se nel finale fosse venuto fuori che alla fine tutta la faccenda era solo una fantasia di Anastasia. Non so, mi sarebbe sembrato più credibile...


* Nonostante le mie ferree convinzioni positiviste, vi avverto che ho una discreta cultura in campo esoterico. E poi non è necessario che ci creda io, basta che ci crediate voi. Lettore avvisato...