mercoledì 22 agosto 2012

Pelo superfluo, non avrai il mio scalpo

Io sono una di quelle donne convinte che nella vita possa e debba esserci di meglio che affannarsi per tenere la casa in ordine o impazzire per essere impeccabili. Detto in soldoni: per me (per fare un esempio) cose come ripiegare le tovaglie con l'angolo giusto, occupare più di dieci minuti per la manicure e altre facezie simili equivale a perdere del tempo dannatamente prezioso.
Immaginate quanto possa irritarmi, quindi, la lotta al pelo superfluo. Che in estate si fa cruenta, perché in estate il pelo superfluo sembra particolarmente arzillo e desideroso di farsi notare a tutti i costi. Non faccio in tempo a levarlo da una parte che mi rispunta da un'altra.
Sono giunta alla conclusione che per lui il sudore sia una sorta di fertilizzante.
Maledetto, non mi avrai viva!

lunedì 20 agosto 2012

Alice a quel paese

Alice (s.f): deriva dal greco halikón, che significa “sale”. Sinonimo di acciuga. L'acciuga è un piccolo pesce commestibile dal corpo argenteo e affusolato che vive in banchi nei mari temperati. Il nome proprio Alice, invece, deriva da alyké (sempre greco) e significa “marina”. Vedete quindi che sono due parole differenti e capite come sia facile far saltare i nervi alle nostre amiche Alice facendo continuamente stupidi giochi di parole a base di pesciolini argentei e affusolati (e Paesi delle Meraviglie, aggiungerei). Già che ci siamo, ricordo che Alice festeggia l'onomastico il 13 giugno. Il compleanno non lo so.

Perché parlo di alici? Perché sono le protagoniste della ricettina di oggi, ovvero:

Alici all'origano

Ingredienti (x 2)
Due vaschette di alici pulite (ehm...)
Olio qb
Aceto bianco qb
Vino bianco qb
Aglio qb
Sale qb
Origano (mi pare ovvio)

Trattasi di ricetta tradizionale napoletana rielaborata dalla mia famiglia. Lo dico per i miei amici snob convinti che una cosa del genere non esista...

1)    La ricetta in sé è di facile realizzazione. La parte seccante è la pulitura delle alici. È un'operazione snervante che vi procurerà un gran mal di schiena e vi farà sentire come Lady Macbeth dopo l'assassinio del re, quando si lamenta di avere le mani insanguinate, oppure come una versione ittica di Jack lo Squartatore, a scelta.
2)    Per questo farete come me, che mi son creduta furba, e acquisterete al supermercato le alici già pulite.
3)    Due vaschette, e poi vi spiego perché.
4)    Preparate la padella sul fornello con dentro un filo d'olio, aprite le vaschette delle alici e pensate che tra un quarto d'ora avrete già finito.
5)    E sbagliate, perché le bestiacce sono, sì, decapitate ed eviscerate, ma hanno ancora le spine e quelle vanno levate.
6)    Vi chiedete come abbiano fatto a decapitare ed eviscerare le alici senza anche togliere le spine (io non ci riuscirei neanche volendo) e vi accingete all'infame operazione di pulitura. È evidente che la vostra idea di preparare una pietanza in fretta è andata a farsi benedire.
7)    Mentre pulite le alici i gatti si radunano ai vostri piedi con aria supplice e i loro patetici miagolii vi ispirano compassione (vedi).
8)    Decidete di dare un paio di acciughine a ogni gatto. Così, tanto come contentino.
9)    I gatti apprezzano leccandosi i baffi fino alla cima delle orecchie e voi vi commuovete.
10)    Date qualche altra acciuga cruda ai gatti.
11)    I gatti si rileccano i baffi e voi vi accorgete che gli avete dato troppe acciughe per uno spuntino, tanto vale quindi trasformare la merenda in pranzo. Perciò servite ulteriori alici nelle ciotole.
12)    Vi fermate appena in tempo, quando vi rendete conto che state dando ai gatti tutta la vostra cena.
13)    Visto perché le vaschette dovevano essere non meno di due?
14)    Continuate a pulire le alici e a disporle nella padella, pensando che probabilmente le vostre mani puzzeranno di pesce per i secoli a venire.
15)    Vi lavate le mani e lanciate un accidente a quello che ha scritto “alici pulite” sulle vaschette, inducendovi a credere che il lavoraccio l'avesse fatto tutto lui.
16)    Accendete il fuoco sotto la padella e versate sulle vostre alici aceto bianco e vino bianco (fermo e secco, che non vi venga in mente d'usare lo spumante amabile) in parti uguali (senza esagerare, diciamo poco meno di mezzo bicchiere di ciascuno).
17)    Vi vengono in mente tutti i vostri amici che hanno idee romantiche sulle alici che andrebbero mangiate solo marinate al limone, se freschissime, o semmai fritte, per “sentire il profumo del mare”. Sì, quegli amici che inorridiscono all'idea di cucinarle nell'aceto. “Polentoni!”, pensate scrollando le spalle e sorvolando sul fatto che siete mezzi polentoni pure voi.
18)    Intanto tritate finemente uno spicchio d'aglio. Anche due, se vi va.
19)    Visto? Ora le vostre dita non sapranno più di pesce, ma di aglio per i secoli a venire.
20)    Versate l'aglio sulle vostre alici.
21)    Mescolate (questo dovevate farlo anche prima, m'ero dimenticata di dirvelo).
22)    Aggiustate di sale. Perché il termine esatto non è “salare”, ma “aggiustare di sale”. Gli alimenti sono già salati di loro, quando aggiungiamo il sale stiamo solo aggiustando il livello per portarlo al nostro gusto. Peccato che non sia possibile aggiustare di sale a levare, per certe cose sarebbe l'ideale...
23)    Aggiungete abbondante origano. E quando dico abbondante intendo abbondante. Non un pizzico, non un cucchiaino da tè. Di più, molto di più. Almeno una manciata, ecco.
24)    Lasciate cuocere mescolando di tanto in tanto finché il brodino non si prosciuga del tutto o quasi.
25)    Ok, volete proprio un tempo? Facciamo 15 minuti, ma stateci dietro perché potrei aver sbagliato.
26)    Pronto. A questo punto potete mangiare tutte le vostre alici calde o fredde, accompagnate col pane o meno.
27)    Be'... tutte meno quelle che avete dato ai gatti, ovvio...







domenica 19 agosto 2012

La parola di oggi è... COMPASSIONE

Cozze al pepe
 Compassione (s.f.): è una parola che deriva dal tardo latino cŏmpati, ovvero “patire insieme con”. La compassione è quel sentimento di partecipazione che proviamo nei confronti delle sofferenze altrui. Può avere però anche un significato negativo, un sentimento di disprezzo e fastidio che si prova nei confronti di chi ci appare meschino, abietto, ridicolo e in sostanza messo parecchio peggio di noi. Per le filosofie orientali, tra le quali il buddismo, il termine “compassione” ha un significato diverso e indica l'amore universale per tutte le creature.
Insomma, la compassione è la capacità di riconoscersi negli altri e comprenderne il dolore. E quindi cercare di non causarlo, perché provocarlo negli altri vuol dire provocarlo anche in noi stessi.
Quasi tutti proviamo compassione. Sì, lo so, ci sono persone che non provano assolutamente compassione nei confronti di nessuno, ma voglio sperare che si tratti di un'esigua minoranza.
È molto più facile provare compassione per chi ci somiglia, per quelli nei quali ci riconosciamo. Ecco perché la maggior parte della gente prova compassione solo per gli altri esseri umani, o comunque molto più per questi che per qualunque altro essere vivente.
C'è poi chi prova compassione anche per gli animali, perlomeno quelli in cui si rivede di più. Come quando guarda negli occhi un cane o un gatto e pensa “sembra quasi umano”...
Più difficile è provare compassione per chi non ci somiglia per niente. Per esempio, un polpo. I polpi, e la scienza lo dimostra, sono animali intelligentissimi. Eppure così viscidi, con tutti quei tentacoli (otto!), e le ventose... è difficile provare compassione per loro, soprattutto quando la nostra esperienza più diretta con un polpo consiste in un'insalata mista con patate e prezzemolo.
Limone (solo per uso alimentare!*)
Anni fa lessi un appello commosso che girava in rete. Una ragazza aveva salvato quattro vongole vive che erano cadute in terra durante un mercato rionale e chiedeva a qualcuno il favore di portarle in Liguria (lei era a Milano) e liberarle in mare. Non so come sia andata. So che ricevette un mucchio di prese in giro e di commenti del tipo “sì, portale da me, ho giusto due spaghetti orfani ansiosi di fare amicizia con le tue vongole”. Però a me la ragazza faceva compassione (nel senso buono) per la delicata compassione che provava verso le vongole. Insomma, bisogna essere veramente tanto sensibili per provare compassione per una creatura così tanto diversa da noi come una vongola. Una che non ha neppure occhi che possano commuoverci, capite che intendo?
Ci sono persone, tra le quali mia zia Ramona, che sono addirittura convinte che le vongole, le cozze e così via siano vegetali, perché si chiamano frutti di mare!
Voi direte “ma le vongole non soffrono, perché non hanno un sistema nervoso”. E con ciò? Anche le piante sono prive di sistema nervoso, ma provate a chiedere a un giardiniere se una pianta sia in grado di soffrire o meno, e poi ne riparliamo.
Le cozze, come le vongole, sono tanto saporite, ma hanno un difetto per gli animi delicati come me e il gatto Trottolino: vanno cucinate vive.
È una brutta sensazione, quando ti soffermi a rifletterci. Perlomeno, per me lo è.
Ecco perché prendo sempre quelle decongelate, che sono già morte: delego a qualcun altro il lavoro sporco, insomma.
E tutto questo, solo per darvi la ricetta più semplice del mondo (che però fa tanto estate!):

Le cozze al pepe, ovvero impepata di cozze

Ingredienti (x 2)
Un chilo di cozze
Pepe
Limoni

Pulite, lavate e raschiate le cozze (occhio alle dita, io stasera mi sono tagliata un pollice). Mettetele in pentola, coprite con l'apposito coperchio (quello della pentola, non quello delle cozze) e cucinate a fuoco basso finché non saranno tutte aperte. Cospargete di abbondante pepe, servite in una zuppiera assieme al limone tagliato a fette (poi ognuno ci mette su quel che vuole). Buon appetito!

*Tengo a precisare la funzione alimentare del limone, perché una volta inserii la fotografia di un tale agrume in un articolo su un giornale per ragazzi e me la fecero togliere, perché il redattore capo affermava che si trattasse di un chiaro esempio di istigazione alla droga...
Tengo anche a precisare che sono perfettamente consapevole del fatto che spruzzare succo di limone sulle cozze fresche vuol dire commettere un crimine gastronomico. Ma qui non si parla di cozze fresche...

sabato 18 agosto 2012

Nuova veste grafica


Anche se ormai veleggiamo spediti verso settembre e l'autunno, la calura di questi giorni mi ha spinto a rinnovare il look del blog. Vi piace il nuovo banner? ^____^

PS: prima che qualcuno me lo faccia notare, lo so benissimo che la storia delle mutande in frigo la diceva Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza. Infatti la mia è una citazione assolutamente voluta ;)

venerdì 17 agosto 2012

Pomi d'Ottone e Manici di Scopa

Titolo: Bedknobs and Broomsticks
Di: Mary Norton
Editore: Orion Children's
Dove si trova: qui
Quanto costa:5,49 €
Perché ne parlo: perché mi va. È vietato?

Non so se ci avete mai fatto caso (sicuramente sì se, come credo e spero, siete mentalmente un po' più vispi di me), ma moltissimi film sono tratti da libri. Molto spesso i film sono più popolari dei libri da cui sono tratti. E anche se il luogo comune vuole che “sì, ma il libro era meglio”, certe volte può essere vero il contrario. Ci sono film, o serie TV, che sono tratte da libri ma quasi tutti pensano si tratti di soggetti originali. Tanto per restare nell'ambito dell'animazione, sono tratti da libri: Mary Poppins, La Carica dei 101, Alice nel Paese delle Meraviglie (questo è così ovvio che non varrebbe neppure la pena di dirlo), Peter Pan (come sopra), Basil di Baker Street, Heidi, Anna dai Capelli Rossi, L'ape Maia. E Pomi d'Ottone e Manici di Scopa, naturalmente.
Non so voi, ma Pomi d'Ottone e Manici di Scopa, film Disney del '71, ha segnato la mia infanzia. Perché mia mamma lo noleggiava e lo proiettava sempre alle mie feste di compleanno. Sempre. Se non lo conosco a memoria, poco ci manca.
La trama è ben nota: durante la seconda guerra mondiale i bambini vengono sfollati da Londra alla campagna per motivi di sicurezza. La piccola Carey, coi fratellini John (secondo me l'attore che interpreta John sembra in maniera inquietante John Lennon bambino) e Paul*, vengono affidati a Eglantine Price (l'inossidabile “signora in giallo” Angela Lansbury), che però si rivela un'aspirante strega. Per “comprare” il loro silenzio, Eglantine dona loro un pomolo magico che, applicato al suo letto, li porterà ovunque vorranno. Ma sarà lei la prima a doverlo usare, per recuperare l'ultima lezione del suo corso di stregoneria per corrispondenza. Dunque i quattro si recano a Londra, ma qui scoprono che il professor Emelius Browne, direttore della scuola di stregoneria, è solo un ciarlatano che ha copiato le lezioni da un vecchio libro. La ricerca li porta sull'isola di Naboombo, dove recuperano l'incantesimo del mago Astoroth durante una memorabile partita a calcio tra animali parlanti. Quest'incantesimo sarà utile, una volta tornati a casa, per animare un intero esercito di armature e uniformi militari inglesi antiche, grazie al quale i Nostri riusciranno a respingere un'invasione tedesca. Alla fine del film appare evidente (o perlomeno, a me appariva evidente) che Eglantine, Emelius, Carey, John e Paul rimarranno insieme per formare una nuova famiglia. Insomma, mago e strega si sposeranno e adotteranno i tre bambini. Non si vede, ma so che succederà dopo i titoli di coda.
Ecco, il film è tratto da due libri (molto brevi) del 1943 e 1945 di Mary Norton: “Il pomolo magico, ovvero come diventare streghe in dieci facili lezioni” e “Falò e manici di scopa”.
Nel primo libro vediamo i tre bambini che trascorrono le vacanze estive da una zia in campagna (non c'è alcun riferimento alla guerra) a scoprono che la vicina di casa, l'anziana zitella (e poi scopriremo che “l'anziana” ha circa trentacinque anni e ci rimarremo male) Miss Eglantine Price, è un'apprendista strega. Per “comprare” il loro silenzio, Eglantine dona loro un pomolo magico che, applicato al suo letto, li porterà ovunque vorranno (sì, questo pezzo è come nel film... o viceversa). Il letto è in casa della zia, perché è da lì che Paul ha svitato il pomolo. I bambini come prima cosa vanno a Londra, perché il piccolo Paul ha nostalgia della mamma. Ma la mamma non c'è, e loro vengono trovati da un poliziotto che li trascina in centrale (ma loro credono di essere stati arrestati e che quella sia la prigione), e solo per il rotto della cuffia recuperano il letto e tornano dalla zia prima che questa si svegli e scopra che i tre erano scappati nottetempo. Al secondo tentativo Miss Price si unisce a loro e i quattro visitano un'isola dei tropici che secondo l'enciclopedia dovrebbe essere disabitata. Invece ci sono i cannibali, i nostri vengono catturati e rischiano di non tornare proprio più a casa. Quando ci tornano il letto, che era rimasto sulla spiaggia durante l'alta marea, è completamente zuppo. La zia s'infuria e rimanda i bambini a casa. Miss Price decide di rinunciare alla magia perché è pericolosa.
Il secondo libro è ambientato due anni dopo. È estate e la mamma di Carey, John e Paul deve lavorare, per questo ha bisogno di mandare i figli a pensione da qualcuno. Ma la zia intanto è morta. I tre finiscono con l'essere ospitati proprio da Miss Price, ma che delusione quando scoprono che lei ha davvero rinunciato alla magia. Però Paul ha ancora il pomolo, e Miss Price ha il letto (acquistato quando i mobili della zia sono stati messi all'asta). I bambini chiedono un ultimo viaggio, e lo fanno nel passato. Finiscono a Londra nel 1666, dove s'imbattono nel negromante Emelius Jones. Costui è un uomo timido e gentile, per quanto vessato dalla malasorte, e decide di seguirli nel presente per conoscere Eglantine, che a quanto pare è una sua simile. I due legano piuttosto bene, essendo entrambi appassionati di magia, ma poi Emelius viene riaccompagnato nel suo tempo. Eglantine è preoccupata per lui e i bambini la persuadono a compiere un ulteriore viaggio nel tempo per scoprire come sta. E scoprono che Emelius è stato arrestato e condannato al rogo per stregoneria (è accusato di aver causato l'incendio che distrusse Londra nel 1666). Eglantine decide di ricorrere di nuovo alla magia per salvarlo. Ma alla fine decide di tornare con lui nel passato e sposarlo, mentre i bambini tornano a casa e sanno che questa è stata veramente l'ultima avventura.
Be'? Che dire? Le storie sono graziose, senza tante pretese ma scorrevoli. Però, per una volta lo dico: forse (forse), preferivo il film...

* Una volta pensavo che la scelta dei nomi John e Paul fosse voluta, ma tale abbinamento è presente anche sul libro che è del '43, quando Lennon aveva solo 3 anni. Perciò a malincuore mi tocca ammettere che è solo un caso.

mercoledì 15 agosto 2012

La mia estate in città in 30 scatti

Estate in città, sì. Anche quest'anno io e G. siamo rimasti qua.
Perciò tanto vale approfittare di tutta questa pace e solitudine per fare un bel reportage di quest'afosa estate cittadina.

Streets of fire 1

Streets of fire 2

Perché fotografo l'immondizia? Forse perché comincio a identificarmici?...

Asfalto rovente

Ombre lunghe

Piante che cercano di sopravvivere, nonostante tutto...

Dettagli artistici 1: elementi architettonici

Dettagli artistici 2: pittura contemporanea

Ma funzioneranno davvero?

Noci di cocco, per creare l'illusione dei tropici

Limoni di Sorrento, per creare l'illusione del mare

Il Grande Cocomero (lo so, quello di Linus in realtà è una zucca...)

Uva a volontà

Chiuso per ferie

Desolante solitudine al bar

Pizza surgelata salvacena

Un fico? Che fico!

Rarità 1: una fontanella

Rarità 2: distributore funzionante

Rarità 3 (la più rara di tutte): parcheggi liberi (introvabili fino al mese scorso)

Un raduno di piccioni

Un innaffiatoio rotto

Un mazzolino di prezzemolo

Candelina antizanzare alla citronella (romantica ma assolutamente inutile)

Erbagatta secca

L'unica pianta in grado di sopravvivere alle mie cure

Cibo (si spera) sano 1: frutta

Cibo (si spera) sano 2: verdure in padella

l'oleandro fiorito dei vicini: invidia multipla!!!

Le mie nuove luci in cucina. Molto disco, sì...

lunedì 23 luglio 2012

Non mi piace, proprio no...

Che sono un po' strana me ne sono accorta presto.
Quando ero piccola, per esempio, il fatto che tutti i miei coetanei detestassero mangiare verdura mentre io adoravo la minestra mi dava da pensare.
Mi preoccupava, soprattutto.
Perché io amavo la minestra quando a tutta la mia generazione faceva palesemente schifo?
Ero forse strana? Ero forse anormale?
Questo mi preoccupava a tal punto che quando mi toccava mangiare con i miei coetanei fingevo di disprezzare anch'io la verdura. Fingevo di amare le bibite gassate.
Fingevo di adorare canzoni che in realtà mi facevano sinceramente schifo.
Guardavo e riguardavo film che trovavo orrendi e leggevo libri che mi destavano ripugnanza.
Fingevo di essere come tutti gli altri, perché quando si è ragazzini è dura sapere di essere differenti dalla maggioranza... e la maggioranza te la fa pesare, se non la pensi come lei.
Poi sono cresciuta e ho capito.
Ho capito che non è giusto nascondersi così, che se uno ha dei gusti contrastanti con la maggioranza deve pur avere il diritto di esprimerli.
Presente lo yougurt col bifidus? Quello che funziona con otto donne su dieci? Ecco, io la vedo dal punto di vista delle due sulle quali non funziona.
Esistono anche quelle due e dobbiamo farcene una ragione, che ci piaccia oppure no.
Quindi ho deciso di fare coming out proponendo un elenco di cose che piacciono a tutti, o quasi, ma non a me. E vi invito a seguirmi, perché è assai liberatorio.
Molto molto.
E forse spiega anche perché questo blog ha così pochi lettori rispetto, per esempio, a quelli coi bambini tenerini e le troniste tettone...
Scrivetemi in commento tutto ciò che non vi piace, ma occhio... vale solo per quelle cose che a tutti piacciono meno che a voi. Quelle cose che se siete tra amici e dite “questa cosa qui a me non piace” tutti vi guardano esterrefatti e dicono “Ooooooh! Com'è possibile?” Quindi non valgono cose tipo “Le zanzare”, “I libri di Federico Moccia” (che neppure li avete letti, quindi obbiettivamente non potete dire che non vi piacciono), “I reality show”, “Marco Travaglio” e tutte quelle altre cose che fa figo dire “non mi piace”...invece no, mi riferisco proprio a quelle cose che vi vergognereste, in una cerchia di amici e conoscenti, a dire che non vi piace.
Ci credereste se vi dicessi che io, proprio io, anni fa riuscii a sollevare un putiferio solo ammettendo che una certa crema di nocciole e cacao non era proprio di mio gradimento? Eppure...

PS: non so come sono i regolamenti di google, nel dubbio vi prego di lasciar fuori tematiche politiche/religiose/entrambi, come ho fatto io...

Ed ecco la mia lista (a proposito di liste... non contano neanche Fazio e Saviano, vi avverto) di cose che non mi piacciono, si va dal semplice "non mi fa impazzire" al "proprio non lo sopporto". Ma non vi dico quali. Tanto la lista è in ordine di come mi sono venuti in mente, non di rilevanza. Sicuramente ci sono molte più cose, ma per il momento mi viene in mente solo questo.

A me non piacciono...
Il Piccolo Principe
La Nutella
Questo Piccolo, Grande Amore di Claudio Baglioni
Il sushi
Topo Gigio
I quadri di Raffaello Sanzio
Il Signore degli Anelli
Mila e Shiro
Il Rocky Horror Picture Show
Ascanio Celestini
La french manicure
Love Story (il film)
I Baci Perugina
Pizza e birra
La Coca Cola (qualsiasi cola, per la verità)
La guerra di Piero di De Andrè
Il calcio (partite della nazionale incluse, sì)
Il veglione di Capodanno
I preliminari
Nessun dorma eseguito da Pavarotti
L'abito da sposa
La pallavolo
Lady Oscar
Il cono gelato
Titanic (il film con Leonardo di Caprio)
Margherita di Riccardo Cocciante

Ditemi voi...

sabato 14 luglio 2012

Stress da computer lento? Chiedimi come!

Ormai è un dato di fatto che tutti conoscono: la lentezza dei nostri computer, che si tratti di lentezza della connessione internet o di qualunque altra operazione, è causa di stress.
Io il computer devo usarlo per lavoro, quindi ne so qualcosa.
Apro Google e lui impiega tanto tempo a caricarsi che quando alla fine ci riesce, non mi ricordo più cosa volevo cercare. Avvio un programma e quello si blocca facendomi perdere tempo e pazienza. Cerco di portare a termine un'operazione e il computer non la esegue...
Per questi, e altri inconvenienti informatici, ho contato un certo numero di reazioni:
a) dire al computer: “Perché? Perché mi fai questo?”
b) piangere, sbattere la testa al muro, strapparmi i vestiti.
c) giungere alla conclusione che gli dei dell'informatica mi odiano. Mi par quasi di vederli che sghignazzano alle mie spalle dandosi gomitate d'intesa...
d) chiedermi “Perché capitano tutte a me?”
e) andare a farmi un caffè mentre aspetto che la maledetta pagina lenta si carichi a dovere.
f) picchiare/mordere/pestare il computer.
g) attribuire tutte le proprie disgrazie alla lentezza del computer.

Però lo so che è sbagliato perché
a) posso parlare al computer quanto voglio, tanto lui non mi può capire.
b) questo è altamente controproducente.
c) gli dei dell'informatica non possono odiarmi per il semplice fatto che non esistono.
d) non capitano tutte a me, capitano anche agli altri.
e) rischio di bere troppi caffè e innervosirmi ancora di più.
f) non è che se rompo il computer lui poi diventa più veloce...
g) andiamo, non diciamo sciocchezze. Non può essere sempre colpa sua!

Mi dico tutte queste sagge cose mentre faccio l'unica cosa ragionevole: spegnere tutti i file e i programmi che non mi servono e che lo rallentano.
Provate anche voi.
Funziona?
No, vero? Neanche a me funziona mai...

venerdì 13 luglio 2012

Già che ci sono...

Già che mi capita a passare sul blog, vi consiglio questo bel link (in inglese) The amazing Jazz&Gigi. Fategli pubblicità ^___-

Il mito della superdonna

Laurie Penny: le donne che hanno tutto sono un mito della classe media

Qui l'articolo originale (in inglese).

E di seguito la traduzione (mia):

Signore e signori, ma soprattutto signore: vorrei che mi faceste un favore. Vorrei che tutti noi smettessimo di far finta che l'argomento del mese (“Le donne possono davvero destreggiarsi tra una carriera ad alti livelli di potere e la cura dei figli allo stesso tempo?”) sia una questione di estrema importanza. Il motivo per cui dobbiamo piantarla è che proprio adesso, nel bel mezzo di una enorme reazione sociale, morale e finanziaria contro l'indipendenza delle donne, sono emersi dati che dimostrano come le donne di mezza età siano in assoluto le più duramente colpite dall'aumento della disoccupazione: sono le prime a venir licenziate, le ultime a essere assunte e perdono il posto in una percentuale parecchie volte superiore a quella di qualunque altro gruppo demografico. E tanti saluti al voler “avere tutto”.
Anna-Marie Slaughter, un'accademica di successo e professionista a Washington, ha appena scritto per il The Atlantic un articolo sul mito “dell'equilibrio tra vita e lavoro” rivelando la grave notizia che neppure le donne come lei possono “avere tutto”. Quel che voglio sapere io è: quando siamo diventate così prive di ambizioni? Quando il femminismo ha abbassato tanto i propri orizzonti al punto che il massimo per cui siamo pronte a lottare ora sia il diritto di una minoranza di donne a essere ammesse a un mercato del lavoro sessista accantonando la gestione dell'istruzione? “Io scrivo per il mio gruppo demografico: donne d'istruzione superiore, agiate, che hanno abbastanza privilegi da permettersi di fare le scelte migliori”, dice. È la frase più importante di tutto il pezzo.
Il diritto a un lavoro uguale con paghe uguali, secondo Judith Butler, è secondario al diritto a un lavoro uguale. E per la maggior parte delle donne l'obiettivo è molto lontano. Di fatto, mentre stiamo qui a chiederci se un individuo nato con una vagina possa ancora “avere tutto”, le donne e le ragazze svolgono ancora la maggior parte del lavoro domestico, prevalentemente gratis, mentre nella media la quantità di tempo passato dagli uomini a cucinare, pulire e svolgere altri compiti ingrati, non è praticamente cambiato dagli anni Ottanta a oggi. Di solito sono le donne più povere a essere pagate per fare quei lavori domestici, “lavori da donne”, che quelle con salari alti e carriere   avviate non hanno più tempo di svolgere. Ma nessuno si chiede se per una tata o una cameriera sia possibile “avere tutto”.
Senza voler passare per una teorica del complotto, se volessi sabotare il femminismo in quanto movimento socialmente utile, ecco cosa farei. Costruirei uno standard assurdo di realizzazione personale e professionale, uno standard irraggiungibile per la stragrande maggioranza delle donne che non siano indipendenti, ricche, bianche e altolocate, e lo chiamerei “avere tutto”. Dopo aver istituito questo standard impossibile, farei in modo che le donne si sentano delle fallite se non riescono a raggiungerlo.
Se le donne credono che possiamo, e dobbiamo, “avere tutto”, significa che è colpa nostra se non siamo ancora libere, colpa nostra perché non lavoriamo di più, non amministriamo bene il tempo a disposizione, non scegliamo il partner “giusto” (Sheryl Sandberg, amministratore delegato di Facebook, è la preferita dai laureati a Barnard). È interessante notare che questi sono esattamente gli stessi assunti che un qualunque neo-liberale da salotto usa quanto tenta di convincerti che “libertà” vuol dire lavorare fino a sfinirsi a non argomentare più su nulla. Alle madri, più che a chiunque altro, è stata venduta una falsa idea di libertà, una che dice che se non si sentono liberate grazie a un lavoro massacrante, che sia arrampicarsi sui tacchi a spillo su per la scala sociale o passare l'aspirapolvere in ufficio la notte, la colpa è soltanto loro.
Per molte donne più giovani che hanno visto le nostre madri lottare per “avere tutto”, il problema di fare o non fare lo stesso è stato pietosamente messo da parte. Personalmente, per come va l'economia adesso, io non ho né il tempo, né i soldi, né la stabilità per prendermi cura di un cagnolino, che è la cosa che desidero di più al mondo, figuriamoci quindi di un fidanzato o di un bambino. La maggior parte delle mie amiche è nelle mie stesse condizioni, ma quel che abbiamo adesso è la libertà di porci domande. Domande come: ci è davvero permesso di non desiderare un marito? Domande come: sono una persona valida anche se non guadagnerò mai cinquantamila sterline l'anno? Domande come: progettare di non sposarsi né avere figli, ma riversare tutte le nostre energie in un lavoro egoisticamente creativo o nei viaggi, è ancora un'opzione? Sarà mai un'opzione? Ci sarà mai un'epoca in cui la libertà personale delle donne sarà uguale a quella degli uomini?
Il punto fondamentale dell'articolo di Slaughter è l'ammissione che l'ideale dell'avere “tutto” è sempre stato una finzione, anche per quelle che ci apparivano come superdonne. C'era un tempo, non molto fa, in cui il femminismo aveva più fantasia. A memoria d'uomo, ci sono state vere campagne per gli asili gratuiti per tutti, per gli stipendi alle casalinghe e per un sistema di assistenza che permettesse a tutti, non solo alle donne, di raggiungere l'equilibrio tra lavoro e famiglia. Tutte le nostre ambizioni si sono ridotte, l'abisso di delusione tra le aspettative delle donne e la realtà della vita lavorativa si è fatto più profondo e doloroso.
In questo momento, nella sola Gran Bretagna, l'indice di disoccupazione femminile è al più alto livello fin da quando si è cominciato a registrarlo. Quelle che hanno ancora il lavoro devono affrontare il congelamento dei salari, il congelamento delle pensioni e tagli ai contributi per i bambini che potrebbero fare la differenza tra il potersi permettere di badare ai figli e il dover rinunciare al lavoro. Se il massimo che il femminismo moderno riesce a ottenere è la liberazione personale di una manciata di donne privilegiate all'interno di un mercato del lavoro progettato da e per uomini ricchi, tanto vale tornare tutte in cucina... ma se i diritti delle donne hanno ancora un senso in un mondo post-speranza e post-austerity, allora dovremmo cominciare a chiedere di più, molto di più.