giovedì 7 marzo 2013

Di equini, lasagne e altre cose ritrovate

Quando è uscita la polemica sulla carne di cavallo nelle lasagne, non riuscivo quasi a credere alle mie orecchie (o ai miei occhi). Perché stavo lavorando su un libro che parlava praticamente dello stesso argomento e che è stato scritto più di cent'anni fa.
Però a ben pensarci le similitudini con la cronaca attuale si fermano qui, come vedremo.
Il libro non è famoso, e l'autore lo è anche meno. Joseph Nelson Eldridge Oldiron è in qualche modo mio parente, perché era il marito della sorella del mio bisnonno.
Naturalmente non l'ho mai conosciuto, come non ho mai conosciuto il mio bisnonno, ma in famiglia ne avevo sentito parlare come di una figura quasi mitologica, perché era “l'inglese che rapì zia Sofia”. Zia Sofia era di Sorrento (come il bisnonno) ed era bellissima, come raccontano tutti.
Joseph era uno studioso e scrittore inglese, nato nel 1950, e aveva incontrato la zia a Pompei. In realtà non l'aveva rapita, dal momento che dopo averla sposata si era stabilito pure lui a Sorrento “facendo di Sofia una donna onesta”, come si diceva all'epoca, e probabilmente anche piuttosto benestante. Però la famiglia del bisnonno non approvò mai la loro unione, perché aveva già promesso la zia a un altro uomo, quindi per i miei questo matrimonio non desiderato era un vero e proprio rapimento.
Joseph, come ho detto, era uno scrittore, e anche molto prolifico. Però non desiderò mai la fama e non cercò mai di pubblicare le sue opere, che si limitò a comporre per il piacere proprio e al massimo di vicini e parenti. Non le pubblicò forse perché non se ne sentiva all'altezza, o forse perché, come tanta gente dell'epoca, pensava che scrivere per soldi fosse volgare o indegno.
In famiglia gli scritti di Joseph non erano mai stati tenuti in gran conto, forse per via di quell'aura di disprezzo con cui era stato circondato, suo malgrado, dai parenti di zia Sofia. Però tempo fa, mentre aiutavo la nonna a sgombrare il solaio, trovai un vecchio baule in cui erano stati riposti i suoi taccuini.
Joseph e Sofia non ebbero figli, perciò le scartoffie di Joseph passarono alla mia famiglia, che le mise da parte senza leggerle, per i motivi che vi ho detto.
Sempre grazie a quel disprezzo malcelato, nonna non ha avuto nulla in contrario a regalarmi il baule, e io ne sono stata ben lieta perché dentro vi ho trovato moltissime cose interessanti.
Ho cominciato dalla traduzione di questo libretto, Equini e lasagne, perché è breve e divertente.
Il protagonista, Gaetano Immacolato Santagrotta detto Don Gagà, è un avventuriero di Sorrento che, affamato di vita e di avventure, se ne parte in giro per il mondo, fino ad arrivare in Sudafrica nel bel mezzo della corsa ai diamanti dell'Ottocento. La poca fortuna che incontra non basta a scoraggiarlo, finché non s'imbatte in Genevieve, detta Sugarplum, una cantante bellissima e dalle grandi pretese. Per conquistare la sua bella, Gaetano intraprende la carriera culinaria, ma il passo dal successo alla disfatta è fin troppo breve.
Voglia di riscatto, quindi, amore, una passione che fa travisare la realtà e perfino una velata critica ecologista, esemplificata dalla fine dei quagga e dall'opinione che il protagonista ha delle risorse naturali. Questi gli ingredienti (è il caso di dirlo) del libretto.
Il racconto è narrato con passione, ma anche con un notevole senso dell'umorismo, il che mi fa pensare che possa contenere tracce autobiografiche della vita di Joseph. Per esempio, come non scorgere nei complimenti fatti alla bella Genevieve, quegli stessi apprezzamenti che lui doveva aver fatto davvero alla sua Sofia?
La pubblicazione di questo ebook è un esperimento da parte mia, perché non so quanto il pubblico possa prender bene un autore allo stesso tempo vecchio e nuovo. Diciamo che io... ci spero.
A me è piaciuto, sarebbe bello se piacesse anche a voi.

Qui potete trovare info per acquistare “Equini e lasagne, ovvero della deprecabile scomparsa del quagga”.

Incipit del libro

mercoledì 6 marzo 2013

Five stars and sputniks

Mi hanno detto che quelli del movimento cinque stelle di Beppe Grillo non vogliono essere presi in giro.
Sì, insomma, si offendono quando si fa qualche battuta ironica su di loro.
Ora io, a parte quelle due-trecento cose, non ho nulla contro il M5S.
Però quando mi si diece di non prendere in giro qualcuno perché sennò s'offende... ecco, è un invito. Io DEVO prenderlo in giro. Per forza. Se c'è una cosa divertente nella vita, è prendere in giro le persone prive di spirito autoironico.
Quindi se e/o quando verrà la dittatura Cinquestellina io entrerò nella lista nera per questa vignetta e finirò al confino, che posso dirvi? Almeno mi sarò levata una soddisfazione.


Otto marzo... forse che m'arzo?

E rieccoci qua! Fra due giorni è l'otto marzo.
E come per tante (diciamo tutte) le feste più o meno comandate, anche quest'anno assisteremo alla solita ondata di luoghi comuni.
Vi prego di notare un fatto: io non ce l'ho con l'otto marzo, sono i luoghi comuni che mi irritano!
Detto ciò, per esorcizzare la marea, mi porto avanti (ecco perché, come vedete, ho tinto tutto di un bel color rosa-femminile). Seguendo la teoria di “attaccare prima di essere attaccati”, e scriverò una filastrocchina per chi si accinge a tuffarsi in una vasca di mimose e petali di rosa (e magari slip maschili leopardati).

Filastrocca da donna a uomo...
Evviva le donne perché
Son gentili, pazienti e amabili
Sempresempresempre
(Ma starò parlando anche di me?)
Evviva le donne perché
San sopportare fatiche indicibili
Tipo vivere accanto a te
Evviva le donne perché
Per pensare usano il cervello
Mica il pisello
Come fai te (licenza poetica)
Evviva le donne perché
Si sacrificano per farti contento
Rinunciando pure a ogni ornamento
Che tu poi le guardi e dici “Embé?
'Sta cozza dovrei avere accanto a me?”
Evviva le donne perché
Con le loro sante manine
Sanno farti cose divine...
Io sto parlando delle tartine,
Che avevi capito, né?
Evviva le donne perché
Anche se le chiami tritamaroni
Non ti ricambiano con quei paroloni
Semmai con uno sputo in un occhio, tiè!
Evviva le donne perché
Son delicate, fragili, gracili
Il che non vuol dire che siano facili,
Ma neppure poi troppo difficili.
Non l'hai capita questa, eh?
Evviva le donne perché
Tu le vedi come mogli, madri, fidanzate,
Amanti, serve, amate e odiate,
Ma non è che girino intorno a te... (come evidentemente credi)
Evviva le donne perché
Vogliono essere amate, cercate,
Ma soprattutto rispettate
Come persone, non come cliché.

martedì 5 marzo 2013

La nascita di Napoli

PARTHENOPE di Matilde Serao

Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l'uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve, che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono le elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni bagnati le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito. Lontano una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica ispiratrice agli uomini di strani deliri della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l'uomo nella gioia e ne dolore della realtà. Lontano, si sogna nella vita; qui si vive in un sogno, che è vita. Lontano i solitari e tristi piaceri dell'immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio e il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell'anima, inebriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; quel misticismo che è il massimo punto divino, a cui può giungere un'esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l'uomo non uccide una parte di sé, per la esaltazione dell'altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell'amore. Le nostre leggende sono l'amore, e Napoli è stata creata dall'amore.

* * * * *

Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l'immagine della forte e vigorosa bellezza, che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute, in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull'altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dell'Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sventolare il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s'incavernavano sotto la roccia, scavandola poco a poco. L'anima cominciava per immergersi in un pensiero: oltre quel mare, lontano lontano, dove l'orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l'ignoto, il mirabile, l'indefinibile. In questo pensiero la fantasia della fanciulla si allargava, si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo, di potere stringer nel suo immenso amplesso tutto il mondo. E anche questi sogni svaniscono. Ora ella ama Cimone, con l'unico, possente, imperante amore della fanciulla che si trasforma in donna.

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Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all'amata:
“Parthenope, vuoi tu seguirmi?”
“Partiamo, amore.”
“Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole per tuo sposo e suo figliuolo. Ami tu Eumeo?”
“Amo te, Cimone.”
“Lode a Venere santa e grazie a te, sua figliuola! Pensa dunque quale nero incubo sarebbe la vita divisi, lontani... e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?”
“Io sono la tua schiava, amore.”
“Pensa: dimenticare il volto di tuo padre, cancellare dalle tue guance il bacio delle sorelle, fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto...”
“Partiamo, Cimone.”
“Partire, o dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una via ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno; affidarsi ai flutti, sempre nemici degli amanti; partire per andare lontano lontano, molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno l'inverno, dove il pallido sole si fascia di nuvole, dove l'uomo non ama l'uomo, dove non sono giardini, non sono rose, non sono templi...”
Ma nei grandi occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile, e nella sua voce armoniosa vibra la passione:
“Io t'amo”, ella dice, “partiamo.”

* * * * *

Sono mille anni che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, della loro vegetazione... e dalla montagna sino al mare, si spande il lusso immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono, perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono, anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora. Da mille anni attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate. Quando i due amanti giungono al lido divino, un sussulto di gioia fa fremere la terra, la terra nata per l'amore, che senza amore è destinata a perire, abbruciacchiata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l'amore. Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l'uno all'altra, essi hanno portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima eternamente fiorita di Poggioreale alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne, che rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle vallate profonde, che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno amato. Nelle stellati notti d'estate Parthenope si è distesa sull'arena del lido, fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone, che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne' tramonti di porpora dell'autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in essi più vivo l'amore; nelle brevi e belle giornate invernali, hanno sorriso senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei Campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto bonario ed ha cantato loro la canzoncina d'amore; la natura leale non ha avuto agguati per essi; sugli azzurri orizzonti si è delineato il profilo bellissimo della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo, un palpito ha loro risposto e fra l'uomo e la natura si è affermato il profondo, l'invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza, invocava Parthenope e Cimone: ricca ma solitaria; ricca ma mortale; ricca ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.
Ma il destino non è compito ancora. Più alto scopo ha l'amore di Parthenope. Ecco: dalla Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle, e amici e parenti che vennero a ritrovarla; ecco: sino al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la voce misteriosa di una plaga felice, che una vergine ha scoperta, una plaga felice dove nella bella festa dei fiori e dei frutti, nella dolcezza profumata dell'aria, trascorre beatissima la vita. Sulle fragili imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i loro figliuoli, le immagini degli dei, gli averi; alla capanna del pastore si erge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva arte dell'agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull'altura il villaggio e grado a grado guadagna la pianura; un'altra collina se ne va sopra un'altra collina, ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica, dalle mura cui tutti concorrono, rinserra nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope.
Lei volle la città. Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina umana e clemente, da lei si appella la città, da lei la legge, da lei il costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi sorgono a dee, invocate protettrici della città: Cerere e Venere. Ivi si prega, ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell'olibano. Una pace profonda e costante è nel popolo, su cui regna Parthenope; ed il lavorio operoso dell'uomo, non è che un affettuoso invito alla natura benigna. La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell'arte; la fusione dell'armonia fisica con l'armonia morale; l'amore efficace, fervido, onnipossente: è l'ambiente vivificante della nuova città. Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dell'Ionio, l'anima sua si assorbisce in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l'indefinibile, ecco è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi, le pare di toccare il cielo col capo, di stringere il mondo in un immenso amplesso.

* * * * *

Se interrogate uno storico, o buoni e amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull'altura di San Giovanni Maggiore dove, allora, il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull'altura di Sant'Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte. Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori; è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell'arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare. Quando nelle giornate dell'aprile un'aura calda c'inonda di benessere, è il suo alito soave; quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte vediamo comparire un'ombra bianca allacciata ad un'altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell'aria un suono di parole innamorate, è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi; quando un fruscio di abiti ci fa fremere, al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull'arena, è il suo piede leggiero che sorvola; quando, di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa folleggiare la città: è lei che la fa languire ed impallidire d'amore: è lei che la fa contorcere di passione nelle giornate violente di agosto. Parthenope la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale, è l'amore. Napoli è la città dell'amore.

domenica 24 febbraio 2013

La regina delle nevi

La regina delle nevi

liberamente tratto da un racconto di Hans Christian Andersen


Uno gnomo malvagio, anzi, praticamente un diavolo, aveva costruito uno specchio magico. Questo specchio non rifletteva la verità ma la distorceva completamente. Ciò che era bello e buono lo faceva apparire brutto e cattivo e viceversa.
Un giorno i perfidi gnomi decisero di portare lo specchio in cielo per prendersi gioco degli angeli, ma prima che potessero arrivarci lo specchio si infranse e precipitò sulla terra sotto forma di minuscoli cristalli di ghiaccio.
E qui comincia la nostra storia, perché quei cristalli avevano ancora il potere di entrare nei cuori degli uomini e renderli gelidi, come loro.

In una città vivevano due bambini poveri. Lui si chiamava Kay e lei Gerda.
Kay e Gerda erano cresciuti insieme e si erano sempre voluti molto bene. Vivevano in piccole soffitte sulla cima di due palazzi diversi, ma le loro soffitte erano così vicine che per raggiungere l'una o l'altra bastava scavalcare una grondaia. Sui tetti comunicanti sia la mamma di Gerda che quella di Kay avevano un vaso in cui coltivavano le piante aromatiche che usavano in cucina, ma in ogni vaso c'era anche una bellissima pianta di rose rampicanti. Col tempo le due piante avevano finito con l'unirsi formando un delizioso arco che con la bella stagione era sempre fiorito. Kay e Gerda trascorrevano ore e ore sul tetto a giocare insieme accanto alle rose.
Questo d'estate, perché d'inverno la neve ricopriva tutto e i due bambini per vedersi dovevano fare le scale, oppure si salutavano da dietro i vetri gelati delle finestre.
Una notte d'inverno, mentre stava per andare a letto, Kay vide un grosso fiocco di neve posarsi sul vaso delle rose, tutto coperto di ghiaccio. Il fiocco diventò sempre più grosso fino ad assumere l'aspetto di una donna bellissima. Aveva la pelle candida e gli occhi scintillanti e sorrise a Kay, ma il suo sguardo, anche se gentile, non era buono. Kay riconobbe la Regina delle Nevi, perché gliene aveva parlato sua nonna. Si spaventò moltissimo e corse a nascondersi sotto le coperte, ma quella era già sparita.
L'inverno passò, la neve si sciolse e tornò la primavera, quindi l'estate. Kay stava giocando tra le rose con Gerda quando sentì che gli entrava qualcosa in un occhio.
"Sarà un granello di polvere!", disse.
Ma non era così, era un frammento dello specchio dello gnomo. Immediatamente il suo cuore divenne di ghiaccio, Kay si alzò e si mise a strappare le belle rose, poi insultò Gerda che piangeva, quindi se ne andò dicendole di stargli alla larga.
In breve Kay cominciò a copiare tutti i comportamenti peggiori della gente di città, non era più un ragazzino gentile ma aveva sempre una parola dura per tutti. Però aveva molto succeso.
L'inverno seguente Kay si mise a giocare sulle slitte come facevano i monelli. Legava il proprio slittino alle carrozze che passavano per farsi trascinare e andare più veloce. Era una cosa molto pericolosa. Ad un tratto vide una magnifica slitta, molto elegante, e decise di attaccarsi a quella. Ma la slitta cominciò ad allontanarsi e ad andare sempre più veloce, e Kay si spaventò perché non riusciva a sciogliere il nodo che lo teneva legato a lei.
La slitta corse via fuori città, verso campi mai visti, tra la neve e i ghiacci, e il povero Kay rabbrividiva sempre più per il freddo e per il terrore. Finalmente dopo molto tempo si fermò e ne scese una persona. Era la Regina delle Nevi avvolta in una candida pelliccia. Raggiunse Kay e lo baciò due volte.
In quel momento Kay smise di avere paura e freddo, e la Regina gli apparve non più perfida e bianca come il ghiaccio di cui era fatta, ma dolce e bella. Nello stesso istante però dimenticò tutto della sua infanzia, dimenticò le rose, e i giochi sui tetti, e dimenticò perfino Gerda.
La Regina delle Nevi fece salire Kay sulla sua slitta e lo portò via con sé.
Quando Kay non tornò più a casa tutti quanti cominciarono a dire che era morto, forse annegato nel fiume, e Gerda lo pianse molto a lungo.
Ma un giorno di primavera le rose le dissero che non era possibile, che Kay doveva essere vivo, così lei andò al fiume per chiedere che le venisse restituito il suo amico. Mentre si sporgeva sulla riva Gerda cadde nel fiume e la corrente la portò via. Arrivò in campagna, dove c'era una casina circondata da un giardino delizioso. Qui viveva una signora, un po' maga e un po' fata, che ospitò Gerda in una magnifica stanza tutta piena di cuscini di seta e soffici divani.
In quella casa Gerda si sentiva come una principessa e, grazie alla magia della signora, anche lei dimenticò Kay. La signora non era cattiva, ma si sentiva molto sola e desiderava che Gerda rimanesse con lei.
Per non farle pensare a Kay, la signora aveva anche nascosto tutte le rose del proprio giardino. Ma aveva dimenticato quella che teneva appuntata sul cappello di paglia. Gerda la vide e cominciò a ricordare tutto.
Allora scoppiò a piangere, e le sue lacrime fecero uscire allo scoperto il cespuglio di rose che la signora aveva nascosto sotto il terreno.
"Kay è ancora vivo!", le dissero le rose.
Gerda chiese dove fosse, ma nessuno lo sapeva. Corse di fiore in fiore, sperando che qualcuno di loro sapesse dove trovare l'amico, ma ogni fiore raccontava la propria storia e nessuno sapeva dove fosse Kay.
Gerda corse talmente tanto che alla fine i suoi piedi erano tutti coperti di ferite. L'estate era ormai finita, si era fatto autunno inoltrato e le foglie erano tutte appassite e poi cadute dagli alberi. Tutto era freddo e spoglio, solo il biancospino era ancora coperto di frutti, ma questi erano così amari che a mangiarli lasciavano la bocca cattiva.
Oh! Come era grigio e difficile il mondo!
Mentre stava disperandosi, dopo aver attraversato mezzo mondo, Gerda incontrò un corvo che le chiese come mai fosse così afflitta e lei gli raccontò tutto.
Il corvo ci pensò su un po' e alla fine le raccontò una strana storia.
Lui sapeva di una principessa, che abitava poco distante, che lui conosceva bene perché la sua fidanzata, una cornacchia domestica, viveva proprio a corte.
Questa principessa era molto colta e intelligente e si era messa in testa di trovarsi un fidanzato colto e intelligente come lei. Così aveva invitato a palazzo tutti i principi intelligenti e di bell'aspetto. Un giorno era arrivato anche un ragazzo molto povero e vestito di stracci, ma sicuramente bello e molto intelligente. Lui aveva conquistato il cuore della principessa e ora risiedeva a palazzo.
"Sicuramente è Kay", disse Gerda, "perché lui è molto intelligente ma è anche vestito poveramente!"
Il corvo allora si offrì di aiutare Gerda a entrare a palazzo, in modo da ritrovare Kay.
I due si intrufolarono nella reggia nottetempo, come due ladri, scalando balconi, attraversando sale ricchissime e sgusciando in punta di piedi come ombre.
Gerda raggiunse il letto del principe misterioso, ma non era Kay, per quanto gli somigliasse.
Il principe e la principessa, che intanto si erano svegliati, ascoltarono la storia di Gerda e del suo Kay e ne furono così colpiti che decisero di aiutarli. Donarono a Gerda degli abiti caldi ed eleganti e una carrozza tutta fatta d'oro fino. In questo modo lei fu in grado di rimettersi in viaggio alla ricerca dell'amico perduto.
Gerda era uscita da poco dal regno di quella principessa tanto gentile, quando la sua carrozza d'oro e i suoi vestiti lussuosi attirarono l'attenzione dei briganti del bosco. La carrozza venne requisita e Gerda cadde prigioniera dei malviventi.
A capo dei banditi c'era una brigantessa che aveva una figlia della stessa età di Gerda. Questa ragazzina era molto rude e maleducata, ma provò simpatia per la nostra amica, perché era l'unica della sua età che incontrasse dopo tanto tempo. Perciò chiese e ottenne che le venisse risparmiata la vita, a patto di tenerla sempre con sé.
"Io ti salverò la vita", le disse, "ma sei mi fai arrabbiare ti taglio la gola!"
La piccola brigantessa si fece raccontare più e più volte da Gerda la sua storia, poi, una volta nel covo dei banditi, le mostrò tutti i suoi animali. La brigantina aveva dei colombi e anche una renna che lei si divertiva a tormentare con un pugnale affilato. La povera bestia era terrorizzata!
Quella notte la piccola malvivente si addormentò tenendosi abbracciata a Gerda e impugnando nell'altra mano il coltellaccio. Gerda non si sentiva per nulla al sicuro.
Il giorno dopo la ragazzaccia si fece raccontare di nuovo la storia di Kay.
"Ma sarà morto?", si domandò.
E stavolta furono i colombi a rispondere: "Non è morto: la Regina delle Nevi l'ha portato nella sua reggia estiva in Lapponia, e da lì alla reggia invernale, ancora più a nord!"
La Renna sospirò: la Lapponia era la sua terra!
"Io vivevo lì", disse la renna, "quando ero libera e potevo correre per pianure rilucenti di neve. So anche dov'è il palazzo invernale della Regina delle Nevi!"
La brigantina ci pensò più volte, poi decise:
"Oggi pomeriggio", disse a Gerda, "mia madre si ubriacherà e si addormenterà. Tu allora potrai fuggire per raggiungere Kay. La renna ti accompagnerà fino a destinazione. Vi lascerò andare entrambe, anche se mi dispiacerà non poter più spaventare la renna col mio coltello!"
E così fece. Diede a Gerda un cuscino di seta da usare come sella, dei panini da mangiare durante il viaggio e delle muffole pesanti rubate alla madre per ripararsi dal freddo e dalla neve. 
Quel pomeriggio stesso, quando gli altri briganti erano usciti a combinare le loro rapine e la brigantessa era profondamente addormentata, Gerda e la renna fuggirono via, verso il grande, lontano e gelido Nord.
E attraversarono monti e pianure, radure e foreste, valli e steppe, boschi e laghi.
Sempre più lontano, sempre più a nord.
E intanto i corvi gracchiavano, e i lupi ululavano in lontananza.
In cielo si accesero delle luci.
"Sono le mie vecchie luci del Nord!", disse la renna, "Guarda come splendono!"
La renna corse più svelta del vento, più in fretta del giorno e della notte, e quando anche i panini erano stati tutti consumati, Gerda e la renna arrivarono in Lapponia.
Giunte in Lapponia Gerda e la renna decisero di chiedere informazioni. Entrarono in una casa e parlarono con una signora, o meglio, parlò la renna perché Gerda aveva preso talmente tanto freddo da non riuscire più ad aprir bocca.
"So chi può aiutarvi", disse la signora consegnando loro un appunto scritto su una pelle di merluzzo perché non aveva carta, "dovete raggiungere una mia amica agli estremi confini della Lapponia, verso il Polo Nord. Proprio poco distante dal castello della Regina delle Nevi!"
Di nuovo i due si incamminarono, mentre alte nel cielo scintillavano le magiche luci dell'aurora boreale.
La capanna di questa nuova signora si trovava in mezzo alla neve, ma dentro faceva molto caldo. Talmente tanto che Gerda dovette addirittura togliersi muffole e scarpe per non sudare troppo.
La vecchia signora della capanna lesse l'appunto, poi, per non sprecare nulla, bollì la pelle di merluzzo nella zuppa che stava cucinando.
"Io non posso aiutare Gerda", disse alla renna, "non posso darle più forza di quanta già non ne abbia. Questa ragazzina è molto forte. Pensa solo a come ha convinto animali e uomini a soccorrerla! No, se non riesce lei a raggiungere la Regina delle Nevi nessuno può aiutarla!", continuò la vecchia con gli occhi che mandavano lampi. "Kay è vittima di un incantesimo, un cristallo fatato gli ha gelato il cuore. Per liberarlo bisogna togliere il cristallo. A due miglia da qui comincia il giardino della Regina. Accompagna la tua bimba lì e falla scendere accanto a un cespuglio coperto di bacche rosse sotto la neve, poi torna qui immediatamente!"
La renna fece come le era stato detto, anche se dopo un po' Gerda si accorse di aver dimenticato scarpe e guanti dalla vecchia. Non c'era tempo per tornare indietro. Giunto ai piedi del cespuglio Gerda scese e la renna tornò indietro.
Povera Gerda, che freddo terribile aveva in mezzo alla neve con le mani e i piedi nudi!
In quel momento la ragazzina si ritrovò in mezzo a una tormenta. Ma non erano normali fiocchi quelli che la circondavano. Erano grandi, e vivi, ed erano i sudditi della Regina delle Nevi, che l'avevano raggiunta per fermarla. 
Gerda, spaventata, cominciò a correre e mentre correva l'alito le usciva come fumo dalla bocca. Ogni filo di vapore si trasformò in un angioletto che, armato di sciabola, combattè contro i fiocchi di neve. Gerda continuò a correre verso il castello della Regina, protetta da quei nuovi amici.
Intanto Kay era nel castello e a tutto pensava tranne che a Gerda o al fatto che lei potesse essere tanto vicina.
Il castello della Regina delle Nevi era tutto fatto di neve e ghiaccio, con venti taglienti al posto dei vetri delle finestre e una grande sala del trono, al centro della quale scintillava gelido un laghetto ghiacciato.
Era il luogo più noioso del mondo, mai una sola volta aveva conosciuto un momento di divertimento, neppure durante gli allegri raduni delle volpi artiche.
Qui se ne stava Kay, e giocava con alcune lastre di ghiaccio. Le usava per comporre mosaici bruttissimi, che a lui parevano belli solo per via della scheggia che aveva nell'occhio, che gli faceva apparire la realtà diversa da com'era. Era blu per il freddo, ma non era in grado di accorgersene perché il bacio della Regina gli aveva fatto passare la sensazione del gelo, che altrimenti avrebbe sentito pungente.
La Regina delle Nevi, intanto, era molto scontenta di lui.
Ad un tratto si alzò in piedi: "Me ne vado a imbiancare un po' di vulcani e di frutteti.", borbottò annoiata, "Spero che per il mio ritorno tu sia riuscito a combinare qualcosa di meglio!", e detto questo se ne volò via.
Poco dopo arrivò Gerda. Il castello era gelido, ma lei non badò più né al freddo né a tutto il resto non appena vide Kay.
Gli corse incontro ad abbracciarlo, piangendo calde lacrime di felicità. Quelle lacrime coprirono il volto del ragazzo e gli giunsero fino al cuore, dove sciolsero l'orribile cristallo di ghiaccio che l'aveva reso tanto insensibile distruggendolo definitivamente.
Allora l'incantesimo si spezzò e Kay fu in grado di riconoscere Gerda e di abbracciarla.
I due fuggirono via dal castello e raggiunsero la capanna della vecchia, dove trovarono la renna che li attendeva.
La vecchia li rifocillò con una zuppa sostanziosa e li ospitò per la notte, così i ragazzi furono in perfetta forma l'indomani, quando intrapresero il lungo cammino che li avrebbe riportati a casa.
Il cammino era lungo, ma a loro parve brevissimo tante erano le cose che avevano da raccontarsi. Man mano che camminavano il clima si faceva più mite, i gli uccellini cantavano e la primavera fioriva splendente, quasi seguisse i loro passi.
Lungo la via incontrarono anche la piccola brigantessa, che fu talmente felice che Gerda fosse riuscita nella sua impresa, da decidere di accompagnarli per un tratto di strada.
E finalmente Kay e Gerda tornarono a casa. Era passato tanto tempo, ma tutto sembrava uguale a quando erano partiti. Le mamme e la nonna li stavano aspettando, la pendola ticchettava al solito posto, il sole scherzava sui vetri come sempre. 
Solo ora Kay e Gerda si accorsero che invece loro due erano cambiati. Nel frattempo, infatti, erano cresciuti.
Si guardarono negli occhi e sorrisero, poi, visto che ormai era estate, se ne andarono sui tetti, sotto le rose.
In fondo al loro cuore si sentivano ancora un po' bambini.

giovedì 10 gennaio 2013

C'è qualcuno?

 Mi deprime moltissimo pensare che ora mi leggono solo volgari spammer e pervertiti alla ricerca di cagnoline sexy.
Lasciatemi un commento, vi prego.
Dimostratemi che c'è ancora qualche essere umano che mi legge, e capisce eventualmente quel che scrivo.
:-(
Mestamente vostra, I.

mercoledì 9 gennaio 2013

Neovocabolario

Il vocabolario è una struttura mobile, come ho già detto un'altra volta. La lingua si evolve con la gente, e ciò che un tempo significava una cosa adesso ne significa un'altra. Frequentando i social network ho colto alcuni termini frequenti, che vado ad elencare.

PS: si prega, nel leggere il sottostante articolo, di tener conto del suo fine umoristico (che non vuol dire del suo fine umorismo...).


Anima candida: chiunque ci faccia notare che forse stiamo usando un linguaggio (verbale o per immagini) troppo pesante e/o inopportuno.
Apotropaico: termine mutuato dall'antropologia, secondo la quale indica qualunque oggetto, atto, iscrizione, formula eccetera che serva ad allontanare e distruggere effetti malefici. Ovvero, fare le corna o toccarsi i gioielli di famiglia.
Bigotto (abbreviato in big8): tecnicamente chi ostenta grande religiosità, ma soprattutto per quanto riguarda l'esteriorità del culto. Questo termine viene spesso usato dai bigotti per apostrofare chi li considera tali.
Buonista: inguaribile ottimista che pensa che la gente sia buona, e non quella massa di immondi delinquenti che in realtà è. Soprattutto se ha caratteristiche diverse da noi.
Femminista: brutta megera pelosa e baffuta che vuole impedire ai maschi sani di sollazzarsi a loro piacimento (ma lo fa solo per invidia, perché lei è una cozza e non se la piglia nessuno).
H: lettera muta che un tempo veniva usata moltissimo per certe declinazioni del verbo avere (es.: io ho, tu hai, egli ha), però adesso è passata completamente di moda. Perlomeno secondo l'utente medio di facebook. Da qui l'espressione "non capirci un'H!"
Ipocrita: questo termine è di modissima e lo si può usare in mille e ancor mille occasioni. Perfino Enzo e Carla lo consiglierebbero abbinato su tutto, come il total black o l'off-white... la parola deriva dal greco e significa “attore”. Quindi per traslato indica chiunque si comporti in maniera falsa simulando caratteristiche non proprie, in particolare chi finge buoni sentimenti senza però provarli davvero. Ma questo non importa, perché ormai con questo lemma è possibile apostrofare praticamente chiunque non sia d'accordo con noi. “Non ti piace il marzapane? Sei solo un ipocrita.” “E che c'entra?” “C'entra, c'entra! Lo so io, se c'entra!” (ricordo ai cari lettori che si scrive c'entra, con l'apostrofo, e non centra, senza).
Moralista (più comunemente falso m.): chiunque voglia impedirci di farci gli affaracci nostri. Simile a femminista, ma declinabile anche al maschile.
Professionale: se uno accetta di lavorare per me presto, bene e gratis (o quasi) è professionale. Altrimenti è un buffone dilettante.
Put*tana: deriva dal latino “pŭtidum”, ovvero “puzzolente, sporco, putrido”. Termine generico usato per insultare le donne in generale, e in particolare quelle che non ci stanno. Esempio: “Posso scoparti fino a farti gridare aiuto?” “No!” “Put*tana!”


Comunicazioni di servizio

 Comunicazione di servizio n°1:
Per i lettori che vogliono ammazzare i propri computer... non fatelo!!! Poi ve ne pentireste sicuramente!!!
E non dite che non vi avevo avvertito.
Comunicazione di servizio n°2:
Per il simpaticone anonimo che viene a intasarmi i commenti di spam... guarda che è perfettamente inutile, perché tanto i tuoi post te li cancello TUTTI!!!
Lascia stare, non perdere tempo von me...

martedì 8 gennaio 2013

E se la vittima diventa colpevole?

La sto prendendo alla larga, lo so.
Ma ormai dovreste esserci abituati, lo faccio sempre...
Dunque, partiamo da qui. C'è una storia a fumetti Disney del 1967, coi testi di Rodolfo Cimino e i disegni di Luciano Gatto. La storia s'intitola “Zio Paperone e il mistero di Persecutor”.
In questa storia Paperone è il re dell'ortofrutta, l'unico in tutta Paperopoli ad avere in pugno il mercato di frutta e verdura. Ma un brutto giorno scopre che esiste un certo Melampo che se ne va col suo carretto ambulante a vendere mele. Insomma, oltraggio e disonore!, è un punto vendita di frutta che non gli appartiene. Lo zione decide quindi di sbarazzarsene, e dapprima gli manda la polizia, per fargli chiudere l'attività, ma Melampo ha tutti i permessi in regola. Poi gli manda un carretto concorrente proprio davanti, ma i bambini continuano a preferire Melampo perché lui suona la trombetta e quelli dell'altro carretto no. Cerca di comprare la sua attività, ma Melampo la esercita da tanti anni e ci tiene, non vende... e così, visto che con le buone non funziona, che pensa di fare il papero in ghette e cilindro? Cannoneggia Melampo distruggendogli il carretto, naturalmente. In tribunale si giustifica dicendo che la sua è stata solo legittima difesa: se Melampo non gli avesse opposto continui rifiuti, e non gli avesse fatto concorrenza, lui non gli avrebbe devastato il carretto.
La colpa è di Melampo: se l'è cercata.
Che ne dite? Paperone ha ragione o sta farneticando?
No, non rispondete, lo so già.
Naturalmente lo zione ha torto, e infatti il giudice lo sbatte in galera.
Ma questa era facile.
Invece immaginate un processo vero.
Alcuni ladri hanno rapinato un gioielliere, per dire. Rapina a mano armata. Gli hanno puntato la pistola alla tempia e gli hanno rubato tutto, lasciandolo sul lastrico.
Immaginate che al processo venga fuori che il gioielliere non era poi onestissimo e che quindi la cosa se l'è cercata.
Ma che c'entra, direte voi? Il suo essere più o meno onesto mica giustifica la rapina a mano armata dei ladri. No?
Questo stesso esempio venne fatto da Tina Lagostena Bassi nell'ormai celebre documentario Processo per stupro, del 1979. In questo memorabile filmato per la prima volta venne mandato in onda un processo di questo tipo, e ovviamente suscitò parecchio scalpore.
Soprattutto perché la vittima, una ragazza di 18 anni che era stata stuprata da quattro uomini, veniva trattata da avvocati difensori e giuria con una severità tale da risultare quasi l'imputata piuttosto che la vittima. E perché lei uno degli stupratori lo conosceva (era il suo datore di lavoro), quindi non era lo stesso che essere aggrediti da uno sconosciuto. E perché era andata di sua volontà in casa dell'aggressore (questo le aveva detto che dovevano parlare di lavoro). E perché non era vergine (ma sì,  "una facile", no???). E perché se avesse voluto, avrebbe potuto sottrarsi al rapporto orale forzato con "un semplice morsettino" (provateci voi a farlo quando siete in uno contro quattro, e qualcuno dei quattro magari è pure armato). E perché quella lì, andiamo, non era proprio una santarellina...
Il messaggio che veniva sottolineato, e che era frequente allora nei casi dei processi per stupro, è che “alle brave ragazze queste cose non succedono”. Ecco una frase esemplare, copiata dal processo così come venne pronunciata: “Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l'uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno, mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l'avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente.”
È allucinante, senza se e senza ma.
È roba vecchia, direte, roba del '79. Invece no, leggete un po' qua e sappiatemi dire.
A me piacerebbe commentare, ma mi pare superfluo. E poi non riuscirei mai a essere pungente e precisa come Michela Murgia.
Però come vediamo quando la vittima è una donna, la tendenza a farla passare da colpevole (o perlomeno da provocatrice) c'è sempre. È così da tempi immemorabili, no? È sempre stato così, vero? Lo dicevano pure i filosofi! Pure i padri della chiesa! Chi siamo noi per contraddirli?
Allora facciamo così, io vi faccio solo una domanda: se una moglie che guadagna meno e/o è meno colta del marito non se la prende per questo, perché l'uomo dovrebbe prendersela se invece capita il contrario? Vi sembra ancora normale che a un uomo basti tanto poco per sentirsi (orrore orrore!) umiliato e offeso?

PS: e finalmente, dopo tutte queste cose serie, posso sparare la mia cavolata: avete notato che la donnina dell'illustrazione ha due piedi sinistri?

domenica 6 gennaio 2013

Candy Candy

Candy Candy (a proposito, l'ho fatta io. Vi piace?) ha ragione, lei non c'entra. Non ho nessuna intenzione di parlare della bionda orfanella che tanto ha inguaiato la fantasia romantica delle donzelle a partire dalla mia generazione in poi (la mia generazione, giusto per farvi capire, è quella che aveva la sigla cantata dai Rocking Horse e non da Cristina D'Avena).
Invece voglio parlare di un argomento che si lega moltissimo a questo periodo: i canditi.
I canditi sono un argomento scottante che divide, crea tensioni a suscita guerriglie intestine fra estimatori e detrattori.
Tutti gli anni, a Natale, è la stessa storia: la lotta tra chi ama il pandoro e chi predilige il panettone.
Tutti i Natali c'è gente che ti forza a prendere una posizione. “E tu da che parte stai? Pandoro o Panettone?”
E qui io mi arrendo, perché mi piacciono entrambi, senza preferenza alcuna. Anzi, ci sono dolciumi che mi piacciono molto di più, perché tra i dolci io prediligo quelli “con la crema”.
Ma io lo so cosa c'è alla base della diatriba pandoro/panettone.
I canditi!
Perché il pandoro i canditi non ce li ha! E da sempre gli odiatori di canditi lo preferiscono proprio per questo.
Ora, io non vorrei prendere posizioni, ma lo farò lo stesso giusto per inimicarmi un po' di gente.
Gli odiatori di canditi secondo me sono solo viziati.
Come gli adulti che detestano le verdure.
L'odio verso i canditi parte da piccoli, ecco perché viene erroneamente creduto sincero.
Esattamente come l'odio per le verdure.
Ma è una menzogna psicologica.
Nessun bambino ama i canditi, così come nessun bambino ama la verdura.
Ma è solo una questione di abitudine, perché quando sei piccolo è difficile accettare gusti ai quali non sei abituato.
Però ci sono adulti che i canditi (e le verdure) te li fanno mangiare lo stesso, così alla fine ti abitui e scopri pure che ti piacciono.
“O così, o così”, mi diceva mia mamma quando facevo schifezze immonde con la mia fetta di panettone (a me piaceva solo l'uvetta).
Poi ci sono adulti molto accondiscendenti che levano i canditi dalla fetta di panettone dei pargoli. Anzi no, adesso non ce n'è bisogno perché ormai fanno il panettone senza canditi.
La qual cosa a mio avviso è un'autentica perversione: senza canditi non è panettone. È una schifezza!
Ma niente giudizi, niente giudizi...
Insomma, secondo me vale la pena forzare un po' il gusto infantile. Che tra l'altro è spesso indotto, per la serie “Non mi piacciono i broccoli perché ai miei compagni non piacciono”. Io da piccola adoravo le lenticchie, ma mi vergognavo a dirlo perché ai miei coetanei facevano schifo. Ho visto vegetariani sofferenti perché detestavano le verdure, non essendo abituati a mangiarne...
Dicevo, val la pena forzare un po' il gusto, perché alla fine si scopre un mondo di sapori più vario.
E degli adulti un po' più disposti ad aprirsi a opinioni altrui.
Con questo non voglio dire che ci sia qualcosa di male a non amare i canditi.
Anch'io ho un mucchio di cibi che non apprezzo.
Ora come ora non me ne viene in mente nessuno, ma sono sicura che ci sono...
Okay, non c'è niente di male a detestare i canditi.
Solo che se venite a mangiare da me... non aspettatevi che ve li tolga dal panettone.

PS: Sono cafonissima, lo so. Non vi ho fatto gli auguri per il nuovo anno. Ve li faccio adesso. BUON ANNO NUOVO!!! Okay, adesso? ;-)