sabato 1 dicembre 2012

Biancaneve e i dodici briganti - una storia oscura

Sì, sì, avete letto bene. Non sette ma dodici, e non nani ma briganti. Perché è la versione italiana, e nani, gnomi ed elfi non fanno parte della nostra tradizione fiabesca.
Ciò non toglie che una Biancaneve l'abbiamo sempre avuta anche noi. Biancaneve è popolarissima, quasi quanto Cenerentola. Infatti lo vediamo anche al cinema, anche oggi.
Non a caso Walt Disney scelse proprio lei come protagonista del suo primo lungometraggio animato. Non fu lui a rendere famosa Biancaneve, ma il contrario. Lui la scelse proprio perché era già famosissima di suo.
Ma la Biancaneve che conosceva lui, quella di tradizione nordica, era un po' diversa dalla nostra.
Per cominciare, nella “nostra” Biancaneve la mela è un optional, come vedremo. La nostra NON ha i nani, come abbiamo detto. Nella nostra la “cattiva” spesso non è la matrigna. No. La nemica della nostra Biancaneve è proprio sua madre. Questo non solo nella versione italiana, in verità, ma in tutte. Perlomeno, lo è nelle versioni originarie.
Sì, lo so, la perfida Grimilde è affascinante proprio perché è la cattivissima della situazione. Ma non è la matrigna di Biancaneve, è proprio sua mamma. È la stessa dolcissima regina che aveva desiderato una figlia con “la pelle bianca come la neve, le labbra rosse come il sangue e i capelli neri come l'ebano”. Solo che una volta cresciuta, questa figlia non le piace più. Perché la mamma di Biancaneve sente di stare invecchiando, perché tutti cominciano a dire che Biancaneve sta diventando più bella di lei (e grazie: è più giovane!). Gli stessi uomini che prima corteggiavano la madre ora corteggiano la figlia, e trattano la madre come una cosa vecchia e superata. Una vecchia carampana, ecco. E  perciò la madre ha paura, teme che la sua tanto desiderata Biancaneve possa prendere il suo posto. Sostituirla. Spodestarla. Mandarla a ramengo. Rottamarla, per usare un termine attuale. “Mia figlia è più giovane e più bella di me, fra poco tutti -anche mio marito- la preferiranno a me!” Per questo cerca di eliminarla.
Nelle fiabe (e nel mondo) questo ricambio generazionale è spesso crudele per le donne. Per loro la bellezza è tutto, e la bellezza sfiorisce in fretta. La stagione di gloria di una principessa, principessa in senso lato, è breve: a vent'anni è giovane, bella e corteggiata da tutti, a venticinque è già considerata in declino, a trenta per lei è ormai finita: nessuno la desidera più.
Nelle fiabe spesso la mamma e la matrigna sono in realtà lo stesso personaggio, due lati della stessa medaglia, ma noi le separiamo in due persone differenti, una buona e una cattiva, perché altrimenti sarebbe troppo pauroso. Più spaventoso perfino della strega cattiva!

PS: l'illazione che il Principe di Biancaneve fosse un necrofilo è mia, ma mi pare che trovi riscontro anche in versioni più note. Insomma, a chi altri salterebbe in mente di baciare una morta? Con la lingua, per di pù???

Biancaneve e i dodici briganti

C'era una volta una locanda di lusso, una locanda dove andavano principi, conti e gente assai altolocata. Una locanda a cinque stelle, per così dire.
La Locandiera (che non si chiamava Mirandolina come quella di Goldoni) era una donna bellissima, che non aveva eguali in tutt'Italia.
Ed era anche molto, molto vanitosa.
A tutti gli uomini che alloggiavano alla locanda, lei chiedeva: “Di dove siete?”
“Di Milano”, per esempio, poteva rispondere quello.
“E l'avete mai vista una donna una più bella di me?”, domandava lei.
“No, mai.”
“Va bene, allora il conto sarebbe di dieci scudi ma per voi ne faccio cinque.”
Capito l'antifona? Insomma, quella Locandiera ci teneva a essere bella e senza rivali, perciò cercava di scoprire se qualcuno potesse superarla, per così dire. È il concetto di "specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella di tutto il reame?", però senza specchio e senza magia. E tutto questo perché? Perché per lei essere la più bella era tutto. La bellezza era la sua unica ricchezza, lo sguardo ammirato degli uomini l'unica sua fonte di gioia, il potere che con la bellezza esercitava sui maschi l'unica sua arma.
Un giorno la Locandiera chiese a un cliente: “Avete mai visto una donna più bella di me?”, come di consueto, e quello rispose: “Sì, in verità!”
Come sì?!? Nessuno aveva mai detto di sì, prima.
“E chi sarebbe, di grazia?”, esclamò lei.
“Vostra figlia”, rispose l'avventore.
La Locandiera si voltò e vide sua figlia Biancaneve che serviva ai tavoli, sorridente come un raggio di sole, fresca come una mattina di primavera, appetitosa come una pesca matura. E in quel momento la Locandiera si sentì accecare dalla rabbia.
"D'accordo", disse ringhiando all'incauto avventore, "Il conto sarebbe di dieci scudi, ma per voi ne faccio venti", e si allontanò furibonda.
In quell'istante si rese conto che sua figlia non era più solo una bella bambina, ma lei stessa com'era stata a vent'anni. E si rese anche conto che lei ormai vent'anni non li aveva più, e fra poco tutti l'avrebbero considerata non più la Bella Locandiera, ma l'anziana madre della Bella Biancaneve. Non ci vide più e decise che Biancaneve doveva sparire.
Perciò la fece imprigionare in certi magazzini che teneva presso il bosco, lontano dalle piste battute.
Lì non ci passava nessuno, nessuno poteva vederla e confrontare la bellezza della fanciulla con la sua.
Per un po' le cose per lei tornarono a girare per il verso giusto e i nuovi avventori ripresero a dire che di donne belle come lei non ce n'erano in tutto il mondo.
Ma poi un giorno un cavaliere passò proprio da quel bosco, presso quei magazzini, e passò proprio mentre Biancaneve era affacciata alla finestrina che dava luce ai suoi locali, e al cavaliere parve che fosse proprio Biancaneve a emanare luce, tant'era bella.
Poi quell'uomo andò alla locanda, e quando la Locandiera gli pose la solita domanda lui rispose che sì, l'aveva vista una più bella di lei, fatta così e cosà e affacciata alla finestrella di uno scantinato presso il bosco.
“Di nuovo Biancaneve!”, ringhiò la Locandiera una volta rimasta sola, “Imprigionarla non basta, lì ancora qualcuno la può vedere. Ci vuole qualcosa di più risolutivo. Quella ragazza deve morire!”
Voi pensate che si sia fatta qualche scrupolo a decidere di eliminare sua figlia? Io dico di no. Perché se si fosse soffermata a riflettere non sarebbe andata avanti.
Andò quindi dal capo cameriere della locanda.
“Senti un po'”, lo abbordò facendo la svenevole, “Tu mi vuoi sposare?”
“Certo che sì!”, disse l'uomo avvampando. Perché anche se un po' appassita, la Locandiera era ancora un bel bocconcino, e il cameriere era da anni che le sbavava dietro e sognava di godere dei suoi favori. E poi era ricca, il che non guasta mai.
“E allora ti sposo”, fece lei avvicinandosi suadente, “ma tu prima mi devi fare un favore.”
“Quale? Tutto quello che vuoi.”
“Devi ammazzare mia figlia!”
Al cameriere gli si mozzò il fiato in gola, ma la Locandiera gli stava vicino così calda e seducente, con quella scollatura dalla quale sporgevano quei seni ancora sodi come pompelmi, e lui non capì più niente, e accettò quel patto scellerato.
“Senti cosa devi fare”, disse la Locandiera quando capì che ormai l'uomo era in suo potere, “devi portare Biancaneve nel bosco, e qui l'ammazzerai. Poi mi porti il suo cuore.”
L'uomo acconsentì.
Prese Biancaneve e la portò nel bosco, ma quando fu sul punto di pugnalarla le lacrime di terrore della ragazza andarono a colpire quel poco d'umanità che ancora gli rimaneva, e lui non ebbe il coraggio di ammazzarla. Perciò la fece scappare, e al posto del cuore di Biancaneve portò alla Locandiera quello di un capriolo.
La donna sposò il cameriere e per loro le cose ripresero il solito tran tran.
Biancaneve si trovò a camminare a lungo senza meta e alla fina arrivò in una landa desolata, dove c'era una caverna. Lei si nascose su un albero per vedere cosa accadesse, e vide che da quella caverna, che si apriva smuovendo una roccia, entravano e uscivano dodici briganti. Quando i briganti furono tutti fuori e si furono allontanati, lei entrò e vide che nella caverna era allestito un covo comodo e confortevole. C'era anche una cucina, e qui lei vide una tavolata apparecchiata per dodici, con dodici piatti pieni di zuppa, dodici polli arrosto, dodici forme di pane e dodici boccali di vino. Biancaneve si rese conto di avere molta fame, ma certo non poteva finire un pasto intero o si sarebbe fatta scoprire, perciò prese un assaggino da ogni posto: dodici cucchiaiate di zuppa, dodici ali di pollo, dodici pezzetti di pane e dodici sorsate di vino, una da ciascun boccale.
Poi si guardò attorno, e visto che la casa era un po' in disordine si mise a pulire qua e là. Era il suo mestiere, in fin dei conti, quello che faceva alla locanda.
Comunque secondo me questa fissazione di Biancaneve per le pulizie è patologica. Io capisco che le  faccia quando è costretta, ma qui esagera. Non è neppure casa tua, anzi, devi perfino nasconderti, che cavolo ti metti a pulire a fare?
Comunque lei si mise a pulire, e poi si nascose sotto i dodici letti dei briganti e si addormentò.
Quando i briganti tornarono si accorsero che c'era stato qualcuno. Ma che ladro poteva essere uno che rubava un po' di cibo e poi si metteva a pulire?
I briganti erano curiosi, perciò il giorno dopo, quando uscirono per le loro razzie, uno di loro rimase di guardia fuori dalla grotta. Ma tanto Biancaneve stava dentro e nessuno la scoprì quando si rimise a fare le pulizie, e poi andò a mangiare le sue dodici cucchiaiate di zuppa, con le dodici ali di pollo, i dodici pezzetti di pane e le dodici sorsate di vino.
E così quando i briganti tornarono si accorsero che il misterioso ladro era tornato all'opera.
Ma evidentemente era già dentro, altrimenti quello rimasto di guardia l'avrebbe visto entrare.
Per questo il giorno seguente il brigante di guardia decise di appostarsi dentro, e non fuori, il covo.
E così vide Biancaneve che strisciava fuori da sotto i letti, si metteva a fare le pulizie e poi andava a rubacchiare le sue dodici cucchiaiate di zuppa, con le dodici ali di pollo, i dodici pezzetti di pane e le dodici sorsate di vino.
Allora il brigante uscì fuori e la fermò.
“Non mi ammazzare, non mi ammazzare”, pianse Biancaneve mettendosi in ginocchio, “Sono disperata e non so a chi chiedere aiuto”, e gli raccontò tutta la sua storia.
Il brigante era brigante, ma in fondo al cuore era un brav'uomo e si commosse per la storia della giovane sventurata. “Non preoccuparti”, le disse, “non voglio farti del male. Puoi fermarti qui quanto vuoi, noi ti daremo ospitalità e protezione. Non temere, parlerò io coi miei fratelli e vedrai che saranno d'accordo.”
Quando i fratelli tornarono, lui parlò loro e i briganti, di comune accordo, decisero di ospitare Biancaneve a casa loro. Lei, in cambio, si sarebbe occupata delle pulizie.
Ora, non so voi, ma a me questo momento pare ambiguo. Abbiamo accettato, sia pure con un po' di fatica, che Biancaneve potesse vivere coi sette nani senza che ci fossero tra lei e loro rapporti particolari. Dopotutto i nanetti sono un po' come creature magiche, può davvero darsi che nessuno di loro ci abbia provato con lei. Ma qui abbiamo una bellissima ragazza che va a vivere insieme a dodici uomini adulti e single. Che per di più sono briganti, quindi vivono ai margini della società e hanno un senso morale quantomeno discutibile. E lei è alla loro totale mercé. Possibile che neanche uno di loro ci facesse un pensierino? Uno su dodici?!?
Io non credo proprio.
Perciò diciamo che Biancaneve si installò lì a fare le pulizie, e i briganti la ospitavano, la nascondevano e ogni tanto le davano una bottarella, anche se la fiaba questo non lo riporta.
Passò del tempo, e un giorno i briganti fecero una scorreria particolarmente fortunata. Uno dei briganti era un amante del bel vivere, perciò decise di trattarsi bene e andare a passare la notte nella locanda più bella e lussuosa della regione, ovvero quella della mamma di Biancaneve.
Siccome era un bell'uomo, con l'aria danarosa e raffinata, la Locandiera non perse tempo e andò a fare la smorfiosa anche con lui.
“E ditemi un po'”, gli disse come faceva sempre con tutti, “l'avete mai vista una donna più bella di me?”
“Certo che l'ho vista!”, affermò l'uomo addentando una coscia di pollo e tracannando un calice di vino buono.
“L'avete vista?”, si allarmò la Locandiera, “E dove?”
“A casa mia”, rispose il brigante, che sarà anche stato brigante ma non era certo furbo, “La ospitiamo io e i miei fratelli, perché c'è sua mamma che la vuole ammazzare perché è troppo bella. Proprio una bella pollastrella, ve l'assicuro.”
La Locandiera avvampò: aveva capito immediatamente che la bella pollastrella altri non era che Biancaneve. La Biancaneve che sarebbe dovuta essere morta e stecchita.
Andò immediatamente dal marito. “E così avevi ucciso Biancaneve, eh? E così mi avevi portato il suo cuore, eh? E allora com'è che quella sgualdrina ora vive dai briganti?”
Il marito impallidì e confessò di non aver poi ucciso la ragazza.
“Quindi mi hai mentito, perciò adesso per farti perdonare segui quel brigante e scopri dov'è il loro covo.”
Il marito lo fece, e la Locandiera convocò una vecchia comare mercenaria, amica sua, e la pagò cara perché si decidesse ad ammazzare Biancaneve.
La vecchia non era d'animo tenero come il cameriere, perciò non si fece scrupoli. Andò al covo dei briganti, aspettò che Biancaneve rimanesse da sola e poi bussò.
“Mi sono smarrita”, le disse, “mi fate entrare un po', per prendere fiato e riposarmi?”
Biancaneve era di buon cuore, così la fece entrare e le diede un bicchiere di vino con un panino (o qualunque altra cosa avesse in casa). La vecchia disse di avere gioielli da vendere e Biancaneve le chiese di vederli, allora la vecchia prese uno spillone, glielo conficcò in testa e l'ammazzò, poi scappò via.
Non vi dico quanto si disperarono i briganti quando tornarono e videro che la loro protetta era morta!
Piansero e piansero, ma poi se ne fecero una ragione. E siccome non potevano andare a seppellirla al cimitero perché erano latitanti, la nascosero in un albero cavo ai limiti del bosco.
Poco dopo di lì passò un principe, che era fuori a caccia. Questo si appoggiò all'albero, vide che era cavo e scoprì il cadavere di Biancaneve.
Oh, la fanciulla era così bella, così seducente anche da morta che lui se ne innamorò all'istante. Perciò la caricò sul cavallo e se la portò al castello, e giorno e notte stava lì a guardarsela e sospirare, non andava più neppure a pranzo e a cena.
La Regina Madre non era scema e si accorse che il figlio si comportava in maniera strana, perciò andò nei suoi appartamenti a chiedergli che avesse.
“Oh, mamma, sapessi!”, disse lui, “Mi sono innamorato di una ragazza bellissima. Guarda. Non è un incanto?”
La Regina Madre osservò Biancaneve, che se ne stava distesa sul letto del Principe con le labbra atteggiate a un dolce sorriso e le mani incrociate sul petto. E siccome la Regina era un'ottima osservatrice, non poté non notare un dettaglio inquietante.
“Tesoro, è bellissima, sono d'accordo. Ma è... è morta, non vedi?”
“Oh, sì, purtroppo sì”, sospirò il Principe, “Ma io la amo e voglio sposarla. Sì, è morta, lo vedo, però ti assicuro che è il suo unico difetto. ”
Il che a mio avviso non fa altro che sottolineare il fatto che Biancaneve fosse considerata solo in virtù della sua bellezza. Che importa se è un burattino* senza personalità? Anzi, anche meglio: così non può avanzare pretese e rompere le scatole. L'unica cosa che conta è che sia bella. Bella e defunta: più docile di così...
“Figliolo”, disse la Regina, sentendosi un po' inquieta per le scelte del Principe, “capisco che ti piaccia, ma è morta. È un cadavere! Non puoi sposare un cadavere! Cerca di ragionare... ci sono tante altre belle fanciulle, al mondo. Belle e vive! Non lo preferiresti?”
“No, mi piace lei. Amo lei e solo lei. E poi guarda il lato positivo: con una nuora morta non ci puoi litigare!”
La Regina vide che il Principe era ostinato più che mai, così scosse la testa e sospirò sconsolata, non sapendo che pesci prendere. “Be', visto che sei deciso, almeno”, esitò, “almeno falla pettinare. Non lo vedi che disastro di capelli ha? Ora ti mando il mio parrucchiere.”
Il parrucchiere, un noto coiffeur parigino, arrivò, e anche se non era molto contento di pettinare una morta, lo fece perché era solo un parrucchiere e non poteva certo mettersi contro una Regina e un Principe. Sistemò la morta su uno scranno e cominciò a pettinarla. Ma mentre lo faceva il pettine s'impigliò in qualcosa e si spezzò. Ne provò un altro. Si spezzò pure quello. Dopo almeno una dozzina di pettini (e parecchie lacrime, perché quelli erano pettini di pregio), il coiffeur si arrese all'evidenza: la morta aveva qualcosa di strano in testa che gli impediva di pettinarla. Perciò superò il disgusto e palpò a mani nude quella cadaverica capoccia. E trovò un aggeggio metallico, tipo palla, che sporgeva. Lo tirò, ed estrasse uno spillone d'oro lungo così.
Be', voi potete anche non crederci (ed in effetti è abbastanza incredibile, vista l'assenza di magia finora palese in questa fiaba. Ma andiamo, è una fiaba. Cioè, se accettiamo Ridge Forrester che resuscita dopo essere arso vivo, perché mai non dovremmo accettare la morta che rivive quando le si toglie lo spillone dalla capoccia?), ma non appena lo spillone fu estratto la morta smise d'esser morta e tornò a vivere. Insomma, resuscitò.
E il Principe fu felicissimo e se la sposò, e la Locandiera ne fu così contrariata che morì di crepacuore, e i briganti vennero ricompensati con tanto oro che divennero ricchi e non dovettero più fare i briganti, e Biancaneve divenne regina, e tutti vissero felici e contenti.
E il parrucchiere non ne ebbe nulla, ma lui sapeva lo stesso che se Biancaneve viveva ancora era grazie alla sua messa in piega. Altro che bacio del Principe!

* colgo l'occasione per spiegare la differenza tra burattino e marionetta. La marionetta è quella sorta di pupazzo articolato che viene mosso dall'alto tramite fili. Come Pinocchio, insomma. Sì, lo so, Pinocchio viene sempre chiamato burattino, ma è un errore di Collodi. In realtà è una marionetta. Il burattino è invece quel pupazzo che viene animato infilandvi dentro una mano. Potrei aggiungere che forse pure il Principe infilava qualcosa in Biancaneve, per questo lei era come un burattino in più d'un senso. Ma non vorrei essere volgare...

Ma siete matti???

No, ma vi rendete conto delle cose che venite a cercarmi qui? Che mi sta a significare "e se Cenerentola non avesse perso le mutande?"
Cosa volete che ne sappia?
Ma d'altronde, chi volete che lo sappia?
Non lo sa nessuno, è una di quelle domande che non possono avere risposta, come "quanti angeli possono stare in piedi sulla capocchia di uno spillo?", oppure "quante zampe ha il millepiedi?"
Comunque Cenerentola le mutande le ha perse, perciò è perfettamente inutile chiedersi che avesse fatto se non le avesse perse.

venerdì 30 novembre 2012

Sono tutti egoisti... tranne me, ovvio!

Primo episodio: New York, 13 marzo 1964, alle tre del mattino la ventottenne Kitty Genovese sta rincasando dal lavoro (gestisce un bar) quando viene aggredita da uno stupratore e assassino seriale. Viene inseguita, accoltellata ripetutamente, stuprata e uccisa. In trentotto, tra passanti e residenti, assistono all'aggressione o sentono le sue grida d'aiuto. Nessuno fa nulla. Nessuno chiama i soccorsi. Solo dopo mezz'ora dall'inizio dell'aggressione qualcuno chiama la polizia, ma ormai è troppo tardi.

Secondo episodio: Nel giugno del 2008 la quarantanovenne Esmin Green, dopo aver inutilmente atteso per quasi ventiquattr'ore nella sala d'aspetto di un ospedale di Brooklyn, ha un collasso e sviene. Tutti i presenti, incluse due guardie, la ignorano. Solo dopo un'ora che la donna è in terra priva di sensi qualcuno si decide a soccorrerla, ma ormai è troppo tardi.

Terzo episodio: Nel giorno del Memorial Day, del 2011, Raymond Zac di Alameda, California, si avventurò in mare, molto probabilmente con l'intenzione di togliersi la vita. Sul luogo accorsero la Polizia e i Vigili del Fuoco, oltre ad almeno una dozzina di passanti. Nessuno intervenne,  anche se era evidente che il ragazzo stava andando in ipotermia. La Polizia disse che si aspettava fossero i Vigili del Fuoco a intervenire, questi sostennero di non avere le autorizzazioni necessarie a entrare in acqua. Degli altri presenti, ognuno affermò di essere convinto che sarebbe stato qualcun altro a fare qualcosa. Quando alla fine qualcuno si tuffò e riportò Raymond a riva, ormai era troppo tardi.

Quarto episodio: Nell'ottobre del 2011 a Foshan, in Cina, una bimba di due anni, Wang Yue, venne investita da due automezzi consecutivi. Rimase in terra sanguinante per diversi minuti e ben diciotto persone, come documentato dalle telecamere a circuito chiuso, le passarono accanto senza intervenire, addirittura scavalcando il suo corpicino sanguinante e fingendo di non vederla. Alla fine venne soccorsa da una netturbina, ma ormai era troppo tardi: la bimba morì otto giorni dopo per le ferite riportate.


Perché cose del genere accadono? Perché in simili situazioni la gente resta a guardare invece di intervenire? “Perché sono tutti stronzi ed egoisti” è una risposta un po' semplicistica. Anche perché quando la pensiamo intendiamo naturalmente che stronzi ed egoisti sono gli altri, non noi. Se ci fossimo stati noi, in tali frangenti, certamente saremmo intervenuti. Sicuri? Sicuri al 100%?
In realtà questo fenomeno ha un nome, e si chiama “effetto passante”, o “complesso del cattivo samaritano”, o ancora “sindrome Genovese”, perché è stato proprio il primo caso narrato a dare il via agli studi su questo tipo di comportamento, che è molto diffuso e naturale, tutt'altro che un evento raro. E il risultato è sconcertante: più gente c'è ad assistere a una situazione di emergenza, in cui c'è bisogno di aiuto, e meno probabilità ci sono che qualcuno intervenga (per contro, meno gente c'è più è facile che qualcuno arrivi in soccorso). Anche solo per fare una telefonata. Perché ognuno si aspetta che sia qualcun altro a farla.
Per intervenire in una situazione di emergenza, per prima cosa dobbiamo riconoscerla come tale. Per esempio, capire che quella a cui stiamo assistendo è un'aggressione vera e propria e non un litigio un po' chiassoso tra due fidanzatini. Per capire se si tratta davvero di un'emergenza ci rivolgiamo agli altri. Osserviamo il comportamento degli astanti e vediamo che fanno loro. Se nessuno prende l'iniziativa, il pensiero prevalente è che in fondo non stia succedendo nulla di grave. Il punto è che ognuno, non solo noi, si guarda intorno per vedere che fanno gli altri e agire di conseguenza. “Gli altri che fanno? Nulla. E allora non faccio nulla neanch'io. Se fosse urgente”, pensa il passante, “qualcuno farebbe qualcosa, no?”
E quando tutti pensano così, finisce che nessuno fa più nulla.
O ancora: “Ma tra tanta gente che c'è proprio io devo intervenire? Lo farà sicuramente qualcun altro!”
E quando tutti pensano così... idem come sopra.
In questo modo nessuno si sente veramente responsabile, perché la responsabilità viene “spalmata” fra tutti i presenti, e la colpa per il mancato intervento viene attribuita sicuramente agli altri.
Il nostro meccanismo di autostima fa sì che per ognuno di noi ci sia un'enorme differenza tra "me" e tutti gli altri. Avete mai visto quelle frasi che girano su facebook? Quelle un po' misantrope che affermano quanto le persone siano inaffidabili, gli innamorati traditori, la gente menefreghista, gli amici opportunisti e in sostanza gli esseri umani una gran delusione? Chi li posta ovviamente si riferisce agli altri, non a se stesso. Se dico "La gente è egoista" non intendo dire che lo sono anch'io, ma solo che lo sono tutti quelli che incontro. Se dico che i fidanzati sono traditori, infidi e crudeli, intendo implicitamente che la colpa del fallimento delle mie storie d'amore sia loro e solamente loro, mai mia. Semmai la mia colpa può essere stata "d'essere troppo buona", quindi una non-colpa in realtà.
Non è così?
Dei trentotto che assistettero all'aggressione a Kitty Genovese senza intervenire, sicuramente ognuno avrà pensato che la colpa fosse degli altri trentasette.
"Ma guarda che menefreghisti", avrà pensato ciascuno di loro, "Che gli costava fare una telefonata?"
"E a te che costava?", gli si potrebbe dire.
Inoltre quando molta gente è presente, si teme sempre di non essere all'altezza della situazione. Di intervenire con un aiuto intempestivo o non richiesto. Di far più danno che bene a intervenire ("È inutile chiamare l'ambulanza in cinquanta", pensa il passante, "basta che lo faccia uno. E sicuramente qualcuno l'ha già fatto!"), o addirittura di fare una brutta figura in caso di intervento sbagliato.
E poi c'è anche la paura di rimanere coinvolti. Quando si è da soli, o si è in pochi, rimanere coinvolti è inevitabile. Ma quando si è in tanti, perché lasciarci coinvolgere quando questo compito se lo può benissimo assumere qualcun altro? Perché dovremmo farlo proprio noi, che magari abbiamo già i problemi nostri?
Ancora, la situazione anomala potrebbe stupirci al punto da "bloccare" la nostra capacità d'azione, impedendoci di prendere una decisione. Ci coglie di sorpresa, insomma, e noi non sappiamo più cosa è giusto fare.
Invece è più probabile che si intervenga se quelli che ci circondano sono amici e non sconosciuti, oppure se conosciamo la vittima o perlomeno la riconosciamo come appartenente alla nostra cerchia (esempio banale: tifa per la nostra stessa squadra di calcio).
È una cosa che può capitare a chiunque, anche a chi proprio non se l'aspettava da se stesso.
Per questo dico: siamo proprio sicuri che a noi non potrebbe mai capitare?
Una curiosità: i cosiddetti “macho” sono quelli che in questi casi intervengono di meno, perché sono quelli che più di tutti temono una brutta figura in caso di intervento sbagliato o inappropriato. Insomma, un solo Superman salva il mondo, con una folla di Supermen la povera Lois Lane è spacciata!

martedì 27 novembre 2012

Cenerentola al Sud: una storia "scialla"

Illustrazione di Kay Nielsen
Come vi ho detto tante volte, di Cenerentole ce ne sono parecchie, non una sola. Per tradizione, noi italiani siamo più legati alla versione dei Grimm (o viceversa, perché potrebbe benissimo essere che siano stati i Grimm a ispirarsi alla nostra tradizione e non il contrario) che a quella di Perrault sulla quale è basato il film di Walt Disney. Questa versione che sto per raccontarvi l'ho trovata nelle raccolte di Italo Calvino ed è siciliana. Una Cenerentola veramente insolita.
Ora, cos'è che fa di un personaggio una Cenerentola? Cosa ci fa dire che la sua storia è “cenerentolosa”, per così dire? La scarpetta? Ma quella mica c'è sempre (nell'opera di Rossini, per esempio, al suo posto c'è un bracciale di diamanti). Le sorellastre cattive? Le umiliazioni subite in casa? La matrigna? La fata amica (che però nei Grimm non compare)? Il principe? Il ballo? Cosa? Cosa non può assolutamente mancare? Qual è quella cosa speciale la cui assenza le farebbe perdere tutta la sua “cenerentolitudine”?
In questa versione siciliana la nostra eroina (che si chiamerebbe Ninetta, ma io preferisco chiamarla Cenerentola altrimenti rischiamo di dimenticarci che è proprio lei) non ha quasi nessuna delle classiche caratteristiche da Cenerentola. Non ci sono le sorellastre cattive, non c'è la matrigna tartassatrice, non c'è la scarpetta e non ci sono neppure le umiliazioni subite. Ecco, è una Cenerentola che non solo non subisce nulla, ma è addirittura la più viziata tra le sorelle (che non sono sorellastre). E non è stucchevolmente buona, anzi, oserei dire che questa è una Cenerentola decisamente scazzata, se mi passate il termine. Una che se le chiedi “Come stai?” è facile che ti risponda “Che te ne frega?”
Eppure è proprio lei, non ci sono dubbi.
PS: non dico che non sia una Cenerentola adatta a un pubblico infantile, ma forse prima di leggerla a un eventuale bambino è meglio se la leggete voi e tagliate dove ritenete di dover tagliare, perché ho usato un linguaggio un po'... ehm... colorito, ecco...

PS: io quando l'ho scritta e riletta, me la sono immaginata recitata dalla voce di Teresa Mannino. Poi fate un po' voi...


Cenerentola al sud: una storia “scialla”


C'era una volta un ricco mercante vedovo che aveva tre figlie, una più bella dell'altra. Ma la più bella di tutte era senza dubbio la più piccola, Cenerentola.
Un giorno il mercante tornò a casa preoccupato.
“Ho in ballo una cosa grossa e devo fare un viaggio d'affari”, disse alle figlie, “ma non me la sento di lasciarvi qui da sole. E se poi viene qui qualcuno e vi rapisce? O, ancor peggio, vi deflora?”
“Ma che problema c'è?”, dissero le figlie, “Lasciaci tante provviste e facci barricare in casa, così non può entrare nessuno. E se proprio ci serve qualcosa, lasciaci una sola finestrella aperta così possiamo ordinare le commissioni al garzone del droghiere e calare il panierino.”
“Buona idea!”, disse il mercante. E così fece.
Prima di partire chiese alle figlie se volessero un regalo particolare dalla terra dove andava.
“Io voglio un vestito color del cielo”, disse una.
“Io ne voglio uno color dei diamanti”, disse la seconda.
“Io voglio una pianta di datteri in un vaso d'argento”, disse Cenerentola, “e se te la scordi devono capitarti tanti guai che non ti facciano più tornare a casa finché non me la prendi.”
“O', Cene, ti sei ammattita?”, la sgridò la sorella maggiore, “Si dicono queste cose a papà, che poi magari veramente gli mandi contro qualcosa di brutto?”
Ma Cenerentola fece un broncio così grazioso che suo papà s'intenerì. “Ma no, ma no”, disse, “Cenerentola nostra è la piccolina di papà e non bisogna sgridarla. È vero?”
“Gni”, rispose la ragazza sbattendo le ciglia. Perché era un po' viziata, ammettiamolo. E anche un po' stronza, ammettiamo pure questo.
E il mercante partì, comprò i vestiti ma si scordò della pianta di datteri. E quando s'imbarcò per tornare scoppiò una tempesta terrificante che minacciò di fare a pezzi la nave su cui stava. Allora si ricordò degli accidenti di Cenerentola, tornò indietro, prese quella cavolo di pianta a si imbarcò di nuovo. E stavolta ci riuscì.
Intanto le tre sorelle erano rimaste a casa a contarsela su, a giocare a palla, a spettegolare e a fare le altre cose che facevano le figlie dei ricchi mercanti in un'epoca in cui non esistevano automobili, telefoni, TV [nella scatola del mondo io e tu, per cui la quale, cicale cicale cicale... NDR] e neppure corrente elettrica.
Un giorno alla sorella maggiore cadde un ditale nel pozzo (perché loro avevano un pozzo in cortile).
“Io sono la più leggera”, disse Cenerentola, “calatemi giù che lo riprendo.”
Cenerentola si calò in fondo al pozzo, prese il ditale che galleggiava sul pelo dell'acqua, ma mentre risaliva si accorse, a metà strada, che dai mattoni trapelava una luce. Tolse qualche mattone e vide che il pozzo affacciava su un giardino meraviglioso, che guarda caso era il giardino del Re. Ora, io non so come fosse fatto quel pozzo per affacciarsi su un giardino. Forse la casa del mercante era in cima a un promontorio che dava sul giardino reale. Forse era un passaggio magico. Fatto sta che così era, anche se è curioso.
Comunque, lei vide questo giardino meraviglioso e ci andò dentro a cogliere fiori e frutti, e quando risalì dal pozzo oltre al ditale aveva il grembiule carico di ciliegie e gelsomini.
“E tutta questa roba dove l'hai trovata?”, domandarono le sorelle furbe. Furbissime. Cioè, che mi significa “dove l'hai trovata?”. Era appena uscita dal pozzo, l'avrà trovata da qualche parte nel pozzo, no?
Forse per questo Cenerentola fece spallucce e rispose amabilmente: “Che ve ne frega? Sono fatti miei, mangiate le ciliegie e non mi scassate i cabasisi con le vostre domande idiote!”
Le cronache non riportano che abbia detto così, ma io sono certa di sì.
Cenerentola pensava che nessuno si sarebbe accorto del suo furto, ma si sbagliava perché se ne accorse il Giardiniere di Corte, il quale andò dritto filato a raccontarlo al Reuzzo. Nelle fiabe dell'Italia del Sud il Principe Azzurro non si chiama Principe ma Reuzzo, o Reuccio, vale a dire Piccolo Re, o il piccolo del Re. Come ci sono il leone e il leoncino, il lupo e il lupetto e il gatto e il gattino, così ci sono il re e il reuzzo. Insomma, il nostro Reuzzo è il figlio del Re.
Capito?
Okay, allora il Reuzzo il giorno dopo alla stessa ora si appostò per vedere chi gli fregava fiori e frutta.
E a quella stessa ora Cenerentola si fece calare di nuovo nel pozzo.
“Ma che devi fare ancora laggiù?”, domandarono le sorelle.
“Miii, quante domande!”, rispose Cenerentola con la dolcezza che le era propria, “Non mi rompete la minchia e calatemi giù, che poi vedrete.”
E di nuovo Cenerentola scostò i mattoni e si mise a zompettare nei Giardini Reali come un fringuello ladro, ma poi si accorse che il Reuzzo l'aveva vista e le stava correndo incontro. Allora scappò rapida come una lepre, si infilò nel buco, lo richiuse e si fece tirar su dalle sorelle col suo bottino.
E il Reuzzo rimase con un palmo di naso. E col cuore trafitto, perché Cenerentola era così bella che lui se n'era già innamorato. Perciò tornò al castello e si mise a letto con la febbre alta, perché era malato d'amore. Il Re e la Regina chiamarono tutti i medici di corte al suo capezzale, ma nessuno capì cos'avesse. Solo il più saggio tra di loro diede la sua diagnosi: “Secondo me il Reuzzo s'è innamorato. I sintomi mi sembrano quelli.”
Il Re domandò al figlio se fosse vero e lui rispose di sì, e poi raccontò la storia della bella ragazza scomparsa in un buco del muro del giardino.
Allora il Re decise di organizzare un gran ballo, in tre serate consecutive, e invitarci tutte le fanciulle del regno, così forse si sarebbe ritrovata la misteriosa ragazza.
Intanto il mercante era tornato, e aveva dato alle figlie i loro regali. Le prime due già si erano messe ad aggiustare i vestiti e non vedevano l'ora che ci fosse un gran ballo per poterseli mettere.
Cenerentola invece prese il suo dattero e se ne andò sul suo balcone a curarlo e accudirlo.
Quando venne l'invito per il ballo, naturalmente tutti furono su di giri. Le sorelle non stavano più nella pelle.
“Vedrai quanto ci divertiremo, Cene”, dicevano, “Sarà uno sballo. Un ballo da sballo! Ah, ah”, e giù a ridere contente.
“Mah”, fece Cenerentola dubbiosa, “Io non lo so mica se ci vengo.”
“Come non ci vieni???”, annasparono le sorelle, “Ma stai male? Sarà l'evento dell'anno. Ci pensi? Un mucchio di gente, un mucchio di roba buona, un mucchio di bei ragazzi.”
“Uff!”, sbuffò Cenerentola, “Ma io non c'ho voglia!”
“Cenerentola”, s'intromise il padre, “Guarda, che qui non è questione di averne voglia. Il Re ha ordinato -ordinato, capisci?- che ci vadano TUTTE le ragazze in età da marito. E tu a quel ballo ci devi venire, sennò son guai.”
“Ma scusa, che vuoi che ne sappia il Re quante figlie c'hai tu? Digli che ne hai due e morta lì.”
“Cenere', tu mi metti nei guai.”
“Eddai! Eddai Eddai!”, gli fecero eco le sorelle, supplici.
“Ho detto di no. E poi devo badare al mio dattero. Non ho tempo per le stupide feste”, tagliò corto Cenerentola.
Il padre e le sorelle sospirarono e andarono al ballo.
Ma non appena se ne furono andati, la ragazza corse alla pianta di datteri e pronunciò questa formula magica:
Pianta, piantina bella,
Fammi risplendere come una stella.
Okay, non è questa la formula vera. Ma il concetto è questo.
Comunque la pianta si aprì e ne uscirono fuori innumerevoli fate che cominciarono a pettinarla, truccarla, addobbarla, finché non fu tutta coperta d'oro con un abito da sera sfolgorante, bella come non mai.
Allora Cenerentola andò alle scuderie, prese carrozza e cavalli e andò al ballo.
Capito? Voleva andarci da sola, non con i suoi. Furbastra.
Non appena arrivò, tutti la notarono per la sua bellezza.
“Oh, ma quella non somiglia a Cenerentola nostra?”, disse una delle sorelle.
“Per somigliare, somiglia”, rispose l'altra, “Ma Cenerentola ha detto che restava a casa. E poi nessuna di noi ce l'ha un vestito così.”
La riconobbe anche il Reuzzo, che corse da lei e le disse che finalmente l'aveva ritrovata, e poi i due ragazzi danzarono insieme tutta la notte.
Non parlarono molto, perché Cenerentola era piuttosto evasiva e sgarbata  col Reuzzo.
“Come vi chiamate?”, le domandò lui.
“Col mio nome”, rispose lei.
“Dove vivete?”, domandò lui.
“A casa mia”, rispose lei.
“Voi mi fate morire!”, esclamò lui.
“Prego, fate pure!”, sbuffò lei, “Sarebbe un rompipalle in meno”, aggiunse tra sé.
Quando si fu stufata di ballare, Cenerentola prese e se ne andò.
Mi ricordo che quando ero piccola una volta scrissi così in un componimento scolastico. Il mio personaggio “prese e se ne andò”. E la maestra me lo segnò con la penna rossa perché era un'espressione “eccessivamente gergale”. Ma ora sono grande e sono finalmente libera di scriverlo! Ah!
Ma continuiamo con la storia.
Cenerentola prese e se ne andò, senza aver detto né chi era né dove abitasse. Perciò il Re chiamò alcune delle sue guardie a cavallo e ordinò loro di seguire la sua carrozza, per scoprire dove stava di casa.
Ma la ragazza, scaltra, prese una manciata di monete d'oro (rubate al babbo, presumibilmente) e le gettò per terra, così le guardie si fermarono a raccoglierle e la persero di vista. E quando tornarono a Palazzo il Re fece loro una lavata di capo coi fiocchi.
Non appena giunse a casa, Cenerentola corse dal dattero e gli disse:
Piantina, bella piantina,
Fammi tornare com'ero prima.
Le fate uscirono, la struccarono, la spogliarono e insomma, la fecero tornare la Cenerentola di tutti i giorni.
Poco dopo rincasarono anche il papà e le due sorelle.
“Che ti sei persa, Cene!”, disse la maggiore, “È stato uno spasso senza precedenti. E poi c'era una gran dama tutta vestita d'oro che ti somigliava un casino. Il Reuzzo non ha fatto che sbavarle dietro tutta la notte. Troppo bello!”
“Vi siete divertite?”, sbadigliò Cenerentola, “Sono contenta per voi.”
“Domani ci vieni anche tu, vero?”, disse l'altra sorella, “Devi troppo vedere quella lì!”
“Bah, vedremo!”, rispose Cenerentola.
Ma l'indomani tirò fuori di nuovo un mucchio di scuse. E non le interessava andarci, e forse le faceva un po' male la testa. E ballare non le piaceva. E la sua pianta aveva bisogno di cure. E alla fine gli altri tre se ne andarono via mestamente, e il papà si preoccupò perché pensava che la figlia fosse un po' troppo fissata con quella stupida pianta.
Ma come la sera prima, non appena fu sola Cenerentola corse a farsi agghindare dalla pianta fatata, e poi scappò al ballo, e di nuovo suscitò scalpore con la sua bellezza e la sua eleganza.
E le sorelle più la guardavano e più avevano la sensazione che fosse proprio Cenerentola, non solo una che le assomigliava.
Di nuovo danzò col Reuzzo, e di nuovo fu assai amabile con lui.
Disse le stesse cose, non sto qui a ripeterle. Le fiabe sono così, ogni cosa va ripetuta per tre volte prima di avere effetto.
Tre è un numero magico, come dice il jingle della compagnia telefonica.
Siccome stavolta le guardie erano state ben strigliate dal Re, sapevano che non dovevano fermarsi a raccogliere le monete mentre inseguivano la misteriosa fanciulla in carrozza.
Ma quella era più furba che mai, e stavolta le monete non le lanciò per terra ma le buttò direttamente in faccia a poveruomini che furono così costretti a fermarsi, perdendola di vista e facendo arrabbiare tanto, ma tanto, il Re.
Quando tornarono, le sorelle erano su di giri.
“Tu sei sicura di non essere venuta al ballo, vero?”, le dissero.
“Io? Al ballo? Mi prendete per il culo? Io non mi sono mossa di qui!”
“Eppure guarda, che quella lì era identica a te, sputata. Uguale-uguale!”
Cenerentola fece spallucce, “Bah! Se lo dite voi!”
“Comunque tu domani vieni! Eddai, è l'ultima sera!”
“Miii, come siete noiose! Non ho voglia di ballare. Voglio starmene a casetta mia con la mia pianta, va bene? È vietato? Non mi pare.”
E così per la terza sera papà e le sorelle furono costretti ad andare al ballo senza la loro Cenerentola, e papà decise che l'indomani stesso avrebbe portato la figliola a far vedere da uno bravo, perché non gli pareva normale che una ragazza bella e in salute come lei preferisse la compagnia di una stupida pianta a un ballo pieno di musica e risate coi suoi coetanei.
E comunque quell'accidente di dattero sarebbe finito in pattumiera!
Come le altre sere, Cenerentola corse a cambiarsi e andò al ballo, di nuovo danzò col Reuzzo e di nuovo non gli diede soddisfazione, e il Reuzzo era così malato d'amore che stava per mettersi a piangere. Solo che proprio mentre ballavano il Re, che aveva visto tutto, aveva pensato bene di non correre il rischio di farla scappare e perderla per sempre. Così le mandò le sue guardie, che le dissero, anzi, le ordinarono di presentarsi al cospetto di Sua Maestà.
“Signorina”, le disse il Re quando se la trovò davanti, “A che gioco state giocando? Volete avere la bontà di dirmelo?”
“Io? Io non sto giocando a niente”, rispose Cenerentola a testa alta.
“Non cercate di fare la furba con me”, si spazientì il Re, “Io ho questo figliolo che è malato d'amore per voi, e voi non fate altro che tenerlo in sospeso, dargli corda e poi scappare. Ora io da voi voglio sapere solo una cosa. Ve lo volete sposare, sì o no?”
“Io, per me, me lo sposerei pure”, rifletté Cenerentola, “Però non posso mica decidere da sola. Ho anche un padre e due sorelle a cui dar conto.”
“E dove sono questo padre e queste sorelle? Su, interroghiamo pure loro e facciamola finita.”
Siccome risultò che erano alla festa pure loro, il Re li convocò subito.
E all'inizio il mercante si preoccupò moltissimo, perché “Quando il Re ti chiama, sono guai”*. Ma poi capì cos'era successo e tirò un sospiro di sollievo. Lui e le altre sue figlie furono felicissimi di sapere che Cenerentola avrebbe sposato il Reuzzo e le diedero la loro benedizione.
E così ci fu gran festa e tutti vissero felici e contenti.

FINE

*Antico proverbio siciliano

Conclusione
Ecco, ora a me pare di aver capito in cosa consiste la Cenerentolitudine. È il mistero di lei. Il suo nucleo è quello. Cenerentola e il principe s'incontrano, s'innamorano, ma lei non si rivela. Non gli fa capire subito chi è. Lo tiene sulla corda fino all'ultimo. E lui deve affannarsi parecchio per scoprire il suo segreto e conquistarla. La parte fondamentale della storia è il Principe che perde la testa per Cenerentola, cerca di scoprire di chi si tratti, ma lei si nasconde, scappa e si nega. E solo quando pensa di conoscerlo tanto da potersi fidare di lui, solo allora si fa infilare la scarpina, o il bracciale, o l'anello, o...

C'era una volta...

Leggendo tante fiabe capita di trovare dettagli bizzarri e ricorrenti.
Per esempio, avete mai notato che tante fiabe cominciano con un re e una regina che vogliono un figlio ma non riescono ad averlo?
A me è il venuto il sospetto che questo avvenga perché non lo sanno, come si fanno i bambini.
Vi sembra stupido?
Mica tanto.
Se calcolate che perfino adesso, nel moderno 2012, possono capitare fatti simili.
Era di quest'anno, se non erro, la notizia di quella coppia di giovani tedeschi che si era recata al consultorio perché non riusciva a procreare.
Ed è venuto fuori che i due, essendo nati e cresciuti in ambienti particolarmente chiusi e sessuofobi, non avevano la minima idea di quel che andava fatto per fare un bambino.
E a trent'anni e passa aspettavano ancora la cicogna.
Inquietante, a pensarci, vero?...

Ricerche inquietanti

Cari lettori, io vi voglio tanto bene, ma voi dovete ammettere che certe volte siete ben strani.
Stranissimi.
Venite da me a cercare certe cose che... ecco qui, per esempio.
Oggi qualcuno è venuto qui perché cercava info sulla buccia di limone usata come anticoncezionale.
No, ma vi rendete conto?
La buccia di limone non è e non è mai stata anticoncezionale. Semmai in epoche passate (tipo, nel Settecento, pare lo facesse il celebre Giacomo Casanova) veniva talvolta usata come preservativo. Sì, insomma, come condom. Sì, ma questo non vuol dire che gli antichi prendevano mezzo limone, seppur svuotato della polpa, e se lo infilavano sul pisello, e se provate a farlo siete scemi!!! C'era un sistema per ricavare una sottile guaina utilizzabile, più o meno. Sistema che voi certo non conoscete, perciò lasciate perdere.
Se poi pensate che la buccia del limone sia una specie di metodo ecologico per sostituire la pillola anticoncezionale, allora siete messi male.
Certi metodi fantasiosi lasciamoli agli antichi. Adesso siamo nel XXI secolo, esiste la tecnologia, serve apposta per semplificarci la vita. Usiamola.
Che poi m'immagino la scena. M'immagino un lui e lei molto giovani che si trovano di fronte al dilemma di come fare a farlo senza far altri fatti.
"Cioè, che facciamo? Ti metti il guanto?"
"No, ma come faccio? Dove lo piglio? Mi vergogno! E poi il farmacista mi conosce, capace che lo dice ai miei. Vacci tu."
"Io??? Ma che sei scemo? Non lo sai che poi il farma gioca a carte col mio pa'? No, no. E poi quella cosa lì se la usi vai all'inferno, lo sanno tutti."
"È vero. Magari esiste un sistema naturale ed ecologico. Ah, sì, mi pare che se dopo ti fai il bidè col succo di limone o con la coca-cola, o tutt'e due, non resti incinta."
"Ma che succo di limone e succo di limone! Sei ignorante? La mia cugi che sa tutto m'ha detto che c'era un famoso tronista del passato che usava la buccia di limone. Non mi ricordo però se si doveva mangiare o si doveva infilare da qualche parte."
"Controlliamo su internet."
...
Ecco, una cosa così.
No, ragazzi, non va.
Come vi dicevo, la tecnologia serve per semplificarci la vita e impedirci di ficcarci in un sacco di guai. Il preservativo, o condom, è frutto di tale tecnologia. Li vendono dappertutto, anche al supermercato, anche negli anonimi distributori automatici. Usarli è meglio. E se qualcuno vi dice che usarli è peccato, non credetegli: la sua è tutta invidia ;-)

domenica 25 novembre 2012

No alla violenza contro le donne!

Oggi, 25 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Non posso non parlarne.
Ma COME posso parlarne?
È un argomento fragile, delicato. Un argomento che fa male a molta gente.
Soprattutto alle donne.
Ma mica solo a loro.
Un argomento di cui tutti parlano, anche quelli che non possono capirne nulla.
Un argomento sensibile, perché tocca il profondo.
Dunque che posso mai dire io?
La mia opinione, null'altro.
Allora, comincio dicendo che la violenza sulle donne non è solo lo stupro, o l'assassinio, o le botte. Quelle ci sono, ma arrivano dopo una catena di sopraffazioni. Come la margherita sulla pianta. Non spunta subito il fiore, cioè l'atto di violenza estremo. Prima c'è il seme che germina, poi la pianta che nasce, mette fuori le foglie, e il fiore arriva soltanto dopo, e neanche sempre.
Però non è che se il fiore non spunta vuol dire che la violenza non c'è.
Non vuol dire che se una non ha i lividi o le ossa rotte, allora non ha subìto violenza.
Per me violenza sulle donne è quando ti aspetti certe cose, per esempio.
Quando torni a casa e chiedi cosa c'è per cena, dando per scontato che debba essere la tua donna/mamma/sorella a occuparsene.
Quando pensi che amare le donne significhi avere tante fidanzate.
Quando credi che la tua ragazza sia “roba tua”, e guai se lei manifesta idee con le quali tu non sei d'accordo.
Quando pensi che la violenza sulle donne sia una cosa che non ti riguardi.
Quando ti piace una e lei ti dice di no, e tu dai di matto perché come si permette brutta troia?
Quando credi che sotto sotto i suoi interessi valgano meno dei tuoi. Dai, tanto sono solo cavolate da donne, no?
Quando pensi che la mamma tua sia santa e vergine e tutte le altre non sono neanche degne di allacciarle le scarpe.
Quando ti dici che “l'uomo è cacciatore” per giustificare il fatto che le menti/le sei infedele/le conti un sacco di balle...
...però se lei si azzarda a fare come te allora è una gran troia.
Quando dici che non sei capace di fare i mestieri di casa, perché sai che tanto ci penserà lei. E poi è cosa da femmine, no?
Quando ti sembra giusto che una donna si sacrifichi per amore. Lei potrà anche farlo. Le donne spesso lo fanno. Ma questo non vuol dire che sia giusto.
Quando ritieni che le donne siano come dolcetti in pasticceria: tutte lì a tua disposizione, e se non sono d'accordo è perché sono stronze oppure omosessuali.
Quando sei convinto che amore voglia dire gelosia.
Quando le dici “Ma sta' zitta, che vuoi capirne tu? Non è mica roba da donne!”
Quando sei certo di sapere esattamente quel che lei è, pensa e fa. E in realtà non lo sai.
Quando la metti su un piedistallo, e pensi di doverla proteggere dai mali del mondo. Ma chi ti credi d'essere per farlo? E se lei poi non è, o non vuole essere, all'altezza delle tue aspettative? Che fai?
Quando credi di essere più importante, più degno, e comunque migliore solo perché tu sei maschio e “lei no”.
Quando dici “Ma le donne hanno il cervello più piccolo! È scientifico che sono meno intelligenti!”.
Quando dici “Io la tratto come una Regina!”. Intendendo dire che le compri di tutto, esaudisci i suoi desideri, la tieni al riparo dalle brutte notizie come se fosse... fragile.
Quando non la consideri una creatura al tuo stesso livello, nel bene o nel male. Nella forza o nella fragilità.
Quando... ce ne sono tante, troppe... ma ormai avete capito, no?

Pelle d'Asino: una storia torbida

Illustrazione di Harry Clarke
Eccoci di ritorno con un'altra fiaba, stavolta di Charles Perrault. Come vi avevo già spiegato, questo non vuol dire che la fiaba l'ha scritta Perrault, ma solo che lui l'ha raccolta dalla tradizione orale e riscritta. Io invece la ri-racconto a modo mio.
Se la Bella Addormentata nel Bosco parlava di cannibalismo, Pelle d'Asino, come vedremo, affronta la scottante tematica dell'incesto. Le fiabe vere sono roba forte, non cartoni animati e musical.
Vedremo anche che Pelle d'Asino, alla fin fine, non è altro che una delle mille varianti di Cenerentola.


Pelle d'Asino

C'era una volta un Re che poteva ben dirsi felice, perché aveva tutto quel che un re possa desiderare. Un reame ricco, pieno di sudditi leali che gli volevano bene, un castello magnifico colmo d'ogni ricchezza, e soprattutto una moglie bellissima e intelligente che lo amava e che lui a sua volta amava molto. Il loro era un vero matrimonio d'amore, non di ragion di stato, e quel matrimonio era stato benedetto dall'arrivo di una figlia bellissima, intelligente e studiosa che non si potrebbe desiderare di meglio. E infatti il Re e la Regina erano così contenti di lei, che non sentivano la mancanza di un erede maschio.
Come se non bastasse, nelle scuderie reali c'era un'asina bella come non si può dire che anziché normale cacca produceva quotidianamente secchiate di monete d'oro.
Ma siccome la jella non guarda in faccia nessuno e colpisce tanto i re quanto i poveracci, un brutto giorno la scalogna si abbatté sul Re e fece ammalare gravemente la Regina. I migliori medici del mondo non riuscirono a salvarla e la poverina morì.
Mentre stava spirando il Re le teneva la mano, e piangeva sconsolato.
“Non piangere, amor mio”, gli disse la Regina, “piuttosto devi farmi una promessa. Quando non ci sarò più tu ti devi risposare.”
“No, no”, il Re scoppiò in lacrime, “Non chiedermi tanto. Io dopo di te non vorrò mai più un'altra donna.”
“E invece ti devi risposare, che tu lo voglia oppure no”, mormorò la santa donna con quel po' di fiato che le rimaneva, “Perché hai delle responsabilità, e hai il dovere di dare al tuo regno un erede maschio. Solo promettimi che non sceglierai come seconda sposa una che non sia alla mia altezza come bellezza e come intelligenza. Promettimelo e io morrò in pace.”
Il Re promise e la Regina spirò.
Poi il Monarca si avvolse nel suo dolore e tanto era inconsolabile che trascurò completamente gli affari di stato. Non se ne scordarono però i suoi ministri, i quali un bel giorno andarono da lui a dirgli che sì, doveva proprio scegliersi un'altra moglie, un po' per consolarsi e un po' perché senza un erede maschio erano bei casini. Insomma, la Principessa si sarebbe sposata e se ne sarebbe andata via, e il Reame sarebbe rimasto senza eredi e in balìa di tutti gli stati confinanti. Ci sarebbero state guerre, sofferenze, calamità. E tutto per colpa sua. Alla fine il Re si convinse, ma avvertì i ministri della promessa fatta alla Regina in punto di morte.
I ministri sospettarono che la Regina gliel'avesse estorta per impedirgli di risposarsi, dal momento che era ben difficile trovare qualcuna che fosse bella e intelligente quanto lei, ma ebbero il buonsenso di non dirlo. E poi comunque ormai aveva promesso, e siccome parola di Re è parola di Re (non so se ve l'ho già detto, ma ciò vuol dire che nelle fiabe i governanti non possono mai, e per nessun motivo, venir meno alla parola data. E anche da questo si capisce che sono fiabe), il nostro Sovrano si mise a guardare tutti i ritratti delle principesse in età da marito per sceglierne una adatta. Non so come andasse, immagino avessero una sorta di catalogo illustrato delle pulzelle impalmabili. A ogni modo il Re non trovò nulla che fosse all'altezza della defunta Regina e cominciò a deprimersi veramente tanto, finché, un brutto giorno, l'occhio gli cadde sulla Principessa sua figlia, la quale era appunto in età da marito. In quel fatale istante il Re si accorse che la Principessa era praticamente identica alla madre, anzi, se possibile era ancora più bella e più intelligente. E un po' il dolore per il lutto, un po' la stanchezza per la ricerca infruttuosa, un po' il fatto che era ormai in astinenza da parecchio tempo e l'ormone esigeva la sua parte, un po' vai a sapere cosa, ma al Re andò in tilt il cervello e si mise in testa d'essersi innamorato di sua figlia.
Perciò la fece chiamare e le comunicò che di lì a breve si sarebbero sposati.
Non vi dico come la prese male la Principessa! Ovviamente rifiutò, cercò di farlo rinsavire, ma il padre era ormai del tutto ammattito e non volle sentire ragioni. Arrivò addirittura a pagare un mago corrotto affinché convincesse la Principessa che sposare il proprio padre fosse cosa buona e giusta.
La Principessa non si lasciò convincere e invece si ritirò nelle sue stanze per lamentarsi e chiedere aiuto alla sua Madrina, la Fata dei Lillà.
Perché una principessa non può avere per madrina una povera crista qualsiasi, no: o una fata (generalmente rimbambita) o niente.
“È un brutto guaio”, disse la Fata, “Ma tu forse puoi cavartela chiedendo come dono di nozze un regalo impossibile.”
Così, seguendo le istruzioni della Fata, la Principessa andò dal Re e gli disse: “Papà, ho deciso: ti sposerò solo quando riuscirai a procurarmi un vestito color del tempo.”
Color del tempo, avevano pensato le due donne, e quando mai lo trova?
E invece il Re lo trovò. O meglio, mise sotto torchio le sartorie reali e queste sfornarono per la Principessa un abito da sera d'un celeste più celeste del cielo, e attraversato da una delicata trama di nuvole d'oro. Insomma, uno splendore.
“Fata, abbiamo sbagliato. Qui ci vuole un'altra idea.”
“Trovato: chiedi un vestito color della luna.”
La Principessa lo chiese e il Re glielo fece fare in neanche due settimane: un abito dai mille riflessi d'argento, così bello che la Principessa quando lo indossò pianse per la commozione, e anche per il fallimento del piano.
“Ci sono”, propose la Fata dei Lillà, “Pretendi un abito color del sole. Questo è impossibile da procurare. E se ci riesce se non altro ci avrà lasciato tempo per pensare a una via di fuga.”
E anche l'abito color del sole arrivò, così bello e scintillante che a guardarlo si rischiava di restare abbagliati, e infatti dicono che fu in quel periodo che cominciò la moda degli occhiali da sole.
“Ho avuto un'altra idea”, disse la Fata alla Principessa, che cominciava a perdere speranze sulle capacità della sua Madrina, “Chiedi la pelle dell'asina. Vedrai che quella non te la può concedere: è troppo affezionato a quella bestia, e poi gli frutta troppi quattrini per rinunciarci.”
Non avevano fatto i conti con l'insana passione del Re, il quale era così determinato che quella sera stessa fece trovare alla Principessa la pelle dell'asina, elegantemente ripiegata sul suo letto.
“E adesso?”, esclamò la Principessa scoppiando in lacrime, “Che posso fare? Io non voglio sposare mio padre. È una cosa ripugnante!”
“Tranquilla!”, disse la Fata dei Lillà col suo consueto e ingiustificato ottimismo, “Smetti di piangere e segui le mie istruzioni. Avvolgiti in questa pelle d'asino e scappa di qui, scappa più lontano che puoi. Non preoccuparti dei bagagli, a quelli ci penso io”, e qui la Principessa si preoccupò, “te li farò avere magicamente. Tu prendi solo questa bacchetta magica, la userai tutte le volte che vorrai parlarmi o ti serviranno le tue cose.”
E così la Principessa si vestì da sguattera, si sporcò tutta, indossò la pelle d'asino e scappò via.
Camminò parecchi giorni, ma non riuscì a trovare ospitalità da nessuna parte perché sembrava così brutta e sudicia che nessuno la voleva.
Infine giunse nei pressi di una città, e finalmente venne assunta in una fattoria come sguattera, per badare ai polli e ai porci.
Doveva sembrare veramente una cozza maleodorante, perché era disprezzata da tutti, e questo la faceva sentire assai depressa.
Ogni tanto, giusto per assicurarsi d'essere ancora se stessa, si lavava la faccia e si guardava allo specchio. E solo quando capiva d'esser sempre bella sotto gli strati di unto e di lerciume, tornava a sorridere.
È emblematico che la Principessa divenisse brutta a causa della sporcizia in una fiaba scritta in un'epoca in cui i nobili si facevano vanto di non lavarsi mai, non trovate?
Ma torniamo a noi. Pelle d'Asino, perché è così che tutti chiamavano la Principessa, prese l'abitudine di lavarsi, pettinarsi, agghindarsi e mettersi i suoi bei vestiti (fortunatamente questa magia funzionava) tutte le domeniche, quando gli altri andavano a messa e lei rimaneva da sola alla fattoria. Allora lei si chiudeva nella sua cameretta e si pavoneggiava allo specchio, con quegli abiti che riempivano tutta la stanza tanto erano ampi (o tanto era piccina la stanza, o entrambe le cose), e in sostanza “giocava alla principessa”.
Un giorno capitò ospite in quella fattoria il Principe di quel regno, che tornava dalla caccia. La domenica tutti andarono a messa e lui decise di ingannare la noia esplorando la casa. Capitò in un corridoio stretto e buio, ma da sotto una porticina in fondo filtrava della luce. Era la stanza di Pelle d'Asino e lui andò a vedere cosa mai potesse fare tanta luce nella camera di una sguattera. Sbirciò dal buco della serratura e vide Pelle d'Asino. Che no, non era tutta nuda come nell'illustrazione che ho usato, ma indossava proprio il suo vestito color del sole. Ed era così bella che il Principe se ne innamorò all'istante.
Quando tornò al suo Castello era così ammalato d'amore che gli venne la febbre alta e dovette mettersi a letto, e i medici di corte temettero seriamente per la sua vita, ma non riuscirono a capire che malanno avesse.
“Che c'è, figliolo?”, gli disse il Re suo padre, preoccupato, “Perché sei malato? Che posso fare per aiutarti? Vuoi salire sul trono al mio posto? Va bene. Sei innamorato di qualche principessa di un paese nemico? E papà tuo te la fa sposare. Lo sai che farei qualunque cosa pur di farti guarire.”
Il Principe alla fine disse che non desiderava tutte quelle cose, ma che era sicuro che sarebbe migliorato se avesse potuto mangiare una torta fatta dalle mani di Pelle d'Asino, la sguattera che lavorava alla fattoria dove lui si fermava sempre quando andava a caccia.
La Regina pensò che fosse una pretesa ben strana, ma diamine!, era così modesta che non se la sentì proprio di rifiutargliela. Evidentemente quella Pelle d'Asino doveva essere molto brava con le torte!
Quando Pelle d'Asino seppe che il Principe aveva chiesto espressamente una torta fatta da lei, il cuore le schizzò nel petto. Perché lei aveva visto il Principe dalla finestra della sua cameretta e se ne era innamorata all'istante, ma mai avrebbe pensato che anche lui l'avesse notata.
Perciò non appena rimase da sola corse ad agghindarsi, perché anche se il Principe non poteva vederla lei voleva farsi bella per lui, e preparò la torta. E non si accorse di un anellino che le si sfilò dal dito e finì nell'impasto.
Quando il Principe ricevette la torta la mangiò con tanta foga da far preoccupare i medici, e infatti a momenti si strozzò. Questo capitò quando gli venne in bocca l'anellino perso da Pelle d'Asino.
Era un bellissimo smeraldo montato su una fascetta d'oro molto semplice, ma era così piccolo che solo un dito molto esile poteva calzarlo.
“Mamma, papà”, disse, “ho preso una decisione: sposerò solo la fanciulla che riuscirà a indossare quest'anello.”
E così tutte le fanciulle del regno vennero chiamate a provare l'anello. A partire dalle principesse, e a scendere alle contesse, alle duchesse e alle baronesse, e poi le ereditiere, e poi le fanciulle normali, e poi le cameriere e infine anche le sguattere. Insomma, tutte. Ma nessuna di loro aveva dita così esili e delicate da poter infilare l'anello.
“L'avete fatto provare a tutte?”, chiese il Principe al Primo Ministro.
“A tutte!”, rispose l'uomo.
“Tutte tutte? Anche Pelle d'Asino?”
“Be', veramente...”, il Ministro tentennò, perché a tutti Pelle d'Asino appariva così racchia e sudicia che, andiamo... a lei no!
Ma il Principe insistette, così alla fine Pelle d'Asino venne convocata a Palazzo per la prova dell'anello.
Non vi dico il tumulto di sentimenti che le prese quando ricevette la convocazione! Perché anche se viveva tra i polli e i porci, lei si teneva informata, e l'aveva capito che l'anello di cui tutti cercavano con tanto clamore la proprietaria era il suo, quello che aveva perso mentre faceva la torta. E questo voleva dire che chissà come anche il Principe provava qualcosa per lei. Voleva sposarla! Wow!
Perciò corse a lavarsi, agghindarsi, truccarsi, farsi bella e profumarsi. Ma poi, sopra il vestito color della luna, gettò la vecchia e unta pelle d'asino, così nessuno avrebbe potuto sospettare chi era in realtà. Ma quanto doveva essere grossa, 'sta pelle d'asino, da coprire un abito ampio come quello? E quanto forte il tanfo, da mascherare quello dei profumi? Bah! Misteri delle fiabe!
Comunque, Pelle d'Asino si presentò, tutta tremante, al cospetto del Principe.
“Siete voi Pelle d'Asino?”, le domandò lui.
“Sì, mio signore.”
“Siete voi la sguattera che abita in una stanzetta in fondo a un corridoio buio, alla fattoria?”
“Sì, mio signore.”
“Porgetemi la mano.”
E da sotto quella sudicia pelle equina, la ragazza porse la manina più candida e delicata che si sia mai vista, una vera mano da principessa. Il Principe le infilò l'anello all'anulare e quello le calzò tanto bene come se fosse stato modellato apposta per lei, cosa che in effetti era. Tutti i presenti, Re, Regina e ministri, sgranarono gli occhi, ma la meraviglia li travolse quando Pelle d'Asino, con un lieve movimento, lasciò cadere la pelle d'asino rivelandosi per quello che era: una bellissima fanciulla con indosso un abito meraviglioso e preziosissimo.
“È lei, è lei!”, esclamò il Principe, “È la fanciulla che ho visto quel giorno, la ragazza che amo!”, e così dicendo balzò in piedi e corse ad abbracciare e baciare Pelle d'Asino, con tanto ardore che la ragazza arrossì per l'imbarazzo.
Il Re e la Regina ne furono così felici che le chiesero di sposare il Principe loro figlio.
Pelle d'Asino stava per dir di sì, quando il soffitto si aprì e arrivò la Fata dei Lillà a bordo di un carro fatto di fiori e altre amenità fatate. La Fata dei Lillà svelò a tutti che Pelle d'Asino era in realtà una Principessa di sangue reale e che era dovuta fuggire per questo e quel motivo, che già tutti conosciamo.
Il Re e la Regina erano già contenti da prima, ma ora furono contenti più che mai che il lor figliolo dopotutto non dovesse sposare una plebea d'origine ignota, come avevano temuto, e organizzarono immediatamente le nozze.
Pelle d'Asino, però, sentiva di non poter essere felice se non invitava anche il suo papà.
Perciò lo invitò. E fu felicissima di trovare che nel frattempo lui era rinsavito e aveva sposato un'altra bella principessa.
E così Pelle d'Asino sposò il suo Principe e tutti vissero felici e contenti.
Be', tutti tranne la povera asina, s'intende...

lunedì 19 novembre 2012

Frugando in soffitta...

Frugando in soffitta si scovano molte cose.
Io ho ritrovato un vecchio quaderno che usavo come diario.
Avevo diciannove anni, e a diciannove anni per un certo periodo non facevo che disegnare fate.
Come questa qui a sinistra.
Chissà come m'era venuta in mente...
 Questo è un appunto preso durante il corso di Storia del Teatro.
Rappresenta l'habit á la romain*, ovvero il costume che veniva impiegato in teatro dal Cinquecento al Settecento per impersonare personaggi di antichi.
Romani o greci che fossero, tanto era uguale...
Questo invece era un passerotto (maschio) che veniva a becchettare i semini che mettevo per i passerotti sul davanzale.
I condomini mi odiavano perché i miei passerotti poi facevano la cacca sulle loro automobili.
Ma erano così carini che chi se ne frega?
No, trovatemela un'automobile altrettanto simpatica...




---- NOTE
* habit á la romain: praticamente un abito da sera contemporaneo (cinque-sei-settecentesco che sia) ma bianco e decorato con greche, come se fosse un vero abito antico-classico.

giovedì 15 novembre 2012

La parola di oggi è... FANATISMO

Anch'io da ragazzina ho avuto il mio periodo di fanatismo...
Fanatismo, s.m, l'essere fanatici, aderire completamente, totalmente e senza riserve a un'idea, un pensiero, una corrente filosofica o politica, una religione, una squadra sportiva, un cantante, un attore o qualunque altra cosa alla quale si possa aderire completamente, totalmente e senza riserve. A quest'idea, pensiero, corrente filosofica o politica, religione, squadra sportiva, cantante, attore eccetera il fanatico delega totalmente o in parte la faticosa incombenza del pensare.
In questo modo il fanatico non dovrà far altro che dire, pensare o credere solo quel che l'oggetto del suo fanatismo gli ordina di dire, pensare e credere.
Questo perché il fanatico è convinto che l'oggetto del suo fanatismo abbia ragione sempre e comunque, indipendentemente dalla realtà circostante. Se il suo idolo dice che il massimo della vita è pitturarsi i capelli di fucsia e rosso carminio, il fanatico ci crederà e lo farà. Se il suo idolo dice che la cacca caramellata è buona e fa bene e lui dovrebbe mangiarne tanta, il fanatico la mangerà. Se il fanatico ritiene che il suo idolo lo apprezzerà di più se lui si lancia giù da un ponte ballando la mazurca, il fanatico lo farà.
Per lo stesso motivo, il fanatico è convinto di essere assolutamente nel giusto. Anzi, solo lui e quelli che la pensano come lui hanno ragione. Tutti quelli che non la pensano come lui si sbagliano e sono soltanto vermi schifosi. Il che certe volte può diventare molto, molto pericoloso. Soprattutto per i non fanatici, o per i fanatici avversari.
La parola “fanatico” ha origini religiose, significa “invasato da estro divino” e deriva da “fanum”, ovvero “tempio”. Per gli antichi romani erano “fanatici” tutti quelli che professavano culti estranei a quelli romani, questo sta alla base del principio per cui ogni fanatico non si riconosce mai come tale, ma crede che i fanatici siano sempre “gli altri”, ovvero quelli che non la pensano come lui.
Per gli illuministi è fanatico chiunque creda in cose assurde e irrazionali. Per esempio, che Lady Gaga sappia cantare.
Attenzione a non confondere il fanatismo con l'esaltazione e col furore. La prima è uno stato di eccitazione tale da far perdere equilibrio e obiettività e spingere l'individuo a fare qualunque cosa, anche atti violenti, illeciti o autolesionisti. Il furore invece è uno stato di esaltazione che però potrebbe anche portare a compiere cose positive, tipo atti di eroismo o di grande creatività. Potrebbe!