Mi deprime moltissimo pensare che ora mi leggono solo volgari spammer e pervertiti alla ricerca di cagnoline sexy.
Lasciatemi un commento, vi prego.
Dimostratemi che c'è ancora qualche essere umano che mi legge, e capisce eventualmente quel che scrivo.
:-(
Mestamente vostra, I.
giovedì 10 gennaio 2013
mercoledì 9 gennaio 2013
Neovocabolario
Il vocabolario è una struttura mobile, come ho già detto un'altra volta. La lingua si evolve con la gente, e ciò che un tempo significava una cosa adesso ne significa un'altra. Frequentando i social network ho colto alcuni termini frequenti, che vado ad elencare.
PS: si prega, nel leggere il sottostante articolo, di tener conto del suo fine umoristico (che non vuol dire del suo fine umorismo...).
Anima candida: chiunque ci faccia notare che forse stiamo usando un linguaggio (verbale o per immagini) troppo pesante e/o inopportuno.
Apotropaico: termine mutuato dall'antropologia, secondo la quale indica qualunque oggetto, atto, iscrizione, formula eccetera che serva ad allontanare e distruggere effetti malefici. Ovvero, fare le corna o toccarsi i gioielli di famiglia.
Bigotto (abbreviato in big8): tecnicamente chi ostenta grande religiosità, ma soprattutto per quanto riguarda l'esteriorità del culto. Questo termine viene spesso usato dai bigotti per apostrofare chi li considera tali.
Buonista: inguaribile ottimista che pensa che la gente sia buona, e non quella massa di immondi delinquenti che in realtà è. Soprattutto se ha caratteristiche diverse da noi.
Femminista: brutta megera pelosa e baffuta che vuole impedire ai maschi sani di sollazzarsi a loro piacimento (ma lo fa solo per invidia, perché lei è una cozza e non se la piglia nessuno).
H: lettera muta che un tempo veniva usata moltissimo per certe declinazioni del verbo avere (es.: io ho, tu hai, egli ha), però adesso è passata completamente di moda. Perlomeno secondo l'utente medio di facebook. Da qui l'espressione "non capirci un'H!"
Ipocrita: questo termine è di modissima e lo si può usare in mille e ancor mille occasioni. Perfino Enzo e Carla lo consiglierebbero abbinato su tutto, come il total black o l'off-white... la parola deriva dal greco e significa “attore”. Quindi per traslato indica chiunque si comporti in maniera falsa simulando caratteristiche non proprie, in particolare chi finge buoni sentimenti senza però provarli davvero. Ma questo non importa, perché ormai con questo lemma è possibile apostrofare praticamente chiunque non sia d'accordo con noi. “Non ti piace il marzapane? Sei solo un ipocrita.” “E che c'entra?” “C'entra, c'entra! Lo so io, se c'entra!” (ricordo ai cari lettori che si scrive c'entra, con l'apostrofo, e non centra, senza).
Moralista (più comunemente falso m.): chiunque voglia impedirci di farci gli affaracci nostri. Simile a femminista, ma declinabile anche al maschile.
Professionale: se uno accetta di lavorare per me presto, bene e gratis (o quasi) è professionale. Altrimenti è un buffone dilettante.
Put*tana: deriva dal latino “pŭtidum”, ovvero “puzzolente, sporco, putrido”. Termine generico usato per insultare le donne in generale, e in particolare quelle che non ci stanno. Esempio: “Posso scoparti fino a farti gridare aiuto?” “No!” “Put*tana!”
PS: si prega, nel leggere il sottostante articolo, di tener conto del suo fine umoristico (che non vuol dire del suo fine umorismo...).
Anima candida: chiunque ci faccia notare che forse stiamo usando un linguaggio (verbale o per immagini) troppo pesante e/o inopportuno.
Apotropaico: termine mutuato dall'antropologia, secondo la quale indica qualunque oggetto, atto, iscrizione, formula eccetera che serva ad allontanare e distruggere effetti malefici. Ovvero, fare le corna o toccarsi i gioielli di famiglia.
Bigotto (abbreviato in big8): tecnicamente chi ostenta grande religiosità, ma soprattutto per quanto riguarda l'esteriorità del culto. Questo termine viene spesso usato dai bigotti per apostrofare chi li considera tali.
Buonista: inguaribile ottimista che pensa che la gente sia buona, e non quella massa di immondi delinquenti che in realtà è. Soprattutto se ha caratteristiche diverse da noi.
Femminista: brutta megera pelosa e baffuta che vuole impedire ai maschi sani di sollazzarsi a loro piacimento (ma lo fa solo per invidia, perché lei è una cozza e non se la piglia nessuno).
H: lettera muta che un tempo veniva usata moltissimo per certe declinazioni del verbo avere (es.: io ho, tu hai, egli ha), però adesso è passata completamente di moda. Perlomeno secondo l'utente medio di facebook. Da qui l'espressione "non capirci un'H!"
Ipocrita: questo termine è di modissima e lo si può usare in mille e ancor mille occasioni. Perfino Enzo e Carla lo consiglierebbero abbinato su tutto, come il total black o l'off-white... la parola deriva dal greco e significa “attore”. Quindi per traslato indica chiunque si comporti in maniera falsa simulando caratteristiche non proprie, in particolare chi finge buoni sentimenti senza però provarli davvero. Ma questo non importa, perché ormai con questo lemma è possibile apostrofare praticamente chiunque non sia d'accordo con noi. “Non ti piace il marzapane? Sei solo un ipocrita.” “E che c'entra?” “C'entra, c'entra! Lo so io, se c'entra!” (ricordo ai cari lettori che si scrive c'entra, con l'apostrofo, e non centra, senza).
Moralista (più comunemente falso m.): chiunque voglia impedirci di farci gli affaracci nostri. Simile a femminista, ma declinabile anche al maschile.
Professionale: se uno accetta di lavorare per me presto, bene e gratis (o quasi) è professionale. Altrimenti è un buffone dilettante.
Put*tana: deriva dal latino “pŭtidum”, ovvero “puzzolente, sporco, putrido”. Termine generico usato per insultare le donne in generale, e in particolare quelle che non ci stanno. Esempio: “Posso scoparti fino a farti gridare aiuto?” “No!” “Put*tana!”
Comunicazioni di servizio
Comunicazione di servizio n°1:
Per i lettori che vogliono ammazzare i propri computer... non fatelo!!! Poi ve ne pentireste sicuramente!!!
E non dite che non vi avevo avvertito.
Comunicazione di servizio n°2:
Per il simpaticone anonimo che viene a intasarmi i commenti di spam... guarda che è perfettamente inutile, perché tanto i tuoi post te li cancello TUTTI!!!
Lascia stare, non perdere tempo von me...
Per i lettori che vogliono ammazzare i propri computer... non fatelo!!! Poi ve ne pentireste sicuramente!!!
E non dite che non vi avevo avvertito.
Comunicazione di servizio n°2:
Per il simpaticone anonimo che viene a intasarmi i commenti di spam... guarda che è perfettamente inutile, perché tanto i tuoi post te li cancello TUTTI!!!
Lascia stare, non perdere tempo von me...
martedì 8 gennaio 2013
E se la vittima diventa colpevole?
La sto prendendo alla larga, lo so.
Ma ormai dovreste esserci abituati, lo faccio sempre...
Dunque, partiamo da qui. C'è una storia a fumetti Disney del 1967, coi testi di Rodolfo Cimino e i disegni di Luciano Gatto. La storia s'intitola “Zio Paperone e il mistero di Persecutor”.
In questa storia Paperone è il re dell'ortofrutta, l'unico in tutta Paperopoli ad avere in pugno il mercato di frutta e verdura. Ma un brutto giorno scopre che esiste un certo Melampo che se ne va col suo carretto ambulante a vendere mele. Insomma, oltraggio e disonore!, è un punto vendita di frutta che non gli appartiene. Lo zione decide quindi di sbarazzarsene, e dapprima gli manda la polizia, per fargli chiudere l'attività, ma Melampo ha tutti i permessi in regola. Poi gli manda un carretto concorrente proprio davanti, ma i bambini continuano a preferire Melampo perché lui suona la trombetta e quelli dell'altro carretto no. Cerca di comprare la sua attività, ma Melampo la esercita da tanti anni e ci tiene, non vende... e così, visto che con le buone non funziona, che pensa di fare il papero in ghette e cilindro? Cannoneggia Melampo distruggendogli il carretto, naturalmente. In tribunale si giustifica dicendo che la sua è stata solo legittima difesa: se Melampo non gli avesse opposto continui rifiuti, e non gli avesse fatto concorrenza, lui non gli avrebbe devastato il carretto.
La colpa è di Melampo: se l'è cercata.
Che ne dite? Paperone ha ragione o sta farneticando?
No, non rispondete, lo so già.
Naturalmente lo zione ha torto, e infatti il giudice lo sbatte in galera.
Ma questa era facile.
Invece immaginate un processo vero.
Alcuni ladri hanno rapinato un gioielliere, per dire. Rapina a mano armata. Gli hanno puntato la pistola alla tempia e gli hanno rubato tutto, lasciandolo sul lastrico.
Immaginate che al processo venga fuori che il gioielliere non era poi onestissimo e che quindi la cosa se l'è cercata.
Ma che c'entra, direte voi? Il suo essere più o meno onesto mica giustifica la rapina a mano armata dei ladri. No?
Questo stesso esempio venne fatto da Tina Lagostena Bassi nell'ormai celebre documentario Processo per stupro, del 1979. In questo memorabile filmato per la prima volta venne mandato in onda un processo di questo tipo, e ovviamente suscitò parecchio scalpore.
Soprattutto perché la vittima, una ragazza di 18 anni che era stata stuprata da quattro uomini, veniva trattata da avvocati difensori e giuria con una severità tale da risultare quasi l'imputata piuttosto che la vittima. E perché lei uno degli stupratori lo conosceva (era il suo datore di lavoro), quindi non era lo stesso che essere aggrediti da uno sconosciuto. E perché era andata di sua volontà in casa dell'aggressore (questo le aveva detto che dovevano parlare di lavoro). E perché non era vergine (ma sì, "una facile", no???). E perché se avesse voluto, avrebbe potuto sottrarsi al rapporto orale forzato con "un semplice morsettino" (provateci voi a farlo quando siete in uno contro quattro, e qualcuno dei quattro magari è pure armato). E perché quella lì, andiamo, non era proprio una santarellina...
Il messaggio che veniva sottolineato, e che era frequente allora nei casi dei processi per stupro, è che “alle brave ragazze queste cose non succedono”. Ecco una frase esemplare, copiata dal processo così come venne pronunciata: “Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l'uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno, mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l'avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente.”
È allucinante, senza se e senza ma.
È roba vecchia, direte, roba del '79. Invece no, leggete un po' qua e sappiatemi dire.
A me piacerebbe commentare, ma mi pare superfluo. E poi non riuscirei mai a essere pungente e precisa come Michela Murgia.
Però come vediamo quando la vittima è una donna, la tendenza a farla passare da colpevole (o perlomeno da provocatrice) c'è sempre. È così da tempi immemorabili, no? È sempre stato così, vero? Lo dicevano pure i filosofi! Pure i padri della chiesa! Chi siamo noi per contraddirli?
Allora facciamo così, io vi faccio solo una domanda: se una moglie che guadagna meno e/o è meno colta del marito non se la prende per questo, perché l'uomo dovrebbe prendersela se invece capita il contrario? Vi sembra ancora normale che a un uomo basti tanto poco per sentirsi (orrore orrore!) umiliato e offeso?
PS: e finalmente, dopo tutte queste cose serie, posso sparare la mia cavolata: avete notato che la donnina dell'illustrazione ha due piedi sinistri?
Ma ormai dovreste esserci abituati, lo faccio sempre...
Dunque, partiamo da qui. C'è una storia a fumetti Disney del 1967, coi testi di Rodolfo Cimino e i disegni di Luciano Gatto. La storia s'intitola “Zio Paperone e il mistero di Persecutor”.
In questa storia Paperone è il re dell'ortofrutta, l'unico in tutta Paperopoli ad avere in pugno il mercato di frutta e verdura. Ma un brutto giorno scopre che esiste un certo Melampo che se ne va col suo carretto ambulante a vendere mele. Insomma, oltraggio e disonore!, è un punto vendita di frutta che non gli appartiene. Lo zione decide quindi di sbarazzarsene, e dapprima gli manda la polizia, per fargli chiudere l'attività, ma Melampo ha tutti i permessi in regola. Poi gli manda un carretto concorrente proprio davanti, ma i bambini continuano a preferire Melampo perché lui suona la trombetta e quelli dell'altro carretto no. Cerca di comprare la sua attività, ma Melampo la esercita da tanti anni e ci tiene, non vende... e così, visto che con le buone non funziona, che pensa di fare il papero in ghette e cilindro? Cannoneggia Melampo distruggendogli il carretto, naturalmente. In tribunale si giustifica dicendo che la sua è stata solo legittima difesa: se Melampo non gli avesse opposto continui rifiuti, e non gli avesse fatto concorrenza, lui non gli avrebbe devastato il carretto.
La colpa è di Melampo: se l'è cercata.
Che ne dite? Paperone ha ragione o sta farneticando?
No, non rispondete, lo so già.
Naturalmente lo zione ha torto, e infatti il giudice lo sbatte in galera.
Ma questa era facile.
Invece immaginate un processo vero.
Alcuni ladri hanno rapinato un gioielliere, per dire. Rapina a mano armata. Gli hanno puntato la pistola alla tempia e gli hanno rubato tutto, lasciandolo sul lastrico.
Immaginate che al processo venga fuori che il gioielliere non era poi onestissimo e che quindi la cosa se l'è cercata.
Ma che c'entra, direte voi? Il suo essere più o meno onesto mica giustifica la rapina a mano armata dei ladri. No?
Questo stesso esempio venne fatto da Tina Lagostena Bassi nell'ormai celebre documentario Processo per stupro, del 1979. In questo memorabile filmato per la prima volta venne mandato in onda un processo di questo tipo, e ovviamente suscitò parecchio scalpore.
Soprattutto perché la vittima, una ragazza di 18 anni che era stata stuprata da quattro uomini, veniva trattata da avvocati difensori e giuria con una severità tale da risultare quasi l'imputata piuttosto che la vittima. E perché lei uno degli stupratori lo conosceva (era il suo datore di lavoro), quindi non era lo stesso che essere aggrediti da uno sconosciuto. E perché era andata di sua volontà in casa dell'aggressore (questo le aveva detto che dovevano parlare di lavoro). E perché non era vergine (ma sì, "una facile", no???). E perché se avesse voluto, avrebbe potuto sottrarsi al rapporto orale forzato con "un semplice morsettino" (provateci voi a farlo quando siete in uno contro quattro, e qualcuno dei quattro magari è pure armato). E perché quella lì, andiamo, non era proprio una santarellina...
Il messaggio che veniva sottolineato, e che era frequente allora nei casi dei processi per stupro, è che “alle brave ragazze queste cose non succedono”. Ecco una frase esemplare, copiata dal processo così come venne pronunciata: “Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l'uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno, mio bisnonno vanno in giro?» Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l'avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente.”
È allucinante, senza se e senza ma.
È roba vecchia, direte, roba del '79. Invece no, leggete un po' qua e sappiatemi dire.
A me piacerebbe commentare, ma mi pare superfluo. E poi non riuscirei mai a essere pungente e precisa come Michela Murgia.
Però come vediamo quando la vittima è una donna, la tendenza a farla passare da colpevole (o perlomeno da provocatrice) c'è sempre. È così da tempi immemorabili, no? È sempre stato così, vero? Lo dicevano pure i filosofi! Pure i padri della chiesa! Chi siamo noi per contraddirli?
Allora facciamo così, io vi faccio solo una domanda: se una moglie che guadagna meno e/o è meno colta del marito non se la prende per questo, perché l'uomo dovrebbe prendersela se invece capita il contrario? Vi sembra ancora normale che a un uomo basti tanto poco per sentirsi (orrore orrore!) umiliato e offeso?
PS: e finalmente, dopo tutte queste cose serie, posso sparare la mia cavolata: avete notato che la donnina dell'illustrazione ha due piedi sinistri?
domenica 6 gennaio 2013
Candy Candy
Candy Candy (a proposito, l'ho fatta io. Vi piace?) ha ragione, lei non c'entra. Non ho nessuna intenzione di parlare della bionda orfanella che tanto ha inguaiato la fantasia romantica delle donzelle a partire dalla mia generazione in poi (la mia generazione, giusto per farvi capire, è quella che aveva la sigla cantata dai Rocking Horse e non da Cristina D'Avena).
Invece voglio parlare di un argomento che si lega moltissimo a questo periodo: i canditi.
I canditi sono un argomento scottante che divide, crea tensioni a suscita guerriglie intestine fra estimatori e detrattori.
Tutti gli anni, a Natale, è la stessa storia: la lotta tra chi ama il pandoro e chi predilige il panettone.
Tutti i Natali c'è gente che ti forza a prendere una posizione. “E tu da che parte stai? Pandoro o Panettone?”
E qui io mi arrendo, perché mi piacciono entrambi, senza preferenza alcuna. Anzi, ci sono dolciumi che mi piacciono molto di più, perché tra i dolci io prediligo quelli “con la crema”.
Ma io lo so cosa c'è alla base della diatriba pandoro/panettone.
I canditi!
Perché il pandoro i canditi non ce li ha! E da sempre gli odiatori di canditi lo preferiscono proprio per questo.
Ora, io non vorrei prendere posizioni, ma lo farò lo stesso giusto per inimicarmi un po' di gente.
Gli odiatori di canditi secondo me sono solo viziati.
Come gli adulti che detestano le verdure.
L'odio verso i canditi parte da piccoli, ecco perché viene erroneamente creduto sincero.
Esattamente come l'odio per le verdure.
Ma è una menzogna psicologica.
Nessun bambino ama i canditi, così come nessun bambino ama la verdura.
Ma è solo una questione di abitudine, perché quando sei piccolo è difficile accettare gusti ai quali non sei abituato.
Però ci sono adulti che i canditi (e le verdure) te li fanno mangiare lo stesso, così alla fine ti abitui e scopri pure che ti piacciono.
“O così, o così”, mi diceva mia mamma quando facevo schifezze immonde con la mia fetta di panettone (a me piaceva solo l'uvetta).
Poi ci sono adulti molto accondiscendenti che levano i canditi dalla fetta di panettone dei pargoli. Anzi no, adesso non ce n'è bisogno perché ormai fanno il panettone senza canditi.
La qual cosa a mio avviso è un'autentica perversione: senza canditi non è panettone. È una schifezza!
Ma niente giudizi, niente giudizi...
Insomma, secondo me vale la pena forzare un po' il gusto infantile. Che tra l'altro è spesso indotto, per la serie “Non mi piacciono i broccoli perché ai miei compagni non piacciono”. Io da piccola adoravo le lenticchie, ma mi vergognavo a dirlo perché ai miei coetanei facevano schifo. Ho visto vegetariani sofferenti perché detestavano le verdure, non essendo abituati a mangiarne...
Dicevo, val la pena forzare un po' il gusto, perché alla fine si scopre un mondo di sapori più vario.
E degli adulti un po' più disposti ad aprirsi a opinioni altrui.
Con questo non voglio dire che ci sia qualcosa di male a non amare i canditi.
Anch'io ho un mucchio di cibi che non apprezzo.
Ora come ora non me ne viene in mente nessuno, ma sono sicura che ci sono...
Okay, non c'è niente di male a detestare i canditi.
Solo che se venite a mangiare da me... non aspettatevi che ve li tolga dal panettone.
PS: Sono cafonissima, lo so. Non vi ho fatto gli auguri per il nuovo anno. Ve li faccio adesso. BUON ANNO NUOVO!!! Okay, adesso? ;-)
Invece voglio parlare di un argomento che si lega moltissimo a questo periodo: i canditi.
I canditi sono un argomento scottante che divide, crea tensioni a suscita guerriglie intestine fra estimatori e detrattori.
Tutti gli anni, a Natale, è la stessa storia: la lotta tra chi ama il pandoro e chi predilige il panettone.
Tutti i Natali c'è gente che ti forza a prendere una posizione. “E tu da che parte stai? Pandoro o Panettone?”
E qui io mi arrendo, perché mi piacciono entrambi, senza preferenza alcuna. Anzi, ci sono dolciumi che mi piacciono molto di più, perché tra i dolci io prediligo quelli “con la crema”.
Ma io lo so cosa c'è alla base della diatriba pandoro/panettone.
I canditi!
Perché il pandoro i canditi non ce li ha! E da sempre gli odiatori di canditi lo preferiscono proprio per questo.
Ora, io non vorrei prendere posizioni, ma lo farò lo stesso giusto per inimicarmi un po' di gente.
Gli odiatori di canditi secondo me sono solo viziati.
Come gli adulti che detestano le verdure.
L'odio verso i canditi parte da piccoli, ecco perché viene erroneamente creduto sincero.
Esattamente come l'odio per le verdure.
Ma è una menzogna psicologica.
Nessun bambino ama i canditi, così come nessun bambino ama la verdura.
Ma è solo una questione di abitudine, perché quando sei piccolo è difficile accettare gusti ai quali non sei abituato.
Però ci sono adulti che i canditi (e le verdure) te li fanno mangiare lo stesso, così alla fine ti abitui e scopri pure che ti piacciono.
“O così, o così”, mi diceva mia mamma quando facevo schifezze immonde con la mia fetta di panettone (a me piaceva solo l'uvetta).
Poi ci sono adulti molto accondiscendenti che levano i canditi dalla fetta di panettone dei pargoli. Anzi no, adesso non ce n'è bisogno perché ormai fanno il panettone senza canditi.
La qual cosa a mio avviso è un'autentica perversione: senza canditi non è panettone. È una schifezza!
Ma niente giudizi, niente giudizi...
Insomma, secondo me vale la pena forzare un po' il gusto infantile. Che tra l'altro è spesso indotto, per la serie “Non mi piacciono i broccoli perché ai miei compagni non piacciono”. Io da piccola adoravo le lenticchie, ma mi vergognavo a dirlo perché ai miei coetanei facevano schifo. Ho visto vegetariani sofferenti perché detestavano le verdure, non essendo abituati a mangiarne...
Dicevo, val la pena forzare un po' il gusto, perché alla fine si scopre un mondo di sapori più vario.
E degli adulti un po' più disposti ad aprirsi a opinioni altrui.
Con questo non voglio dire che ci sia qualcosa di male a non amare i canditi.
Anch'io ho un mucchio di cibi che non apprezzo.
Ora come ora non me ne viene in mente nessuno, ma sono sicura che ci sono...
Okay, non c'è niente di male a detestare i canditi.
Solo che se venite a mangiare da me... non aspettatevi che ve li tolga dal panettone.
PS: Sono cafonissima, lo so. Non vi ho fatto gli auguri per il nuovo anno. Ve li faccio adesso. BUON ANNO NUOVO!!! Okay, adesso? ;-)
giovedì 27 dicembre 2012
Fantaghirò, persona bella - una storia sopravvalutata
Negli anni novanta imperversava in TV sotto Natale. Chi è stato bambino a quell'epoca (quindi non io) non ha potuto sfangarsela. Di Fantaghirò ne sono state prodotte diverse serie. Era una fiction fiabesca televisiva per la regia di Lamberto Bava. Narrava le avventure di Fantaghirò, interpretata da Alessandra Martines. Fantaghirò era una principessa guerriera, spavalda e coraggiosa, che si trovava in mezzo a mille avventure, combatteva come nessun altro e viveva una travolgente storia d'amore col bel principe Romualdo, alias Kim Rossi Stuart.
In un numero imprecisato di puntate, la nostra intrepida eroina affrontava qualunque genere di avvenimento e di personaggio. Mi ricordo perfino un episodio in cui Valeria Marini interpretava una specie di fata che indossava un abito-sottoveste tutto sbrilluccicante. Sì, insomma, era una fata vestita da Valeria Marini.
La serie prendeva spunto da una fiaba narrata da Italo Calvino. Una fiaba italiana, perché Fantaghirò (come l'Amore delle Tre Melarance) è una storia prettamente italiana.
Eh, ma la Fantaghirò della fiaba era molto meno avventurosa e audace della Martines, come vedremo.
Fantaghirò, persona bella
C'era una volta un Re molto anziano che aveva tre figlie: Giulia, Maria e Fantaghirò. Non chiedetemi perché alla terza figlia abbia messo un nome tanto ridicolo, sapete come sono fatti i Re: quel che decidono, quello si deve fare, senza se e senza ma. Un giorno si era svegliato con in mente il nome Fantaghirò e così ci aveva chiamato sua figlia, punto.
Un giorno il Re vicino, che chiameremo Romualdo perché ormai tutti lo conoscono con questo nome, gli dichiarò guerra. Ma il nostro Re era anziano e malato, e non poteva guidare l'esercito. E non sapeva neppure dove trovare un generale che lo potesse sostituire. Un bel guaio, no?
“Papà, ci vado io in guerra a capo dell'esercito!”, disse Giulia prontamente.
“Tu, figlia mia? E va bene, provaci. Ma ti avverto: ti metterò uno scudiero alle calcagna, e non appena dirai una cosa da donna dovrai tornartene indietro con tutto l'esercito. D'accordo?”
“Va bene, papà.”
Ora, cosa sarà mai questa cosa da donne che non bisogna dire? Di preciso non me lo ricordo, qualcosa tipo “Oh, quante belle canne. Ci si potrebbero fare tanti rocchetti per filare!”
Ecco, una cosa del genere. Giulia la disse mentre erano in viaggio e lo scudiero riportò indietro lei e tutto l'esercito.
Poi ci provò Maria, ma anche lei cadde nell'inghippo, disse una cosa da donne e tornò indietro.
Per ultima ci provò Fantaghirò, che non disse neanche una parola, neanche una sillaba da donna, neppure quando passò davanti al negozio di scarpe più rinomato del regno (si chiama licenza poetica, questa) e perciò giunse a destinazione, ovvero ad accamparsi presso il campo da guerra o dove cavolo si accampavano gli eserciti assedianti.
Che poi non ho mai capito, se è Romualdo a dichiarare guerra al padre di Fantaghirò, perché è lei a mettersi in marcia? Non dovrebbe farlo lui? Eh no, perché serviva che l'azione si svolgesse da lui.
Infatti Fantaghirò si recò subito al castello di Re Romualdo per discutere di piani guerreschi. E anche questa non l'ho capita: si mettono d'accordo prima di battersi tra loro? Mah!
Comunque, Romualdo rimase assai colpito e corse dalla Regina Madre:
“Mamma, mamma, a me sa tanto che Fantaghirò è una donna, e io me ne sono innamorato”, le disse.
Nelle fiabe si fa in fretta, basta uno sguardo per innamorarsi. Anche meno, certe volte. Ci sono principi a cui basta vedere il ritratto di una principessa per innamorarsene perdutamente.
Che stupidi!
“Figlio mio”, rispose la Regina Madre, “per me hai preso un abbaglio. Comunque, se proprio vuoi controllare se Fantaghirò è maschio o femmina, fa' così. Portala nella sala d'armi. Se guarda i dipinti è donna, se s'interessa alle armi è uomo.”
Dunque, secondo questa brillante Regina non possono esserci uomini appassionati d'arte. Sagace. E infatti è una delle rari madri da fiaba che non ci prende mai.
Romualdo portò Fantaghirò nella sala d'armi, e lei si appassionò subito alle spade, alle balestre e ai mazzafrusti.
“Mamma, mamma”, il Re tornò dalla madre, “Fantaghirò s'è interessata alle armi, ma io sono convinto lo stesso che sia una donna e la amo.”
“Figliolo, io dico che a me sembra un uomo. E ti assicuro che io di uomini me ne intendo. Ma se tu non mi credi fai un'altra prova. Falle tagliare del pane. Se per tagliarlo se lo porta al petto è una donna, se lo taglia franco è un uomo.”
Tagliare franco il pane voleva dire tagliarlo a mezz'aria. Non so voi, ma io non ho mai visto nessuno tagliare il pane (col coltello) così. Personalmente non lo taglierei neppure portandomelo al petto, piuttosto lo poggerei su un tavolo, ma ho visto parecchie donne “di altre generazioni” tagliarlo a questo modo, poggiandoselo sul petto dove forse, in un lontano passato, stava un grembiule.
Comunque Fantaghirò lo tagliò franco (e forse si chiese anche perché Romualdo le avesse fatto una richiesta tanto bizzarra: quando mai uno che ti ha appena dichiarato guerra ti chiede se cortesemente gli tagli anche una fetta di pane, già che hai il pugnale in mano?) e il Re tornò di corsa dalla mamma.
“Mamma, mamma, l'ha tagliato franco. Ma io sono sicuro che sia una donna e la amo.”
“Figliolo, io sono sicura che ti sbagli, ma fai un'altra prova: portalo in giardino, se prende una rosa, l'annusa e se la porta al seno è una donna, se prende un garofano, lo morde e se lo mette dietro un orecchio è un uomo.”
Perché si sa che quando un uomo vede un fiore deve azzannarlo, sennò non si sente più lui.
Non garantisco però che fosse un garofano, sono andata a naso.
Comunque Fantaghirò si comportò da uomo, e non da donna. Ma questo non bastò a convincere Romualdo, sempre più preda dell'estasi amorosa.
“Mamma, mamma, ha preso il garofano, l'ha morsicato e se l'è messo dietro l'orecchio. Ma io non ho dubbi: è una donna e io l'amo.”
“Figlio mio, sei proprio senza speranza se non sai neppure riconoscere un uomo quando lo vedi. Ma ti dirò un'ultima prova. Proponigli di fare il bagno nel laghetto in giardino. Se rifiuta è una donna, se si spoglia e si tuffa è un uomo.”
Voleva aggiungere anche: “Se si spoglia e si tuffa allora dovresti vederlo da te se è maschio o femmina, anche senza ulteriori prove.” Ma poi pensò che Romualdo non avrebbe compreso concetti così complessi.
Fantaghirò rimase a bocca aperta quando Romualdo le chiese di fare il bagno nudi nel laghetto.
“Certo, certo”, tergiversò, “magari domani mattina, eh?”
Ma intanto andò a chiamare il suo scudiero, e gli ordinò che l'indomani mattina avrebbe dovuto raggiungerla al laghetto con un messaggio (finto) in cui si diceva che suo padre era tanto malato e che lei/lui doveva tornare immediatamente a palazzo.
Il mattino dopo Romualdo e Fantaghirò si recarono insieme al laghetto. Fantaghirò si guardava ansiosamente intorno per vedere dove fosse lo scudiero, quando Romualdo, sfoggiando un sorriso a trentadue denti, si spogliò e rimase davanti a lei tutto nudo come mamma l'aveva fatto.
Bel porco, se calcoliamo che lui era convinto che Fantaghirò fosse una donna.
Lei arrossì come un peperone e si lasciò scappare un “Ohibò!”, che gli storici non sono a tutt'oggi riusciti a interpretare. Era un apprezzamento? Era un grido di sconcerto? Nessuno lo sa.
Ma intanto Romualdo si era tuffato e la chiamava: “Forza, dai, spogliati e tuffati.”
“Mah, non so”, tergiversò Fantaghirò, “L'acqua mi sembra freddina.”
“Scherzi? Ma se è meravigliosa. Un brodo.”
“Sì, ma io non mi sento benissimo...”
“Ma se sembri una rosa.”
“Ma no, ho mal di gola.”
“Non si direbbe.”
E così via, e intanto la poveretta lanciava silenziosi accidenti allo scudiero che non arrivava, e proprio quando era giunta al limite e, sudando come una capra, non poteva onestamente più far credere a Romualdo che non si spogliava perché stava morendo di freddo, finalmente lo sciagurato scudiero arrivò col messaggio farlocco.
“Uh, guarda, mio papà sta malissimo, è in punto di morte, devo tornare di corsa al mio regno”, esclamò Fantaghirò con un sospiro di sollievo.
“Come, te ne vai subito?”, disse Romualdo tornando a riva, nudo e bagnato com'era.
“Sì, sì, subitissimo”, rispose Fantaghirò distogliendo rapidamente lo sguardo, “non ti scomodare a salutarmi. Ciao ciao, ci si vede alla prossima guerra.”
E schizzò via, lasciando il povero Romualdo perplesso e depresso, perché non era riuscito a risolvere il suo dilemma.
Perplesso e depresso com'era, Romualdo si rivestì e se ne andò in camera sua, e qui, appuntato al cuscino, trovò un biglietto sul quale c'era scritto:
“Sono venuta qui da uomo e me ne vado come donna. Firmato: Principessa Fantaghirò. PS: Te l'ho fatta! PPS: Complimenti, belle chiappe!”
Quando lesse questo biglietto, Romualdo non contenne più la gioia.
“L'avevo detto io che era una donna!”, esclamò.
Fece sellare il suo destriero e inseguì Fantaghirò, la raggiunse a metà strada e le chiese di sposarlo.
Lei rispose di sì, perciò tornarono insieme da papà per dirgli che con quelle nozze i due regni si sarebbero unificati e pertanto non ci sarebbe stata più nessuna guerra.
E vissero per sempre felici e contenti.
Come vedete, Fantaghirò non prese in mano la spada per combattere neanche mezza volta, altro che eroina guerriera spavalda e coraggiosa.
Vatti a fidare delle fiction in TV!
In un numero imprecisato di puntate, la nostra intrepida eroina affrontava qualunque genere di avvenimento e di personaggio. Mi ricordo perfino un episodio in cui Valeria Marini interpretava una specie di fata che indossava un abito-sottoveste tutto sbrilluccicante. Sì, insomma, era una fata vestita da Valeria Marini.
La serie prendeva spunto da una fiaba narrata da Italo Calvino. Una fiaba italiana, perché Fantaghirò (come l'Amore delle Tre Melarance) è una storia prettamente italiana.
Eh, ma la Fantaghirò della fiaba era molto meno avventurosa e audace della Martines, come vedremo.
Fantaghirò, persona bella
C'era una volta un Re molto anziano che aveva tre figlie: Giulia, Maria e Fantaghirò. Non chiedetemi perché alla terza figlia abbia messo un nome tanto ridicolo, sapete come sono fatti i Re: quel che decidono, quello si deve fare, senza se e senza ma. Un giorno si era svegliato con in mente il nome Fantaghirò e così ci aveva chiamato sua figlia, punto.
Un giorno il Re vicino, che chiameremo Romualdo perché ormai tutti lo conoscono con questo nome, gli dichiarò guerra. Ma il nostro Re era anziano e malato, e non poteva guidare l'esercito. E non sapeva neppure dove trovare un generale che lo potesse sostituire. Un bel guaio, no?
“Papà, ci vado io in guerra a capo dell'esercito!”, disse Giulia prontamente.
“Tu, figlia mia? E va bene, provaci. Ma ti avverto: ti metterò uno scudiero alle calcagna, e non appena dirai una cosa da donna dovrai tornartene indietro con tutto l'esercito. D'accordo?”
“Va bene, papà.”
Ora, cosa sarà mai questa cosa da donne che non bisogna dire? Di preciso non me lo ricordo, qualcosa tipo “Oh, quante belle canne. Ci si potrebbero fare tanti rocchetti per filare!”
Ecco, una cosa del genere. Giulia la disse mentre erano in viaggio e lo scudiero riportò indietro lei e tutto l'esercito.
Poi ci provò Maria, ma anche lei cadde nell'inghippo, disse una cosa da donne e tornò indietro.
Per ultima ci provò Fantaghirò, che non disse neanche una parola, neanche una sillaba da donna, neppure quando passò davanti al negozio di scarpe più rinomato del regno (si chiama licenza poetica, questa) e perciò giunse a destinazione, ovvero ad accamparsi presso il campo da guerra o dove cavolo si accampavano gli eserciti assedianti.
Che poi non ho mai capito, se è Romualdo a dichiarare guerra al padre di Fantaghirò, perché è lei a mettersi in marcia? Non dovrebbe farlo lui? Eh no, perché serviva che l'azione si svolgesse da lui.
Infatti Fantaghirò si recò subito al castello di Re Romualdo per discutere di piani guerreschi. E anche questa non l'ho capita: si mettono d'accordo prima di battersi tra loro? Mah!
Comunque, Romualdo rimase assai colpito e corse dalla Regina Madre:
“Mamma, mamma, a me sa tanto che Fantaghirò è una donna, e io me ne sono innamorato”, le disse.
Nelle fiabe si fa in fretta, basta uno sguardo per innamorarsi. Anche meno, certe volte. Ci sono principi a cui basta vedere il ritratto di una principessa per innamorarsene perdutamente.
Che stupidi!
“Figlio mio”, rispose la Regina Madre, “per me hai preso un abbaglio. Comunque, se proprio vuoi controllare se Fantaghirò è maschio o femmina, fa' così. Portala nella sala d'armi. Se guarda i dipinti è donna, se s'interessa alle armi è uomo.”
Dunque, secondo questa brillante Regina non possono esserci uomini appassionati d'arte. Sagace. E infatti è una delle rari madri da fiaba che non ci prende mai.
Romualdo portò Fantaghirò nella sala d'armi, e lei si appassionò subito alle spade, alle balestre e ai mazzafrusti.
“Mamma, mamma”, il Re tornò dalla madre, “Fantaghirò s'è interessata alle armi, ma io sono convinto lo stesso che sia una donna e la amo.”
“Figliolo, io dico che a me sembra un uomo. E ti assicuro che io di uomini me ne intendo. Ma se tu non mi credi fai un'altra prova. Falle tagliare del pane. Se per tagliarlo se lo porta al petto è una donna, se lo taglia franco è un uomo.”
Tagliare franco il pane voleva dire tagliarlo a mezz'aria. Non so voi, ma io non ho mai visto nessuno tagliare il pane (col coltello) così. Personalmente non lo taglierei neppure portandomelo al petto, piuttosto lo poggerei su un tavolo, ma ho visto parecchie donne “di altre generazioni” tagliarlo a questo modo, poggiandoselo sul petto dove forse, in un lontano passato, stava un grembiule.
Comunque Fantaghirò lo tagliò franco (e forse si chiese anche perché Romualdo le avesse fatto una richiesta tanto bizzarra: quando mai uno che ti ha appena dichiarato guerra ti chiede se cortesemente gli tagli anche una fetta di pane, già che hai il pugnale in mano?) e il Re tornò di corsa dalla mamma.
“Mamma, mamma, l'ha tagliato franco. Ma io sono sicuro che sia una donna e la amo.”
“Figliolo, io sono sicura che ti sbagli, ma fai un'altra prova: portalo in giardino, se prende una rosa, l'annusa e se la porta al seno è una donna, se prende un garofano, lo morde e se lo mette dietro un orecchio è un uomo.”
Perché si sa che quando un uomo vede un fiore deve azzannarlo, sennò non si sente più lui.
Non garantisco però che fosse un garofano, sono andata a naso.
Comunque Fantaghirò si comportò da uomo, e non da donna. Ma questo non bastò a convincere Romualdo, sempre più preda dell'estasi amorosa.
“Mamma, mamma, ha preso il garofano, l'ha morsicato e se l'è messo dietro l'orecchio. Ma io non ho dubbi: è una donna e io l'amo.”
“Figlio mio, sei proprio senza speranza se non sai neppure riconoscere un uomo quando lo vedi. Ma ti dirò un'ultima prova. Proponigli di fare il bagno nel laghetto in giardino. Se rifiuta è una donna, se si spoglia e si tuffa è un uomo.”
Voleva aggiungere anche: “Se si spoglia e si tuffa allora dovresti vederlo da te se è maschio o femmina, anche senza ulteriori prove.” Ma poi pensò che Romualdo non avrebbe compreso concetti così complessi.
Fantaghirò rimase a bocca aperta quando Romualdo le chiese di fare il bagno nudi nel laghetto.
“Certo, certo”, tergiversò, “magari domani mattina, eh?”
Ma intanto andò a chiamare il suo scudiero, e gli ordinò che l'indomani mattina avrebbe dovuto raggiungerla al laghetto con un messaggio (finto) in cui si diceva che suo padre era tanto malato e che lei/lui doveva tornare immediatamente a palazzo.
Il mattino dopo Romualdo e Fantaghirò si recarono insieme al laghetto. Fantaghirò si guardava ansiosamente intorno per vedere dove fosse lo scudiero, quando Romualdo, sfoggiando un sorriso a trentadue denti, si spogliò e rimase davanti a lei tutto nudo come mamma l'aveva fatto.
Bel porco, se calcoliamo che lui era convinto che Fantaghirò fosse una donna.
Lei arrossì come un peperone e si lasciò scappare un “Ohibò!”, che gli storici non sono a tutt'oggi riusciti a interpretare. Era un apprezzamento? Era un grido di sconcerto? Nessuno lo sa.
Ma intanto Romualdo si era tuffato e la chiamava: “Forza, dai, spogliati e tuffati.”
“Mah, non so”, tergiversò Fantaghirò, “L'acqua mi sembra freddina.”
“Scherzi? Ma se è meravigliosa. Un brodo.”
“Sì, ma io non mi sento benissimo...”
“Ma se sembri una rosa.”
“Ma no, ho mal di gola.”
“Non si direbbe.”
E così via, e intanto la poveretta lanciava silenziosi accidenti allo scudiero che non arrivava, e proprio quando era giunta al limite e, sudando come una capra, non poteva onestamente più far credere a Romualdo che non si spogliava perché stava morendo di freddo, finalmente lo sciagurato scudiero arrivò col messaggio farlocco.
“Uh, guarda, mio papà sta malissimo, è in punto di morte, devo tornare di corsa al mio regno”, esclamò Fantaghirò con un sospiro di sollievo.
“Come, te ne vai subito?”, disse Romualdo tornando a riva, nudo e bagnato com'era.
“Sì, sì, subitissimo”, rispose Fantaghirò distogliendo rapidamente lo sguardo, “non ti scomodare a salutarmi. Ciao ciao, ci si vede alla prossima guerra.”
E schizzò via, lasciando il povero Romualdo perplesso e depresso, perché non era riuscito a risolvere il suo dilemma.
Perplesso e depresso com'era, Romualdo si rivestì e se ne andò in camera sua, e qui, appuntato al cuscino, trovò un biglietto sul quale c'era scritto:
“Sono venuta qui da uomo e me ne vado come donna. Firmato: Principessa Fantaghirò. PS: Te l'ho fatta! PPS: Complimenti, belle chiappe!”
Quando lesse questo biglietto, Romualdo non contenne più la gioia.
“L'avevo detto io che era una donna!”, esclamò.
Fece sellare il suo destriero e inseguì Fantaghirò, la raggiunse a metà strada e le chiese di sposarlo.
Lei rispose di sì, perciò tornarono insieme da papà per dirgli che con quelle nozze i due regni si sarebbero unificati e pertanto non ci sarebbe stata più nessuna guerra.
E vissero per sempre felici e contenti.
Come vedete, Fantaghirò non prese in mano la spada per combattere neanche mezza volta, altro che eroina guerriera spavalda e coraggiosa.
Vatti a fidare delle fiction in TV!
mercoledì 26 dicembre 2012
La figlia del Sole - una storia furbetta
Cosa c'è di meglio a Natale di una bella fiaba?
Questa è una storia natalizia, perché parla di madri vergini. Ora io non voglio entrare in merito della questione, perché sarebbe una cosa lunga, ma quello della madre vergine è un mito antichissimo che compare innumerevoli volte in innumerevoli religioni. È anche un mito schifosamente maschilista, a mio modesto avviso.
È anche una fiaba che parla di ex. Quegli/quelle ex che non si rassegnano a essere tali e le tentano tutte pur di tornare col vecchio partner. Non c'è inghippo che non macchinerebbero, né azione che non metterebbero in atto. Neppure un'istigazione al suicidio, per dire.
E infine è una fiaba che parla di principesse che fanno tutto loro e di principi che si lasciano trascinare dagli eventi e non prendono l'iniziativa neanche a piangere.
Basta per una sola fiaba?
La figlia del Sole
C'erano una volta un Re e una Regina. Naturalmente, e come in tutte le fiabe, come prima cosa questi ebbero un bimbo. Anzi, una bimba. E siccome erano molto ansiosi, chiamarono un veggente che prevedesse il futuro della principessina. Questo veggente scrutò le stelle e consultò le carte, o viceversa, e decretò il verdetto: “La principessina crescerà bella e sana. Ma prima del compimento del suo diciottesimo anno il Dio Sole s'innamorerà di lei e le farà partorire un figlio.”
Ora, non è che tutti prendano bene l'idea di fare un figlio con una divinità. Gli esseri umani saranno limitati, ma perlomeno sono concreti, mentre gli dei se ne stanno lontano in cielo, non è neppure possibile sposarseli. Non si assumono responsabilità dopo il concepimento. Non ti pagano neppure gli alimenti! E una poi si ritrova da sola e con un figlio a carico. No, no, il Re e la Regina non apprezzarono per nulla questa profezia e decisero che quel concepimento non s'aveva da fare. Perciò fecero chiudere la principessina in una torre dalle finestre così alte e strette che il Sole non vi si poteva affacciare.
A badare alla principessa c'era una tata, che aveva una figlia della stessa età della regale infante. E le due ragazzine crebbero insieme e diventarono amiche per la pelle, praticamente sorelle.
Un giorno, sedici anni dopo, le due ragazze stavano facendo i compiti quando a un certo punto si stufarono e cominciarono a chiacchierare, e pensarono che sarebbe stato bello vedere questo famoso Sole di cui tutti parlavano ma che loro non avevano mai visto. Fosse stata da sola, la principessa forse non avrebbe osato tanto, ma in due si sa: ci si dà coraggio. Comunque le ragazze impilarono le sedie una sull'altra e si arrampicarono fino all'unica finestrella alta e stretta che dava luce alla stanza.
E non appena la principessa si affacciò il Dio Sole la vide e se ne innamorò. Le mandò un raggio di luce e così la mise incinta.
Capito com'è facile rimanere ingravidate nelle fiabe?
E che profilattico vuoi usare su un raggio di sole? Magari una crema solare ad alto fattore di protezione?
Comunque, lei rimase incinta come da profezia, e la tata si disperò perché temeva, e a ragione, che il Re e la Regina se la sarebbero presa con lei.
Perciò quando la principessa partorì una bella bambina, la balia la prese, l'avvolse in fasce preziose e la portò a sperdere in un campo di fave.
Cioè, un po' la voleva ammazzare un po' la voleva salvare.
Nelle fiabe fanno così. Non è che i bambini abbandonati li abbandonano dove possono salvarsi, no. Sempre in qualche campo, o in un bosco, o comunque in balia delle intemperie. Però li addobbano con vesti preziose, casomai dovesse trovarli qualcuno...
La principessa compì diciott'anni e a quel punto il Re e la Regina la fecero uscire dalla torre, convinti che la minaccia ormai fosse stata evitata. E non sapevano, e non seppero mai, che era già successo tutto.
La storia della nostra madre vergine (perché dai, venir baciata dal Sole come fai a chiamarlo sesso?), per quanto ci riguarda, finisce qui, perciò possiamo anche salutarla.
Torniamo alla principessina figlia del Dio Sole. Troviamole un nome, però. Io direi di chiamarla Stefania, visto che oggi è Santo Stefano.
Okay, la piccina venne trovata da un viandante, che vedendola vestita come una principessa trasse giustamente la conclusione che fosse una principessa, e perciò la portò dal suo Re e dalla sua Regina, che non erano quelli della mamma vergine, anzi, erano quelli di un regno moltomolto lontano di lì. Lo so, è incongruente, ma è necessario per togliere di scena i primi protagonisti della fiaba, dal momento che di loro non ci deve fregare più niente.
Il Re e la Regina si affezionarono subito alla piccina e l'adottarono, e la fecero crescere insieme al loro bimbo che aveva pochi anni più della pargola.
Così Stefania e Stefano (anche lui, poverino, ha bisogno d'un nome!) crebbero insieme e quando furono grandi s'innamorarono.
Il Re e la Regina questo non lo mandarono giù. Loro volevano bene a Stefy, ma non al punto da permetterle di sposare il loro unico figlioletto. Era pur sempre una trovatella di provenienza ignota, diamine!
Pertanto regalarono a Stefy una bella casa in campagna (le volevano bene, e mai l'avrebbero lasciata in mezzo alla strada), e poi cominciarono a tampinare Stefano affinché si decidesse a trovarsi una sposa. Lui amava Stefy, ma alla fine si lasciò convincere e si scelse una bella principessa da sposare.
Si stabilì la data delle nozze e vennero diramati gli inviti ad amici e parenti. E naturalmente la nostra Stefy faceva parte della cerchia dei familiari stretti, perciò un bel giorno alcuni messaggeri bussarono alla porta della bella casa di campagna della fanciulla. La porta si aprì e... i messaggeri lanciarono un urlo di terrore, perché Stefy aveva sì aperto loro la porta, ma era senza testa!
“Benvenuti”, disse Stefy, “Ma perché mi guardate così? Ho qualcosa di strano tra i denti... uh, accidenti, sono veramente sbadata”, disse così (perché “ma dove avrò mai lasciato la testa?”, sarebbe una battuta scontata, e non chiedetemi da dove uscisse la voce dal momento che la testa -e quindi la bocca- non c'era), “quando avete bussato mi stavo pettinando e ho dimenticato la testa di sopra. Aspettate un istante che vado a prenderla.”
Salì di sopra e poi tornò tutta intera, in modo che i messaggeri avessero tempo di placare i cuori palpitanti e darsi una pettinata, perché la visione della fanciulla decollata (ovvero decapitata, non libratasi in volo) gli aveva fatto rizzare i capelli in testa.
“E cosi Stefanuccio si sposa, eh?”, disse la ragazza, “Ma che bravo, ma che bravo!”, ed evidentemente stava pensando “Ma che stronzo, ma che stronzo!”, poi aggiunse: “E che cosa posso regalare ai due sposini? Ci sono. Seguitemi in cucina.”
In cucina c'era un grande forno, e Stefania preparò una torta.
“Legno, vai nel forno”, disse. E il legno andò nel forno. “Fuoco, accenditi.” Il fuoco si accese. “Torta, infornati e avvertimi quando sei cotta.” La torta s'infornò. Dopo un po' si sentì una vocina dal forno: “Padrona, padrona, sono pronta.”
Allora Stefania entrò nel forno, perché non era uno di quei forni stitici che abbiamo in casa adesso, ma uno di quelli enormi che avevano nel medioevo, uno che ci si poteva arrostire dentro un bue intero, volendo.
Stefy entrò nel forno acceso, camminò tra le fiamme, prese la teglia con la torta e la portò fuori, poi la consegnò ai messaggeri, affinché la consegnassero ai due sposini come dono di nozze.
Come dono di nozze era decisamente misero, ma non era certo far bella figura lo scopo della nostra eroina.
Non appena presero la torta in mano, i messaggeri se la diedero a gambe levate, in preda al panico, e giunsero ansanti a palazzo.
“Che avete da ansimare?”, domandò il principe Stefano.
E loro raccontarono tutte le cose strane che aveva fatto Stefania.
“Uh, che sarà mai?”, disse la sposina, che sapeva che Stefania era la ex innamorata del principe ed era gelosa di lei, “Io quando stavo al castello le torte le facevo sempre così.”
“Davvero?”, disse Stefano che era molto ingenuo o forse no, “E mi fai vedere come fai?”
“Sì, sì, magari un giorno...”
“No, no, adesso!”, insistette Stefano. De coccio, come si direbbe.
La sposina si sentì fregata, sicuramente, ma non poteva certo essere da meno dell'odiosa ex. E quale donna resisterebbe di fronte a una sfida simile? A costo di creparci, la sposa avrebbe dimostrato di saper fare tutto quel che sapeva fare “l'altra”.
Ordinò alla legna di entrare nel forno, ma la legna non se la filò di striscio. Ordinò al fuoco di accendersi, ma dovette far lei anche qui. Poi entrò nel forno acceso per prendere la torta, e naturalmente morì bruciata, com'era prevedibile.
Per puntiglio (e non per amore!) si fanno le idiozie più madornali.
Passò del tempo, e il Re e la Regina trovarono a principe Stefano un'altra sposa. Come prima, diramarono gli inviti e i due spaventati inviati andarono a portare il suo alla nostra bella e scaltra Stefy.
Stavolta la ragazza non aprì la porta, ma l'attraversò a mo' di fantasma.
“Scusate la stravaganza”, disse quella furbacchiona, “ma mi s'è guastata la serratura e s'apre soltanto da fuori.”
Aprì la porta da fuori e lasciò passare i poveretti, che erano terrorizzati già prima di arrivare, in verità.
“Cosa posso regalare ai due sposini? Uhmmm... ci sono! Padella, va' sul fuoco. Olio, va' nella padella e friggi.”
Poi Stefy infilò le dita nell'olio che friggeva, e le dita si trasformarono in dieci bellissimi pesci. Quando furono fritti Stefy li avvolse nella carta (perché le dita le erano ricresciute subito) e li consegnò ai due inviati, che schizzarono via.
“E che sarà mai?”, disse anche questa nuova sposina, che evidentemente non voleva lasciarsi intimorire né dalle arti della ex innamorata né dalla sorte della ex sposa defunta, “Anch'io friggo sempre i pesci così.”
“Ah sì?”, rispose il principe, “Fammi un po' vedere come fai!”
“Sì, sì, un giorno, prima o poi”, tentò di tergiversare la sposa.
“No, no. Adesso!”, insistette il principe. Vuoi vedere che faceva apposta?
Fatto sta che anche questa sposa ci cascò, e quando ficcò le dita nell'olio bollente naturalmente si ustionò e morì.
Passò dell'altro tempo, e il Re e la Regina, rifiutandosi di arrendersi all'evidenza, scovarono un'altra sposa, e mandarono i soliti inviti.
“Però”, dissero ai messaggeri incaricati di portarle l'invito, “qualunque cosa faccia Stefy, voi non dovete dire nulla alla nuova sposa. Ce le state ammazzando tutte, diamine!”
I poveracci andarono da Stefy e la trovarono che volteggiava su un filo di ragnatela teso tra la sua casa e il fienile. Poi, sempre non sapendo cosa regalare, si tagliò un orecchio col coltello, estrasse dalla propria scatolina cranica un meraviglioso merletto, e si riattaccò l'orecchio come nulla fosse stato.
E come facevano i poveri messaggeri a non raccontarlo? Lo raccontarono, e anche questa sposa sostenne di poterlo fare anche lei, perciò prese il coltello, si tagliò un orecchio e morì dissanguata.
Allora il principe Stefano andò in crisi, cominciò a pensare d'essere destinato per sempre al fai-da-te (se capite cosa intendo) e si ammalò gravemente.
I medici, naturalmente, non riuscirono ad aiutarlo. Nelle fiabe i medici non sanno mai curare nulla. Servono solo a fare spallucce e a dire “Boh?”
Perché nelle fiabe l'unico dottore capace è l'amore, no?
Alla fine arrivò una specie di maga che diceva di sapere cosa poteva curare il principe.
“Questo ragazzo deve mangiare una pappa d'avena, ma d'una avena speciale che sia stata seminata, sia cresciuta, sia stata raccolta e cucinata tutto in un'ora.”
Certo, valla a trovare un'avena così!
Ma chi arrivò a questo punto?
Sì, indovinato. Stefania sostenne di poterlo fare lei.
E in effetti ci riuscì.
E poi portò la pappa d'avena al principe, che giaceva agonizzante nel proprio letto, e qui lo imboccò.
“Puah! Che poltiglia immonda!”, disse il principe sputacchiandole in faccia la pappa.
“Cosa? Tu sputacchi in faccia a me?”, esclamò irritata Stefania, “A me che sono figlia del Dio Sole? A me che sono nipote di Re?”
“Tu sei figlia del Dio Sole?”, domandarono il Re e la Regina.
“Io? Sì”, rispose Stefy.
“Tu sei nipote di Re?”
“Io? Sì.”
“Ma allora non ci sono più problemi. Sei principessa e puoi sposare nostro figlio.”
Così il principe guarì e sposò la sua principessa che da quel momento non fece mai più cose strane.
Probabilmente qualcuno si chiese perché, dal momento che lo sapeva, Stefy non abbia detto subito di essere figlia di divinità e nipote di re, risparmiando così la vita alle tre sposine.
Perché non lo disse? Perché... nessuno gliel'aveva chiesto. Ovvio.
Questa è una storia natalizia, perché parla di madri vergini. Ora io non voglio entrare in merito della questione, perché sarebbe una cosa lunga, ma quello della madre vergine è un mito antichissimo che compare innumerevoli volte in innumerevoli religioni. È anche un mito schifosamente maschilista, a mio modesto avviso.
È anche una fiaba che parla di ex. Quegli/quelle ex che non si rassegnano a essere tali e le tentano tutte pur di tornare col vecchio partner. Non c'è inghippo che non macchinerebbero, né azione che non metterebbero in atto. Neppure un'istigazione al suicidio, per dire.
E infine è una fiaba che parla di principesse che fanno tutto loro e di principi che si lasciano trascinare dagli eventi e non prendono l'iniziativa neanche a piangere.
Basta per una sola fiaba?
La figlia del Sole
C'erano una volta un Re e una Regina. Naturalmente, e come in tutte le fiabe, come prima cosa questi ebbero un bimbo. Anzi, una bimba. E siccome erano molto ansiosi, chiamarono un veggente che prevedesse il futuro della principessina. Questo veggente scrutò le stelle e consultò le carte, o viceversa, e decretò il verdetto: “La principessina crescerà bella e sana. Ma prima del compimento del suo diciottesimo anno il Dio Sole s'innamorerà di lei e le farà partorire un figlio.”
Ora, non è che tutti prendano bene l'idea di fare un figlio con una divinità. Gli esseri umani saranno limitati, ma perlomeno sono concreti, mentre gli dei se ne stanno lontano in cielo, non è neppure possibile sposarseli. Non si assumono responsabilità dopo il concepimento. Non ti pagano neppure gli alimenti! E una poi si ritrova da sola e con un figlio a carico. No, no, il Re e la Regina non apprezzarono per nulla questa profezia e decisero che quel concepimento non s'aveva da fare. Perciò fecero chiudere la principessina in una torre dalle finestre così alte e strette che il Sole non vi si poteva affacciare.
A badare alla principessa c'era una tata, che aveva una figlia della stessa età della regale infante. E le due ragazzine crebbero insieme e diventarono amiche per la pelle, praticamente sorelle.
Un giorno, sedici anni dopo, le due ragazze stavano facendo i compiti quando a un certo punto si stufarono e cominciarono a chiacchierare, e pensarono che sarebbe stato bello vedere questo famoso Sole di cui tutti parlavano ma che loro non avevano mai visto. Fosse stata da sola, la principessa forse non avrebbe osato tanto, ma in due si sa: ci si dà coraggio. Comunque le ragazze impilarono le sedie una sull'altra e si arrampicarono fino all'unica finestrella alta e stretta che dava luce alla stanza.
E non appena la principessa si affacciò il Dio Sole la vide e se ne innamorò. Le mandò un raggio di luce e così la mise incinta.
Capito com'è facile rimanere ingravidate nelle fiabe?
E che profilattico vuoi usare su un raggio di sole? Magari una crema solare ad alto fattore di protezione?
Comunque, lei rimase incinta come da profezia, e la tata si disperò perché temeva, e a ragione, che il Re e la Regina se la sarebbero presa con lei.
Perciò quando la principessa partorì una bella bambina, la balia la prese, l'avvolse in fasce preziose e la portò a sperdere in un campo di fave.
Cioè, un po' la voleva ammazzare un po' la voleva salvare.
Nelle fiabe fanno così. Non è che i bambini abbandonati li abbandonano dove possono salvarsi, no. Sempre in qualche campo, o in un bosco, o comunque in balia delle intemperie. Però li addobbano con vesti preziose, casomai dovesse trovarli qualcuno...
La principessa compì diciott'anni e a quel punto il Re e la Regina la fecero uscire dalla torre, convinti che la minaccia ormai fosse stata evitata. E non sapevano, e non seppero mai, che era già successo tutto.
La storia della nostra madre vergine (perché dai, venir baciata dal Sole come fai a chiamarlo sesso?), per quanto ci riguarda, finisce qui, perciò possiamo anche salutarla.
Torniamo alla principessina figlia del Dio Sole. Troviamole un nome, però. Io direi di chiamarla Stefania, visto che oggi è Santo Stefano.
Okay, la piccina venne trovata da un viandante, che vedendola vestita come una principessa trasse giustamente la conclusione che fosse una principessa, e perciò la portò dal suo Re e dalla sua Regina, che non erano quelli della mamma vergine, anzi, erano quelli di un regno moltomolto lontano di lì. Lo so, è incongruente, ma è necessario per togliere di scena i primi protagonisti della fiaba, dal momento che di loro non ci deve fregare più niente.
Il Re e la Regina si affezionarono subito alla piccina e l'adottarono, e la fecero crescere insieme al loro bimbo che aveva pochi anni più della pargola.
Così Stefania e Stefano (anche lui, poverino, ha bisogno d'un nome!) crebbero insieme e quando furono grandi s'innamorarono.
Il Re e la Regina questo non lo mandarono giù. Loro volevano bene a Stefy, ma non al punto da permetterle di sposare il loro unico figlioletto. Era pur sempre una trovatella di provenienza ignota, diamine!
Pertanto regalarono a Stefy una bella casa in campagna (le volevano bene, e mai l'avrebbero lasciata in mezzo alla strada), e poi cominciarono a tampinare Stefano affinché si decidesse a trovarsi una sposa. Lui amava Stefy, ma alla fine si lasciò convincere e si scelse una bella principessa da sposare.
Si stabilì la data delle nozze e vennero diramati gli inviti ad amici e parenti. E naturalmente la nostra Stefy faceva parte della cerchia dei familiari stretti, perciò un bel giorno alcuni messaggeri bussarono alla porta della bella casa di campagna della fanciulla. La porta si aprì e... i messaggeri lanciarono un urlo di terrore, perché Stefy aveva sì aperto loro la porta, ma era senza testa!
“Benvenuti”, disse Stefy, “Ma perché mi guardate così? Ho qualcosa di strano tra i denti... uh, accidenti, sono veramente sbadata”, disse così (perché “ma dove avrò mai lasciato la testa?”, sarebbe una battuta scontata, e non chiedetemi da dove uscisse la voce dal momento che la testa -e quindi la bocca- non c'era), “quando avete bussato mi stavo pettinando e ho dimenticato la testa di sopra. Aspettate un istante che vado a prenderla.”
Salì di sopra e poi tornò tutta intera, in modo che i messaggeri avessero tempo di placare i cuori palpitanti e darsi una pettinata, perché la visione della fanciulla decollata (ovvero decapitata, non libratasi in volo) gli aveva fatto rizzare i capelli in testa.
“E cosi Stefanuccio si sposa, eh?”, disse la ragazza, “Ma che bravo, ma che bravo!”, ed evidentemente stava pensando “Ma che stronzo, ma che stronzo!”, poi aggiunse: “E che cosa posso regalare ai due sposini? Ci sono. Seguitemi in cucina.”
In cucina c'era un grande forno, e Stefania preparò una torta.
“Legno, vai nel forno”, disse. E il legno andò nel forno. “Fuoco, accenditi.” Il fuoco si accese. “Torta, infornati e avvertimi quando sei cotta.” La torta s'infornò. Dopo un po' si sentì una vocina dal forno: “Padrona, padrona, sono pronta.”
Allora Stefania entrò nel forno, perché non era uno di quei forni stitici che abbiamo in casa adesso, ma uno di quelli enormi che avevano nel medioevo, uno che ci si poteva arrostire dentro un bue intero, volendo.
Stefy entrò nel forno acceso, camminò tra le fiamme, prese la teglia con la torta e la portò fuori, poi la consegnò ai messaggeri, affinché la consegnassero ai due sposini come dono di nozze.
Come dono di nozze era decisamente misero, ma non era certo far bella figura lo scopo della nostra eroina.
Non appena presero la torta in mano, i messaggeri se la diedero a gambe levate, in preda al panico, e giunsero ansanti a palazzo.
“Che avete da ansimare?”, domandò il principe Stefano.
E loro raccontarono tutte le cose strane che aveva fatto Stefania.
“Uh, che sarà mai?”, disse la sposina, che sapeva che Stefania era la ex innamorata del principe ed era gelosa di lei, “Io quando stavo al castello le torte le facevo sempre così.”
“Davvero?”, disse Stefano che era molto ingenuo o forse no, “E mi fai vedere come fai?”
“Sì, sì, magari un giorno...”
“No, no, adesso!”, insistette Stefano. De coccio, come si direbbe.
La sposina si sentì fregata, sicuramente, ma non poteva certo essere da meno dell'odiosa ex. E quale donna resisterebbe di fronte a una sfida simile? A costo di creparci, la sposa avrebbe dimostrato di saper fare tutto quel che sapeva fare “l'altra”.
Ordinò alla legna di entrare nel forno, ma la legna non se la filò di striscio. Ordinò al fuoco di accendersi, ma dovette far lei anche qui. Poi entrò nel forno acceso per prendere la torta, e naturalmente morì bruciata, com'era prevedibile.
Per puntiglio (e non per amore!) si fanno le idiozie più madornali.
Passò del tempo, e il Re e la Regina trovarono a principe Stefano un'altra sposa. Come prima, diramarono gli inviti e i due spaventati inviati andarono a portare il suo alla nostra bella e scaltra Stefy.
Stavolta la ragazza non aprì la porta, ma l'attraversò a mo' di fantasma.
“Scusate la stravaganza”, disse quella furbacchiona, “ma mi s'è guastata la serratura e s'apre soltanto da fuori.”
Aprì la porta da fuori e lasciò passare i poveretti, che erano terrorizzati già prima di arrivare, in verità.
“Cosa posso regalare ai due sposini? Uhmmm... ci sono! Padella, va' sul fuoco. Olio, va' nella padella e friggi.”
Poi Stefy infilò le dita nell'olio che friggeva, e le dita si trasformarono in dieci bellissimi pesci. Quando furono fritti Stefy li avvolse nella carta (perché le dita le erano ricresciute subito) e li consegnò ai due inviati, che schizzarono via.
“E che sarà mai?”, disse anche questa nuova sposina, che evidentemente non voleva lasciarsi intimorire né dalle arti della ex innamorata né dalla sorte della ex sposa defunta, “Anch'io friggo sempre i pesci così.”
“Ah sì?”, rispose il principe, “Fammi un po' vedere come fai!”
“Sì, sì, un giorno, prima o poi”, tentò di tergiversare la sposa.
“No, no. Adesso!”, insistette il principe. Vuoi vedere che faceva apposta?
Fatto sta che anche questa sposa ci cascò, e quando ficcò le dita nell'olio bollente naturalmente si ustionò e morì.
Passò dell'altro tempo, e il Re e la Regina, rifiutandosi di arrendersi all'evidenza, scovarono un'altra sposa, e mandarono i soliti inviti.
“Però”, dissero ai messaggeri incaricati di portarle l'invito, “qualunque cosa faccia Stefy, voi non dovete dire nulla alla nuova sposa. Ce le state ammazzando tutte, diamine!”
I poveracci andarono da Stefy e la trovarono che volteggiava su un filo di ragnatela teso tra la sua casa e il fienile. Poi, sempre non sapendo cosa regalare, si tagliò un orecchio col coltello, estrasse dalla propria scatolina cranica un meraviglioso merletto, e si riattaccò l'orecchio come nulla fosse stato.
E come facevano i poveri messaggeri a non raccontarlo? Lo raccontarono, e anche questa sposa sostenne di poterlo fare anche lei, perciò prese il coltello, si tagliò un orecchio e morì dissanguata.
Allora il principe Stefano andò in crisi, cominciò a pensare d'essere destinato per sempre al fai-da-te (se capite cosa intendo) e si ammalò gravemente.
I medici, naturalmente, non riuscirono ad aiutarlo. Nelle fiabe i medici non sanno mai curare nulla. Servono solo a fare spallucce e a dire “Boh?”
Perché nelle fiabe l'unico dottore capace è l'amore, no?
Alla fine arrivò una specie di maga che diceva di sapere cosa poteva curare il principe.
“Questo ragazzo deve mangiare una pappa d'avena, ma d'una avena speciale che sia stata seminata, sia cresciuta, sia stata raccolta e cucinata tutto in un'ora.”
Certo, valla a trovare un'avena così!
Ma chi arrivò a questo punto?
Sì, indovinato. Stefania sostenne di poterlo fare lei.
E in effetti ci riuscì.
E poi portò la pappa d'avena al principe, che giaceva agonizzante nel proprio letto, e qui lo imboccò.
“Puah! Che poltiglia immonda!”, disse il principe sputacchiandole in faccia la pappa.
“Cosa? Tu sputacchi in faccia a me?”, esclamò irritata Stefania, “A me che sono figlia del Dio Sole? A me che sono nipote di Re?”
“Tu sei figlia del Dio Sole?”, domandarono il Re e la Regina.
“Io? Sì”, rispose Stefy.
“Tu sei nipote di Re?”
“Io? Sì.”
“Ma allora non ci sono più problemi. Sei principessa e puoi sposare nostro figlio.”
Così il principe guarì e sposò la sua principessa che da quel momento non fece mai più cose strane.
Probabilmente qualcuno si chiese perché, dal momento che lo sapeva, Stefy non abbia detto subito di essere figlia di divinità e nipote di re, risparmiando così la vita alle tre sposine.
Perché non lo disse? Perché... nessuno gliel'aveva chiesto. Ovvio.
martedì 25 dicembre 2012
Schiaccianoci e il re dei topi - una storia natalizia
AVVERTENZA: Quello riportato di seguito è il riassunto di una versione italiana dello Schiaccianoci, che in realtà è più una rilettura parecchio riveduta e corretta. Se quel che cercate è invece una versione del racconto vero e proprio di Hoffmann, vi consiglio di andare qui!
Tutti, o quasi, conoscono il balletto Lo Schiaccianoci. In meno sanno che è tratto da un racconto ancora più antico del balletto. Questo racconto è stato scritto nel 1816 da uno scrittore romantico tedesco di nome Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann (che però cambiò il Wilhelm in Amadeus in onore di Wolfgang Amadeus Mozart, di cui era un grande ammiratore).
Il signore qui a destra è, appunto, E.T.A. Hoffmann.
Il balletto Lo Schiaccianoci, invece, è nato in Russia nel 1892 su coreografie di Marius Petipa (uno dei più grandi coreografi di danza classica mai esistiti) e musiche di Pëtr Ilic Cajkovskij (che potrai trovare anche scritto Tchaikovsky, si pronuncia comunque Ceikòski).
La storia del racconto di Hoffmann è abbastanza complessa, ma se tu prima conoscevi solo la storia del balletto noterai che ci sono molte differenze tra il balletto e il racconto. Vediamole.
Molti si riferiscono al balletto Schiaccianoci come al capolavoro di Cajkovskij, forse la sua creazione più famosa, ma lui non sarebbe stato per nulla d'accordo con quest'affermazione. Infatti in questo spettacolo tutto gira attorno ai passi di danza. Marius Petipa creò per prima cosa la coreografia, e poi diede a Cajkovskij tutte le indicazioni necessarie per scrivere la musica, comprese istruzioni precise sulla durata di ogni singolo passaggio. In pratica non gli lasciò molta libertà creativa, per questo a Cajkovskij non piacevano molto le musiche che scrisse per questo balletto.
Nel racconto la protagonista si chiama Marie e nel balletto, tutti lo sanno, prende il nome di Clara. Ma questa non è l'unica differenza.
Anche la trama è stata molto semplificata fino a diventare un semplice pretesto per i numeri di danza, che sono molti. Ecco, in breve, la trama del balletto Schiaccianoci.
Siamo in casa di Clara, che è una bambina anche se è una ballerina adulta a interpretarla, la sera della vigilia di Natale. C'è una grande festa in corso e ogni personaggio danza, insieme o da solo. Poi arriva il padrino Drosselmeier (o Drosselmeyer, che comunque si legge Drosselmàier) che porta con sé strane bambole animate, ognuna delle quali esegue un balletto "caratteristico" (la danza spagnola, la danza del tè, la danza del cioccolato e così via...).
Tra i giochi Clara trova uno schiaccianoci che attira subito la sua attenzione.
Nel cuore della notte i topi attaccano i giocattoli di Clara, e i giocattoli, capitanati dallo Schiaccianoci che nel frattempo si è animato (prima veniva impiegato un pupazzo, ora c'è un ballerino) combattono a loro volta contro i topi.
Clara sconfigge il Re dei Topi lanciandogli addosso una ciabatta.
I topi sono sconfitti e l'incantesimo si spezza. Lo Schiaccianoci diventa un principe e porta Clara nella Foresta Incantata, dove assistiamo a molte altre danze caratteristiche, tra cui la danza dei fiocchi di neve, che vedi nella foto a sinistra, e il famosissimo valzer dei fiori, fino al gran finale dove Clara e il Principe Schiaccianoci danzano insieme.
Alla fine di tutte le danze ci ritroviamo nel salotto che avevamo lasciato, dove Clara si sveglia: era stato solo un sogno (mentre nel racconto tutti accusano Marie di essersi sognata l'intera storia, ma alla fine si scopre che era tutto vero, anche le cose più strane).
Insomma, le differenze tra balletto e racconto sono tante. Però una cosa importante in comune ce l'hanno: entrambe sono storie natalizie dall'inizio alla fine!
Quella sera in casa Stahlbaum le cose andavano in modo davvero strano.
Era la Vigilia di Natale, ma stranamente tutto era buio e silenzioso. Fritz e Marie, preoccupati, se ne stavano buoni buoni in una stanzetta che dava sul cortile perché Mamma e Papà avevano proibito loro assolutamente l'accesso al salotto e alla sala da pranzo.
Fritz aveva dieci anni e non ce la faceva proprio a stare fermo. Marie era sua sorella, aveva sette anni ed era molto più tranquilla. Ma anche a lei tutta quella calma non piaceva affatto. Per ingannare l'attesa Fritz e Marie cominciarono a chiacchierare dei regali di Natale.
In quel momento Mamma e Papà vennero a chiamarli. Era tutto pronto e i due potevano finalmente entrare nelle sale proibite.
Appena Fritz e Marie raggiunsero le stanze ogni preoccupazione e tristezza svanì. Ad attenderli c'era la più bella festa di Natale che si potesse immaginare. L'albero era altissimo, carico di mele d'oro e d'argento e di centinaia di luci. E ai suoi piedi c'erano talmente tanti regali... e poi c'era Drosselmeier, il loro padrino.
Drosselmeier faceva l'avvocato ma aveva anche un'abilità straordinaria nel riparare e costruire meravigliosi oggetti meccanici, ed era sempre lui a riparare il grande orologio a pendolo del salotto quando si rompeva. Con gli orologi Drosselmeier ci sapeva proprio fare, erano la sua passione. Ogni Natale portava a Fritz e Marie un regalo fantastico, per la cui costruzione aveva impiegato tutto l'anno. Certo, si trattava di regali fragili e delicati, con meccanismi complessi. Infatti di solito i bambini avevano il permesso di guardarli un po' e poi la Mamma, nel timore che potessero romperli, li metteva via riponendoli sullo scaffale più alto dell'armadio dei giocattoli in salotto. Questa volta Drosselmeier aveva portato un vero castello delle bambole con tanto di luci e personaggi dentro che si muovevano, danzavano, si affacciavano alle finestre e a guardarlo a lungo ti sembrava di poterci entrare (come capitò a Fritz). Ma più che guardarlo non si poteva fare, per cui alla fine Fritz e Marie si annoiarono di quel gioco bellissimo ma inutile e tornarono a occuparsi degli altri doni, quelli con cui si poteva giocare.
Tra tutti questi doni ce n'era uno che attirò subito l'attenzione di Marie. Era uno schiaccianoci di legno, modellato a forma di soldatino. Bastava infilare una noce tra i suoi denti, spingere il mantello che aveva sulla schiena (e che in realtà era una leva) e quello... CRAC!... spaccava la noce. Lo Schiaccanoci, poverino, era veramente bruttino, aveva un capoccione sbilenco, gli occhi sporgenti e una bocca che pareva un salvadanaio, ma aveva una faccia così simpatica e bonacciona che Marie decise che quello sarebbe stato il suo giocattolo del cuore e Papà glielo affidò volentieri. Ma quando Fritz decise di spaccare una noce ne scelse una veramente troppo grossa e dura per i dentini di legno del soldatino e il povero Schiaccianoci si ruppe. Come ne fu triste Marie. Al punto da usare il suo fiocco per fasciare lo Schiaccianoci e ripararlo in qualche modo.
La festa era finita, ormai era quasi mezzanotte ma i bambini erano troppo emozionati per andare già a dormire. Così erano rimasti in salotto a riordinare i nuovi giocattoli nell'armadio. Fritz metteva i suoi soldatini sul secondo scaffale e Marie le sue bambole sul primo, quello più in basso. Lì lei aveva organizzato una deliziosa casetta delle bambole, ma questa volta nel morbido lettino non c'era una bambola, c'era il povero Schiaccianoci ferito.
La Mamma li chiamò ancora e Fritz se ne andò a letto. Marie rimase ancora un po' per fare le ultime raccomandazioni a Schiaccianoci.
La stanza era buia, ormai, anche l'albero di Natale era stato spento. In casa tutti dormivano tranne Marie. La bambina finalmente decise di andare a letto anche lei. In quel momento il grande orologio a pendolo del salotto cominciò a vibrare, come se stesse per battere le ore. Marie si voltò. Il gufo dorato che era in cima all'orologio si era mosso e aveva spalancato le ali per avvolgere il quadrante. Un istante dopo Marie si accorse che quello non era più il gufo ma il padrino Drosselmeier, che avvolgeva il suo mantello attorno all'orologio e batteva la mezzanotte con voce cupa. Allora dall'oscurità emersero mille lucette rosse, e si sentirono innumerevoli fruscii e squittii. Quelle lucette erano occhi. Occhi di topi.
Marie cercò di urlare ma era troppo spaventata. Arretrò fino all'armadio e lo urtò col gomito. Un rumore improvviso! Aveva spaccato una vetrina e si era ferita. Ma vide qualcosa di molto più spaventoso, che le gelò il sangue nelle vene e non le fece pensare più al dolore al braccio. Davanti a lei innumerevoli topi si erano disposti in file ordinate come soldati, e a capo di tutti c'era un enorme, orribile topo che aveva sette teste. E su ogni testa c'era una piccola corona d'oro.
Nello stesso istante alcune luci si accesero nell'armadio. Erano i giocattoli e i soldatini che si erano animati per combattere contro i topi.
Anche Schiaccianoci si era alzato in piedi, nonostante fosse ferito, per mettersi alla testa di quel minuscolo esercito. Klara, la bambola di Marie, lo supplicò di non combattere, ma lui non volle sentire ragioni. Schiaccianoci, il fiocco di Marie stretto sul cuore, si gettò a capofitto nella battaglia guidando i suoi impavidi giocattoli. E che battaglia fu quella!
Dappertutto in salotto si sentiva combattere, i topi erano davvero feroci, ma i soldatini e i giocattoli avevano altrettanto coraggio. Marie non sapeva che fare, voleva aiutare anche lei il suo amico Schiaccianoci.
Quando vide che l'orribile Re dei Topi stava per sopraffare Schiaccianoci non ebbe più dubbi. Si tolse una scarpa e la lanciò contro quelle sette testoline coronate. Non appena la scarpa giunse a segno tutti i topi, ma proprio tutti, anche il re, svanirono.
Marie però non se ne accorse, perché intanto il braccio aveva ripreso a farle male e lei era svenuta.
Quando Marie si svegliò era nel suo letto e il dottore la stava curando. La Mamma, accanto a lei, era molto preoccupata.
"Per fortuna", le disse, "ho visto la luce accesa in salotto. Sono passata a controllare e ti ho trovata in terra svenuta e insaguinata tra i vetri rotti e i giocattoli sparsi dappertutto. Sicuramente ti sei addormentata e sei crollata sulla vetrina dell'armadio rompendola. Ti rendi conto che potevi morire dissanguata?"
Marie cercò di spiegare la storia del Re dei Topi e della battaglia contro Schiaccianoci, ma nessuno volle crederle.
A causa delle ferite Marie si ammalò e le venne la febbre alta che la costrinse molti giorni a letto. Quando si addormentava le pareva di udire la voce di Schiaccianoci che la ringraziava.
Un giorno, quando Marie stava già guarendo, andò a trovarla il padrino Drosselmeier. Marie si arrabbiò molto con lui, perché la sera della battaglia non aveva preso le parti dello Schiaccianoci. Ma Drosselmeier disse che non aveva potuto. Poi le consegnò Schiaccianoci completamente riparato e cominciò a raccontare, a lei e a Fritz, la sua storia.
STORIA DELLA NOCE DURA
Quando nacque Perpilit era una principessina davvero deliziosa. Bella, rosea e paffuta, aveva già tutti i dentini (cosa stranissima per una neonata), che brillavano candidi in due file che parevano perle.
A corte tutti erano felicissimi per lei, solo la regina sua madre era molto preoccupata. Al punto da decidere che la principessa non dovesse mai rimanere da sola. Davanti alla porta dove dormiva la piccola c'erano sempre due alabardieri e accanto al lettino c'erano sempre due balie. La notte, poi, arrivavano altre sei balie a farle compagnia, e ogni balia doveva avere in braccio un gatto che doveva accarezzare continuamente in modo che questo facesse sempre le fusa.
Per capire il perché di tutto questo dobbiamo fare qualche passo indietro nel tempo.
Qualche mese prima la regina stava cucinando le salsicce col lardo che piacevano tanto al re, quando da sotto la stufa era uscita Topocchia, una topina che viveva lì insieme a sette figli e molti parenti. Topocchia aveva chiesto alla regina un pezzetto di lardo e lei glielo aveva concesso volentieri. Ma subito dopo erano arrivati anche i sette figli, molto maleducati, e tutti gli altri parenti, e alla fine di lardo non ce n'era più.
Il re andò su tutte le furie perché il suo piatto preferito era stato rovinato, così chiamò l'orologiaio di corte, che guarda caso si chiamava Christian Drosselmeier proprio come il padrino di Fritz e Marie, che costruì tante ingegnose trappole per topi.
I sette topi maleducati e tutti i parenti di Topocchia caddero in trappola e morirono. Topocchia, col cuore a pezzi, decise di andar via dal castello. Ma prima di partire giurò alla regina che avrebbe vendicato sulla principessina che stava per nascere la morte dei suoi sette figli. Per questo ora la regina era tanto preoccupata per la piccola Perpilit.
Ma una brutta notte le balie e i gatti si addormentarono. La Gran Balia, a capo delle altre, si svegliò all'improvviso con un senso di pericolo imminente. E non aveva tutti i torti, perché vide Topocchia nella culla di Perpilit che sembrava sul punto di mordere la principessa.
La Gran Balia strillò e Topocchia fuggì via, ma aveva fatto in tempo a colpire. Perpilit non era più una rosea e paffuta bambina, ma le era venuto un capoccione sbilenco, gli occhi sporgenti e una bocca che pareva un salvadanaio.
Il re si disperò, e siccome non gli passava per la testa che fosse colpa sua, che se solo non avesse fatto tante storie per uno stupido piatto di salsicce col lardo a quest'ora Perpilit starebbe bene, chiamò immediatamente Christian Drosselmeier e gli ordinò di guarire la principessa, altrimenti gli avrebbe fatto tagliare la testa.
Drosselmeier studiò a lungo la principessina senza scoprire nulla, ma dopo quattro settimane si accorse che a Perpilit piaceva molto schiacciare le noci con i denti per poi mangiare il gheriglio. Ebbe così un'idea.
"Bisogna trovare", disse, "la noce più dura del mondo, che non si spacca neppure a passarci su con un carro trainato da dodici buoi. Poi un giovanotto che non si sia mai rasato la barba e che non abbia mai calzato stivali dovrà spaccare la noce con i denti, dare il gheriglio da mangiare alla principessa e fare sette passi indietro ad occhi chiusi e senza inciampare. Così la principessa guarirà!"
Cose simili erano molto difficili da trovare e Drosselmeier era veramente preoccupato per il suo collo. Ma il re gli andò incontro: "Tu pensa a trovare la noce", gli disse, "che a trovare il giovanotto ci penso io!"
Così l'indomani Drosselmeier partì alla ricerca della noce più dura del mondo, mentre il re sguinzagliava i suoi messaggeri per cercare un giovanotto dai denti assai robusti.
IL SEGUITO DELLA STORIA DELLA NOCE DURA
Drosselmeier viaggò a lungo e dopo quindici anni aveva girato tutto il mondo cercando la noce durissima. Però non l'aveva trovata. L'unico posto in cui non aveva cercato era Norimberga, in Germania. Così decise di andare a vedere anche lì.
A Norimberga viveva suo cugino Christopher, che costruiva giocattoli. Visto che il destino a volte gioca strani scherzi, venne fuori che proprio Christopher aveva la noce più dura del mondo, tutta lucente e dorata. Un carro trainato da dodici buoi c'era passato su senza farle neanche un graffio! Non solo, il figlio di Christopher era un bel giovanotto, che non aveva ancora messo la barba per cui non si era ancora mai rasato, e che non aveva mai calzato stivali. In più il ragazzo, molto elegante, amava spaccare le noci con i denti per le ragazze che andavano a far spese nel negozio del padre, tanto che tutti lo chiamavano "Schiaccianoci".
Drosselmeier non ebbe dubbi: era lui il giovanotto che avrebbe infranto l'incantesimo di Topocchia. Gli costruì un marchingegno che avrebbe reso più potente il suo morso e lo portò immediatamente a corte.
Dopo tutti quegli anni Perpilit era diventata ancora più brutta, le era perfino spuntata la barba, ma erano molti i giovanotti che si erano offerti per spaccare la noce dura, allettati dal regno che la principessina si portava in dote, perché il re l'aveva promessa in sposa al giovanotto che fosse stato in grado di aiutarla. Però tutti si spaccarono i denti tentando di rompere la noce. Solo Schiaccianoci, tra lo stupore generale, ci riuscì. Non appena Perpilit mangiò il gheriglio divenne una fanciulla bellissima da non credersi e tutti si fermarono ad ammirarla, così nessuno fece più caso a Schiaccianoci che ancora stava facendo i suoi sette passi indietro.
Proprio all'ultimo passo Schiaccianoci sentì qualcosa di soffice sotto il piede, così per evitarlo fece un salto e inciampò. In quel momento diventò anche lui brutto, con la testa sbilenca, gli occhi sporgenti, la bocca a salvadanaio e la barbetta com'era stata Perpilit fino a un istante prima. Ma nessuno se ne accorse perchè stavano guardando tutti la principessa.
Quel che Schiaccianoci aveva pestato era Topocchia che, colpita a morte dal suo piede, lanciò un'ultima maledizione. Schiaccianoci non avrebbe avuto come punizione solo l'essere trasformato in creatura orribile, ma sarebbe stato anche perseguitato da suo figlio con sette teste, nato dopo la morte dei sette topi. Detto questo, Topocchia morì.
Perpilit, intanto, aveva espresso il desiderio di vedere il suo promesso sposo. Quando però si accorse che ormai era solo uno schiaccianoci lo rifiutò. Il re si arrabbiò così tanto con Drosselmeier, Christopher e Schiaccianoci per aver osato proporre un fidanzato simile alla principessa, che i tre furono costretti a fuggire.
"Povero Schiaccianoci!", commentò Marie commossa quando il padrino Drosselmeier ebbe finito di raccontare, "E che ingrata quella Perpilit!"
"Ma vedi", continuò il padrino, "non tutto è perduto. Schiaccianoci ha ancora una speranza di tornare normale e diventare principe. Dovrà solo sconfiggere il topo a sette teste e trovare una fanciulla che si innamori di lui!"
E detto questo se ne andò.
VITTORIA!
La malattia di Marie durò a lungo, ma dopo più di una settimana la bambina fu in grado di alzarsi dal letto.
Andò quindi a trovare Schiaccianoci nel suo armadio, e improvvisamente capì cosa aveva inteso Drosselmeier col suo racconto. Sì, doveva essere così, il padrino altri non era che l'orologiaio di corte, e Schiaccianoci, quello che ora stava di fronte a lei, doveva essere suo nipote, il figlio del cugino Christopher, mentre l'orrendo topo visto quella terribile sera era sicuramente il figlio di Topocchia.
Le sembrò allora di sentire Schiaccianoci farle coraggio e dichiararle il suo amore. In quel momento arrivò, a trovare i suoi genitori, proprio il padrino Drosselmeier.
"Perché", gli chiese Marie, "Quella sera non hai aiutato tuo nipote?"
"L'incantesimo mi ferma e io non posso aiutarlo!", rispose il padrino, "Ma tu sì!" Papà pensò che anche Drosselmeier avesse cominciato a dare i numeri come Marie e gli tastò il polso per assicurarsi che non fosse malato. La Mamma invece aveva capito. "So di cosa stai parlando", disse tristemente, "ma non riesco a spiegarlo, perciò preferisco tacere!" Da quella notte la povera Marie cominciò a ricevere la visita del Re dei Topi. Questo la minacciava di fare a pezzi Schiaccianoci se lei non gli avesse consegnato tutti i suoi dolci e giocattoli. A Marie non restava che ubbidire, perché aveva paura che se avesse raccontato tutto a Mamma e Papà loro avrebbero detto che aveva solo sognato. Ma un brutto giorno non ci furono più dolci o giocattoli da rosicchiare, e perfino Mamma si era accorta che in casa girava qualche strano topo che faceva a pezzi le cose di Marie. La bambina era disperata, perché senza giocattoli e dolci il Re dei Topi avrebbe finito col prendersela con Schiaccianoci. Così corse da lui per vedere come stava, e Schiaccianoci improvvisamente divenne caldo, si mosse e le parlò. "Ho bisogno", le chiese, "che tu mi porti una spada robusta! Così potrò sconfiggere il Re dei Topi!" Ma dove trovare una spada? L'unica fu chiederla a Fritz, che riuscì a recuperarne una davvero magnifica, e proprio della taglia giusta. Marie la portò subito al suo Schiaccianoci. Quella notte Marie non riuscì a dormire. Quando la pendola batté la mezzanotte le parve che il cuore le si fermasse in gola. Ma non sentì rumori strani. Qualche istante dopo qualcuno bussò gentilmente alla porta della sua stanza. Era Schiaccianoci, che reggeva in una mano una candelina accesa dell'albero di Natale e nell'altra la spada, ora tutta insanguinata. "Ho vinto!", disse trionfante, "Ora il Re dei Topi è sconfitto per sempre! E queste sono per te!", così dicendo Schiaccianoci consegnò a Marie le sette piccole corone d'oro che un tempo scintillavano sulle teste del Re dei Topi. La bambina mise le corone in uno scrigno sul comodino. Poi Schiaccianoci le porse la mano e continuò: "Sono venuto qui a ringraziarti e a invitarti nel mio regno! Vedrai cose così belle come non hai mai neppure sognato!" Marie scese dal letto e seguì Schiaccianoci, fin dentro... l'armadio.
NEL REGNO DELLE BAMBOLE
Quando furono nell'armadio degli abiti Schiaccianoci scelse un vecchio cappotto di Papà e cominciò a tirare la cintura. Tirò e tirò, e d'un tratto lui e Marie non erano più a casa, ma in un magnifico e candido prato tutto scintillante e fatto di zucchero candito. Erano arrivati nel Regno delle Bambole.
Schiaccianoci volle condurre Marie alla capitale del regno, e mentre procedevano tutti gli abitanti festeggiavano Marie e volevano portarla in trionfo, perché sapevano che lei aveva salvato il principe Schiaccianoci.
Attraversarono un magnifico bosco di Alberi di Natale, dove ogni albero era decorato con frutti splendenti d'oro e d'argento che tintinnavano deliziosamente al vento. Poi c'erano bamboline di zucchero e di panpepato vive e bellissime che danzavano leggere, e fiumi di limonata, torrenti di latte e miele e bellissimi cigni che nuotavano in un laghetto.
La capitale del regno era dall'altra parte del lago e Marie e Schiaccianoci vi furono portati a bordo di una barca fatta di conchiglie tempestate di pietre preziose e trainata da due delfini.
Che gran festa ci fu! Piena di colori, e suoni, e cose buone da mangiare. Ma, proprio mentre riceveva i complimenti dai fratelli e dalle sorelle di Schiaccianoci, a Marie venne un gran sonno e le parve di addormentarsi.
Quando si svegliò era a casa sua, nel suo letto, ma ancora così emozionata per l'avventura appena vissuta, che corse a raccontarla a Mamma e Papà.
Che delusione, però. Loro continuavano a dire che Marie si era sognata tutto e che Schiaccianoci e il Regno delle Bambole non esistevano davvero. Però Marie non si perse d'animo e, per provare ai genitori di aver detto la verità, corse a prendere le sette corone del Re dei Topi. Quale stupore comparve sui visi di Mamma e Papà quando le videro. Perché senza ombra di dubbio quelle erano piccolissime corone, ed erano anche d'oro. Ma invece di credere subito alle parole di Marie si preoccuparono ancora di più e cominciarono a chiedere dove le avesse trovate. Forse le aveva rubate a qualche ospite? Marie stava per piangere quando arrivò il padrino Drosselmeier.
"Ma non ricordate?", disse lui a Mamma e Papà, "Queste coroncine erano mie, le portavo alla catena del mio orologio. Ma poi le ho regalate a Marie quando lei aveva due anni!"
Tutti tirarono un sospiro di sollievo, tranne Marie che non riusciva a convincere nessuno di aver conosciuto davvero Schiaccianoci. Anzi, Papà alla fine si arrabbiò talmente che le disse così: "Se non la pianti con queste storie su Schiaccianoci finisce che te lo butto!"
E Marie smise di parlare di Schiaccianoci. Tutti smisero di pensare a lui, perfino Fritz, l'unico che ci aveva creduto, smise di crederci. Ma non Marie, che passava sempre più tempo davanti alla vetrina dell'armadio dove se ne stava il suo Schiaccianoci.
Un giorno cominciò a parlargli: "Sai", gli disse, "io non ti trovo affatto brutto. E poi se sei diventato così è tutta colpa della principessa Perpilit. Com'è stata crudele a rifiutarti dopo che tu ti sei sacrificato per lei. Io al suo posto sarei felicissima di sposarti!"
In quel momento qualcuno bussò alla porta d'ingresso. Era il padrino Drosselmeier venuto di nuovo a riparare l'orologio. Entrò in salotto e salutò Marie, questa si voltò per salutarlo, sgranò gli occhi e svenne.
"Marie, cosa fai?", le disse la Mamma quando si riprese, "Ti sembra il caso di svenire davanti agli ospiti?"
Sì, perché Drosselmeier non era da solo. Era insieme a un delizioso ragazzino, di pochi anni più grande di Marie, molto elegante e dall'aspetto assai simpatico. Il ragazzino, disse Drosselmeier, era suo nipote, figlio di suo cugino Christopher che viveva a Norimberga e costruiva giocattoli.
I due vennero invitati a pranzo e il ragazzino riuscì subito simpatico a tutti, aveva portato tanti doni per Marie e Fritz e a fine pranzo si divertì a spaccare tante noci con i denti.
Poi chiese a Marie di mostrarle i suoi giocattoli. Quando rimasero soli il giovane Drosselmeier s'inginocchiò ai piedi di Marie. Sì, proprio così, lui era stato davvero il principe Schiaccianoci e Marie l'aveva davvero aiutato. Tutta l'avventura era successa davvero, e proprio nel momento in cui Marie aveva detto di volerlo sposare, aveva spezzato anche l'ultimo incantesimo e Schiaccianoci era tornato una persona in carne e ossa.
Commosso, il giovane Drosselmeier chiese di sposare Marie, e lei accettò con gioia. Ma visto che entrambi erano ancora bambini dovettero aspettare un bel po' di anni prima di poter realizzare il loro sogno.
Però quando poi si sposarono fecero una festa magnifica. Una carrozza d'oro tirata da cavalli d'argento venne a prendere Marie a casa, e re e regine, dame e cavalieri, marinai e pescatori, principi e principesse, sarti e contadini e migliaia di persone vennero invitati alla festa.
Marie e il giovane Drosselmeier andarono a vivere in un castello di marzapane e cominciarono a regnare felici su un paese meraviglioso. E sono ancora lì, perché il tempo delle fiabe non finisce mai!
Tutti, o quasi, conoscono il balletto Lo Schiaccianoci. In meno sanno che è tratto da un racconto ancora più antico del balletto. Questo racconto è stato scritto nel 1816 da uno scrittore romantico tedesco di nome Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann (che però cambiò il Wilhelm in Amadeus in onore di Wolfgang Amadeus Mozart, di cui era un grande ammiratore).
Il signore qui a destra è, appunto, E.T.A. Hoffmann.
Il balletto Lo Schiaccianoci, invece, è nato in Russia nel 1892 su coreografie di Marius Petipa (uno dei più grandi coreografi di danza classica mai esistiti) e musiche di Pëtr Ilic Cajkovskij (che potrai trovare anche scritto Tchaikovsky, si pronuncia comunque Ceikòski). La storia del racconto di Hoffmann è abbastanza complessa, ma se tu prima conoscevi solo la storia del balletto noterai che ci sono molte differenze tra il balletto e il racconto. Vediamole.
Molti si riferiscono al balletto Schiaccianoci come al capolavoro di Cajkovskij, forse la sua creazione più famosa, ma lui non sarebbe stato per nulla d'accordo con quest'affermazione. Infatti in questo spettacolo tutto gira attorno ai passi di danza. Marius Petipa creò per prima cosa la coreografia, e poi diede a Cajkovskij tutte le indicazioni necessarie per scrivere la musica, comprese istruzioni precise sulla durata di ogni singolo passaggio. In pratica non gli lasciò molta libertà creativa, per questo a Cajkovskij non piacevano molto le musiche che scrisse per questo balletto.
Nel racconto la protagonista si chiama Marie e nel balletto, tutti lo sanno, prende il nome di Clara. Ma questa non è l'unica differenza.
Anche la trama è stata molto semplificata fino a diventare un semplice pretesto per i numeri di danza, che sono molti. Ecco, in breve, la trama del balletto Schiaccianoci.
Siamo in casa di Clara, che è una bambina anche se è una ballerina adulta a interpretarla, la sera della vigilia di Natale. C'è una grande festa in corso e ogni personaggio danza, insieme o da solo. Poi arriva il padrino Drosselmeier (o Drosselmeyer, che comunque si legge Drosselmàier) che porta con sé strane bambole animate, ognuna delle quali esegue un balletto "caratteristico" (la danza spagnola, la danza del tè, la danza del cioccolato e così via...).
Tra i giochi Clara trova uno schiaccianoci che attira subito la sua attenzione.
Nel cuore della notte i topi attaccano i giocattoli di Clara, e i giocattoli, capitanati dallo Schiaccianoci che nel frattempo si è animato (prima veniva impiegato un pupazzo, ora c'è un ballerino) combattono a loro volta contro i topi.
Clara sconfigge il Re dei Topi lanciandogli addosso una ciabatta.
I topi sono sconfitti e l'incantesimo si spezza. Lo Schiaccianoci diventa un principe e porta Clara nella Foresta Incantata, dove assistiamo a molte altre danze caratteristiche, tra cui la danza dei fiocchi di neve, che vedi nella foto a sinistra, e il famosissimo valzer dei fiori, fino al gran finale dove Clara e il Principe Schiaccianoci danzano insieme.
Alla fine di tutte le danze ci ritroviamo nel salotto che avevamo lasciato, dove Clara si sveglia: era stato solo un sogno (mentre nel racconto tutti accusano Marie di essersi sognata l'intera storia, ma alla fine si scopre che era tutto vero, anche le cose più strane).
Insomma, le differenze tra balletto e racconto sono tante. Però una cosa importante in comune ce l'hanno: entrambe sono storie natalizie dall'inizio alla fine!
SCHIACCIANOCI E IL RE DEI TOPI
Liberamente adattata da E.T.A. Hoffmann
LA VIGILIA DI NATALEQuella sera in casa Stahlbaum le cose andavano in modo davvero strano.
Era la Vigilia di Natale, ma stranamente tutto era buio e silenzioso. Fritz e Marie, preoccupati, se ne stavano buoni buoni in una stanzetta che dava sul cortile perché Mamma e Papà avevano proibito loro assolutamente l'accesso al salotto e alla sala da pranzo.
Fritz aveva dieci anni e non ce la faceva proprio a stare fermo. Marie era sua sorella, aveva sette anni ed era molto più tranquilla. Ma anche a lei tutta quella calma non piaceva affatto. Per ingannare l'attesa Fritz e Marie cominciarono a chiacchierare dei regali di Natale.
In quel momento Mamma e Papà vennero a chiamarli. Era tutto pronto e i due potevano finalmente entrare nelle sale proibite.
Appena Fritz e Marie raggiunsero le stanze ogni preoccupazione e tristezza svanì. Ad attenderli c'era la più bella festa di Natale che si potesse immaginare. L'albero era altissimo, carico di mele d'oro e d'argento e di centinaia di luci. E ai suoi piedi c'erano talmente tanti regali... e poi c'era Drosselmeier, il loro padrino.
Drosselmeier faceva l'avvocato ma aveva anche un'abilità straordinaria nel riparare e costruire meravigliosi oggetti meccanici, ed era sempre lui a riparare il grande orologio a pendolo del salotto quando si rompeva. Con gli orologi Drosselmeier ci sapeva proprio fare, erano la sua passione. Ogni Natale portava a Fritz e Marie un regalo fantastico, per la cui costruzione aveva impiegato tutto l'anno. Certo, si trattava di regali fragili e delicati, con meccanismi complessi. Infatti di solito i bambini avevano il permesso di guardarli un po' e poi la Mamma, nel timore che potessero romperli, li metteva via riponendoli sullo scaffale più alto dell'armadio dei giocattoli in salotto. Questa volta Drosselmeier aveva portato un vero castello delle bambole con tanto di luci e personaggi dentro che si muovevano, danzavano, si affacciavano alle finestre e a guardarlo a lungo ti sembrava di poterci entrare (come capitò a Fritz). Ma più che guardarlo non si poteva fare, per cui alla fine Fritz e Marie si annoiarono di quel gioco bellissimo ma inutile e tornarono a occuparsi degli altri doni, quelli con cui si poteva giocare.
Tra tutti questi doni ce n'era uno che attirò subito l'attenzione di Marie. Era uno schiaccianoci di legno, modellato a forma di soldatino. Bastava infilare una noce tra i suoi denti, spingere il mantello che aveva sulla schiena (e che in realtà era una leva) e quello... CRAC!... spaccava la noce. Lo Schiaccanoci, poverino, era veramente bruttino, aveva un capoccione sbilenco, gli occhi sporgenti e una bocca che pareva un salvadanaio, ma aveva una faccia così simpatica e bonacciona che Marie decise che quello sarebbe stato il suo giocattolo del cuore e Papà glielo affidò volentieri. Ma quando Fritz decise di spaccare una noce ne scelse una veramente troppo grossa e dura per i dentini di legno del soldatino e il povero Schiaccianoci si ruppe. Come ne fu triste Marie. Al punto da usare il suo fiocco per fasciare lo Schiaccianoci e ripararlo in qualche modo.
La festa era finita, ormai era quasi mezzanotte ma i bambini erano troppo emozionati per andare già a dormire. Così erano rimasti in salotto a riordinare i nuovi giocattoli nell'armadio. Fritz metteva i suoi soldatini sul secondo scaffale e Marie le sue bambole sul primo, quello più in basso. Lì lei aveva organizzato una deliziosa casetta delle bambole, ma questa volta nel morbido lettino non c'era una bambola, c'era il povero Schiaccianoci ferito.
La Mamma li chiamò ancora e Fritz se ne andò a letto. Marie rimase ancora un po' per fare le ultime raccomandazioni a Schiaccianoci.
La stanza era buia, ormai, anche l'albero di Natale era stato spento. In casa tutti dormivano tranne Marie. La bambina finalmente decise di andare a letto anche lei. In quel momento il grande orologio a pendolo del salotto cominciò a vibrare, come se stesse per battere le ore. Marie si voltò. Il gufo dorato che era in cima all'orologio si era mosso e aveva spalancato le ali per avvolgere il quadrante. Un istante dopo Marie si accorse che quello non era più il gufo ma il padrino Drosselmeier, che avvolgeva il suo mantello attorno all'orologio e batteva la mezzanotte con voce cupa. Allora dall'oscurità emersero mille lucette rosse, e si sentirono innumerevoli fruscii e squittii. Quelle lucette erano occhi. Occhi di topi.
Marie cercò di urlare ma era troppo spaventata. Arretrò fino all'armadio e lo urtò col gomito. Un rumore improvviso! Aveva spaccato una vetrina e si era ferita. Ma vide qualcosa di molto più spaventoso, che le gelò il sangue nelle vene e non le fece pensare più al dolore al braccio. Davanti a lei innumerevoli topi si erano disposti in file ordinate come soldati, e a capo di tutti c'era un enorme, orribile topo che aveva sette teste. E su ogni testa c'era una piccola corona d'oro.
Nello stesso istante alcune luci si accesero nell'armadio. Erano i giocattoli e i soldatini che si erano animati per combattere contro i topi.
Anche Schiaccianoci si era alzato in piedi, nonostante fosse ferito, per mettersi alla testa di quel minuscolo esercito. Klara, la bambola di Marie, lo supplicò di non combattere, ma lui non volle sentire ragioni. Schiaccianoci, il fiocco di Marie stretto sul cuore, si gettò a capofitto nella battaglia guidando i suoi impavidi giocattoli. E che battaglia fu quella!
Dappertutto in salotto si sentiva combattere, i topi erano davvero feroci, ma i soldatini e i giocattoli avevano altrettanto coraggio. Marie non sapeva che fare, voleva aiutare anche lei il suo amico Schiaccianoci.
Quando vide che l'orribile Re dei Topi stava per sopraffare Schiaccianoci non ebbe più dubbi. Si tolse una scarpa e la lanciò contro quelle sette testoline coronate. Non appena la scarpa giunse a segno tutti i topi, ma proprio tutti, anche il re, svanirono.
Marie però non se ne accorse, perché intanto il braccio aveva ripreso a farle male e lei era svenuta.
Quando Marie si svegliò era nel suo letto e il dottore la stava curando. La Mamma, accanto a lei, era molto preoccupata.
"Per fortuna", le disse, "ho visto la luce accesa in salotto. Sono passata a controllare e ti ho trovata in terra svenuta e insaguinata tra i vetri rotti e i giocattoli sparsi dappertutto. Sicuramente ti sei addormentata e sei crollata sulla vetrina dell'armadio rompendola. Ti rendi conto che potevi morire dissanguata?"
Marie cercò di spiegare la storia del Re dei Topi e della battaglia contro Schiaccianoci, ma nessuno volle crederle.
A causa delle ferite Marie si ammalò e le venne la febbre alta che la costrinse molti giorni a letto. Quando si addormentava le pareva di udire la voce di Schiaccianoci che la ringraziava.
Un giorno, quando Marie stava già guarendo, andò a trovarla il padrino Drosselmeier. Marie si arrabbiò molto con lui, perché la sera della battaglia non aveva preso le parti dello Schiaccianoci. Ma Drosselmeier disse che non aveva potuto. Poi le consegnò Schiaccianoci completamente riparato e cominciò a raccontare, a lei e a Fritz, la sua storia.
STORIA DELLA NOCE DURA
Quando nacque Perpilit era una principessina davvero deliziosa. Bella, rosea e paffuta, aveva già tutti i dentini (cosa stranissima per una neonata), che brillavano candidi in due file che parevano perle.
A corte tutti erano felicissimi per lei, solo la regina sua madre era molto preoccupata. Al punto da decidere che la principessa non dovesse mai rimanere da sola. Davanti alla porta dove dormiva la piccola c'erano sempre due alabardieri e accanto al lettino c'erano sempre due balie. La notte, poi, arrivavano altre sei balie a farle compagnia, e ogni balia doveva avere in braccio un gatto che doveva accarezzare continuamente in modo che questo facesse sempre le fusa.
Per capire il perché di tutto questo dobbiamo fare qualche passo indietro nel tempo.
Qualche mese prima la regina stava cucinando le salsicce col lardo che piacevano tanto al re, quando da sotto la stufa era uscita Topocchia, una topina che viveva lì insieme a sette figli e molti parenti. Topocchia aveva chiesto alla regina un pezzetto di lardo e lei glielo aveva concesso volentieri. Ma subito dopo erano arrivati anche i sette figli, molto maleducati, e tutti gli altri parenti, e alla fine di lardo non ce n'era più.
Il re andò su tutte le furie perché il suo piatto preferito era stato rovinato, così chiamò l'orologiaio di corte, che guarda caso si chiamava Christian Drosselmeier proprio come il padrino di Fritz e Marie, che costruì tante ingegnose trappole per topi.
I sette topi maleducati e tutti i parenti di Topocchia caddero in trappola e morirono. Topocchia, col cuore a pezzi, decise di andar via dal castello. Ma prima di partire giurò alla regina che avrebbe vendicato sulla principessina che stava per nascere la morte dei suoi sette figli. Per questo ora la regina era tanto preoccupata per la piccola Perpilit.
Ma una brutta notte le balie e i gatti si addormentarono. La Gran Balia, a capo delle altre, si svegliò all'improvviso con un senso di pericolo imminente. E non aveva tutti i torti, perché vide Topocchia nella culla di Perpilit che sembrava sul punto di mordere la principessa.
La Gran Balia strillò e Topocchia fuggì via, ma aveva fatto in tempo a colpire. Perpilit non era più una rosea e paffuta bambina, ma le era venuto un capoccione sbilenco, gli occhi sporgenti e una bocca che pareva un salvadanaio.
Il re si disperò, e siccome non gli passava per la testa che fosse colpa sua, che se solo non avesse fatto tante storie per uno stupido piatto di salsicce col lardo a quest'ora Perpilit starebbe bene, chiamò immediatamente Christian Drosselmeier e gli ordinò di guarire la principessa, altrimenti gli avrebbe fatto tagliare la testa.
Drosselmeier studiò a lungo la principessina senza scoprire nulla, ma dopo quattro settimane si accorse che a Perpilit piaceva molto schiacciare le noci con i denti per poi mangiare il gheriglio. Ebbe così un'idea.
"Bisogna trovare", disse, "la noce più dura del mondo, che non si spacca neppure a passarci su con un carro trainato da dodici buoi. Poi un giovanotto che non si sia mai rasato la barba e che non abbia mai calzato stivali dovrà spaccare la noce con i denti, dare il gheriglio da mangiare alla principessa e fare sette passi indietro ad occhi chiusi e senza inciampare. Così la principessa guarirà!"
Cose simili erano molto difficili da trovare e Drosselmeier era veramente preoccupato per il suo collo. Ma il re gli andò incontro: "Tu pensa a trovare la noce", gli disse, "che a trovare il giovanotto ci penso io!"
Così l'indomani Drosselmeier partì alla ricerca della noce più dura del mondo, mentre il re sguinzagliava i suoi messaggeri per cercare un giovanotto dai denti assai robusti.
IL SEGUITO DELLA STORIA DELLA NOCE DURA
Drosselmeier viaggò a lungo e dopo quindici anni aveva girato tutto il mondo cercando la noce durissima. Però non l'aveva trovata. L'unico posto in cui non aveva cercato era Norimberga, in Germania. Così decise di andare a vedere anche lì.
A Norimberga viveva suo cugino Christopher, che costruiva giocattoli. Visto che il destino a volte gioca strani scherzi, venne fuori che proprio Christopher aveva la noce più dura del mondo, tutta lucente e dorata. Un carro trainato da dodici buoi c'era passato su senza farle neanche un graffio! Non solo, il figlio di Christopher era un bel giovanotto, che non aveva ancora messo la barba per cui non si era ancora mai rasato, e che non aveva mai calzato stivali. In più il ragazzo, molto elegante, amava spaccare le noci con i denti per le ragazze che andavano a far spese nel negozio del padre, tanto che tutti lo chiamavano "Schiaccianoci".
Drosselmeier non ebbe dubbi: era lui il giovanotto che avrebbe infranto l'incantesimo di Topocchia. Gli costruì un marchingegno che avrebbe reso più potente il suo morso e lo portò immediatamente a corte.
Dopo tutti quegli anni Perpilit era diventata ancora più brutta, le era perfino spuntata la barba, ma erano molti i giovanotti che si erano offerti per spaccare la noce dura, allettati dal regno che la principessina si portava in dote, perché il re l'aveva promessa in sposa al giovanotto che fosse stato in grado di aiutarla. Però tutti si spaccarono i denti tentando di rompere la noce. Solo Schiaccianoci, tra lo stupore generale, ci riuscì. Non appena Perpilit mangiò il gheriglio divenne una fanciulla bellissima da non credersi e tutti si fermarono ad ammirarla, così nessuno fece più caso a Schiaccianoci che ancora stava facendo i suoi sette passi indietro.
Proprio all'ultimo passo Schiaccianoci sentì qualcosa di soffice sotto il piede, così per evitarlo fece un salto e inciampò. In quel momento diventò anche lui brutto, con la testa sbilenca, gli occhi sporgenti, la bocca a salvadanaio e la barbetta com'era stata Perpilit fino a un istante prima. Ma nessuno se ne accorse perchè stavano guardando tutti la principessa.
Quel che Schiaccianoci aveva pestato era Topocchia che, colpita a morte dal suo piede, lanciò un'ultima maledizione. Schiaccianoci non avrebbe avuto come punizione solo l'essere trasformato in creatura orribile, ma sarebbe stato anche perseguitato da suo figlio con sette teste, nato dopo la morte dei sette topi. Detto questo, Topocchia morì.
Perpilit, intanto, aveva espresso il desiderio di vedere il suo promesso sposo. Quando però si accorse che ormai era solo uno schiaccianoci lo rifiutò. Il re si arrabbiò così tanto con Drosselmeier, Christopher e Schiaccianoci per aver osato proporre un fidanzato simile alla principessa, che i tre furono costretti a fuggire.
"Povero Schiaccianoci!", commentò Marie commossa quando il padrino Drosselmeier ebbe finito di raccontare, "E che ingrata quella Perpilit!"
"Ma vedi", continuò il padrino, "non tutto è perduto. Schiaccianoci ha ancora una speranza di tornare normale e diventare principe. Dovrà solo sconfiggere il topo a sette teste e trovare una fanciulla che si innamori di lui!"
E detto questo se ne andò.
VITTORIA!
La malattia di Marie durò a lungo, ma dopo più di una settimana la bambina fu in grado di alzarsi dal letto.
Andò quindi a trovare Schiaccianoci nel suo armadio, e improvvisamente capì cosa aveva inteso Drosselmeier col suo racconto. Sì, doveva essere così, il padrino altri non era che l'orologiaio di corte, e Schiaccianoci, quello che ora stava di fronte a lei, doveva essere suo nipote, il figlio del cugino Christopher, mentre l'orrendo topo visto quella terribile sera era sicuramente il figlio di Topocchia.
Le sembrò allora di sentire Schiaccianoci farle coraggio e dichiararle il suo amore. In quel momento arrivò, a trovare i suoi genitori, proprio il padrino Drosselmeier.
"Perché", gli chiese Marie, "Quella sera non hai aiutato tuo nipote?"
"L'incantesimo mi ferma e io non posso aiutarlo!", rispose il padrino, "Ma tu sì!" Papà pensò che anche Drosselmeier avesse cominciato a dare i numeri come Marie e gli tastò il polso per assicurarsi che non fosse malato. La Mamma invece aveva capito. "So di cosa stai parlando", disse tristemente, "ma non riesco a spiegarlo, perciò preferisco tacere!" Da quella notte la povera Marie cominciò a ricevere la visita del Re dei Topi. Questo la minacciava di fare a pezzi Schiaccianoci se lei non gli avesse consegnato tutti i suoi dolci e giocattoli. A Marie non restava che ubbidire, perché aveva paura che se avesse raccontato tutto a Mamma e Papà loro avrebbero detto che aveva solo sognato. Ma un brutto giorno non ci furono più dolci o giocattoli da rosicchiare, e perfino Mamma si era accorta che in casa girava qualche strano topo che faceva a pezzi le cose di Marie. La bambina era disperata, perché senza giocattoli e dolci il Re dei Topi avrebbe finito col prendersela con Schiaccianoci. Così corse da lui per vedere come stava, e Schiaccianoci improvvisamente divenne caldo, si mosse e le parlò. "Ho bisogno", le chiese, "che tu mi porti una spada robusta! Così potrò sconfiggere il Re dei Topi!" Ma dove trovare una spada? L'unica fu chiederla a Fritz, che riuscì a recuperarne una davvero magnifica, e proprio della taglia giusta. Marie la portò subito al suo Schiaccianoci. Quella notte Marie non riuscì a dormire. Quando la pendola batté la mezzanotte le parve che il cuore le si fermasse in gola. Ma non sentì rumori strani. Qualche istante dopo qualcuno bussò gentilmente alla porta della sua stanza. Era Schiaccianoci, che reggeva in una mano una candelina accesa dell'albero di Natale e nell'altra la spada, ora tutta insanguinata. "Ho vinto!", disse trionfante, "Ora il Re dei Topi è sconfitto per sempre! E queste sono per te!", così dicendo Schiaccianoci consegnò a Marie le sette piccole corone d'oro che un tempo scintillavano sulle teste del Re dei Topi. La bambina mise le corone in uno scrigno sul comodino. Poi Schiaccianoci le porse la mano e continuò: "Sono venuto qui a ringraziarti e a invitarti nel mio regno! Vedrai cose così belle come non hai mai neppure sognato!" Marie scese dal letto e seguì Schiaccianoci, fin dentro... l'armadio.
NEL REGNO DELLE BAMBOLE
Quando furono nell'armadio degli abiti Schiaccianoci scelse un vecchio cappotto di Papà e cominciò a tirare la cintura. Tirò e tirò, e d'un tratto lui e Marie non erano più a casa, ma in un magnifico e candido prato tutto scintillante e fatto di zucchero candito. Erano arrivati nel Regno delle Bambole.
Schiaccianoci volle condurre Marie alla capitale del regno, e mentre procedevano tutti gli abitanti festeggiavano Marie e volevano portarla in trionfo, perché sapevano che lei aveva salvato il principe Schiaccianoci.
Attraversarono un magnifico bosco di Alberi di Natale, dove ogni albero era decorato con frutti splendenti d'oro e d'argento che tintinnavano deliziosamente al vento. Poi c'erano bamboline di zucchero e di panpepato vive e bellissime che danzavano leggere, e fiumi di limonata, torrenti di latte e miele e bellissimi cigni che nuotavano in un laghetto.
La capitale del regno era dall'altra parte del lago e Marie e Schiaccianoci vi furono portati a bordo di una barca fatta di conchiglie tempestate di pietre preziose e trainata da due delfini.
Che gran festa ci fu! Piena di colori, e suoni, e cose buone da mangiare. Ma, proprio mentre riceveva i complimenti dai fratelli e dalle sorelle di Schiaccianoci, a Marie venne un gran sonno e le parve di addormentarsi.
Quando si svegliò era a casa sua, nel suo letto, ma ancora così emozionata per l'avventura appena vissuta, che corse a raccontarla a Mamma e Papà.
Che delusione, però. Loro continuavano a dire che Marie si era sognata tutto e che Schiaccianoci e il Regno delle Bambole non esistevano davvero. Però Marie non si perse d'animo e, per provare ai genitori di aver detto la verità, corse a prendere le sette corone del Re dei Topi. Quale stupore comparve sui visi di Mamma e Papà quando le videro. Perché senza ombra di dubbio quelle erano piccolissime corone, ed erano anche d'oro. Ma invece di credere subito alle parole di Marie si preoccuparono ancora di più e cominciarono a chiedere dove le avesse trovate. Forse le aveva rubate a qualche ospite? Marie stava per piangere quando arrivò il padrino Drosselmeier.
"Ma non ricordate?", disse lui a Mamma e Papà, "Queste coroncine erano mie, le portavo alla catena del mio orologio. Ma poi le ho regalate a Marie quando lei aveva due anni!"
Tutti tirarono un sospiro di sollievo, tranne Marie che non riusciva a convincere nessuno di aver conosciuto davvero Schiaccianoci. Anzi, Papà alla fine si arrabbiò talmente che le disse così: "Se non la pianti con queste storie su Schiaccianoci finisce che te lo butto!"
E Marie smise di parlare di Schiaccianoci. Tutti smisero di pensare a lui, perfino Fritz, l'unico che ci aveva creduto, smise di crederci. Ma non Marie, che passava sempre più tempo davanti alla vetrina dell'armadio dove se ne stava il suo Schiaccianoci.
Un giorno cominciò a parlargli: "Sai", gli disse, "io non ti trovo affatto brutto. E poi se sei diventato così è tutta colpa della principessa Perpilit. Com'è stata crudele a rifiutarti dopo che tu ti sei sacrificato per lei. Io al suo posto sarei felicissima di sposarti!"
In quel momento qualcuno bussò alla porta d'ingresso. Era il padrino Drosselmeier venuto di nuovo a riparare l'orologio. Entrò in salotto e salutò Marie, questa si voltò per salutarlo, sgranò gli occhi e svenne.
"Marie, cosa fai?", le disse la Mamma quando si riprese, "Ti sembra il caso di svenire davanti agli ospiti?"
Sì, perché Drosselmeier non era da solo. Era insieme a un delizioso ragazzino, di pochi anni più grande di Marie, molto elegante e dall'aspetto assai simpatico. Il ragazzino, disse Drosselmeier, era suo nipote, figlio di suo cugino Christopher che viveva a Norimberga e costruiva giocattoli.
I due vennero invitati a pranzo e il ragazzino riuscì subito simpatico a tutti, aveva portato tanti doni per Marie e Fritz e a fine pranzo si divertì a spaccare tante noci con i denti.
Poi chiese a Marie di mostrarle i suoi giocattoli. Quando rimasero soli il giovane Drosselmeier s'inginocchiò ai piedi di Marie. Sì, proprio così, lui era stato davvero il principe Schiaccianoci e Marie l'aveva davvero aiutato. Tutta l'avventura era successa davvero, e proprio nel momento in cui Marie aveva detto di volerlo sposare, aveva spezzato anche l'ultimo incantesimo e Schiaccianoci era tornato una persona in carne e ossa.
Commosso, il giovane Drosselmeier chiese di sposare Marie, e lei accettò con gioia. Ma visto che entrambi erano ancora bambini dovettero aspettare un bel po' di anni prima di poter realizzare il loro sogno.
Però quando poi si sposarono fecero una festa magnifica. Una carrozza d'oro tirata da cavalli d'argento venne a prendere Marie a casa, e re e regine, dame e cavalieri, marinai e pescatori, principi e principesse, sarti e contadini e migliaia di persone vennero invitati alla festa.
Marie e il giovane Drosselmeier andarono a vivere in un castello di marzapane e cominciarono a regnare felici su un paese meraviglioso. E sono ancora lì, perché il tempo delle fiabe non finisce mai!
giovedì 20 dicembre 2012
La parola del giorno è... MASOCHISMO
Quest'oggi affrontiamo una parola in tema con lo spirito natalizio, una parola che riscalda i cuori e tormenta i fegati. La parola è "masochismo".
Masochismo s.m.: tendenza a trarre piacere, sessuale e non, dalla propria sofferenza e/o umiliazione, che può essere autoinflitta oppure provocata dal partner. Per traslato, inclinazione a cacciarsi quasi con soddisfazione in situazioni umilianti, fastidiose, scomode, faticose, detestabili o tutte queste cose insieme. Il termine trae origine non da un altro termine più antico, bensì da un personaggio: Leopold von Sacher-Masoch. Chi era costui? Non era certo il masochista più famoso del mondo, come sareste erroneamente portati a credere. Be', forse un po' masochista lo era. Perché era uno scrittore. Ora, non è che perché uno diventa scrittore automaticamente s'infila nella schiera dei masochisti, perché se così fosse non si spiegherebbe un mucchio di gente che scrive, pubblica e fa un mucchio di soldi senza essere masochista. In certi casi masochista è chi li legge, ma oggi non mi va di parlare di Bruno Vespa, quindi lasciamo stare questo discorso.
Dicevo, Leopold von Sacher-Masoch era uno scrittore austriaco, nato nel 1836 e morto nel 1895, che si era prefissato un compito irrealizzabile. Forse neppure Bruno Vespa con tutti i suoi ammanicamenti ci sarebbe riuscito. Il nostro amico Leo voleva realizzare un'opera letteraria iperbolica in cui narrare tutti, ma proprio tutti, gli aspetti delle relazioni umane. Quest'opera mastodontica, probabilmente ispirata alla Commedia Umana di Balzac, doveva intitolarsi “L'eredità di Caino”. Lui l'aveva pensata divisa in sei grandi temi: Amore, Proprietà, Denaro, Stato, Guerra e Morte. Ogni tema doveva raccogliere sei romanzi, per un totale di trentasei volumi. Uso l'imperfetto, perché naturalmente il buon Leo non è riuscito a realizzare l'impresa. E chi ci sarebbe riuscito, a parte Bruno Vespa? Di fatto, riuscì a completare solo le prime due sezioni, ed è già tanto. Della prima sezione, “Amore”, fa parte un libro che in seguito è divenuto il suo più famoso, ovvero “Venere in pelliccia”. È il quinto, per l'esattezza, della sezione sull'amore. E anche quello che ha fatto nascere il termine “masochismo”.
In questa storia, un classico della narrativa erotica (che pare sia autobiografica ma qui lo dico e qui lo nego), il protagonista, Severin, s'innamora della bella Wanda e firma con lei un patto che lo rende letteralmente schiavo della donna. Schiavo non solo per i giochetti erotici, ma in tutto e per tutto. Lui è così obnubilato dall'amore, e la cosa avviene in maniera tanto graduale, che il povero Severin non può e non vuole sottrarsi all'influenza della sua dominatrice. La storia finisce con la bella Wanda che si stufa e si mette con un uomo dotato di più nerbo. Il messaggio che il romanzo... o meglio, il protagonista del romanzo, vuole trasmettere è che l'amore dura poco, un istante di passione romantica, poi non sarà altro che un continuo tentativo di sopraffazione di un coniuge sull'altro. Perché uomini e donne sono nemici naturali e possono ritrovarsi uniti solo nella fugace occasione dell'innamoramento, poi torneranno nemici. La vicinanza, la complicità e la comprensione reciproca sono impossibili. Questo secondo Severin perché, ci tengo a precisarlo, si tratta di uno degli aspetti variegati dell'amore, non della teoria sull'amore.
“Caro mio”, dice Severin a un suo amico, “in una coppia il primo che cede è fregato. L'altro, quello più svelto e meno coinvolto, se ne approfitterà subito mettendogli i piedi in testa.”
No, in realtà dice così: “Il potere della donna sta nella passione dell'uomo, e lei sa come usarlo, se lui non comprende se stesso. Un uomo ha una sola scelta: essere il tiranno oppure lo schiavo della donna. Non appena cede, si troverà col collo sotto il giogo, e la sferza gli si avventerà immediatamente contro.”
Insomma, un discorso ottimista sull'amore. “Prendi una donna, trattala male” eccetera eccetera...
E da questo romanzo prende nome, appunto, il masochismo. Che poi, Leopold non si chiamava Masoch, ma Sacher-Masoch... se avessero scelto la prima parte del cognome a quest'ora mangiarsi una sacher sarebbe molto più problematico. Anche Nanni Moretti a quest'ora avrebbe problemi.
Va detto che Leopold Sacher-Masoch era uno scrittore intelligente, arguto, spiritoso, sostenitore della tolleranza e dei diritti delle donne. Ed è un vero peccato che il suo nome ora sia associato solamente a certe pratiche erotiche, o a certi modi d'essere autolesionisti.
Ed è un peccato che il suo nome venga associato a gente a dir poco imbarazzante.
Per esempio, questo signore qui, questo del link. Quello che oggi ha spiazzato mezza rete con quest'articolo in cui sostiene che le donne vittime di violenza un po' se la cercano perché... com'è che dice? “...le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.” E insomma, non lavano, non stirano, non puliscono il culo ai loro uomini. Pretendono di essere autonome, non ubbidiscono, vanno in giro mezze nude. Ekkekkazzo, alla fine pure il padrone più liberale ci può perdere la pazienza...
Ecco, uno così che scrive scempiaggini così, sapendo di finire nell'occhio del ciclone, sapendo che molta gente lo odierà per questo, ma che soprattutto ci farà una gran brutta figura color marrone... e come vuoi definirlo se non masochista?
Con tutto il rispetto per Sacher-Masoch, che invece era un bravo scrittore.
Masochismo s.m.: tendenza a trarre piacere, sessuale e non, dalla propria sofferenza e/o umiliazione, che può essere autoinflitta oppure provocata dal partner. Per traslato, inclinazione a cacciarsi quasi con soddisfazione in situazioni umilianti, fastidiose, scomode, faticose, detestabili o tutte queste cose insieme. Il termine trae origine non da un altro termine più antico, bensì da un personaggio: Leopold von Sacher-Masoch. Chi era costui? Non era certo il masochista più famoso del mondo, come sareste erroneamente portati a credere. Be', forse un po' masochista lo era. Perché era uno scrittore. Ora, non è che perché uno diventa scrittore automaticamente s'infila nella schiera dei masochisti, perché se così fosse non si spiegherebbe un mucchio di gente che scrive, pubblica e fa un mucchio di soldi senza essere masochista. In certi casi masochista è chi li legge, ma oggi non mi va di parlare di Bruno Vespa, quindi lasciamo stare questo discorso.
Dicevo, Leopold von Sacher-Masoch era uno scrittore austriaco, nato nel 1836 e morto nel 1895, che si era prefissato un compito irrealizzabile. Forse neppure Bruno Vespa con tutti i suoi ammanicamenti ci sarebbe riuscito. Il nostro amico Leo voleva realizzare un'opera letteraria iperbolica in cui narrare tutti, ma proprio tutti, gli aspetti delle relazioni umane. Quest'opera mastodontica, probabilmente ispirata alla Commedia Umana di Balzac, doveva intitolarsi “L'eredità di Caino”. Lui l'aveva pensata divisa in sei grandi temi: Amore, Proprietà, Denaro, Stato, Guerra e Morte. Ogni tema doveva raccogliere sei romanzi, per un totale di trentasei volumi. Uso l'imperfetto, perché naturalmente il buon Leo non è riuscito a realizzare l'impresa. E chi ci sarebbe riuscito, a parte Bruno Vespa? Di fatto, riuscì a completare solo le prime due sezioni, ed è già tanto. Della prima sezione, “Amore”, fa parte un libro che in seguito è divenuto il suo più famoso, ovvero “Venere in pelliccia”. È il quinto, per l'esattezza, della sezione sull'amore. E anche quello che ha fatto nascere il termine “masochismo”.
In questa storia, un classico della narrativa erotica (che pare sia autobiografica ma qui lo dico e qui lo nego), il protagonista, Severin, s'innamora della bella Wanda e firma con lei un patto che lo rende letteralmente schiavo della donna. Schiavo non solo per i giochetti erotici, ma in tutto e per tutto. Lui è così obnubilato dall'amore, e la cosa avviene in maniera tanto graduale, che il povero Severin non può e non vuole sottrarsi all'influenza della sua dominatrice. La storia finisce con la bella Wanda che si stufa e si mette con un uomo dotato di più nerbo. Il messaggio che il romanzo... o meglio, il protagonista del romanzo, vuole trasmettere è che l'amore dura poco, un istante di passione romantica, poi non sarà altro che un continuo tentativo di sopraffazione di un coniuge sull'altro. Perché uomini e donne sono nemici naturali e possono ritrovarsi uniti solo nella fugace occasione dell'innamoramento, poi torneranno nemici. La vicinanza, la complicità e la comprensione reciproca sono impossibili. Questo secondo Severin perché, ci tengo a precisarlo, si tratta di uno degli aspetti variegati dell'amore, non della teoria sull'amore.
“Caro mio”, dice Severin a un suo amico, “in una coppia il primo che cede è fregato. L'altro, quello più svelto e meno coinvolto, se ne approfitterà subito mettendogli i piedi in testa.”
No, in realtà dice così: “Il potere della donna sta nella passione dell'uomo, e lei sa come usarlo, se lui non comprende se stesso. Un uomo ha una sola scelta: essere il tiranno oppure lo schiavo della donna. Non appena cede, si troverà col collo sotto il giogo, e la sferza gli si avventerà immediatamente contro.”
Insomma, un discorso ottimista sull'amore. “Prendi una donna, trattala male” eccetera eccetera...
E da questo romanzo prende nome, appunto, il masochismo. Che poi, Leopold non si chiamava Masoch, ma Sacher-Masoch... se avessero scelto la prima parte del cognome a quest'ora mangiarsi una sacher sarebbe molto più problematico. Anche Nanni Moretti a quest'ora avrebbe problemi.
Va detto che Leopold Sacher-Masoch era uno scrittore intelligente, arguto, spiritoso, sostenitore della tolleranza e dei diritti delle donne. Ed è un vero peccato che il suo nome ora sia associato solamente a certe pratiche erotiche, o a certi modi d'essere autolesionisti.
Ed è un peccato che il suo nome venga associato a gente a dir poco imbarazzante.
Per esempio, questo signore qui, questo del link. Quello che oggi ha spiazzato mezza rete con quest'articolo in cui sostiene che le donne vittime di violenza un po' se la cercano perché... com'è che dice? “...le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.” E insomma, non lavano, non stirano, non puliscono il culo ai loro uomini. Pretendono di essere autonome, non ubbidiscono, vanno in giro mezze nude. Ekkekkazzo, alla fine pure il padrone più liberale ci può perdere la pazienza...
Ecco, uno così che scrive scempiaggini così, sapendo di finire nell'occhio del ciclone, sapendo che molta gente lo odierà per questo, ma che soprattutto ci farà una gran brutta figura color marrone... e come vuoi definirlo se non masochista?
Con tutto il rispetto per Sacher-Masoch, che invece era un bravo scrittore.
mercoledì 19 dicembre 2012
A che ora è la fine del mondo?
E così ci siamo quasi, eh?
Ancora due giorni e il fatidico 21 dicembre 2012 sarà qui.
La profezia Maya si compirà con chissà quali conseguenze...
Oppure no.
Un po' perché non esiste nessuna profezia Maya, e un po' perché anche se esistesse sarebbe campata in aria esattamente come tutte le altre profezia.
Però qualcuno che ci crede davvero c'è.
Chissà che faranno quelle persone fra due giorni?
Come decideranno di trascorrere l'ultima giornata del mondo?
Qualcuno forse si barricherà in casa. Magari qualcuno, in preda al panico, ricorrerà a gesti estremi per accorciare l'ansia dell'attesa.
In questi giorni m'è capitato di leggere notizie di povere bestie massacrate, cani o gatti che hanno avuto la sventura di imbattersi in umani mostruosi che, non si capisce perché, hanno fatto loro cose atroci: chi gli ha sparato sul muso, chi gli ha infilato un tacco in un occhio...
Ecco, se proprio qualcosa deve accadere il 21 dicembre, io spero che capiti a queste persone.
Spero che queste persone siano tra quelle convinte che il mondo finirà, e che agiscano di conseguenza.
Sono abbastanza stupide per farlo, no?
Ancora due giorni e il fatidico 21 dicembre 2012 sarà qui.
La profezia Maya si compirà con chissà quali conseguenze...
Oppure no.
Un po' perché non esiste nessuna profezia Maya, e un po' perché anche se esistesse sarebbe campata in aria esattamente come tutte le altre profezia.
Però qualcuno che ci crede davvero c'è.
Chissà che faranno quelle persone fra due giorni?
Come decideranno di trascorrere l'ultima giornata del mondo?
Qualcuno forse si barricherà in casa. Magari qualcuno, in preda al panico, ricorrerà a gesti estremi per accorciare l'ansia dell'attesa.
In questi giorni m'è capitato di leggere notizie di povere bestie massacrate, cani o gatti che hanno avuto la sventura di imbattersi in umani mostruosi che, non si capisce perché, hanno fatto loro cose atroci: chi gli ha sparato sul muso, chi gli ha infilato un tacco in un occhio...
Ecco, se proprio qualcosa deve accadere il 21 dicembre, io spero che capiti a queste persone.
Spero che queste persone siano tra quelle convinte che il mondo finirà, e che agiscano di conseguenza.
Sono abbastanza stupide per farlo, no?
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