Io rimango sempre di stucco quando vado a vedere quali sono le parole chiave per cui la gente arriva sul mio blog.
Ecco qui cosa ho scoperto oggi.
C'è chi si chiede cosa produca gustosi broccoletti. Questa è evidentemente una definizione, anche piuttosto frequente e tipica, da cruciverba. E la risposta è sempre la stessa: è la rapa. Sono i famosi broccoli di rapa. Ma ci vuole tanto a capirlo? Rape!
Poi ci sono sempre quelli che non sanno cos'è una leccarda. E all'improvviso se lo domandano. Forse perchè devono acquistare il loro primo forno, e quando in negozio si sentono rivolgere la domanda "Ci vuole anche la leccarda?" loro cascano dal pero. Ve lo ripeto per l'ultima volta: la leccarda è quella sorta di teglia piatta che si trova dentro al forno (o anche nei grill) e serve per raccogliere i succhi di cottura che cadono dai cibi. Non per cucinarci sopra.
Il fatto della storia di Cenerentola al contrario invece non l'ho capita. Intendete con la storia che procede dalla fine all'inizio o, per esempio, con lei che parte ricca e diventa povera? Oppure coi ruoli ribaltati: lui che fa lo sguattero per i fratellastri e lei che è la Principessa Azzurra che se lo sposa e lo mette sul trono? Spiegatemi.
C'è chi ancora s'imbarazza quando compra gli assorbenti. E per loro non so che farci. Le mestruazioni sono un fenomeno assolutamente naturale, e se lo trovate imbarazzante, cari miei, vuol dire che avete qualche problema.
E infine la ciliegina sulla torta: "l'opera Tourandot è francese?" No, dico, ma come vi salta in mente? A parte che "è" si scrive con l'accento e non con l'apostrofo. A parte che si scrive Turandot, non Tourandot, e si pronuncia così come si scrive: Turandòt. Con la T alla fine (la T non è muta, si deve sentire). E poi no che non è francese. L'opera (se per opera intendete opera lirica) è di Giacomo Puccini, e quindi è italiana che più non si può. Ed è ispirata a una fiaba orientale. Niente Francia, come vedete. Ma ve l'avevo già detto.
Oppure quando scrivo parlo col muro?
Ah, prima che me lo chiediate, vi spiego anche questo. Quando si parla col muro cosa succede? Nulla, perché il muro, essendo un oggetto inanimato, non ascolta. E così "parlare col muro" vuol dire parlare con chi non ascolta. Uno gli dice che la Turandot è un'opera italiana e loro continuano a chiedersi se sia francese. Per esempio...
sabato 17 agosto 2013
venerdì 16 agosto 2013
Il gatto e la luna editrice: Cornici Concentriche: indovina l'autore
Il gatto e la luna editrice: Cornici Concentriche: indovina l'autore: Non so voi, ma io vado matta per le Cornici Concentriche della Settimana Enigmistica. Però in ogni numero ce n'è una sola (qualche rara ...
Il gatto e la luna editrice: Tre racconti italiani
Il gatto e la luna editrice: Tre racconti italiani: TITOLO: Tre racconti italiani DI: E.T.A. Hoffmann Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann (1776 – 1822) (meglio noto come E.T.A. Hoffmann, perch...
martedì 13 agosto 2013
Se la passione ci annebbia la mente...
Qualche volta mi capita di riflettere. Non spesso, ma ogni tanto.
Stavolta mi è successo dopo aver lavorato a uno dei racconti di Hoffmann. Il violino di Cremona, per l'esattezza (andate qui per capire di cosa parlo).
A questo racconto si era ispirato il compositore Jaques Offenbach per l'episodio di Antonia della sua opera I racconti di Hoffmann (andate qui per capire di cosa parlo).
In breve, Antonia è una fanciulla molto bella, ma soprattutto molto dotata vocalmente. È una cantante straordinaria, capace di ammaliare tutti con la sua voce, una voce che sembra addirittura andare oltre le normali capacità umane. Ed è così, infatti, perché Antonia ha una singolare malattia ai polmoni, ed è quella malattia a dotare la sua voce di caratteristiche strabilianti, ma anche a minare la sua stessa vita. Antonia adora cantare e tutti quelli che l'ascoltano adorano sentirla cantare, ma cantare per lei vuol dire rischiare la morte. Questo lei lo sa, e lo sa anche suo padre, il consigliere Krespel che, per quanto sia un personaggio eccentrico e svitato, ha il buonsenso di capire che per salvare la vita di sua figlia deve impedirle con ogni mezzo di cantare.
Fin qui non c'è niente, o quasi, di strano. Quel che mi ha colpito particolarmente è il fatto che il povero Krespel si trovi a combattere continuamente con gente che vuole a tutti i costi far cantare Antonia. Certo, molti non sanno della sua malattia e sono quindi giustificati, ma anche quelli che sanno che per Antonia cantare è letale, pure non resistono alla tentazione di spingerla a farlo. Lei stessa pare non essere in grado di resistere alle pressioni. È come una bambina incapace di scegliere veramente ciò che è bene per lei. E anche se uno le ripete un'infinità di volte che giocare col fuoco è pericoloso, non appena vede un accendino incustodito lo afferra e ci gioca, finendo magari col darsi alle fiamme.
Antonia ha un fidanzato, B, che sa benissimo quanto sia pericoloso per lei cantare. E cosa fa questo B, pur dopo aver giurato in tutte le lingue che con lui le labbra di Antonia non avrebbero mai emesso una sola nota? La cerca ovunque per convincerla a cantare. Fenomenale, vero? E nonostante Krespel tenti in tutti i modi di proteggere la figlia, lui alla fine la trova e riesce a spingerla a cantare fino a farla morire.
Nel racconto Krespel sostiene (a grandi linee) che le persone appassionate non hanno nel cuore che la propria passione e, per quella e per il piacere che ne traggono, diventano crudeli, sarebbero disposte a sacrificare qualsiasi cosa, anche la vita di chi amano.
B presumibilmente ama Antonia. Eppure non può fare a meno di spingerla a fare una cosa che sicuramente la ucciderà.
Quante volte la passione per qualcosa ci rende incapaci di capire che stiamo andando troppo in là? O ci rende insensibili e crudeli verso gli altri? Ci rende incapaci di comprendere che qualcun altro sta soffrendo per le nostre insistenze, per le nostre richieste, o anche, per essere meno drammatici, che semplicemente sta facendo qualcosa che non vuole fare solo perché non ha il coraggio di dirci di no?
Stavolta mi è successo dopo aver lavorato a uno dei racconti di Hoffmann. Il violino di Cremona, per l'esattezza (andate qui per capire di cosa parlo).
A questo racconto si era ispirato il compositore Jaques Offenbach per l'episodio di Antonia della sua opera I racconti di Hoffmann (andate qui per capire di cosa parlo).
In breve, Antonia è una fanciulla molto bella, ma soprattutto molto dotata vocalmente. È una cantante straordinaria, capace di ammaliare tutti con la sua voce, una voce che sembra addirittura andare oltre le normali capacità umane. Ed è così, infatti, perché Antonia ha una singolare malattia ai polmoni, ed è quella malattia a dotare la sua voce di caratteristiche strabilianti, ma anche a minare la sua stessa vita. Antonia adora cantare e tutti quelli che l'ascoltano adorano sentirla cantare, ma cantare per lei vuol dire rischiare la morte. Questo lei lo sa, e lo sa anche suo padre, il consigliere Krespel che, per quanto sia un personaggio eccentrico e svitato, ha il buonsenso di capire che per salvare la vita di sua figlia deve impedirle con ogni mezzo di cantare.
Fin qui non c'è niente, o quasi, di strano. Quel che mi ha colpito particolarmente è il fatto che il povero Krespel si trovi a combattere continuamente con gente che vuole a tutti i costi far cantare Antonia. Certo, molti non sanno della sua malattia e sono quindi giustificati, ma anche quelli che sanno che per Antonia cantare è letale, pure non resistono alla tentazione di spingerla a farlo. Lei stessa pare non essere in grado di resistere alle pressioni. È come una bambina incapace di scegliere veramente ciò che è bene per lei. E anche se uno le ripete un'infinità di volte che giocare col fuoco è pericoloso, non appena vede un accendino incustodito lo afferra e ci gioca, finendo magari col darsi alle fiamme.
Antonia ha un fidanzato, B, che sa benissimo quanto sia pericoloso per lei cantare. E cosa fa questo B, pur dopo aver giurato in tutte le lingue che con lui le labbra di Antonia non avrebbero mai emesso una sola nota? La cerca ovunque per convincerla a cantare. Fenomenale, vero? E nonostante Krespel tenti in tutti i modi di proteggere la figlia, lui alla fine la trova e riesce a spingerla a cantare fino a farla morire.
Nel racconto Krespel sostiene (a grandi linee) che le persone appassionate non hanno nel cuore che la propria passione e, per quella e per il piacere che ne traggono, diventano crudeli, sarebbero disposte a sacrificare qualsiasi cosa, anche la vita di chi amano.
B presumibilmente ama Antonia. Eppure non può fare a meno di spingerla a fare una cosa che sicuramente la ucciderà.
Quante volte la passione per qualcosa ci rende incapaci di capire che stiamo andando troppo in là? O ci rende insensibili e crudeli verso gli altri? Ci rende incapaci di comprendere che qualcun altro sta soffrendo per le nostre insistenze, per le nostre richieste, o anche, per essere meno drammatici, che semplicemente sta facendo qualcosa che non vuole fare solo perché non ha il coraggio di dirci di no?
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sabato 10 agosto 2013
Pensieri oziosi al supermercato
Su, avanti, confessiamolo: quando andiamo al supermercato tutti, chi più e chi meno, ci mettiamo a fare riflessioni oziose, soprattutto guardando gli altri. E certe volte ci capita di criticare atteggiamenti nei quali, senza forse neanche accorgercene, cadiamo anche noi.
Perché al supermercato ci va un sacco di gente.
Ci sono quelli che...
...parcheggiano il carrello proprio davanti allo scaffale che serve a noi.
...ci volano davanti e ci fregano l'ultima confezione di mozzarella da sotto il naso. E noi magari eravamo andati al supermercato proprio per quella.
...si confondono e mettono le loro cose nel nostro carrello.
...guardano con profondo disgusto le cose che acquistiamo noi.
...acquistano cose disgustose che noi non compreremmo mai a poi mai.
...non pesano mai le verdure e una volta alla cassa devono tornare indietro facendoci perdere un mucchio di tempo. Oppure...
...quando stanno per pagare si ricordano di aver dimenticato di prendere un prodotto e tornano indietro, facendoci perdere un sacco di tempo.
...decidono di cambiare fila alla cassa, ma si aspettano che gli si conservi il posto se decidessero di tornare a quella vecchia. E poi...
...quelli che nel dubbio seguono due file per volta, per vedere qual è quella più veloce. Così uno che deve mettersi in coda non sa da che parte andare.
...non poggiano nulla sul nastro scorrevole se prima il commesso non ha levato tutta la spesa dell'acquirente precedente. Ma noi che gli stiamo dietro non possiamo posare la nostra roba perché così sembra che gli vogliamo fregare il posto.
...usano i guanti di plastica per scegliere la frutta, ma poi l'annusano tutta prima di prenderla. SNIFF SNIFF
...cominciano a mettere sul nastro trasportatore i loro prodotti senza darci il tempo di metterci sopra tutti i nostri.
...alla cassa ci chiedono di passare davanti perché hanno preso poche cose, anche quando ne hanno più di noi.
...non si azzardano a infilare neanche un prodotto nel sacchetto se prima il commesso non li ha battuti tutti e lui non li ha pagati e intascato il resto e la ricevuta. Se noi gli stiamo dietro, il commesso non saprà dove mettere la nostra roba man mano che la batte.
...mandano un amico/a fidanzato/a marito/moglie eccetera a tenere il posto in fila mentre loro fanno la spesa. Uno si mette in coda pensando di fare in fretta, e vede comparire all'improvviso un carrello immenso carico fino all'inverosimile.
...non si capisce se sono in coda o girellano lì per caso.
...quando vedono che stiamo per metterci in coda prendono la rincorsa per passarci davanti.
...ci chiedono dov'è il prezzemolo e, quando glielo diciamo, rispondono che in realtà stavano cercando il basilico (mi è capitato tre giorni fa).
...ignorano l'esistenza della pattumiera e lasciano nel carrello o nel cestino per la spesa guanti di plastica, sacchetti, fazzolettini usati, carte di caramelle e altra immondizia mista.
...riescono da soli a ingombrare tutta una corsia mettendo il carrello di traverso.
...non hanno mai insegnato ai propri figli che non si ficcano le mani nei carrelli altrui.
...sono contrari all'uso del divisore, poi mettono la loro roba così vicino alla nostra che non si capisce più qual è la nostra spesa e quale la loro.
...ci chiedono informazioni sull'ubicazione dei prodotti, come se noi dovessimo per forza saperne più di loro.
...bloccano la coda perché un loro amico è andato “un attimo a prendere il pane”.
...saltano la coda con la scusa che davanti c'è un loro amico e “così facciamo la spesa insieme”.
...non sanno mai dove tengono lo zafferano.
E poi ci sono quelli che...ve ne vengono in mente altri?
Perché al supermercato ci va un sacco di gente.
Ci sono quelli che...
...parcheggiano il carrello proprio davanti allo scaffale che serve a noi.
...ci volano davanti e ci fregano l'ultima confezione di mozzarella da sotto il naso. E noi magari eravamo andati al supermercato proprio per quella.
...si confondono e mettono le loro cose nel nostro carrello.
...guardano con profondo disgusto le cose che acquistiamo noi.
...acquistano cose disgustose che noi non compreremmo mai a poi mai.
...non pesano mai le verdure e una volta alla cassa devono tornare indietro facendoci perdere un mucchio di tempo. Oppure...
...quando stanno per pagare si ricordano di aver dimenticato di prendere un prodotto e tornano indietro, facendoci perdere un sacco di tempo.
...decidono di cambiare fila alla cassa, ma si aspettano che gli si conservi il posto se decidessero di tornare a quella vecchia. E poi...
...quelli che nel dubbio seguono due file per volta, per vedere qual è quella più veloce. Così uno che deve mettersi in coda non sa da che parte andare.
...non poggiano nulla sul nastro scorrevole se prima il commesso non ha levato tutta la spesa dell'acquirente precedente. Ma noi che gli stiamo dietro non possiamo posare la nostra roba perché così sembra che gli vogliamo fregare il posto.
...usano i guanti di plastica per scegliere la frutta, ma poi l'annusano tutta prima di prenderla. SNIFF SNIFF
...cominciano a mettere sul nastro trasportatore i loro prodotti senza darci il tempo di metterci sopra tutti i nostri.
...alla cassa ci chiedono di passare davanti perché hanno preso poche cose, anche quando ne hanno più di noi.
...non si azzardano a infilare neanche un prodotto nel sacchetto se prima il commesso non li ha battuti tutti e lui non li ha pagati e intascato il resto e la ricevuta. Se noi gli stiamo dietro, il commesso non saprà dove mettere la nostra roba man mano che la batte.
...mandano un amico/a fidanzato/a marito/moglie eccetera a tenere il posto in fila mentre loro fanno la spesa. Uno si mette in coda pensando di fare in fretta, e vede comparire all'improvviso un carrello immenso carico fino all'inverosimile.
...non si capisce se sono in coda o girellano lì per caso.
...quando vedono che stiamo per metterci in coda prendono la rincorsa per passarci davanti.
...ci chiedono dov'è il prezzemolo e, quando glielo diciamo, rispondono che in realtà stavano cercando il basilico (mi è capitato tre giorni fa).
...ignorano l'esistenza della pattumiera e lasciano nel carrello o nel cestino per la spesa guanti di plastica, sacchetti, fazzolettini usati, carte di caramelle e altra immondizia mista.
...riescono da soli a ingombrare tutta una corsia mettendo il carrello di traverso.
...non hanno mai insegnato ai propri figli che non si ficcano le mani nei carrelli altrui.
...sono contrari all'uso del divisore, poi mettono la loro roba così vicino alla nostra che non si capisce più qual è la nostra spesa e quale la loro.
...ci chiedono informazioni sull'ubicazione dei prodotti, come se noi dovessimo per forza saperne più di loro.
...bloccano la coda perché un loro amico è andato “un attimo a prendere il pane”.
...saltano la coda con la scusa che davanti c'è un loro amico e “così facciamo la spesa insieme”.
...non sanno mai dove tengono lo zafferano.
E poi ci sono quelli che...ve ne vengono in mente altri?
lunedì 29 luglio 2013
Pubblicità... mica facile farla!
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| Dovrei invitare Cenerentola a cena: magari le vien voglia di pulire anche la mia, di cucina... |
Parliamo di spot pubblicitari.
Alcuni sono divertenti, ma altri spesso mi fanno cadere le braccia.
Certi all'inizio strappano anche un sorriso, ma quando diventano martellanti (vedi quelli delle compagnie telefoniche) diventano decisamente insopportabili. Già la terza volta che li vedo mi vien voglia di mettermi a gridare.
Poi ci sono quelli ambigui, che fai fatica a capire cosa stiano pubblicizzando.
Prendiamo quello di un detersivo (o ammorbidente, non ho ancora capito). C'è questa tipa che si esalta per i vari “gusti”, al punto che io le prime volte pensavo stesse pubblicizzando un liquore, o un gelato. Invece no, è un detersivo per il bucato. Dato lo spot, io aggiungerei l'avviso “Non bere!”, perché mi sa che anche la protagonista dev'essersi sbagliata scolandosi parecchi flaconi del detersivo (o ammorbidente) ai vari “gusti”.
Ma quello che mi fa saltare tutte le volte sulla sedia è quello dello sgrassatore, con una Cenerentola che deve pulire tutta la cucina prima di potere andare al ballo, con le sorellastre che le impongono tale gravoso compito e poi, vestite in maniera improbabile che neanche le peggio abbigliate di buccia di banana, se ne vanno a ballare.
E lei, la povera Cenerentola, che fa? Innalza un fiero cipiglio, tira fuori lo sgrassatore favoloso, e pulisce tutto. Ma siccome lo sgrassatore è, appunto, favoloso, si spiccia in pochi minuti ed è subito pronta per andare a ballare anche lei.
Cos'è che mi irrita in tutto questo? Be', che Cenerentola comunque si adegui e pulisca, pur incavolandosi. Dico, o è pagata per farlo, e allora le tocca che le piaccia o no, o non lo è, e allora non v'è motivo alcuno perché debba dar corda alle sorellastre. Okay, direte voi, è Cenerentola e Cenerentola così fa: si lamenta ma poi esegue. Invece di incrociare le braccia e mollare lo sgrassatore alle sorellastre dicendo: “Fate anche voi la vostra parte”, come avrei fatto io.
E poi, avete visto gli strati di unto e incrostazioni che imbrattano la cucina? Lì non ci pulivano da mesi, è chiaro. E proprio la sera del ballo si accorgono che è zozza?
Tutto ciò è semplicemente illogico, come direbbe il buon signor Spock!
venerdì 26 luglio 2013
Ricercatori anonimi...
Quel tesoro che fingiamo di non avere
So che da me non vi aspettate altro che frivolezze e amenità, perciò vi sorprenderà leggere un mio post un pochino serio, perlomeno rispetto alla media.
Però è da un sacco di tempo che rifletto su questo argomento. Da anni, oserei dire.
Ma da che ho memoria, è un argomento di cui sento parlare sempre e dappertutto, dal bar al salotto, dalla TV ai circoli culturali. Ovvero: come mai in Italia abbiamo talmente tante bellezza artistiche che teoricamente potrebbero farci navigare nell'oro, eppure non siamo in grado di sfruttare minimamente questo tesoro?
“L'Italia è così bella che potrebbe vivere di solo turismo.”
“In Italia è concentrata la più alta percentuale del patrimonio culturale di tutto il mondo.”
Eppure niente, queste parole rimangono solo tali e non si concretizzano mai.
Abbiamo musei vuoti, siti archeologici abbandonati a se stessi, patrimoni inestimabili lasciati lì a marcire e così via, di orrore culturale in orrore culturale.
È come se un tizio possedesse un enorme tesoro in cantina ma si ostinasse a non considerarlo, preferendo piuttosto campare di stenti.
Assurdo, vero?
Eppure è così, e non riesco a spiegarmene il perché.
O meglio, una vaga idea me la sono fatta. Secondo me ci vergogniamo.
Ohibò! Vergognarsi del patrimonio artistico/culturale che dovrebbe essere il nostro vanto? E perché mai?
Non è tanto del patrimonio artistico/culturale che ci vergogniamo, anzi, di quello ci vantiamo fin troppo. Ce ne vantiamo senza conoscerlo, come potremmo vantarci di un parente celebre che però abbiamo incontrato una sola volta in occasione di un battesimo. Il nostro.
Ci vergogniamo, invece, di essere meta turistica.
Ma sì, pensiamoci bene. Nella stragrande maggioranza dei casi da noi il turista è visto come un fastidio, un seccatore, un importuno che viene qui a guardare le nostre cose e che pretende pure d'essere accolto bene. Quando addirittura non viene considerato alla stregua di limone da spremere, un povero allocco che viene qui a stupirsi di cose che noi abbiamo sotto il naso tutti i giorni (senza vedere mai, però), e che quindi è giusto cercare di fregare in ogni modo. Tanto è un povero allocco e se lo cerca.
Non è certo considerato un bene prezioso che possa aiutarci a tirarci fuori dai guai.
Ci vergogniamo perché essere meta turistica vuol dire mettersi a disposizione degli altri, ci sembra di diventare la loro servitù personale e questo non ci piace. Noi vogliamo essere i signori che vanno a fare gli ospiti in casa d'altri, non gli umili servitori che si mettono a disposizione.
Insomma, accogliere i turisti ci pare degradante.
E poi, diciamolo, valorizzare i beni artistico/culturali è faticoso. Bisogna studiare, imparare, capire, conoscere...
Ma sì, lamentarsi e basta è molto più comodo.
NELLA FOTO: un salone del Palazzo Reale di Napoli, museo molto bello e praticamente sempre vuoto. Ah... lo sapevate che lì per i cittadini dell'Unione Europea (ma solo per loro!) l'audioguida è inclusa nel prezzo del biglietto?
Però è da un sacco di tempo che rifletto su questo argomento. Da anni, oserei dire.
Ma da che ho memoria, è un argomento di cui sento parlare sempre e dappertutto, dal bar al salotto, dalla TV ai circoli culturali. Ovvero: come mai in Italia abbiamo talmente tante bellezza artistiche che teoricamente potrebbero farci navigare nell'oro, eppure non siamo in grado di sfruttare minimamente questo tesoro?
“L'Italia è così bella che potrebbe vivere di solo turismo.”
“In Italia è concentrata la più alta percentuale del patrimonio culturale di tutto il mondo.”
Eppure niente, queste parole rimangono solo tali e non si concretizzano mai.
Abbiamo musei vuoti, siti archeologici abbandonati a se stessi, patrimoni inestimabili lasciati lì a marcire e così via, di orrore culturale in orrore culturale.
È come se un tizio possedesse un enorme tesoro in cantina ma si ostinasse a non considerarlo, preferendo piuttosto campare di stenti.
Assurdo, vero?
Eppure è così, e non riesco a spiegarmene il perché.
O meglio, una vaga idea me la sono fatta. Secondo me ci vergogniamo.
Ohibò! Vergognarsi del patrimonio artistico/culturale che dovrebbe essere il nostro vanto? E perché mai?
Non è tanto del patrimonio artistico/culturale che ci vergogniamo, anzi, di quello ci vantiamo fin troppo. Ce ne vantiamo senza conoscerlo, come potremmo vantarci di un parente celebre che però abbiamo incontrato una sola volta in occasione di un battesimo. Il nostro.
Ci vergogniamo, invece, di essere meta turistica.
Ma sì, pensiamoci bene. Nella stragrande maggioranza dei casi da noi il turista è visto come un fastidio, un seccatore, un importuno che viene qui a guardare le nostre cose e che pretende pure d'essere accolto bene. Quando addirittura non viene considerato alla stregua di limone da spremere, un povero allocco che viene qui a stupirsi di cose che noi abbiamo sotto il naso tutti i giorni (senza vedere mai, però), e che quindi è giusto cercare di fregare in ogni modo. Tanto è un povero allocco e se lo cerca.
Non è certo considerato un bene prezioso che possa aiutarci a tirarci fuori dai guai.
Ci vergogniamo perché essere meta turistica vuol dire mettersi a disposizione degli altri, ci sembra di diventare la loro servitù personale e questo non ci piace. Noi vogliamo essere i signori che vanno a fare gli ospiti in casa d'altri, non gli umili servitori che si mettono a disposizione.
Insomma, accogliere i turisti ci pare degradante.
E poi, diciamolo, valorizzare i beni artistico/culturali è faticoso. Bisogna studiare, imparare, capire, conoscere...
Ma sì, lamentarsi e basta è molto più comodo.
NELLA FOTO: un salone del Palazzo Reale di Napoli, museo molto bello e praticamente sempre vuoto. Ah... lo sapevate che lì per i cittadini dell'Unione Europea (ma solo per loro!) l'audioguida è inclusa nel prezzo del biglietto?
martedì 23 luglio 2013
Il Reuzzo fatto a mano: una storia autonoma
Breve spot pubblicitario: è uscito l'ebook con la raccolta delle mie fiabe “rivedute e corrette”. Ci sono quelle che avete letto qui, e anche molte atre, oltre a tante belle illustrazioni. S'intitola Fiabe Reloaded: non ci sono più le principesse di una volta, costa veramente un'inezia e se vi va di darci un'occhiata, potete farlo cliccando qui! Per festeggiare l'evento vi regalo un'altra fiaba... ma poi basta, sennò non mi comprate più il libro :-P
Alla fine del racconto troverete l'indice completo delle fiabe pubblicate, così potete farvene un'idea. Grazie per la cortese attenzione ^___^
PS IMPORTANTE: vi ricordo che NON è un libro per bambini!
“Se vuoi una cosa fatta per bene, devi farla da te”, dice il saggio.
Moltissime dolci fanciulle (ma capita lo stesso a molti ragazzi) passano anni a sognare il partner ideale. E lo immaginano così dettagliatamente che poi giocoforza saranno destinate a essere scontente di quelli che troveranno nella vita reale.
Ci sono anche persone che lavorano tanto di fantasia che poi il risveglio sarà sicuramente poco piacevole, perché partner tanto perfetti esistono solo nel mondo dei sogni e mai nella banale realtà.
C'era una volta una ragazzina romantica.
Questa ragazzina si prese una cotta per un ragazzo che frequentava la sua stessa scuola, ma che era due classi avanti avendo un paio d'anni in più.
Lei questo ragazzo non lo conosceva di persona, ne sapeva a stento il nome, ma lo ammirava sempre da lontano e lo trovava stupendo.
Passò tre lunghi mesi a fantasticarci sopra. S'immaginò il suo carattere, i suoi gusti e le sue opinioni cercando di ricostruirli dai dettagli anche minimi che vedeva, tipo il colore delle scarpe e come si allacciava il giubbotto, il tono di voce quando salutava i bidelli al mattino e come si mordicchiava le unghie quando attraversava i corridoi. Immaginò i mille modi in cui avrebbero potuto conoscersi. I loro primi discorsi, gli scambi di battute, il primo ballo insieme, il primo bacio.
Anche mentre faceva altro, la ragazzina si distraeva facilmente perdendosi dietro alle sue fantasticherie. La sera, prima di addormentarsi, faceva l'inventario di tutti i momenti in cui in giornata aveva visto il ragazzo dei suoi sogni, e la mattina si svegliava cercando di immaginare dove l'avrebbe incontrato a scuola, cosa avrebbe indossato, come avrebbe portato i capelli e così via.
Poi un giorno, durante la festa di Natale, finalmente lo conobbe. E scoprì che era stupido, vanesio, noioso, antipatico e con pessimi gusti musicali.
Insomma, fu un risveglio traumatico. Non sono neppure certa di essermi ancora ripresa.
Ehm...
Ecco, la protagonista delle nostra storia voleva evitarsi questa somma delusione. Ecco perché decise di fare da sé.
Perché chi fa da sé, fa per tre...
Il Reuzzo fatto a mano
una storia molto autonoma
C'era una volta un Re, che aveva una figlioletta unica per la quale stravedeva.
La principessa Lucia era bella, simpatica e intelligente. Ma non aveva un fidanzato, e questo per il Re era fonte di dolore.
La principessa non aveva un fidanzato non perché non avesse pretendenti, ma perché nessuno dei pretendenti era di suo gusto.
“Non ho ancora conosciuto un uomo che mi piaccia veramente fino in fondo. Che abbia tutte le doti che voglio io”, diceva.
“Ma figlia mia, gli esseri umani sono come sono. Hanno i loro difetti. Per averne uno come vuoi tu, devi solo fabbricartelo da te.”
“Eh, già!”, si disse la ragazza, “È proprio quel che farò.”
E così chiese al padre acqua, farina e miele. Poi si chiuse nelle sue stanze e impastò, impastò, impastò. Per sei mesi impastò. Poi guardò il risultato dell'impasto e decise che non le piaceva, perciò lo disfò, lo disfò, lo disfò. Per sei mesi lo disfò. E si rimise a impastare, impastare, impastare. Impastò di nuovo per altri sei mesi, ma alla fine fu soddisfatta del risultato, perciò mise in una nicchia, ad asciugare, il suo Reuzzo fabbricato con acqua, farina e miele. Poi corse da suo padre.
“Papà, papà”, gridò tutta contenta, “Vieni a conoscere il mio fidanzato!”
Quando sentì queste parole, il Re quasi svenne dalla felicità. “Figlia mia”, disse, “Finalmente! Che gioia mi stai dando!”
Ma poi Lucia gli mostrò quel pupazzo di pasta umidiccia e il Re si sentì cadere le braccia.
“Hai visto che bello?”, disse Lucia, “Non è ancora pronto, ma sono sicura che verrà benissimo. Proprio come voglio io. Ho seguito il tuo consiglio, visto che non mi piaceva nessuno me lo sono fabbricato da me. Che te ne pare?”
“Be', figliola”, il povero Re era imbarazzato, “Per essere bello è bello, però... ecco... non è esattamente VERO. Non lo vedi che non parla neppure?”
“Parlerà, parlerà”, disse Lucia, convinta, “Dagli tempo.”
Il Re scosse la testa e pensò che la figlia fosse completamente ammattita.
Passarono diversi giorni, e finalmente il Reuzzo fatto a mano si asciugò completamente. E quando si fu asciugato, finalmente diventò vivo e parlò.
“Amore mio”, disse a Lucia, “Sei la creatura più bella sulla quale abbia mai posato gli occhi”, il che era facile, visto che era anche l'unica che avesse mai visto.
Quando ero piccola questa parte mi faceva sempre un po' impressione, perché mi immaginavo una megapagnotta che parlava. Ma poi capii che dovevo fare uno sforzo d'immaginazione e comprendere che ormai quel Reuzzo lì non era più fatto di farina e miele, ma di carne, sangue e ossa. Insomma, era diventato una persona vera.
Era così vivo e vero, che Lucia gli si gettò tra le braccia e gli disse: “Tesoro, baciami! Prendimi! Fammi tua!”
Ma lui, dopo averle dato un bacio appassionato da farle frullare le farfalle nello stomaco, le disse con estrema dolcezza: “Prima voglio dimostrarti di essere un uomo serio, che non teme le responsabilità e mantiene gli impegni. Pertanto vorrei conferire con tuo padre al fine di chiedergli l'onore di avere la tua mano.”
Visto che figo? E sapeva anche i congiuntivi!
Lucia corse a chiamare il Re, questo conferì col Reuzzo e ne rimase estremamente contento.
“Cara figliola, non l'avrei mai detto ma avevi ragione. Il tuo fidanzato è perfetto. Sono sicuro che il tuo sarà un matrimonio felicissimo.”
E così vennero organizzate le nozze: una cerimonia fastosa, allegra, colorata, bellissima, sfarzosa, frizzante, come non se ne erano mai viste da anni.
E vennero invitati tutti. Tutti i notabili del regno, ma anche monarchi di altri reami. E si mangiò, si ballò, si rise e si scherzò, e tutti quanti ammirarono il Reuzzo fatto a mano.
Soprattutto le donne lo ammirarono, perché era esattamente il tipo d'uomo che tutte le donne sognano e non incontrano mai.
Un po' come i nostri eroi da fiction preferiti. Da Darcy a Mr Grey, da Heathcliff a Edward Cullen, gli eroi da romanzo sono quelli che ci fanno sospirare più di tutti gli altri, ma ovviamente non ci capita mai di incontrarli nella realtà. Sapete perché ci piacciono tanto? Perché sono tutti uomini di fantasia, inventati dalle donne in base ai desideri delle donne. Il Reuzzo fatto a mano era così, però vivo. E naturalmente tutte ne avrebbero voluto uno così, al contempo romantico e passionale, gentile e premuroso, sensibile e forte, bello senza tirarsela. Non aveva neppure un difetto.
O meglio, forse uno ce l'aveva ma non l'aveva ancora manifestato: la memoria corta.
Ma vediamo cosa capitò.
Alla festa di nozze naturalmente tutte le donne presenti lo ammirarono, quelle sposate guardarono i propri mariti e sospirarono perché non somigliavano a lui, le single invidiarono Lucia e qualcuna le augurò anche brutte cose che non voglio riportare per non offendere gli animi sensibili.
La più invidiosa di tutte era una regina, che chiameremo Invidia per ovvi motivi. La Regina Invidia stava cercando da anni un marito proprio così, e proprio quando ci aveva messo una pietra sopra aveva scoperto che quell'uomo esisteva, ma aveva appena sposato un'altra.
No, questo non poteva sopportarlo, perciò mise a punto un piano diabolico.
Con un bieco sotterfugio attirò il Reuzzo fuori dalla Reggia, lo rapì e se lo portò via.
Visto cosa succede? Ad avere un fidanzato perfetto, finisce che tutte lo vogliono e noi dobbiamo sempre stare sul chi vive.
Ah, ma non penserete mica che Lucia si sia arresa così, senza combattere?
Macché! Una che si costruisce il suo Principe Azzurro è perfettamente in grado di tenerselo, o di riprenderselo se qualcuno glielo porta via.
Voi direte: ma non faceva prima a farsene un altro? Eh no! Per prima cosa, avete visto anche voi quanto tempo ci aveva messo a fare quello. E poi, se ne avesse fatto un altro che garanzie aveva che non le avrebbero rubato pure quello? E in ogni caso, questa era anche una questione di principio, che diamine!
Anche se a me questa storia del “sapersi tenere un uomo” ha sempre dato fastidio. È sempre stata una palla al piede per le donne. Una pistola alle tempie che le costringe a fare cose che non gradiscono, che non amano, per le quali non sono portate, tutto pur di “tenersi un uomo”, con la minaccia che “se non ti adegui se lo prende qualcun altra”. Ma che se lo prenda, e se lo tenga, dico io. Se uno è così egoista da pretendere che io diventi ciò che non sono solamente per fargli piacere, allora meglio che se lo sciroppi un'altra.
Però Lucia decise di non rifarne un altro ma di recuperare quello vecchio.
Dimostrando di non essere per niente come Gioacchino Rossini.
Tra i vari buffi aneddoti su Rossini, c'è ne uno che fa al caso nostro. Una volta si ammalò e fu costretto a mettersi a letto con la febbre. Ma questo non gli impedì di continuare a comporre. Semplicemente, se ne stava lì disteso e scriveva sui fogli da musica. Aveva già composto un'ouverture quando, a causa di un potente sternuto, i fogli già scritti gli scivolarono di mano e caddero per terra. Non aveva voglia di alzarsi e raccoglierli, perciò non trovò nulla di meglio da fare che... riscrivere daccapo il brano. E quando qualche ora dopo un suo amico andò a trovarlo e raccolse i fogli, si accorse che la nuova ouverture era completamente diversa dalla prima.
Una faticaccia, secondo Lucia, perciò lei decise piuttosto di mettersi in viaggio e riprendersi il suo Reuzzo.
Cammina cammina, si trovò a chiedere informazioni a tre streghe, le quali le donarono tre frutti: una noce, una nocciola e una mandorla.
“Sembrano frutti umili”, le dissero, “ma al momento del bisogno spaccale: troverai cose che potranno esserti d'aiuto.”
Quando giunse nel regno della Regina Invidia, Lucia andò in giro a informarsi, e scoprì che il Reuzzo viveva a Palazzo come consorte della Regina.
Forse nel farlo si era dimenticata di assegnargli una memoria sufficiente, oppure il dono della fedeltà. Fatto sta, che il Reuzzo era convinto d'essere lo sposo di Invidia. Dopotutto, ricordava di essersi sposato. Come possiamo pretendere che si ricordasse anche chi aveva sposato?
Sì, però si sbagliava e occorreva riportarlo sulla retta via.
Pensa che ti ripensa, Lucia ebbe una bella idea. Si travestì da venditrice ambulante, poi si piazzò nei giardini, dove sapeva che la Regina andava sempre a passeggio, e spaccò la noce.
Ne uscì un bellissimo carillon tutto d'oro che emanava una musica meravigliosa (forse quella di Rossini) ed era compreso di pulcini danzanti. Vivi! Povere bestie!
Insomma, lei si piazzò lì, e quando la Regina Indivia passò e li vide, li volle anche. Perché lei era invidiosa mica per niente, e se qualcuno aveva qualcosa di bello lei cominciava a invidiarlo.
Ne conoscete di persone così, che invidiano sempre tutte le fortune altrui e non sono mai contente se non quando gliele portano via? Invidia era così.
“Te li pago quel che vuoi”, Invidia disse a Lucia, “Ma quel carillon dev'essere mio.”
“Non voglio denaro”, rispose Lucia, “Però ve lo cedo se mi fate un favore. Vorrei trascorrere questa notte nella stanza da letto del Reuzzo.”
La Regina accettò, ma siccome sospettava qualcosa di losco, quella sera narcotizzò il Reuzzo, che trascorse tutta la notte dormendo sodo e non sentì Lucia.
Lucia pianse, si disperò, cercò di scuoterlo. Ma non ci fu niente da fare, il Reuzzo non sentì nulla e al mattino, quando Lucia fu costretta ad andarsene, lui ancora dormiva.
Lui non sentì Lucia, ma la sentì qualcun altro.
Dovete sapere che proprio di fianco al Palazzo Reale c'era la prigione. Forse per spedirci più alla svelta i prigionieri politici, non so. Fatto sta che i carcerati sentirono tutti, ma tutti i lamenti strazianti di Lucia. Non riuscirono a chiudere occhio, in sostanza, e pensarono che questo tormento fosse troppo pure per loro.
Il giorno dopo Lucia spaccò la nocciola, ne uscì un coro di pappagallini (vivi!!!) canterini, con le piume tutte d'oro e su un grosso trespolo d'oro.
Come il giorno prima Invidia li volle, e come il giorno prima Lucia domandò in cambio una notte col Reuzzo. Come il giorno prima, Invidia narcotizzò il Reuzzo, e come il giorno prima lui dormì e non sentì i lamenti della sua vera sposa. E proprio come la notte prima, i poveri carcerati non riuscirono a chiudere occhio.
L'indomani Lucia si rimise al solito posto e spaccò la mandorla. Dentro c'era un pavone (vivo!) tutto d'oro che non solo cantava gli ultimi successi musicali, ma sapeva anche compiere mirabolanti giochi di prestigio.
Ah, prima che me lo dimentichi: queste bestie che escono dai frutti secchi me le sto inventando, ma vi assicuro che nelle fiabe originali sono sempre cose del genere, per cui non sto divagando più di tanto.
Come le altre volte, la Regina Invidia volle il pavone. Come le altre volte, Lucia chiese in cambio di passare la notte col Reuzzo. E come le altre volte, Invidia pensò bene di narcotizzare il Reuzzo.
Ma stavolta non le riuscì.
Comprensibilmente, i carcerati erano stufi di passere le nottate in bianco, per cui si organizzarono e fecero sapere al Reuzzo che tutte le notti dalla sua stanza provenivano i pianti strazianti di una donna che diceva di essere la sua legittima sposa eccetera eccetera, e che per cortesia cercasse di porre fine a quel fracasso, che loro almeno la notte meritavano di riposare.
Il Reuzzo rifletté, e si ricordò (almeno la memoria a breve termine gli funzionava) che le due sere precedenti la Regina Invidia gli aveva fatto bere del vino molto speziato e lui subito dopo si era sentito stanco e intontito, e si era addormentato di botto. Comprese che quel vino era drogato, perciò quella sera finse solo di berlo, ma in realtà lo versò tutto nel ficus in sala da pranzo. Non so che fine abbia poi fatto quella pianta...
Quella notte, come le altre, Lucia si recò dal Reuzzo e cominciò a piangere. Ma lui non dormiva e la sentì. E lei gli raccontò quel che era capitato, così il Reuzzo si ricordò che Lucia era la sua vera sposa. E perciò i due fuggirono insieme e se ne tornarono a casa, dove vissero felici e contenti alla faccia della Regina Invidia. Ma con gran gioia dei carcerati, che poterono tornare a dormire.
Che bello!
Però se rifletto su questa storia, la trovo inquietante. Perché Lucia non era solo la sposa del Reuzzo, era anche quella che gli aveva dato vita. Quindi in un certo senso era anche sua madre. Perciò questa è la storia di un incesto!
Puah! Visto che non è bene scavare troppo nelle fiabe?
FINE
ELENCO DELLE FIABE CONTENUTE NELL'EBOOK
1 – Il Principe Serpente, una storia da sbucciare
2 – L'amore delle tre melarance (bianca come il latte, rossa come il sangue), una storia smemorata
3 – La Bella Addormentata nel Bosco, una storia crudele
4 – I sei cigni, una storia urticante
5 – Pelle d'Asino, una storia torbida
6 – Rumpelstiltskin, una storia primordiale
7 – Turandot, una storia lirica
8 – La Principessa Professoressa, una storia in cattedra
9 – Biancaneve e i dodici briganti, una storia oscura
10 – Cenerentola al sud, una storia “scialla”
11 – La Gatta Cenerentola, una storia sorniona
12 – Gretel la principessa scaltra, una storia con la battuta pronta
13 – La Regina delle Nevi, una storia seducente
14 – La Principessa Snob, una storia ingiusta
15 – Olivia la principessa manomozza, una storia coraggiosa
16 – La Figlia del Sole, una storia furbetta
17 – Fantaghirò persona bella, una storia sopravvalutata
18 – Il Reuzzo fatto a mano, una storia molto autonoma
19 – Le sette teste d'agnello, una storia che se la lega al dito
20 – Cenerentola di Perrault, una storia così come uno se l'aspetta
21 – Aschenputtel (Cenerentola dei Grimm), una storia sanguinolenta
22 – Le dodici principesse danzanti, una storia sulle punte
23 – La Bella e la Bestia, una storia che non si ferma alle apparenze
24 – La lampada di Aladino, una storia dalla faccia di bronzo
25 – L'Uccellin Belverde, una storia che non si accontenta
26 – Raperonzolo, una storia senza capo né coda
27 – La Cenerentola, una storia coi piedi per terra
Alla fine del racconto troverete l'indice completo delle fiabe pubblicate, così potete farvene un'idea. Grazie per la cortese attenzione ^___^
PS IMPORTANTE: vi ricordo che NON è un libro per bambini!
“Se vuoi una cosa fatta per bene, devi farla da te”, dice il saggio.
Moltissime dolci fanciulle (ma capita lo stesso a molti ragazzi) passano anni a sognare il partner ideale. E lo immaginano così dettagliatamente che poi giocoforza saranno destinate a essere scontente di quelli che troveranno nella vita reale.
Ci sono anche persone che lavorano tanto di fantasia che poi il risveglio sarà sicuramente poco piacevole, perché partner tanto perfetti esistono solo nel mondo dei sogni e mai nella banale realtà.
C'era una volta una ragazzina romantica.
Questa ragazzina si prese una cotta per un ragazzo che frequentava la sua stessa scuola, ma che era due classi avanti avendo un paio d'anni in più.
Lei questo ragazzo non lo conosceva di persona, ne sapeva a stento il nome, ma lo ammirava sempre da lontano e lo trovava stupendo.
Passò tre lunghi mesi a fantasticarci sopra. S'immaginò il suo carattere, i suoi gusti e le sue opinioni cercando di ricostruirli dai dettagli anche minimi che vedeva, tipo il colore delle scarpe e come si allacciava il giubbotto, il tono di voce quando salutava i bidelli al mattino e come si mordicchiava le unghie quando attraversava i corridoi. Immaginò i mille modi in cui avrebbero potuto conoscersi. I loro primi discorsi, gli scambi di battute, il primo ballo insieme, il primo bacio.
Anche mentre faceva altro, la ragazzina si distraeva facilmente perdendosi dietro alle sue fantasticherie. La sera, prima di addormentarsi, faceva l'inventario di tutti i momenti in cui in giornata aveva visto il ragazzo dei suoi sogni, e la mattina si svegliava cercando di immaginare dove l'avrebbe incontrato a scuola, cosa avrebbe indossato, come avrebbe portato i capelli e così via.
Poi un giorno, durante la festa di Natale, finalmente lo conobbe. E scoprì che era stupido, vanesio, noioso, antipatico e con pessimi gusti musicali.
Insomma, fu un risveglio traumatico. Non sono neppure certa di essermi ancora ripresa.
Ehm...
Ecco, la protagonista delle nostra storia voleva evitarsi questa somma delusione. Ecco perché decise di fare da sé.
Perché chi fa da sé, fa per tre...
Il Reuzzo fatto a mano
una storia molto autonoma
C'era una volta un Re, che aveva una figlioletta unica per la quale stravedeva.
La principessa Lucia era bella, simpatica e intelligente. Ma non aveva un fidanzato, e questo per il Re era fonte di dolore.
La principessa non aveva un fidanzato non perché non avesse pretendenti, ma perché nessuno dei pretendenti era di suo gusto.
“Non ho ancora conosciuto un uomo che mi piaccia veramente fino in fondo. Che abbia tutte le doti che voglio io”, diceva.
“Ma figlia mia, gli esseri umani sono come sono. Hanno i loro difetti. Per averne uno come vuoi tu, devi solo fabbricartelo da te.”
“Eh, già!”, si disse la ragazza, “È proprio quel che farò.”
E così chiese al padre acqua, farina e miele. Poi si chiuse nelle sue stanze e impastò, impastò, impastò. Per sei mesi impastò. Poi guardò il risultato dell'impasto e decise che non le piaceva, perciò lo disfò, lo disfò, lo disfò. Per sei mesi lo disfò. E si rimise a impastare, impastare, impastare. Impastò di nuovo per altri sei mesi, ma alla fine fu soddisfatta del risultato, perciò mise in una nicchia, ad asciugare, il suo Reuzzo fabbricato con acqua, farina e miele. Poi corse da suo padre.
“Papà, papà”, gridò tutta contenta, “Vieni a conoscere il mio fidanzato!”
Quando sentì queste parole, il Re quasi svenne dalla felicità. “Figlia mia”, disse, “Finalmente! Che gioia mi stai dando!”
Ma poi Lucia gli mostrò quel pupazzo di pasta umidiccia e il Re si sentì cadere le braccia.
“Hai visto che bello?”, disse Lucia, “Non è ancora pronto, ma sono sicura che verrà benissimo. Proprio come voglio io. Ho seguito il tuo consiglio, visto che non mi piaceva nessuno me lo sono fabbricato da me. Che te ne pare?”
“Be', figliola”, il povero Re era imbarazzato, “Per essere bello è bello, però... ecco... non è esattamente VERO. Non lo vedi che non parla neppure?”
“Parlerà, parlerà”, disse Lucia, convinta, “Dagli tempo.”
Il Re scosse la testa e pensò che la figlia fosse completamente ammattita.
Passarono diversi giorni, e finalmente il Reuzzo fatto a mano si asciugò completamente. E quando si fu asciugato, finalmente diventò vivo e parlò.
“Amore mio”, disse a Lucia, “Sei la creatura più bella sulla quale abbia mai posato gli occhi”, il che era facile, visto che era anche l'unica che avesse mai visto.
Quando ero piccola questa parte mi faceva sempre un po' impressione, perché mi immaginavo una megapagnotta che parlava. Ma poi capii che dovevo fare uno sforzo d'immaginazione e comprendere che ormai quel Reuzzo lì non era più fatto di farina e miele, ma di carne, sangue e ossa. Insomma, era diventato una persona vera.
Era così vivo e vero, che Lucia gli si gettò tra le braccia e gli disse: “Tesoro, baciami! Prendimi! Fammi tua!”
Ma lui, dopo averle dato un bacio appassionato da farle frullare le farfalle nello stomaco, le disse con estrema dolcezza: “Prima voglio dimostrarti di essere un uomo serio, che non teme le responsabilità e mantiene gli impegni. Pertanto vorrei conferire con tuo padre al fine di chiedergli l'onore di avere la tua mano.”
Visto che figo? E sapeva anche i congiuntivi!
Lucia corse a chiamare il Re, questo conferì col Reuzzo e ne rimase estremamente contento.
“Cara figliola, non l'avrei mai detto ma avevi ragione. Il tuo fidanzato è perfetto. Sono sicuro che il tuo sarà un matrimonio felicissimo.”
E così vennero organizzate le nozze: una cerimonia fastosa, allegra, colorata, bellissima, sfarzosa, frizzante, come non se ne erano mai viste da anni.
E vennero invitati tutti. Tutti i notabili del regno, ma anche monarchi di altri reami. E si mangiò, si ballò, si rise e si scherzò, e tutti quanti ammirarono il Reuzzo fatto a mano.
Soprattutto le donne lo ammirarono, perché era esattamente il tipo d'uomo che tutte le donne sognano e non incontrano mai.
Un po' come i nostri eroi da fiction preferiti. Da Darcy a Mr Grey, da Heathcliff a Edward Cullen, gli eroi da romanzo sono quelli che ci fanno sospirare più di tutti gli altri, ma ovviamente non ci capita mai di incontrarli nella realtà. Sapete perché ci piacciono tanto? Perché sono tutti uomini di fantasia, inventati dalle donne in base ai desideri delle donne. Il Reuzzo fatto a mano era così, però vivo. E naturalmente tutte ne avrebbero voluto uno così, al contempo romantico e passionale, gentile e premuroso, sensibile e forte, bello senza tirarsela. Non aveva neppure un difetto.
O meglio, forse uno ce l'aveva ma non l'aveva ancora manifestato: la memoria corta.
Ma vediamo cosa capitò.
Alla festa di nozze naturalmente tutte le donne presenti lo ammirarono, quelle sposate guardarono i propri mariti e sospirarono perché non somigliavano a lui, le single invidiarono Lucia e qualcuna le augurò anche brutte cose che non voglio riportare per non offendere gli animi sensibili.
La più invidiosa di tutte era una regina, che chiameremo Invidia per ovvi motivi. La Regina Invidia stava cercando da anni un marito proprio così, e proprio quando ci aveva messo una pietra sopra aveva scoperto che quell'uomo esisteva, ma aveva appena sposato un'altra.
No, questo non poteva sopportarlo, perciò mise a punto un piano diabolico.
Con un bieco sotterfugio attirò il Reuzzo fuori dalla Reggia, lo rapì e se lo portò via.
Visto cosa succede? Ad avere un fidanzato perfetto, finisce che tutte lo vogliono e noi dobbiamo sempre stare sul chi vive.
Ah, ma non penserete mica che Lucia si sia arresa così, senza combattere?
Macché! Una che si costruisce il suo Principe Azzurro è perfettamente in grado di tenerselo, o di riprenderselo se qualcuno glielo porta via.
Voi direte: ma non faceva prima a farsene un altro? Eh no! Per prima cosa, avete visto anche voi quanto tempo ci aveva messo a fare quello. E poi, se ne avesse fatto un altro che garanzie aveva che non le avrebbero rubato pure quello? E in ogni caso, questa era anche una questione di principio, che diamine!
Anche se a me questa storia del “sapersi tenere un uomo” ha sempre dato fastidio. È sempre stata una palla al piede per le donne. Una pistola alle tempie che le costringe a fare cose che non gradiscono, che non amano, per le quali non sono portate, tutto pur di “tenersi un uomo”, con la minaccia che “se non ti adegui se lo prende qualcun altra”. Ma che se lo prenda, e se lo tenga, dico io. Se uno è così egoista da pretendere che io diventi ciò che non sono solamente per fargli piacere, allora meglio che se lo sciroppi un'altra.
Però Lucia decise di non rifarne un altro ma di recuperare quello vecchio.
Dimostrando di non essere per niente come Gioacchino Rossini.
Tra i vari buffi aneddoti su Rossini, c'è ne uno che fa al caso nostro. Una volta si ammalò e fu costretto a mettersi a letto con la febbre. Ma questo non gli impedì di continuare a comporre. Semplicemente, se ne stava lì disteso e scriveva sui fogli da musica. Aveva già composto un'ouverture quando, a causa di un potente sternuto, i fogli già scritti gli scivolarono di mano e caddero per terra. Non aveva voglia di alzarsi e raccoglierli, perciò non trovò nulla di meglio da fare che... riscrivere daccapo il brano. E quando qualche ora dopo un suo amico andò a trovarlo e raccolse i fogli, si accorse che la nuova ouverture era completamente diversa dalla prima.
Una faticaccia, secondo Lucia, perciò lei decise piuttosto di mettersi in viaggio e riprendersi il suo Reuzzo.
Cammina cammina, si trovò a chiedere informazioni a tre streghe, le quali le donarono tre frutti: una noce, una nocciola e una mandorla.
“Sembrano frutti umili”, le dissero, “ma al momento del bisogno spaccale: troverai cose che potranno esserti d'aiuto.”
Quando giunse nel regno della Regina Invidia, Lucia andò in giro a informarsi, e scoprì che il Reuzzo viveva a Palazzo come consorte della Regina.
Forse nel farlo si era dimenticata di assegnargli una memoria sufficiente, oppure il dono della fedeltà. Fatto sta, che il Reuzzo era convinto d'essere lo sposo di Invidia. Dopotutto, ricordava di essersi sposato. Come possiamo pretendere che si ricordasse anche chi aveva sposato?
Sì, però si sbagliava e occorreva riportarlo sulla retta via.
Pensa che ti ripensa, Lucia ebbe una bella idea. Si travestì da venditrice ambulante, poi si piazzò nei giardini, dove sapeva che la Regina andava sempre a passeggio, e spaccò la noce.
Ne uscì un bellissimo carillon tutto d'oro che emanava una musica meravigliosa (forse quella di Rossini) ed era compreso di pulcini danzanti. Vivi! Povere bestie!
Insomma, lei si piazzò lì, e quando la Regina Indivia passò e li vide, li volle anche. Perché lei era invidiosa mica per niente, e se qualcuno aveva qualcosa di bello lei cominciava a invidiarlo.
Ne conoscete di persone così, che invidiano sempre tutte le fortune altrui e non sono mai contente se non quando gliele portano via? Invidia era così.
“Te li pago quel che vuoi”, Invidia disse a Lucia, “Ma quel carillon dev'essere mio.”
“Non voglio denaro”, rispose Lucia, “Però ve lo cedo se mi fate un favore. Vorrei trascorrere questa notte nella stanza da letto del Reuzzo.”
La Regina accettò, ma siccome sospettava qualcosa di losco, quella sera narcotizzò il Reuzzo, che trascorse tutta la notte dormendo sodo e non sentì Lucia.
Lucia pianse, si disperò, cercò di scuoterlo. Ma non ci fu niente da fare, il Reuzzo non sentì nulla e al mattino, quando Lucia fu costretta ad andarsene, lui ancora dormiva.
Lui non sentì Lucia, ma la sentì qualcun altro.
Dovete sapere che proprio di fianco al Palazzo Reale c'era la prigione. Forse per spedirci più alla svelta i prigionieri politici, non so. Fatto sta che i carcerati sentirono tutti, ma tutti i lamenti strazianti di Lucia. Non riuscirono a chiudere occhio, in sostanza, e pensarono che questo tormento fosse troppo pure per loro.
Il giorno dopo Lucia spaccò la nocciola, ne uscì un coro di pappagallini (vivi!!!) canterini, con le piume tutte d'oro e su un grosso trespolo d'oro.
Come il giorno prima Invidia li volle, e come il giorno prima Lucia domandò in cambio una notte col Reuzzo. Come il giorno prima, Invidia narcotizzò il Reuzzo, e come il giorno prima lui dormì e non sentì i lamenti della sua vera sposa. E proprio come la notte prima, i poveri carcerati non riuscirono a chiudere occhio.
L'indomani Lucia si rimise al solito posto e spaccò la mandorla. Dentro c'era un pavone (vivo!) tutto d'oro che non solo cantava gli ultimi successi musicali, ma sapeva anche compiere mirabolanti giochi di prestigio.
Ah, prima che me lo dimentichi: queste bestie che escono dai frutti secchi me le sto inventando, ma vi assicuro che nelle fiabe originali sono sempre cose del genere, per cui non sto divagando più di tanto.
Come le altre volte, la Regina Invidia volle il pavone. Come le altre volte, Lucia chiese in cambio di passare la notte col Reuzzo. E come le altre volte, Invidia pensò bene di narcotizzare il Reuzzo.
Ma stavolta non le riuscì.
Comprensibilmente, i carcerati erano stufi di passere le nottate in bianco, per cui si organizzarono e fecero sapere al Reuzzo che tutte le notti dalla sua stanza provenivano i pianti strazianti di una donna che diceva di essere la sua legittima sposa eccetera eccetera, e che per cortesia cercasse di porre fine a quel fracasso, che loro almeno la notte meritavano di riposare.
Il Reuzzo rifletté, e si ricordò (almeno la memoria a breve termine gli funzionava) che le due sere precedenti la Regina Invidia gli aveva fatto bere del vino molto speziato e lui subito dopo si era sentito stanco e intontito, e si era addormentato di botto. Comprese che quel vino era drogato, perciò quella sera finse solo di berlo, ma in realtà lo versò tutto nel ficus in sala da pranzo. Non so che fine abbia poi fatto quella pianta...
Quella notte, come le altre, Lucia si recò dal Reuzzo e cominciò a piangere. Ma lui non dormiva e la sentì. E lei gli raccontò quel che era capitato, così il Reuzzo si ricordò che Lucia era la sua vera sposa. E perciò i due fuggirono insieme e se ne tornarono a casa, dove vissero felici e contenti alla faccia della Regina Invidia. Ma con gran gioia dei carcerati, che poterono tornare a dormire.
Che bello!
Però se rifletto su questa storia, la trovo inquietante. Perché Lucia non era solo la sposa del Reuzzo, era anche quella che gli aveva dato vita. Quindi in un certo senso era anche sua madre. Perciò questa è la storia di un incesto!
Puah! Visto che non è bene scavare troppo nelle fiabe?
FINE
ELENCO DELLE FIABE CONTENUTE NELL'EBOOK
1 – Il Principe Serpente, una storia da sbucciare
2 – L'amore delle tre melarance (bianca come il latte, rossa come il sangue), una storia smemorata
3 – La Bella Addormentata nel Bosco, una storia crudele
4 – I sei cigni, una storia urticante
5 – Pelle d'Asino, una storia torbida
6 – Rumpelstiltskin, una storia primordiale
7 – Turandot, una storia lirica
8 – La Principessa Professoressa, una storia in cattedra
9 – Biancaneve e i dodici briganti, una storia oscura
10 – Cenerentola al sud, una storia “scialla”
11 – La Gatta Cenerentola, una storia sorniona
12 – Gretel la principessa scaltra, una storia con la battuta pronta
13 – La Regina delle Nevi, una storia seducente
14 – La Principessa Snob, una storia ingiusta
15 – Olivia la principessa manomozza, una storia coraggiosa
16 – La Figlia del Sole, una storia furbetta
17 – Fantaghirò persona bella, una storia sopravvalutata
18 – Il Reuzzo fatto a mano, una storia molto autonoma
19 – Le sette teste d'agnello, una storia che se la lega al dito
20 – Cenerentola di Perrault, una storia così come uno se l'aspetta
21 – Aschenputtel (Cenerentola dei Grimm), una storia sanguinolenta
22 – Le dodici principesse danzanti, una storia sulle punte
23 – La Bella e la Bestia, una storia che non si ferma alle apparenze
24 – La lampada di Aladino, una storia dalla faccia di bronzo
25 – L'Uccellin Belverde, una storia che non si accontenta
26 – Raperonzolo, una storia senza capo né coda
27 – La Cenerentola, una storia coi piedi per terra
venerdì 10 maggio 2013
Le sette teste d'agnello, una storia che se la lega al dito
Il titolo è un po' truce. Evoca spettri, orchi e atrocità sanguinolente.
Be', un po' di sangue c'è sicuramente, dal momento che almeno gli agnelli una bella fine non l'hanno fatta.
Io sono una di quelle persone che a Pasqua non mangiano né l'agnello né il capretto, perché detesto l'idea di mangiare un cucciolo (e quindi quando posso evito anche il porcellino e il vitello). So che è ipocrita, ma così son fatta. Ecco, immaginarmi queste testoline d'agnello mi suscita sensazioni macabre e fosche.
Però il legame con la Pasqua finisce qui, perché in effetti questa non è una storia pasquale.
È una storia, invece, che parla di gente permalosa, puntigliosa, che non dimentica un minimo torto neppure quando questo viene ripagato centomila volte.
È la storia, anche, di chi proprio non riesce a non pensare alle passate sventure, e vi rimane attaccato con tale tenacia da non vedere le attuali fortune.
Le sette teste d'agnello
una storia che se la lega al dito
C'era una volta una bella fanciulla che chiameremo, per convenzione, Carolina.
Carolina, come vi ho già detto, era molto bella, dal momento che questa è la dote principale che ogni principessa (per esteso, ogni protagonista di fiaba) deve avere. Solo le cattive sono brutte.
Carolina però era molto povera, e siccome era anche orfana, viveva con la zia, che era povera pure lei. Povera e tirchia. Però visto che era povera, penso che il termine “tirchia” sia un tantino fuorviante. Se era povera, giocoforza doveva essere parsimoniosa e avveduta nello spendere le sue magre risorse.
Un giorno la zia riuscì a procurarsi sette testine d'agnello (da mangiare, sì) e, tutta contenta per quel che considerava una vera fortuna, le portò a casa e le consegnò a Carolina.
“Cucinale come sai fare tu”, le disse, “Io esco per una commissione, quando torno ce le mangiamo assieme.”
Carolina le cucinò, ma poi quel delizioso profumino (bleah!) le solleticò le narici, e lei decise di assaggiarne un pezzettino prima che tornasse la zia. Le piacque, così prese un altro assaggio. E poi un altro. E un altro ancora. E alla fine si accorse che si era sbafata tutto e che alla zia aveva lasciato solamente le ossa.
Fu colta dal panico perché pensò, giustamente, che la zia se la sarebbe presa molto a male. E perciò, non volendola affrontare, scappò.
Corse via, nel bosco, lontano dal paese. E corse, corse, corse, e infine giunse a una radura, si sedette in terra a riprendere fiato e per la spossatezza si addormentò.
Il mattino dopo, all'alba, capitò che in quella radura passasse il Re a cavallo. Lui, naturalmente, era lì a caccia. Nelle fiabe i Re o vanno a caccia o vanno in guerra, non hanno molti altri interessi. Questo qui era a caccia.
Non appena vide Carolina, il Re se ne innamorò e decise di farne la sua sposa.
Così, su due piedi. Anzi, su sei, perché dobbiamo aggiungere anche i quattro del cavallo.
I Re delle fiabe, oltre ad avere una spiccata passione per le armi e i passatempo violenti, sono anche impulsivi e quando vengono colti da un desiderio improvviso devono realizzarlo a tutti i costi, e guai a chi osa contraddirli.
Ora, lui che ne sapeva di questa bella addormentata, oltre al fatto che era bella? Nulla. Per quanto ne sapeva, avrebbe anche potuto essere una grandissima ******* (non scrivo la parola perché non mi va di usare del turpiloquio, immaginatevela voi), ma a lui importava solo che fosse bella. E del resto cercate di capirlo, a lui Carolina interessava solo da un certo punto di vista, come dire... “sensuale”, e se pure fosse venuto fuori che aveva un brutto carattere... be', non era nulla che non si potesse risolvere a frustate.
Insomma, com'è, come non è, non appena la vide decise di sposarsela, e la svegliò apposta per comunicarglielo. E già cara grazia che lo fece.
Carolina, naturalmente, non osò rifiutare. E come avrebbe potuto? Far arrabbiare un Re con un rifiuto non è mai una cosa saggia, specialmente se sei solo un poveraccio senza diritti o santi in paradiso. E poi proprio perché era una poveraccia, questa era la sua unica occasione per uscire dalla miseria e avere una vita migliore.
Come vedete, questa non è decisamente una storia d'amore.
Il Re portò Carolina al castello, la fece rivestire con abiti sontuosi e subito organizzò le nozze.
“Ci sarebbe anche mia zia, però”, disse Carolina al Re, “Lei si è sempre presa cura di me, non posso abbandonarla in quella catapecchia.”
“E che problema c'è?”, rispose il Re, “Invitala, così verrà anche lei a vivere al castello.”
Ma sì, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno!
Intanto però la zia era tornata a casa e si era accorta che Carolina si era pappata tutte le sette testine d'agnello. Fuori di sé dalla rabbia, perché su quel lauto (lauto per lei) pasto ci aveva messo il pensiero, si era messa a cercare la nipote per tutta la casa, per darle una sonora strigliata.
“Tutte, se le è mangiate!”, continuava a borbottare, “Tutte!”
E così, quando arrivò la delegazione del Re per invitarla alle nozze e portarla a palazzo, così la trovò: che si torceva le mani, si disperava, piangeva a ripeteva costantemente “Tutte, se le è mangiate! Tutte!”
Nonostante questo, però, fece armi e bagagli e seguì la delegazione. A palazzo la ripulirono, la vestirono con abiti eleganti, le offrirono la colazione e poi la scortarono alla cerimonia.
E fu una gran bella cerimonia, naturalmente, anche perché in una fiaba non s'è mai vista una cerimonia nuziale e pure regale che non sia meno che bellissima e sfarzosa.
E naturalmente la sposa era bellissima. Forse un filino troppo magra per i gusti dell'epoca. Perché a quei tempi funzionava al contrario: i ricchi avevano da mangiare e i poveri pativano la fame. Per questo all'epoca per essere belli bisognava avere ciccia, mentre la magrezza era un difetto antiestetico.
Dopo le nozze ci fu un gran banchetto, Carolina e il Re si sedettero a capotavola e la zia venne fatta accomodare accanto alla sposa.
La zia non perse tempo, si sporse verso la nipote e le disse finalmente quel che si era tenuta dentro per tutto quel tempo: “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, sibilò.
Carolina capì al volo, e rispose sottovoce: “Sì zia, e me ne dispiace moltissimo. Ma guarda, adesso tutti i nostri problemi sono finiti. Guarda quante cose buone ci stanno servendo. La vuoi una coscia di faraona?”
Ma la zia parve non sentirla. Rifiutò la coscia di faraona e continuò a borbottare “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”
“Che dice la zietta?”, domandò il Re, che aveva visto la sua sposina confabulare con la zia e desiderava rendersi amabile.
“Ehm...”, arrossì Carolina, imbarazzata, “Dice che ti ringrazia per averla invitata e che questo banchetto è veramente splendido.”
“Oh, di niente, di niente”, si schermì il Re.
Ma la storia non era ancora finita. “Non devi pensare più a quelle testine d'agnello”, Carolina disse alla zia, “ora non patiremo mai più la fame. Avremo da mangiare sempre, in abbondanza.”
Ma la zia non demordeva: “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, ripeteva guardando tutte quelle pietanze in tavola con occhi carichi di astio e rancore.
“Che dice la zietta?”, domandò il Re, che voleva fare conversazione.
“Ehm... ehm...”, Carolina era sempre più imbarazzata, “Dice che ti ringrazia per i bellissimi vestiti che le hai regalato, e che è molto felice di venire a vivere a palazzo.”
“Di niente, di niente”, rispose il Re versandosi da bere.
“Visto?”, disse Carolina alla zia, “Verrai a vivere qui. Avrai bei vestiti, tanto denaro, la dispensa sempre piena di tutte le pietanze più prelibate e raffinate. Che te ne importa di quelle testine, che tra l'altro facevano anche abbastanza schifo?”
Ma niente, la zia era ossessionata da quel pensiero. “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, rispondeva a ogni osservazione di Carolina.
La quale Carolina alla fine si stufò, e all'ennesimo “Che dice la zietta?” del Re, lei rispose, con asprezza: “Dice che vorrebbe una camicia di pece*, perché è una maledetta ingrata permalosa e tirchia.”
E la zia venne condannata a morte.
Questa storia c'insegna (come scrivevo a scuola, quando mi si chiedeva di commentare poesie, storie e brani letterari) che a furia di aggrapparsi ai dolori passati, corriamo il rischio di non vedere le fortune presenti. E anche di far infuriare gravemente chi ci sta attorno.
C'insegna anche che perfino le principesse più dolci quando perdono la pazienza diventano pericolose.
Comunque pare che le ultime parole della zia, quando venne condotta al rogo, siano state “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”
* Camicia di pece: forma di tortura, mortale, che consisteva nel cospargere una persona di pece e poi darle fuoco (NDR)
Be', un po' di sangue c'è sicuramente, dal momento che almeno gli agnelli una bella fine non l'hanno fatta.
Io sono una di quelle persone che a Pasqua non mangiano né l'agnello né il capretto, perché detesto l'idea di mangiare un cucciolo (e quindi quando posso evito anche il porcellino e il vitello). So che è ipocrita, ma così son fatta. Ecco, immaginarmi queste testoline d'agnello mi suscita sensazioni macabre e fosche.
Però il legame con la Pasqua finisce qui, perché in effetti questa non è una storia pasquale.
È una storia, invece, che parla di gente permalosa, puntigliosa, che non dimentica un minimo torto neppure quando questo viene ripagato centomila volte.
È la storia, anche, di chi proprio non riesce a non pensare alle passate sventure, e vi rimane attaccato con tale tenacia da non vedere le attuali fortune.
Le sette teste d'agnello
una storia che se la lega al dito
C'era una volta una bella fanciulla che chiameremo, per convenzione, Carolina.
Carolina, come vi ho già detto, era molto bella, dal momento che questa è la dote principale che ogni principessa (per esteso, ogni protagonista di fiaba) deve avere. Solo le cattive sono brutte.
Carolina però era molto povera, e siccome era anche orfana, viveva con la zia, che era povera pure lei. Povera e tirchia. Però visto che era povera, penso che il termine “tirchia” sia un tantino fuorviante. Se era povera, giocoforza doveva essere parsimoniosa e avveduta nello spendere le sue magre risorse.
Un giorno la zia riuscì a procurarsi sette testine d'agnello (da mangiare, sì) e, tutta contenta per quel che considerava una vera fortuna, le portò a casa e le consegnò a Carolina.
“Cucinale come sai fare tu”, le disse, “Io esco per una commissione, quando torno ce le mangiamo assieme.”
Carolina le cucinò, ma poi quel delizioso profumino (bleah!) le solleticò le narici, e lei decise di assaggiarne un pezzettino prima che tornasse la zia. Le piacque, così prese un altro assaggio. E poi un altro. E un altro ancora. E alla fine si accorse che si era sbafata tutto e che alla zia aveva lasciato solamente le ossa.
Fu colta dal panico perché pensò, giustamente, che la zia se la sarebbe presa molto a male. E perciò, non volendola affrontare, scappò.
Corse via, nel bosco, lontano dal paese. E corse, corse, corse, e infine giunse a una radura, si sedette in terra a riprendere fiato e per la spossatezza si addormentò.
Il mattino dopo, all'alba, capitò che in quella radura passasse il Re a cavallo. Lui, naturalmente, era lì a caccia. Nelle fiabe i Re o vanno a caccia o vanno in guerra, non hanno molti altri interessi. Questo qui era a caccia.
Non appena vide Carolina, il Re se ne innamorò e decise di farne la sua sposa.
Così, su due piedi. Anzi, su sei, perché dobbiamo aggiungere anche i quattro del cavallo.
I Re delle fiabe, oltre ad avere una spiccata passione per le armi e i passatempo violenti, sono anche impulsivi e quando vengono colti da un desiderio improvviso devono realizzarlo a tutti i costi, e guai a chi osa contraddirli.
Ora, lui che ne sapeva di questa bella addormentata, oltre al fatto che era bella? Nulla. Per quanto ne sapeva, avrebbe anche potuto essere una grandissima ******* (non scrivo la parola perché non mi va di usare del turpiloquio, immaginatevela voi), ma a lui importava solo che fosse bella. E del resto cercate di capirlo, a lui Carolina interessava solo da un certo punto di vista, come dire... “sensuale”, e se pure fosse venuto fuori che aveva un brutto carattere... be', non era nulla che non si potesse risolvere a frustate.
Insomma, com'è, come non è, non appena la vide decise di sposarsela, e la svegliò apposta per comunicarglielo. E già cara grazia che lo fece.
Carolina, naturalmente, non osò rifiutare. E come avrebbe potuto? Far arrabbiare un Re con un rifiuto non è mai una cosa saggia, specialmente se sei solo un poveraccio senza diritti o santi in paradiso. E poi proprio perché era una poveraccia, questa era la sua unica occasione per uscire dalla miseria e avere una vita migliore.
Come vedete, questa non è decisamente una storia d'amore.
Il Re portò Carolina al castello, la fece rivestire con abiti sontuosi e subito organizzò le nozze.
“Ci sarebbe anche mia zia, però”, disse Carolina al Re, “Lei si è sempre presa cura di me, non posso abbandonarla in quella catapecchia.”
“E che problema c'è?”, rispose il Re, “Invitala, così verrà anche lei a vivere al castello.”
Ma sì, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno!
Intanto però la zia era tornata a casa e si era accorta che Carolina si era pappata tutte le sette testine d'agnello. Fuori di sé dalla rabbia, perché su quel lauto (lauto per lei) pasto ci aveva messo il pensiero, si era messa a cercare la nipote per tutta la casa, per darle una sonora strigliata.
“Tutte, se le è mangiate!”, continuava a borbottare, “Tutte!”
E così, quando arrivò la delegazione del Re per invitarla alle nozze e portarla a palazzo, così la trovò: che si torceva le mani, si disperava, piangeva a ripeteva costantemente “Tutte, se le è mangiate! Tutte!”
Nonostante questo, però, fece armi e bagagli e seguì la delegazione. A palazzo la ripulirono, la vestirono con abiti eleganti, le offrirono la colazione e poi la scortarono alla cerimonia.
E fu una gran bella cerimonia, naturalmente, anche perché in una fiaba non s'è mai vista una cerimonia nuziale e pure regale che non sia meno che bellissima e sfarzosa.
E naturalmente la sposa era bellissima. Forse un filino troppo magra per i gusti dell'epoca. Perché a quei tempi funzionava al contrario: i ricchi avevano da mangiare e i poveri pativano la fame. Per questo all'epoca per essere belli bisognava avere ciccia, mentre la magrezza era un difetto antiestetico.
Dopo le nozze ci fu un gran banchetto, Carolina e il Re si sedettero a capotavola e la zia venne fatta accomodare accanto alla sposa.
La zia non perse tempo, si sporse verso la nipote e le disse finalmente quel che si era tenuta dentro per tutto quel tempo: “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, sibilò.
Carolina capì al volo, e rispose sottovoce: “Sì zia, e me ne dispiace moltissimo. Ma guarda, adesso tutti i nostri problemi sono finiti. Guarda quante cose buone ci stanno servendo. La vuoi una coscia di faraona?”
Ma la zia parve non sentirla. Rifiutò la coscia di faraona e continuò a borbottare “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”
“Che dice la zietta?”, domandò il Re, che aveva visto la sua sposina confabulare con la zia e desiderava rendersi amabile.
“Ehm...”, arrossì Carolina, imbarazzata, “Dice che ti ringrazia per averla invitata e che questo banchetto è veramente splendido.”
“Oh, di niente, di niente”, si schermì il Re.
Ma la storia non era ancora finita. “Non devi pensare più a quelle testine d'agnello”, Carolina disse alla zia, “ora non patiremo mai più la fame. Avremo da mangiare sempre, in abbondanza.”
Ma la zia non demordeva: “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, ripeteva guardando tutte quelle pietanze in tavola con occhi carichi di astio e rancore.
“Che dice la zietta?”, domandò il Re, che voleva fare conversazione.
“Ehm... ehm...”, Carolina era sempre più imbarazzata, “Dice che ti ringrazia per i bellissimi vestiti che le hai regalato, e che è molto felice di venire a vivere a palazzo.”
“Di niente, di niente”, rispose il Re versandosi da bere.
“Visto?”, disse Carolina alla zia, “Verrai a vivere qui. Avrai bei vestiti, tanto denaro, la dispensa sempre piena di tutte le pietanze più prelibate e raffinate. Che te ne importa di quelle testine, che tra l'altro facevano anche abbastanza schifo?”
Ma niente, la zia era ossessionata da quel pensiero. “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”, rispondeva a ogni osservazione di Carolina.
La quale Carolina alla fine si stufò, e all'ennesimo “Che dice la zietta?” del Re, lei rispose, con asprezza: “Dice che vorrebbe una camicia di pece*, perché è una maledetta ingrata permalosa e tirchia.”
E la zia venne condannata a morte.
Questa storia c'insegna (come scrivevo a scuola, quando mi si chiedeva di commentare poesie, storie e brani letterari) che a furia di aggrapparsi ai dolori passati, corriamo il rischio di non vedere le fortune presenti. E anche di far infuriare gravemente chi ci sta attorno.
C'insegna anche che perfino le principesse più dolci quando perdono la pazienza diventano pericolose.
Comunque pare che le ultime parole della zia, quando venne condotta al rogo, siano state “Tutte, te le sei mangiate! Tutte!”
* Camicia di pece: forma di tortura, mortale, che consisteva nel cospargere una persona di pece e poi darle fuoco (NDR)
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