venerdì 30 novembre 2012

Sono tutti egoisti... tranne me, ovvio!

Primo episodio: New York, 13 marzo 1964, alle tre del mattino la ventottenne Kitty Genovese sta rincasando dal lavoro (gestisce un bar) quando viene aggredita da uno stupratore e assassino seriale. Viene inseguita, accoltellata ripetutamente, stuprata e uccisa. In trentotto, tra passanti e residenti, assistono all'aggressione o sentono le sue grida d'aiuto. Nessuno fa nulla. Nessuno chiama i soccorsi. Solo dopo mezz'ora dall'inizio dell'aggressione qualcuno chiama la polizia, ma ormai è troppo tardi.

Secondo episodio: Nel giugno del 2008 la quarantanovenne Esmin Green, dopo aver inutilmente atteso per quasi ventiquattr'ore nella sala d'aspetto di un ospedale di Brooklyn, ha un collasso e sviene. Tutti i presenti, incluse due guardie, la ignorano. Solo dopo un'ora che la donna è in terra priva di sensi qualcuno si decide a soccorrerla, ma ormai è troppo tardi.

Terzo episodio: Nel giorno del Memorial Day, del 2011, Raymond Zac di Alameda, California, si avventurò in mare, molto probabilmente con l'intenzione di togliersi la vita. Sul luogo accorsero la Polizia e i Vigili del Fuoco, oltre ad almeno una dozzina di passanti. Nessuno intervenne,  anche se era evidente che il ragazzo stava andando in ipotermia. La Polizia disse che si aspettava fossero i Vigili del Fuoco a intervenire, questi sostennero di non avere le autorizzazioni necessarie a entrare in acqua. Degli altri presenti, ognuno affermò di essere convinto che sarebbe stato qualcun altro a fare qualcosa. Quando alla fine qualcuno si tuffò e riportò Raymond a riva, ormai era troppo tardi.

Quarto episodio: Nell'ottobre del 2011 a Foshan, in Cina, una bimba di due anni, Wang Yue, venne investita da due automezzi consecutivi. Rimase in terra sanguinante per diversi minuti e ben diciotto persone, come documentato dalle telecamere a circuito chiuso, le passarono accanto senza intervenire, addirittura scavalcando il suo corpicino sanguinante e fingendo di non vederla. Alla fine venne soccorsa da una netturbina, ma ormai era troppo tardi: la bimba morì otto giorni dopo per le ferite riportate.


Perché cose del genere accadono? Perché in simili situazioni la gente resta a guardare invece di intervenire? “Perché sono tutti stronzi ed egoisti” è una risposta un po' semplicistica. Anche perché quando la pensiamo intendiamo naturalmente che stronzi ed egoisti sono gli altri, non noi. Se ci fossimo stati noi, in tali frangenti, certamente saremmo intervenuti. Sicuri? Sicuri al 100%?
In realtà questo fenomeno ha un nome, e si chiama “effetto passante”, o “complesso del cattivo samaritano”, o ancora “sindrome Genovese”, perché è stato proprio il primo caso narrato a dare il via agli studi su questo tipo di comportamento, che è molto diffuso e naturale, tutt'altro che un evento raro. E il risultato è sconcertante: più gente c'è ad assistere a una situazione di emergenza, in cui c'è bisogno di aiuto, e meno probabilità ci sono che qualcuno intervenga (per contro, meno gente c'è più è facile che qualcuno arrivi in soccorso). Anche solo per fare una telefonata. Perché ognuno si aspetta che sia qualcun altro a farla.
Per intervenire in una situazione di emergenza, per prima cosa dobbiamo riconoscerla come tale. Per esempio, capire che quella a cui stiamo assistendo è un'aggressione vera e propria e non un litigio un po' chiassoso tra due fidanzatini. Per capire se si tratta davvero di un'emergenza ci rivolgiamo agli altri. Osserviamo il comportamento degli astanti e vediamo che fanno loro. Se nessuno prende l'iniziativa, il pensiero prevalente è che in fondo non stia succedendo nulla di grave. Il punto è che ognuno, non solo noi, si guarda intorno per vedere che fanno gli altri e agire di conseguenza. “Gli altri che fanno? Nulla. E allora non faccio nulla neanch'io. Se fosse urgente”, pensa il passante, “qualcuno farebbe qualcosa, no?”
E quando tutti pensano così, finisce che nessuno fa più nulla.
O ancora: “Ma tra tanta gente che c'è proprio io devo intervenire? Lo farà sicuramente qualcun altro!”
E quando tutti pensano così... idem come sopra.
In questo modo nessuno si sente veramente responsabile, perché la responsabilità viene “spalmata” fra tutti i presenti, e la colpa per il mancato intervento viene attribuita sicuramente agli altri.
Il nostro meccanismo di autostima fa sì che per ognuno di noi ci sia un'enorme differenza tra "me" e tutti gli altri. Avete mai visto quelle frasi che girano su facebook? Quelle un po' misantrope che affermano quanto le persone siano inaffidabili, gli innamorati traditori, la gente menefreghista, gli amici opportunisti e in sostanza gli esseri umani una gran delusione? Chi li posta ovviamente si riferisce agli altri, non a se stesso. Se dico "La gente è egoista" non intendo dire che lo sono anch'io, ma solo che lo sono tutti quelli che incontro. Se dico che i fidanzati sono traditori, infidi e crudeli, intendo implicitamente che la colpa del fallimento delle mie storie d'amore sia loro e solamente loro, mai mia. Semmai la mia colpa può essere stata "d'essere troppo buona", quindi una non-colpa in realtà.
Non è così?
Dei trentotto che assistettero all'aggressione a Kitty Genovese senza intervenire, sicuramente ognuno avrà pensato che la colpa fosse degli altri trentasette.
"Ma guarda che menefreghisti", avrà pensato ciascuno di loro, "Che gli costava fare una telefonata?"
"E a te che costava?", gli si potrebbe dire.
Inoltre quando molta gente è presente, si teme sempre di non essere all'altezza della situazione. Di intervenire con un aiuto intempestivo o non richiesto. Di far più danno che bene a intervenire ("È inutile chiamare l'ambulanza in cinquanta", pensa il passante, "basta che lo faccia uno. E sicuramente qualcuno l'ha già fatto!"), o addirittura di fare una brutta figura in caso di intervento sbagliato.
E poi c'è anche la paura di rimanere coinvolti. Quando si è da soli, o si è in pochi, rimanere coinvolti è inevitabile. Ma quando si è in tanti, perché lasciarci coinvolgere quando questo compito se lo può benissimo assumere qualcun altro? Perché dovremmo farlo proprio noi, che magari abbiamo già i problemi nostri?
Ancora, la situazione anomala potrebbe stupirci al punto da "bloccare" la nostra capacità d'azione, impedendoci di prendere una decisione. Ci coglie di sorpresa, insomma, e noi non sappiamo più cosa è giusto fare.
Invece è più probabile che si intervenga se quelli che ci circondano sono amici e non sconosciuti, oppure se conosciamo la vittima o perlomeno la riconosciamo come appartenente alla nostra cerchia (esempio banale: tifa per la nostra stessa squadra di calcio).
È una cosa che può capitare a chiunque, anche a chi proprio non se l'aspettava da se stesso.
Per questo dico: siamo proprio sicuri che a noi non potrebbe mai capitare?
Una curiosità: i cosiddetti “macho” sono quelli che in questi casi intervengono di meno, perché sono quelli che più di tutti temono una brutta figura in caso di intervento sbagliato o inappropriato. Insomma, un solo Superman salva il mondo, con una folla di Supermen la povera Lois Lane è spacciata!

martedì 27 novembre 2012

Cenerentola al Sud: una storia "scialla"

Illustrazione di Kay Nielsen
Come vi ho detto tante volte, di Cenerentole ce ne sono parecchie, non una sola. Per tradizione, noi italiani siamo più legati alla versione dei Grimm (o viceversa, perché potrebbe benissimo essere che siano stati i Grimm a ispirarsi alla nostra tradizione e non il contrario) che a quella di Perrault sulla quale è basato il film di Walt Disney. Questa versione che sto per raccontarvi l'ho trovata nelle raccolte di Italo Calvino ed è siciliana. Una Cenerentola veramente insolita.
Ora, cos'è che fa di un personaggio una Cenerentola? Cosa ci fa dire che la sua storia è “cenerentolosa”, per così dire? La scarpetta? Ma quella mica c'è sempre (nell'opera di Rossini, per esempio, al suo posto c'è un bracciale di diamanti). Le sorellastre cattive? Le umiliazioni subite in casa? La matrigna? La fata amica (che però nei Grimm non compare)? Il principe? Il ballo? Cosa? Cosa non può assolutamente mancare? Qual è quella cosa speciale la cui assenza le farebbe perdere tutta la sua “cenerentolitudine”?
In questa versione siciliana la nostra eroina (che si chiamerebbe Ninetta, ma io preferisco chiamarla Cenerentola altrimenti rischiamo di dimenticarci che è proprio lei) non ha quasi nessuna delle classiche caratteristiche da Cenerentola. Non ci sono le sorellastre cattive, non c'è la matrigna tartassatrice, non c'è la scarpetta e non ci sono neppure le umiliazioni subite. Ecco, è una Cenerentola che non solo non subisce nulla, ma è addirittura la più viziata tra le sorelle (che non sono sorellastre). E non è stucchevolmente buona, anzi, oserei dire che questa è una Cenerentola decisamente scazzata, se mi passate il termine. Una che se le chiedi “Come stai?” è facile che ti risponda “Che te ne frega?”
Eppure è proprio lei, non ci sono dubbi.
PS: non dico che non sia una Cenerentola adatta a un pubblico infantile, ma forse prima di leggerla a un eventuale bambino è meglio se la leggete voi e tagliate dove ritenete di dover tagliare, perché ho usato un linguaggio un po'... ehm... colorito, ecco...

PS: io quando l'ho scritta e riletta, me la sono immaginata recitata dalla voce di Teresa Mannino. Poi fate un po' voi...


Cenerentola al sud: una storia “scialla”


C'era una volta un ricco mercante vedovo che aveva tre figlie, una più bella dell'altra. Ma la più bella di tutte era senza dubbio la più piccola, Cenerentola.
Un giorno il mercante tornò a casa preoccupato.
“Ho in ballo una cosa grossa e devo fare un viaggio d'affari”, disse alle figlie, “ma non me la sento di lasciarvi qui da sole. E se poi viene qui qualcuno e vi rapisce? O, ancor peggio, vi deflora?”
“Ma che problema c'è?”, dissero le figlie, “Lasciaci tante provviste e facci barricare in casa, così non può entrare nessuno. E se proprio ci serve qualcosa, lasciaci una sola finestrella aperta così possiamo ordinare le commissioni al garzone del droghiere e calare il panierino.”
“Buona idea!”, disse il mercante. E così fece.
Prima di partire chiese alle figlie se volessero un regalo particolare dalla terra dove andava.
“Io voglio un vestito color del cielo”, disse una.
“Io ne voglio uno color dei diamanti”, disse la seconda.
“Io voglio una pianta di datteri in un vaso d'argento”, disse Cenerentola, “e se te la scordi devono capitarti tanti guai che non ti facciano più tornare a casa finché non me la prendi.”
“O', Cene, ti sei ammattita?”, la sgridò la sorella maggiore, “Si dicono queste cose a papà, che poi magari veramente gli mandi contro qualcosa di brutto?”
Ma Cenerentola fece un broncio così grazioso che suo papà s'intenerì. “Ma no, ma no”, disse, “Cenerentola nostra è la piccolina di papà e non bisogna sgridarla. È vero?”
“Gni”, rispose la ragazza sbattendo le ciglia. Perché era un po' viziata, ammettiamolo. E anche un po' stronza, ammettiamo pure questo.
E il mercante partì, comprò i vestiti ma si scordò della pianta di datteri. E quando s'imbarcò per tornare scoppiò una tempesta terrificante che minacciò di fare a pezzi la nave su cui stava. Allora si ricordò degli accidenti di Cenerentola, tornò indietro, prese quella cavolo di pianta a si imbarcò di nuovo. E stavolta ci riuscì.
Intanto le tre sorelle erano rimaste a casa a contarsela su, a giocare a palla, a spettegolare e a fare le altre cose che facevano le figlie dei ricchi mercanti in un'epoca in cui non esistevano automobili, telefoni, TV [nella scatola del mondo io e tu, per cui la quale, cicale cicale cicale... NDR] e neppure corrente elettrica.
Un giorno alla sorella maggiore cadde un ditale nel pozzo (perché loro avevano un pozzo in cortile).
“Io sono la più leggera”, disse Cenerentola, “calatemi giù che lo riprendo.”
Cenerentola si calò in fondo al pozzo, prese il ditale che galleggiava sul pelo dell'acqua, ma mentre risaliva si accorse, a metà strada, che dai mattoni trapelava una luce. Tolse qualche mattone e vide che il pozzo affacciava su un giardino meraviglioso, che guarda caso era il giardino del Re. Ora, io non so come fosse fatto quel pozzo per affacciarsi su un giardino. Forse la casa del mercante era in cima a un promontorio che dava sul giardino reale. Forse era un passaggio magico. Fatto sta che così era, anche se è curioso.
Comunque, lei vide questo giardino meraviglioso e ci andò dentro a cogliere fiori e frutti, e quando risalì dal pozzo oltre al ditale aveva il grembiule carico di ciliegie e gelsomini.
“E tutta questa roba dove l'hai trovata?”, domandarono le sorelle furbe. Furbissime. Cioè, che mi significa “dove l'hai trovata?”. Era appena uscita dal pozzo, l'avrà trovata da qualche parte nel pozzo, no?
Forse per questo Cenerentola fece spallucce e rispose amabilmente: “Che ve ne frega? Sono fatti miei, mangiate le ciliegie e non mi scassate i cabasisi con le vostre domande idiote!”
Le cronache non riportano che abbia detto così, ma io sono certa di sì.
Cenerentola pensava che nessuno si sarebbe accorto del suo furto, ma si sbagliava perché se ne accorse il Giardiniere di Corte, il quale andò dritto filato a raccontarlo al Reuzzo. Nelle fiabe dell'Italia del Sud il Principe Azzurro non si chiama Principe ma Reuzzo, o Reuccio, vale a dire Piccolo Re, o il piccolo del Re. Come ci sono il leone e il leoncino, il lupo e il lupetto e il gatto e il gattino, così ci sono il re e il reuzzo. Insomma, il nostro Reuzzo è il figlio del Re.
Capito?
Okay, allora il Reuzzo il giorno dopo alla stessa ora si appostò per vedere chi gli fregava fiori e frutta.
E a quella stessa ora Cenerentola si fece calare di nuovo nel pozzo.
“Ma che devi fare ancora laggiù?”, domandarono le sorelle.
“Miii, quante domande!”, rispose Cenerentola con la dolcezza che le era propria, “Non mi rompete la minchia e calatemi giù, che poi vedrete.”
E di nuovo Cenerentola scostò i mattoni e si mise a zompettare nei Giardini Reali come un fringuello ladro, ma poi si accorse che il Reuzzo l'aveva vista e le stava correndo incontro. Allora scappò rapida come una lepre, si infilò nel buco, lo richiuse e si fece tirar su dalle sorelle col suo bottino.
E il Reuzzo rimase con un palmo di naso. E col cuore trafitto, perché Cenerentola era così bella che lui se n'era già innamorato. Perciò tornò al castello e si mise a letto con la febbre alta, perché era malato d'amore. Il Re e la Regina chiamarono tutti i medici di corte al suo capezzale, ma nessuno capì cos'avesse. Solo il più saggio tra di loro diede la sua diagnosi: “Secondo me il Reuzzo s'è innamorato. I sintomi mi sembrano quelli.”
Il Re domandò al figlio se fosse vero e lui rispose di sì, e poi raccontò la storia della bella ragazza scomparsa in un buco del muro del giardino.
Allora il Re decise di organizzare un gran ballo, in tre serate consecutive, e invitarci tutte le fanciulle del regno, così forse si sarebbe ritrovata la misteriosa ragazza.
Intanto il mercante era tornato, e aveva dato alle figlie i loro regali. Le prime due già si erano messe ad aggiustare i vestiti e non vedevano l'ora che ci fosse un gran ballo per poterseli mettere.
Cenerentola invece prese il suo dattero e se ne andò sul suo balcone a curarlo e accudirlo.
Quando venne l'invito per il ballo, naturalmente tutti furono su di giri. Le sorelle non stavano più nella pelle.
“Vedrai quanto ci divertiremo, Cene”, dicevano, “Sarà uno sballo. Un ballo da sballo! Ah, ah”, e giù a ridere contente.
“Mah”, fece Cenerentola dubbiosa, “Io non lo so mica se ci vengo.”
“Come non ci vieni???”, annasparono le sorelle, “Ma stai male? Sarà l'evento dell'anno. Ci pensi? Un mucchio di gente, un mucchio di roba buona, un mucchio di bei ragazzi.”
“Uff!”, sbuffò Cenerentola, “Ma io non c'ho voglia!”
“Cenerentola”, s'intromise il padre, “Guarda, che qui non è questione di averne voglia. Il Re ha ordinato -ordinato, capisci?- che ci vadano TUTTE le ragazze in età da marito. E tu a quel ballo ci devi venire, sennò son guai.”
“Ma scusa, che vuoi che ne sappia il Re quante figlie c'hai tu? Digli che ne hai due e morta lì.”
“Cenere', tu mi metti nei guai.”
“Eddai! Eddai Eddai!”, gli fecero eco le sorelle, supplici.
“Ho detto di no. E poi devo badare al mio dattero. Non ho tempo per le stupide feste”, tagliò corto Cenerentola.
Il padre e le sorelle sospirarono e andarono al ballo.
Ma non appena se ne furono andati, la ragazza corse alla pianta di datteri e pronunciò questa formula magica:
Pianta, piantina bella,
Fammi risplendere come una stella.
Okay, non è questa la formula vera. Ma il concetto è questo.
Comunque la pianta si aprì e ne uscirono fuori innumerevoli fate che cominciarono a pettinarla, truccarla, addobbarla, finché non fu tutta coperta d'oro con un abito da sera sfolgorante, bella come non mai.
Allora Cenerentola andò alle scuderie, prese carrozza e cavalli e andò al ballo.
Capito? Voleva andarci da sola, non con i suoi. Furbastra.
Non appena arrivò, tutti la notarono per la sua bellezza.
“Oh, ma quella non somiglia a Cenerentola nostra?”, disse una delle sorelle.
“Per somigliare, somiglia”, rispose l'altra, “Ma Cenerentola ha detto che restava a casa. E poi nessuna di noi ce l'ha un vestito così.”
La riconobbe anche il Reuzzo, che corse da lei e le disse che finalmente l'aveva ritrovata, e poi i due ragazzi danzarono insieme tutta la notte.
Non parlarono molto, perché Cenerentola era piuttosto evasiva e sgarbata  col Reuzzo.
“Come vi chiamate?”, le domandò lui.
“Col mio nome”, rispose lei.
“Dove vivete?”, domandò lui.
“A casa mia”, rispose lei.
“Voi mi fate morire!”, esclamò lui.
“Prego, fate pure!”, sbuffò lei, “Sarebbe un rompipalle in meno”, aggiunse tra sé.
Quando si fu stufata di ballare, Cenerentola prese e se ne andò.
Mi ricordo che quando ero piccola una volta scrissi così in un componimento scolastico. Il mio personaggio “prese e se ne andò”. E la maestra me lo segnò con la penna rossa perché era un'espressione “eccessivamente gergale”. Ma ora sono grande e sono finalmente libera di scriverlo! Ah!
Ma continuiamo con la storia.
Cenerentola prese e se ne andò, senza aver detto né chi era né dove abitasse. Perciò il Re chiamò alcune delle sue guardie a cavallo e ordinò loro di seguire la sua carrozza, per scoprire dove stava di casa.
Ma la ragazza, scaltra, prese una manciata di monete d'oro (rubate al babbo, presumibilmente) e le gettò per terra, così le guardie si fermarono a raccoglierle e la persero di vista. E quando tornarono a Palazzo il Re fece loro una lavata di capo coi fiocchi.
Non appena giunse a casa, Cenerentola corse dal dattero e gli disse:
Piantina, bella piantina,
Fammi tornare com'ero prima.
Le fate uscirono, la struccarono, la spogliarono e insomma, la fecero tornare la Cenerentola di tutti i giorni.
Poco dopo rincasarono anche il papà e le due sorelle.
“Che ti sei persa, Cene!”, disse la maggiore, “È stato uno spasso senza precedenti. E poi c'era una gran dama tutta vestita d'oro che ti somigliava un casino. Il Reuzzo non ha fatto che sbavarle dietro tutta la notte. Troppo bello!”
“Vi siete divertite?”, sbadigliò Cenerentola, “Sono contenta per voi.”
“Domani ci vieni anche tu, vero?”, disse l'altra sorella, “Devi troppo vedere quella lì!”
“Bah, vedremo!”, rispose Cenerentola.
Ma l'indomani tirò fuori di nuovo un mucchio di scuse. E non le interessava andarci, e forse le faceva un po' male la testa. E ballare non le piaceva. E la sua pianta aveva bisogno di cure. E alla fine gli altri tre se ne andarono via mestamente, e il papà si preoccupò perché pensava che la figlia fosse un po' troppo fissata con quella stupida pianta.
Ma come la sera prima, non appena fu sola Cenerentola corse a farsi agghindare dalla pianta fatata, e poi scappò al ballo, e di nuovo suscitò scalpore con la sua bellezza e la sua eleganza.
E le sorelle più la guardavano e più avevano la sensazione che fosse proprio Cenerentola, non solo una che le assomigliava.
Di nuovo danzò col Reuzzo, e di nuovo fu assai amabile con lui.
Disse le stesse cose, non sto qui a ripeterle. Le fiabe sono così, ogni cosa va ripetuta per tre volte prima di avere effetto.
Tre è un numero magico, come dice il jingle della compagnia telefonica.
Siccome stavolta le guardie erano state ben strigliate dal Re, sapevano che non dovevano fermarsi a raccogliere le monete mentre inseguivano la misteriosa fanciulla in carrozza.
Ma quella era più furba che mai, e stavolta le monete non le lanciò per terra ma le buttò direttamente in faccia a poveruomini che furono così costretti a fermarsi, perdendola di vista e facendo arrabbiare tanto, ma tanto, il Re.
Quando tornarono, le sorelle erano su di giri.
“Tu sei sicura di non essere venuta al ballo, vero?”, le dissero.
“Io? Al ballo? Mi prendete per il culo? Io non mi sono mossa di qui!”
“Eppure guarda, che quella lì era identica a te, sputata. Uguale-uguale!”
Cenerentola fece spallucce, “Bah! Se lo dite voi!”
“Comunque tu domani vieni! Eddai, è l'ultima sera!”
“Miii, come siete noiose! Non ho voglia di ballare. Voglio starmene a casetta mia con la mia pianta, va bene? È vietato? Non mi pare.”
E così per la terza sera papà e le sorelle furono costretti ad andare al ballo senza la loro Cenerentola, e papà decise che l'indomani stesso avrebbe portato la figliola a far vedere da uno bravo, perché non gli pareva normale che una ragazza bella e in salute come lei preferisse la compagnia di una stupida pianta a un ballo pieno di musica e risate coi suoi coetanei.
E comunque quell'accidente di dattero sarebbe finito in pattumiera!
Come le altre sere, Cenerentola corse a cambiarsi e andò al ballo, di nuovo danzò col Reuzzo e di nuovo non gli diede soddisfazione, e il Reuzzo era così malato d'amore che stava per mettersi a piangere. Solo che proprio mentre ballavano il Re, che aveva visto tutto, aveva pensato bene di non correre il rischio di farla scappare e perderla per sempre. Così le mandò le sue guardie, che le dissero, anzi, le ordinarono di presentarsi al cospetto di Sua Maestà.
“Signorina”, le disse il Re quando se la trovò davanti, “A che gioco state giocando? Volete avere la bontà di dirmelo?”
“Io? Io non sto giocando a niente”, rispose Cenerentola a testa alta.
“Non cercate di fare la furba con me”, si spazientì il Re, “Io ho questo figliolo che è malato d'amore per voi, e voi non fate altro che tenerlo in sospeso, dargli corda e poi scappare. Ora io da voi voglio sapere solo una cosa. Ve lo volete sposare, sì o no?”
“Io, per me, me lo sposerei pure”, rifletté Cenerentola, “Però non posso mica decidere da sola. Ho anche un padre e due sorelle a cui dar conto.”
“E dove sono questo padre e queste sorelle? Su, interroghiamo pure loro e facciamola finita.”
Siccome risultò che erano alla festa pure loro, il Re li convocò subito.
E all'inizio il mercante si preoccupò moltissimo, perché “Quando il Re ti chiama, sono guai”*. Ma poi capì cos'era successo e tirò un sospiro di sollievo. Lui e le altre sue figlie furono felicissimi di sapere che Cenerentola avrebbe sposato il Reuzzo e le diedero la loro benedizione.
E così ci fu gran festa e tutti vissero felici e contenti.

FINE

*Antico proverbio siciliano

Conclusione
Ecco, ora a me pare di aver capito in cosa consiste la Cenerentolitudine. È il mistero di lei. Il suo nucleo è quello. Cenerentola e il principe s'incontrano, s'innamorano, ma lei non si rivela. Non gli fa capire subito chi è. Lo tiene sulla corda fino all'ultimo. E lui deve affannarsi parecchio per scoprire il suo segreto e conquistarla. La parte fondamentale della storia è il Principe che perde la testa per Cenerentola, cerca di scoprire di chi si tratti, ma lei si nasconde, scappa e si nega. E solo quando pensa di conoscerlo tanto da potersi fidare di lui, solo allora si fa infilare la scarpina, o il bracciale, o l'anello, o...

C'era una volta...

Leggendo tante fiabe capita di trovare dettagli bizzarri e ricorrenti.
Per esempio, avete mai notato che tante fiabe cominciano con un re e una regina che vogliono un figlio ma non riescono ad averlo?
A me è il venuto il sospetto che questo avvenga perché non lo sanno, come si fanno i bambini.
Vi sembra stupido?
Mica tanto.
Se calcolate che perfino adesso, nel moderno 2012, possono capitare fatti simili.
Era di quest'anno, se non erro, la notizia di quella coppia di giovani tedeschi che si era recata al consultorio perché non riusciva a procreare.
Ed è venuto fuori che i due, essendo nati e cresciuti in ambienti particolarmente chiusi e sessuofobi, non avevano la minima idea di quel che andava fatto per fare un bambino.
E a trent'anni e passa aspettavano ancora la cicogna.
Inquietante, a pensarci, vero?...

Ricerche inquietanti

Cari lettori, io vi voglio tanto bene, ma voi dovete ammettere che certe volte siete ben strani.
Stranissimi.
Venite da me a cercare certe cose che... ecco qui, per esempio.
Oggi qualcuno è venuto qui perché cercava info sulla buccia di limone usata come anticoncezionale.
No, ma vi rendete conto?
La buccia di limone non è e non è mai stata anticoncezionale. Semmai in epoche passate (tipo, nel Settecento, pare lo facesse il celebre Giacomo Casanova) veniva talvolta usata come preservativo. Sì, insomma, come condom. Sì, ma questo non vuol dire che gli antichi prendevano mezzo limone, seppur svuotato della polpa, e se lo infilavano sul pisello, e se provate a farlo siete scemi!!! C'era un sistema per ricavare una sottile guaina utilizzabile, più o meno. Sistema che voi certo non conoscete, perciò lasciate perdere.
Se poi pensate che la buccia del limone sia una specie di metodo ecologico per sostituire la pillola anticoncezionale, allora siete messi male.
Certi metodi fantasiosi lasciamoli agli antichi. Adesso siamo nel XXI secolo, esiste la tecnologia, serve apposta per semplificarci la vita. Usiamola.
Che poi m'immagino la scena. M'immagino un lui e lei molto giovani che si trovano di fronte al dilemma di come fare a farlo senza far altri fatti.
"Cioè, che facciamo? Ti metti il guanto?"
"No, ma come faccio? Dove lo piglio? Mi vergogno! E poi il farmacista mi conosce, capace che lo dice ai miei. Vacci tu."
"Io??? Ma che sei scemo? Non lo sai che poi il farma gioca a carte col mio pa'? No, no. E poi quella cosa lì se la usi vai all'inferno, lo sanno tutti."
"È vero. Magari esiste un sistema naturale ed ecologico. Ah, sì, mi pare che se dopo ti fai il bidè col succo di limone o con la coca-cola, o tutt'e due, non resti incinta."
"Ma che succo di limone e succo di limone! Sei ignorante? La mia cugi che sa tutto m'ha detto che c'era un famoso tronista del passato che usava la buccia di limone. Non mi ricordo però se si doveva mangiare o si doveva infilare da qualche parte."
"Controlliamo su internet."
...
Ecco, una cosa così.
No, ragazzi, non va.
Come vi dicevo, la tecnologia serve per semplificarci la vita e impedirci di ficcarci in un sacco di guai. Il preservativo, o condom, è frutto di tale tecnologia. Li vendono dappertutto, anche al supermercato, anche negli anonimi distributori automatici. Usarli è meglio. E se qualcuno vi dice che usarli è peccato, non credetegli: la sua è tutta invidia ;-)

domenica 25 novembre 2012

No alla violenza contro le donne!

Oggi, 25 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Non posso non parlarne.
Ma COME posso parlarne?
È un argomento fragile, delicato. Un argomento che fa male a molta gente.
Soprattutto alle donne.
Ma mica solo a loro.
Un argomento di cui tutti parlano, anche quelli che non possono capirne nulla.
Un argomento sensibile, perché tocca il profondo.
Dunque che posso mai dire io?
La mia opinione, null'altro.
Allora, comincio dicendo che la violenza sulle donne non è solo lo stupro, o l'assassinio, o le botte. Quelle ci sono, ma arrivano dopo una catena di sopraffazioni. Come la margherita sulla pianta. Non spunta subito il fiore, cioè l'atto di violenza estremo. Prima c'è il seme che germina, poi la pianta che nasce, mette fuori le foglie, e il fiore arriva soltanto dopo, e neanche sempre.
Però non è che se il fiore non spunta vuol dire che la violenza non c'è.
Non vuol dire che se una non ha i lividi o le ossa rotte, allora non ha subìto violenza.
Per me violenza sulle donne è quando ti aspetti certe cose, per esempio.
Quando torni a casa e chiedi cosa c'è per cena, dando per scontato che debba essere la tua donna/mamma/sorella a occuparsene.
Quando pensi che amare le donne significhi avere tante fidanzate.
Quando credi che la tua ragazza sia “roba tua”, e guai se lei manifesta idee con le quali tu non sei d'accordo.
Quando pensi che la violenza sulle donne sia una cosa che non ti riguardi.
Quando ti piace una e lei ti dice di no, e tu dai di matto perché come si permette brutta troia?
Quando credi che sotto sotto i suoi interessi valgano meno dei tuoi. Dai, tanto sono solo cavolate da donne, no?
Quando pensi che la mamma tua sia santa e vergine e tutte le altre non sono neanche degne di allacciarle le scarpe.
Quando ti dici che “l'uomo è cacciatore” per giustificare il fatto che le menti/le sei infedele/le conti un sacco di balle...
...però se lei si azzarda a fare come te allora è una gran troia.
Quando dici che non sei capace di fare i mestieri di casa, perché sai che tanto ci penserà lei. E poi è cosa da femmine, no?
Quando ti sembra giusto che una donna si sacrifichi per amore. Lei potrà anche farlo. Le donne spesso lo fanno. Ma questo non vuol dire che sia giusto.
Quando ritieni che le donne siano come dolcetti in pasticceria: tutte lì a tua disposizione, e se non sono d'accordo è perché sono stronze oppure omosessuali.
Quando sei convinto che amore voglia dire gelosia.
Quando le dici “Ma sta' zitta, che vuoi capirne tu? Non è mica roba da donne!”
Quando sei certo di sapere esattamente quel che lei è, pensa e fa. E in realtà non lo sai.
Quando la metti su un piedistallo, e pensi di doverla proteggere dai mali del mondo. Ma chi ti credi d'essere per farlo? E se lei poi non è, o non vuole essere, all'altezza delle tue aspettative? Che fai?
Quando credi di essere più importante, più degno, e comunque migliore solo perché tu sei maschio e “lei no”.
Quando dici “Ma le donne hanno il cervello più piccolo! È scientifico che sono meno intelligenti!”.
Quando dici “Io la tratto come una Regina!”. Intendendo dire che le compri di tutto, esaudisci i suoi desideri, la tieni al riparo dalle brutte notizie come se fosse... fragile.
Quando non la consideri una creatura al tuo stesso livello, nel bene o nel male. Nella forza o nella fragilità.
Quando... ce ne sono tante, troppe... ma ormai avete capito, no?

Pelle d'Asino: una storia torbida

Illustrazione di Harry Clarke
Eccoci di ritorno con un'altra fiaba, stavolta di Charles Perrault. Come vi avevo già spiegato, questo non vuol dire che la fiaba l'ha scritta Perrault, ma solo che lui l'ha raccolta dalla tradizione orale e riscritta. Io invece la ri-racconto a modo mio.
Se la Bella Addormentata nel Bosco parlava di cannibalismo, Pelle d'Asino, come vedremo, affronta la scottante tematica dell'incesto. Le fiabe vere sono roba forte, non cartoni animati e musical.
Vedremo anche che Pelle d'Asino, alla fin fine, non è altro che una delle mille varianti di Cenerentola.


Pelle d'Asino

C'era una volta un Re che poteva ben dirsi felice, perché aveva tutto quel che un re possa desiderare. Un reame ricco, pieno di sudditi leali che gli volevano bene, un castello magnifico colmo d'ogni ricchezza, e soprattutto una moglie bellissima e intelligente che lo amava e che lui a sua volta amava molto. Il loro era un vero matrimonio d'amore, non di ragion di stato, e quel matrimonio era stato benedetto dall'arrivo di una figlia bellissima, intelligente e studiosa che non si potrebbe desiderare di meglio. E infatti il Re e la Regina erano così contenti di lei, che non sentivano la mancanza di un erede maschio.
Come se non bastasse, nelle scuderie reali c'era un'asina bella come non si può dire che anziché normale cacca produceva quotidianamente secchiate di monete d'oro.
Ma siccome la jella non guarda in faccia nessuno e colpisce tanto i re quanto i poveracci, un brutto giorno la scalogna si abbatté sul Re e fece ammalare gravemente la Regina. I migliori medici del mondo non riuscirono a salvarla e la poverina morì.
Mentre stava spirando il Re le teneva la mano, e piangeva sconsolato.
“Non piangere, amor mio”, gli disse la Regina, “piuttosto devi farmi una promessa. Quando non ci sarò più tu ti devi risposare.”
“No, no”, il Re scoppiò in lacrime, “Non chiedermi tanto. Io dopo di te non vorrò mai più un'altra donna.”
“E invece ti devi risposare, che tu lo voglia oppure no”, mormorò la santa donna con quel po' di fiato che le rimaneva, “Perché hai delle responsabilità, e hai il dovere di dare al tuo regno un erede maschio. Solo promettimi che non sceglierai come seconda sposa una che non sia alla mia altezza come bellezza e come intelligenza. Promettimelo e io morrò in pace.”
Il Re promise e la Regina spirò.
Poi il Monarca si avvolse nel suo dolore e tanto era inconsolabile che trascurò completamente gli affari di stato. Non se ne scordarono però i suoi ministri, i quali un bel giorno andarono da lui a dirgli che sì, doveva proprio scegliersi un'altra moglie, un po' per consolarsi e un po' perché senza un erede maschio erano bei casini. Insomma, la Principessa si sarebbe sposata e se ne sarebbe andata via, e il Reame sarebbe rimasto senza eredi e in balìa di tutti gli stati confinanti. Ci sarebbero state guerre, sofferenze, calamità. E tutto per colpa sua. Alla fine il Re si convinse, ma avvertì i ministri della promessa fatta alla Regina in punto di morte.
I ministri sospettarono che la Regina gliel'avesse estorta per impedirgli di risposarsi, dal momento che era ben difficile trovare qualcuna che fosse bella e intelligente quanto lei, ma ebbero il buonsenso di non dirlo. E poi comunque ormai aveva promesso, e siccome parola di Re è parola di Re (non so se ve l'ho già detto, ma ciò vuol dire che nelle fiabe i governanti non possono mai, e per nessun motivo, venir meno alla parola data. E anche da questo si capisce che sono fiabe), il nostro Sovrano si mise a guardare tutti i ritratti delle principesse in età da marito per sceglierne una adatta. Non so come andasse, immagino avessero una sorta di catalogo illustrato delle pulzelle impalmabili. A ogni modo il Re non trovò nulla che fosse all'altezza della defunta Regina e cominciò a deprimersi veramente tanto, finché, un brutto giorno, l'occhio gli cadde sulla Principessa sua figlia, la quale era appunto in età da marito. In quel fatale istante il Re si accorse che la Principessa era praticamente identica alla madre, anzi, se possibile era ancora più bella e più intelligente. E un po' il dolore per il lutto, un po' la stanchezza per la ricerca infruttuosa, un po' il fatto che era ormai in astinenza da parecchio tempo e l'ormone esigeva la sua parte, un po' vai a sapere cosa, ma al Re andò in tilt il cervello e si mise in testa d'essersi innamorato di sua figlia.
Perciò la fece chiamare e le comunicò che di lì a breve si sarebbero sposati.
Non vi dico come la prese male la Principessa! Ovviamente rifiutò, cercò di farlo rinsavire, ma il padre era ormai del tutto ammattito e non volle sentire ragioni. Arrivò addirittura a pagare un mago corrotto affinché convincesse la Principessa che sposare il proprio padre fosse cosa buona e giusta.
La Principessa non si lasciò convincere e invece si ritirò nelle sue stanze per lamentarsi e chiedere aiuto alla sua Madrina, la Fata dei Lillà.
Perché una principessa non può avere per madrina una povera crista qualsiasi, no: o una fata (generalmente rimbambita) o niente.
“È un brutto guaio”, disse la Fata, “Ma tu forse puoi cavartela chiedendo come dono di nozze un regalo impossibile.”
Così, seguendo le istruzioni della Fata, la Principessa andò dal Re e gli disse: “Papà, ho deciso: ti sposerò solo quando riuscirai a procurarmi un vestito color del tempo.”
Color del tempo, avevano pensato le due donne, e quando mai lo trova?
E invece il Re lo trovò. O meglio, mise sotto torchio le sartorie reali e queste sfornarono per la Principessa un abito da sera d'un celeste più celeste del cielo, e attraversato da una delicata trama di nuvole d'oro. Insomma, uno splendore.
“Fata, abbiamo sbagliato. Qui ci vuole un'altra idea.”
“Trovato: chiedi un vestito color della luna.”
La Principessa lo chiese e il Re glielo fece fare in neanche due settimane: un abito dai mille riflessi d'argento, così bello che la Principessa quando lo indossò pianse per la commozione, e anche per il fallimento del piano.
“Ci sono”, propose la Fata dei Lillà, “Pretendi un abito color del sole. Questo è impossibile da procurare. E se ci riesce se non altro ci avrà lasciato tempo per pensare a una via di fuga.”
E anche l'abito color del sole arrivò, così bello e scintillante che a guardarlo si rischiava di restare abbagliati, e infatti dicono che fu in quel periodo che cominciò la moda degli occhiali da sole.
“Ho avuto un'altra idea”, disse la Fata alla Principessa, che cominciava a perdere speranze sulle capacità della sua Madrina, “Chiedi la pelle dell'asina. Vedrai che quella non te la può concedere: è troppo affezionato a quella bestia, e poi gli frutta troppi quattrini per rinunciarci.”
Non avevano fatto i conti con l'insana passione del Re, il quale era così determinato che quella sera stessa fece trovare alla Principessa la pelle dell'asina, elegantemente ripiegata sul suo letto.
“E adesso?”, esclamò la Principessa scoppiando in lacrime, “Che posso fare? Io non voglio sposare mio padre. È una cosa ripugnante!”
“Tranquilla!”, disse la Fata dei Lillà col suo consueto e ingiustificato ottimismo, “Smetti di piangere e segui le mie istruzioni. Avvolgiti in questa pelle d'asino e scappa di qui, scappa più lontano che puoi. Non preoccuparti dei bagagli, a quelli ci penso io”, e qui la Principessa si preoccupò, “te li farò avere magicamente. Tu prendi solo questa bacchetta magica, la userai tutte le volte che vorrai parlarmi o ti serviranno le tue cose.”
E così la Principessa si vestì da sguattera, si sporcò tutta, indossò la pelle d'asino e scappò via.
Camminò parecchi giorni, ma non riuscì a trovare ospitalità da nessuna parte perché sembrava così brutta e sudicia che nessuno la voleva.
Infine giunse nei pressi di una città, e finalmente venne assunta in una fattoria come sguattera, per badare ai polli e ai porci.
Doveva sembrare veramente una cozza maleodorante, perché era disprezzata da tutti, e questo la faceva sentire assai depressa.
Ogni tanto, giusto per assicurarsi d'essere ancora se stessa, si lavava la faccia e si guardava allo specchio. E solo quando capiva d'esser sempre bella sotto gli strati di unto e di lerciume, tornava a sorridere.
È emblematico che la Principessa divenisse brutta a causa della sporcizia in una fiaba scritta in un'epoca in cui i nobili si facevano vanto di non lavarsi mai, non trovate?
Ma torniamo a noi. Pelle d'Asino, perché è così che tutti chiamavano la Principessa, prese l'abitudine di lavarsi, pettinarsi, agghindarsi e mettersi i suoi bei vestiti (fortunatamente questa magia funzionava) tutte le domeniche, quando gli altri andavano a messa e lei rimaneva da sola alla fattoria. Allora lei si chiudeva nella sua cameretta e si pavoneggiava allo specchio, con quegli abiti che riempivano tutta la stanza tanto erano ampi (o tanto era piccina la stanza, o entrambe le cose), e in sostanza “giocava alla principessa”.
Un giorno capitò ospite in quella fattoria il Principe di quel regno, che tornava dalla caccia. La domenica tutti andarono a messa e lui decise di ingannare la noia esplorando la casa. Capitò in un corridoio stretto e buio, ma da sotto una porticina in fondo filtrava della luce. Era la stanza di Pelle d'Asino e lui andò a vedere cosa mai potesse fare tanta luce nella camera di una sguattera. Sbirciò dal buco della serratura e vide Pelle d'Asino. Che no, non era tutta nuda come nell'illustrazione che ho usato, ma indossava proprio il suo vestito color del sole. Ed era così bella che il Principe se ne innamorò all'istante.
Quando tornò al suo Castello era così ammalato d'amore che gli venne la febbre alta e dovette mettersi a letto, e i medici di corte temettero seriamente per la sua vita, ma non riuscirono a capire che malanno avesse.
“Che c'è, figliolo?”, gli disse il Re suo padre, preoccupato, “Perché sei malato? Che posso fare per aiutarti? Vuoi salire sul trono al mio posto? Va bene. Sei innamorato di qualche principessa di un paese nemico? E papà tuo te la fa sposare. Lo sai che farei qualunque cosa pur di farti guarire.”
Il Principe alla fine disse che non desiderava tutte quelle cose, ma che era sicuro che sarebbe migliorato se avesse potuto mangiare una torta fatta dalle mani di Pelle d'Asino, la sguattera che lavorava alla fattoria dove lui si fermava sempre quando andava a caccia.
La Regina pensò che fosse una pretesa ben strana, ma diamine!, era così modesta che non se la sentì proprio di rifiutargliela. Evidentemente quella Pelle d'Asino doveva essere molto brava con le torte!
Quando Pelle d'Asino seppe che il Principe aveva chiesto espressamente una torta fatta da lei, il cuore le schizzò nel petto. Perché lei aveva visto il Principe dalla finestra della sua cameretta e se ne era innamorata all'istante, ma mai avrebbe pensato che anche lui l'avesse notata.
Perciò non appena rimase da sola corse ad agghindarsi, perché anche se il Principe non poteva vederla lei voleva farsi bella per lui, e preparò la torta. E non si accorse di un anellino che le si sfilò dal dito e finì nell'impasto.
Quando il Principe ricevette la torta la mangiò con tanta foga da far preoccupare i medici, e infatti a momenti si strozzò. Questo capitò quando gli venne in bocca l'anellino perso da Pelle d'Asino.
Era un bellissimo smeraldo montato su una fascetta d'oro molto semplice, ma era così piccolo che solo un dito molto esile poteva calzarlo.
“Mamma, papà”, disse, “ho preso una decisione: sposerò solo la fanciulla che riuscirà a indossare quest'anello.”
E così tutte le fanciulle del regno vennero chiamate a provare l'anello. A partire dalle principesse, e a scendere alle contesse, alle duchesse e alle baronesse, e poi le ereditiere, e poi le fanciulle normali, e poi le cameriere e infine anche le sguattere. Insomma, tutte. Ma nessuna di loro aveva dita così esili e delicate da poter infilare l'anello.
“L'avete fatto provare a tutte?”, chiese il Principe al Primo Ministro.
“A tutte!”, rispose l'uomo.
“Tutte tutte? Anche Pelle d'Asino?”
“Be', veramente...”, il Ministro tentennò, perché a tutti Pelle d'Asino appariva così racchia e sudicia che, andiamo... a lei no!
Ma il Principe insistette, così alla fine Pelle d'Asino venne convocata a Palazzo per la prova dell'anello.
Non vi dico il tumulto di sentimenti che le prese quando ricevette la convocazione! Perché anche se viveva tra i polli e i porci, lei si teneva informata, e l'aveva capito che l'anello di cui tutti cercavano con tanto clamore la proprietaria era il suo, quello che aveva perso mentre faceva la torta. E questo voleva dire che chissà come anche il Principe provava qualcosa per lei. Voleva sposarla! Wow!
Perciò corse a lavarsi, agghindarsi, truccarsi, farsi bella e profumarsi. Ma poi, sopra il vestito color della luna, gettò la vecchia e unta pelle d'asino, così nessuno avrebbe potuto sospettare chi era in realtà. Ma quanto doveva essere grossa, 'sta pelle d'asino, da coprire un abito ampio come quello? E quanto forte il tanfo, da mascherare quello dei profumi? Bah! Misteri delle fiabe!
Comunque, Pelle d'Asino si presentò, tutta tremante, al cospetto del Principe.
“Siete voi Pelle d'Asino?”, le domandò lui.
“Sì, mio signore.”
“Siete voi la sguattera che abita in una stanzetta in fondo a un corridoio buio, alla fattoria?”
“Sì, mio signore.”
“Porgetemi la mano.”
E da sotto quella sudicia pelle equina, la ragazza porse la manina più candida e delicata che si sia mai vista, una vera mano da principessa. Il Principe le infilò l'anello all'anulare e quello le calzò tanto bene come se fosse stato modellato apposta per lei, cosa che in effetti era. Tutti i presenti, Re, Regina e ministri, sgranarono gli occhi, ma la meraviglia li travolse quando Pelle d'Asino, con un lieve movimento, lasciò cadere la pelle d'asino rivelandosi per quello che era: una bellissima fanciulla con indosso un abito meraviglioso e preziosissimo.
“È lei, è lei!”, esclamò il Principe, “È la fanciulla che ho visto quel giorno, la ragazza che amo!”, e così dicendo balzò in piedi e corse ad abbracciare e baciare Pelle d'Asino, con tanto ardore che la ragazza arrossì per l'imbarazzo.
Il Re e la Regina ne furono così felici che le chiesero di sposare il Principe loro figlio.
Pelle d'Asino stava per dir di sì, quando il soffitto si aprì e arrivò la Fata dei Lillà a bordo di un carro fatto di fiori e altre amenità fatate. La Fata dei Lillà svelò a tutti che Pelle d'Asino era in realtà una Principessa di sangue reale e che era dovuta fuggire per questo e quel motivo, che già tutti conosciamo.
Il Re e la Regina erano già contenti da prima, ma ora furono contenti più che mai che il lor figliolo dopotutto non dovesse sposare una plebea d'origine ignota, come avevano temuto, e organizzarono immediatamente le nozze.
Pelle d'Asino, però, sentiva di non poter essere felice se non invitava anche il suo papà.
Perciò lo invitò. E fu felicissima di trovare che nel frattempo lui era rinsavito e aveva sposato un'altra bella principessa.
E così Pelle d'Asino sposò il suo Principe e tutti vissero felici e contenti.
Be', tutti tranne la povera asina, s'intende...

lunedì 19 novembre 2012

Frugando in soffitta...

Frugando in soffitta si scovano molte cose.
Io ho ritrovato un vecchio quaderno che usavo come diario.
Avevo diciannove anni, e a diciannove anni per un certo periodo non facevo che disegnare fate.
Come questa qui a sinistra.
Chissà come m'era venuta in mente...
 Questo è un appunto preso durante il corso di Storia del Teatro.
Rappresenta l'habit á la romain*, ovvero il costume che veniva impiegato in teatro dal Cinquecento al Settecento per impersonare personaggi di antichi.
Romani o greci che fossero, tanto era uguale...
Questo invece era un passerotto (maschio) che veniva a becchettare i semini che mettevo per i passerotti sul davanzale.
I condomini mi odiavano perché i miei passerotti poi facevano la cacca sulle loro automobili.
Ma erano così carini che chi se ne frega?
No, trovatemela un'automobile altrettanto simpatica...




---- NOTE
* habit á la romain: praticamente un abito da sera contemporaneo (cinque-sei-settecentesco che sia) ma bianco e decorato con greche, come se fosse un vero abito antico-classico.

giovedì 15 novembre 2012

La parola di oggi è... FANATISMO

Anch'io da ragazzina ho avuto il mio periodo di fanatismo...
Fanatismo, s.m, l'essere fanatici, aderire completamente, totalmente e senza riserve a un'idea, un pensiero, una corrente filosofica o politica, una religione, una squadra sportiva, un cantante, un attore o qualunque altra cosa alla quale si possa aderire completamente, totalmente e senza riserve. A quest'idea, pensiero, corrente filosofica o politica, religione, squadra sportiva, cantante, attore eccetera il fanatico delega totalmente o in parte la faticosa incombenza del pensare.
In questo modo il fanatico non dovrà far altro che dire, pensare o credere solo quel che l'oggetto del suo fanatismo gli ordina di dire, pensare e credere.
Questo perché il fanatico è convinto che l'oggetto del suo fanatismo abbia ragione sempre e comunque, indipendentemente dalla realtà circostante. Se il suo idolo dice che il massimo della vita è pitturarsi i capelli di fucsia e rosso carminio, il fanatico ci crederà e lo farà. Se il suo idolo dice che la cacca caramellata è buona e fa bene e lui dovrebbe mangiarne tanta, il fanatico la mangerà. Se il fanatico ritiene che il suo idolo lo apprezzerà di più se lui si lancia giù da un ponte ballando la mazurca, il fanatico lo farà.
Per lo stesso motivo, il fanatico è convinto di essere assolutamente nel giusto. Anzi, solo lui e quelli che la pensano come lui hanno ragione. Tutti quelli che non la pensano come lui si sbagliano e sono soltanto vermi schifosi. Il che certe volte può diventare molto, molto pericoloso. Soprattutto per i non fanatici, o per i fanatici avversari.
La parola “fanatico” ha origini religiose, significa “invasato da estro divino” e deriva da “fanum”, ovvero “tempio”. Per gli antichi romani erano “fanatici” tutti quelli che professavano culti estranei a quelli romani, questo sta alla base del principio per cui ogni fanatico non si riconosce mai come tale, ma crede che i fanatici siano sempre “gli altri”, ovvero quelli che non la pensano come lui.
Per gli illuministi è fanatico chiunque creda in cose assurde e irrazionali. Per esempio, che Lady Gaga sappia cantare.
Attenzione a non confondere il fanatismo con l'esaltazione e col furore. La prima è uno stato di eccitazione tale da far perdere equilibrio e obiettività e spingere l'individuo a fare qualunque cosa, anche atti violenti, illeciti o autolesionisti. Il furore invece è uno stato di esaltazione che però potrebbe anche portare a compiere cose positive, tipo atti di eroismo o di grande creatività. Potrebbe!

mercoledì 14 novembre 2012

La parola di oggi è... VESPAIO

Premessa: fino a quattro anni fa io vivevo da un'altra parte. Quando ho cambiato indirizzo ho avvertito tutti, ma c'è qualcuno che ancora non s'è abituato (le vecchie abitudini sono dure a morire) e continua a inviarmi la posta al vecchio indirizzo. Per fortuna c'è il vecchio portinaio Anselmo che me la mette da parte.
Ieri mattina in casa mia è scoppiata una piccola bomba. Mi ha telefonato mia madre, assai irritata, dicendo che il vecchio portinaio Anselmo l'aveva chiamata perché era da due mesi che non passavo alla vecchia casa e c'era un mucchio di posta accumulata. È stato inutile spiegarle che ormai lì m'arriva solo pubblicità: mamma era irremovibile nel suo fiero furore. E deve aver anche diffuso la voce, perché dopo di lei hanno chiamato anche papà, la Vale e l'inossidabile zia Ramona. Il messaggio per me era sempre lo stesso: che sono una sciattona disattenta, che non porto rispetto per gli altri e per me stessa, che non mi curo delle cose pratiche della vita, che prendo tutto sottogamba e per questo farò una brutta fine, e blablablà.
Così ieri m'è toccato andare alla casa vecchia a ritirare la posta vecchia.
“Però Anselmo il tuo numero ce l'ha”, ha commentato G mentre uscivo, “Non poteva chiamare direttamente te? Che bisogno aveva di telefonare a tua mamma sollevando tutto 'sto vespaio?”
Eh, già. Che bisogno ne aveva?
D'accordo che con lei è sempre andato più d'accordo che con me, però... che vespaio inutile!
Come quella volta che zia Ramona credeva d'avermi vista in Piazza Duomo. Sosteneva che m'aveva salutata e che io l'avevo guardata e avevo tirato dritto senza ricambiare il saluto. Perciò s'era offesa con me. Ma invece di chiamarmi e dirmelo aveva telefonato ai miei per dir loro che figlia maleducata avevano, e blablabà. E i miei mi avevano chiamato per lamentarsi a loro volta, e che vergogna ero per la famiglia, e dovevano sempre (sempre???) sentire lamentele sul mio conto, e nel giro di poche ore lo sapevano già tutti i parenti, i collaterali e gli affini e blablabà.
E poi era venuto fuori che zia Ramona quel giorno s'era scordata gli occhiali, e che quella che aveva visto non ero io ma solo una che mi somigliava, anche perché io in Piazza Duomo non ci passavo da un mese e non possedevo il cappotto color melanzana che lei diceva d'avermi visto indosso.
Ma questo è irrilevante, il punto è che se aveva qualcosa da ridire poteva riferirlo direttamente a me, senza suscitare un vespaio inutile.
Ma cos'è, quindi, un vespaio?
Bruno Vespa non c'entra, incredibile a dirsi.
Un vespaio, come dice la parola stessa, è un nido di vespe.
Cosa succede quando si solleva, si stuzzica, si agita un nido di vespe?  Che le vespe s'arrabbiano, giustamente, e poi cominciano a ronzare e a pungere il loro tormentatore.
Quindi “sollevare/stuzzicare/suscitare un vespaio” significa “causare proteste, critiche, complicazioni e simili”. Far sì che gli altri si arrabbino e/o si lamentino parecchio, cioè.
Certe volte suscitare un vespaio attorno a un argomento, un avvenimento, è utile a far sì che la gente non lo trascuri, non lo sottovaluti.
A volte un vespaio serve a distrarre l'attenzione da qualcosa che si preferisce venga ignorato. Per esempio, se io voglio che tu non presti attenzione al fatto A, allora suscito un vespaio sul fatto B, così tu pensi solo al fatto B e ti dimentichi del fatto A.
Ma generalmente, nella vita di tutti i giorni, un vespaio viene sollevato solo per fare polemica, per attirare clamore, per mettersi al centro dell'attenzione. Zia Ramona, per esempio, voleva che tutta la famiglia sapesse quanto si fosse sentita mortalmente offesa. Se avesse parlato solo con me lei non sarebbe più finita sotto i riflettori.
E certa gente proprio non tollera di non stare al centro dell'attenzione.
Comunque alla fine la posta che ho ritirato ieri consisteva in mezzo chilo di volantini pubblicitari. Come volevasi dimostrare!

----- NOTE
Vespaio è anche un termine architettonico, che indica una camera d'aria fatta di materiale poroso che si pone sotto il pavimento allo scopo di isolarlo dal terreno.

lunedì 12 novembre 2012

Romeo e Giulietta, capitolo 3

Ecco la terza parte: l'incontro.
La prima, la storia di Giulietta, la trovate qui.
La seconda, la storia di Romeo, la trovate qui.
Buona lettura

Un ballo in maschera

“Che razza d'idea, organizzare un ballo in maschera a tema horror per la festa di Natale della scuola”, disse la Vecchia Zia Giulietta uscendo dall'auto.
I suoi scarpini neri affondarono nella neve.
Candidi fiocchi le si posarono sul mantello e sui capelli.
“Speriamo bene”, disse, “Il mio macinino è vecchio, non so se sopporterà questa nevicata.”
“Non è ora di cambiare, zia?”, disse Jessica rabbrividendo, “Quella macchina è più vecchia di te.”
“Appunto per questo, porta rispetto”, rispose Giulietta, “E poi si chiama Giulietta come me. Con che cuore potrei farla rottamare?”
Le due ragazze, la più giovane e la meno giovane, si avviarono verso la scuola, dove si sarebbe tenuta la festa.
“L'horror si porta, zi'”, sbuffò Jessica a mo' di spiegazione, “Un sacco di gente adesso va dietro ai vampiri, anche se non ha la più pallida idea di cosa siano.”
“E tu invece lo sai?”
“Certo che lo so”, rispose Jessica, scandalizzata, “Che razza di domande!”

“Ammazza, si sono messi d'impegno”, esclamò Lorenzo entrando nella grande sala della scuola, che era stata trasformata in un castello di vampiri.
“Già, già, hanno fatto un bel lavoretto”.
Romeo si guardò intorno. Le feste gli piacevano. Non quelle scolastiche, in particolare, ma anche queste erano meglio di niente.
“La musica è strana, però.”
“Già. È una quadriglia. Roba vecchia.”
“Roba dei tuoi tempi?”
Romeo scoppiò a ridere. “D'accordo che sono tuo nonno, ma quanto pensi sia vecchio? Questa è roba di centinaia d'anni fa.”
“Ma tu la sai ballare, però, vero?”
“Un po'. L'ho imparato da bambino.”
“Fammi vedere, allora.”
Romeo rise ancora, poi sì buttò in pista.
Come ballerino di danze antiche se la cavava decisamente meglio di chiunque altro, perché i balli di gruppo erano da sempre una delle sue passioni, anche se ora i balli di gruppo non li pratica più nessuno: è già tanto quando si balla in due!
Ma non era l'unico che sapeva muoversi discretamente.
Una signora, con un lungo strascico vampiresco e gli occhi artisticamente cerchiati di un viola tenue, si muoveva con rara maestria.
Si ritrovarono perciò ben presto a danzare insieme, occhi negli occhi, palmo contro palmo.
Giulietta, poiché era lei la misteriosa danzatrice, si sentì improvvisamente, e immotivatamente, emozionata per l'intimità di quel contatto con uno sconosciuto.
Le scappò un sorriso, e l'uomo le sorrise a sua volta. Un sorriso aperto, che gli illuminava tutto il volto e non solo le labbra.
“Danzate molto bene, madame.”
“Anche voi, monsieur”, rispose lei adattandosi a quel linguaggio un po' antiquato, “Non credevo qualcuno sapesse ancora fare queste danze.”
“Bisogna aver passione, per imparare le cose. Perfino quelle che non si usano più.”
“Io la imparai perché la vidi in un vecchio film, da ragazzina. Quanto mi fece sognare quel film.”
“Quando si è tanto giovani è facile sognare.”
“Ma anche svegliarsi, certe volte, non è male.”
Romeo sorrise ancora. Chi sa chi era quella signora con quel bel sorriso e quel passo elegante?
Poco distante Lorenzo vide Jessica e la salutò. I due erano stati insieme tre mesi prima, una cosa breve, ormai avevano già fatto in tempo a pentirsene.
“Oh, vedo che sei ancora emo.”
“Non sono emo, sono dark”, sibilò Jessica, risentita, masticando un chewing gum, “Che ignorante!”
Lorenzo la squadrò, dubbioso. “A me sembra la stessa cosa. Sei tutta vestita di nero e ti metti quel trucco lugubre, no?”
“Perché sei un ignorante, te l'ho detto”, disse Jessica con disprezzo.
Lorenzo fece spallucce e pensò fosse meglio cambiare argomento. “Ehi, hai visto? Mio nonno s'è fatto la ragazza.”
Jessica parve più che scandalizzata. Era addirittura offesa. “Ma che ragazza e ragazza? Quella è mia zia Giulietta!”
“Embè?”, Lorenzo si mise sulla difensiva, “E allora? Siccome è tua zia, mio nonno non ci può provare con lei?”
“Ma sei un porco!”, si ribellò Jessica, “Come ti permetti di dire queste cose di mia zia? E poi all'età loro che vuoi che abbiano da provarci?”
“Guarda, che non sono così vecchi da essere usciti dai giochi”, Lorenzo sorrise, ambiguo, “Non lo vedi come si guardano? Quei due si piacciono, credi a me. E per mio nonno, mille volte meglio se si mettesse con tua zia che con quella specie di”, e qui disse una parolaccia che non mi va di ripetere, “di Rosalina.”
Anche Rosalina era al ballo. Indossava un abito nero attillato e scollato, aveva labbra rosso sangue ed era decisamente sexy. Forse un po' troppo, per una festa scolastica. Aveva cercato di far ingelosire Romeo facendo la carina con altri uomini, ma poi lui aveva cominciato a danzare e lei l'aveva perso di vista. Ora si era messa a cercarlo, perché che senso ha civettare in giro se quello che vuoi fare ingelosire non è lì per vederti, e per struggersi dalla gelosia?
Poi lo vide che danzava con una donna decisamente più anziana di lei. Si guardavano negli occhi, si sorridevano come due ragazzini alla prima cotta, ogni tanto ridacchiavano, e spesso danzavano tenendosi per mano, palmo contro palmo, in un gesto che trasudava intimità.
“Ma che ridicoli!”, disse Rosalina con disprezzo. Poi si accorse che le cose le stavano sfuggendo di mano. Si presupponeva che fosse Romeo a soffrire di gelosia per lei, non il contrario. Quei due le stavano rovinando il gioco.

“Che caldo”, disse a un certo punto Giulietta, quando le danze vecchio stile terminarono.
“Andiamo in terrazza a prendere una boccata d'aria?”, propose Romeo.
“Ma fuori si gela. Nevica.”
“Anche meglio. Vedrai che bel panorama.”
Uscirono.
Romeo aveva ragione.
Tutta la città si stendeva ai loro piedi, candida di neve, e i fiocchi che scendevano lentamente sembravano trasformare tutto in uno scenario da fiaba.
Romeo guardò Giulietta, vide i suoi occhi luminosi, il suo sorriso aperto.
Qualche fiocco di neve le si era posato sui capelli.
Lui allungò una mano per spazzolarli via e le sfiorò le tempie con le dita.
Prima ancora di poterci pensare, si chinò verso di lei e la baciò sulle labbra.
CRASH!
Il rumore improvviso li fece staccare bruscamente.
Entrambi arrossirono, imbarazzati. Alla loro età, pensarono, mettersi a pomiciare di nascosto come due ragazzini...
“Be'”, disse Giulietta, “Forse è il caso di rientrare.”
“Già”, concordò Romeo, senza osare guardarla negli occhi, e dalla bocca gli sfuggì una nuvoletta di vapore, “comincia a far freddo.”
Non si erano accorti che il rumore che li aveva interrotti era stato provocato da un bicchiere. Un bicchiere che era caduto in terra e si era infranto. Un bicchiere che era caduto dalle mani di Rosalina, che aveva visto Romeo baciare Giulietta e aveva deciso che l'uomo gliel'avrebbe pagata. Oh, se gliel'avrebbe pagata!

“Be', vedo che ti sei divertita”, disse Jessica, ironica, quando zia Giulietta la raggiunse.
“Sì”, rispose Giulietta con un piccolo moto d'orgoglio, “Non me l'aspettavo. Ero venuta solo per accompagnare te e invece...”
“E invece io ho fatto da tappezzeria e tu hai ballato tutta la notte, come le principesse delle fiabe. E brava zia Giù!”
“Be', ma potevi ballare anche tu. Chi te lo vietava?”
Jessica sospirò, come faceva sempre quando qualcuno diceva qualcosa di assurdo del genere, “Zietta, io sono dark. I dark non ballano.”
“Ah, già”, Giulietta fece finta di ricordare, “potreste pestare i piedi al partner, con quegli anfibi che portate.”
Jessica scosse la testa, sconsolata.
“Comunque”, riprese la zia, “Sai chi era quel signore con cui ho ballato? Pare assurdo, ma anche se abbiamo... ehm... chiacchierato tanto, non ci siamo presentati.”
“Quello? È Romeo Montecchi, il mio profio di lettere.”
“Lettere, eh? È simpatico.”
“E come no? È simpatico come un brufolo sul cu...”
“Jessica!”
“Sul sedere. Ok?”
“No. Ma un po' meglio.”

Intanto Rosalina aveva appena incominciato a farla pagare a Romeo. Non gli aveva fatto una partaccia, come aveva pensato di fare all'inizio, perché non voleva che lui la considerasse gelosa. Non si sarebbe mai abbassata a tanto: i deboli sono gelosi, e lei era tutto fuorché debole.
Però si fece vedere da lui mentre un avvocato di fama, zio di uno studente ricco, la corteggiava sfacciatamente. E poi se ne andò con lui.
Romeo, sorprendendo se stesso, non provò la fitta di gelosia che si aspettava.
“Dimmi un po'”, disse a Lorenzo, “ma quella con cui hai parlato tutta la sera non è la tua ragazza, Jessica...”
“Jessica Capuleti”, completò Lorenzo, sbuffando, “E non è più la mia ragazza.”
“Ah, no? Peccato. È fra le mie alunne migliori, anche se è un po' bizzarra, certe volte. E com'è che non state più insieme?”
Lorenzo fece spallucce e sbuffò. “Boh? Non mi piacciono gli emo!”
“Ma lei non è emo, è dark”, Lorenzo gli lanciò un'occhiataccia, “A proposito, sai come si chiama quella simpatica signora che l'ha accompagnata?”
“È sua zia Gioietta, o Giulietta, o una cosa del genere. E poi hai passato tutta la sera con lei e non le hai chiesto come si chiama?”
“Che ci vuoi fare? Alla mia età capita di dimenticarsi le cose...”

“Lo sapevo. Non parte.”
La Vecchia Giulietta (l'automobile, non la donna) sputacchiò ancora, poi si spense inesorabilmente.
“Problemi, signore?”
Un volto gioviale si affacciò ai finestrini incrostati di ghiaccio. Era quello del professor Montecchi.
“Eh, sì!”, esclamò la Vecchia Giulietta (la donna, non l'automobile), sollevata e anche felice di rivederlo così presto, “Temo sia la batteria. Ha preso troppo freddo.”
Jessica si voltò a guardare la zia, sgranando gli occhi: alla debole luce dei lampioni era difficile dirlo, ma le pareva che Giulietta avesse le gote particolarmente arrossate. Era il freddo? Erano tutti i calici di prosecco che aveva bevuto? O era qualcos'altro?
“Be', se per voi non è un problema”, stava intanto dicendo l'uomo, “Possiamo darvi noi un passaggio fino a casa.”
“Ma certo, grazie mille!”, esclamò Giulietta afferrando la borsa e uscendo dall'auto senza neppure interpellare Jessica.
La ragazza le lanciò uno sguardo contrariato. Poi, senza mai smettere di masticare il suo chewing gum, sbarcò dall'auto con studiata lentezza e seguì la zia nell'altra macchina strascicando gli anfibi nella neve. Salì sul retro dell'auto del prof., facendo attenzione a non star troppo vicino a Lorenzo.
“Ci si rivede presto, eh?”, disse ironico il ragazzo.
“Pure troppo”, rispose Jessica, scontrosa. Poi puntò lo sguardo fuori dal finestrino e si finse estremamente interessata ai fiocchi di neve. E la conversazione tra i due morì sul nascere.

Romeo accompagnò a casa Giulietta e Jessica, che abitava nello stesso palazzo della zia, poi andò a riportare Lorenzo all'ovile, quindi tornò verso casa propria, fischiettando allegramente la musica sulle cui note aveva danzato tutta la sera.
Andava piano, perché la strada era gelata e lui non aveva ancora montato le catene.
Il percorso lo riportò davanti alla casa di Giulietta. Lo sguardo gli volò verso un balconcino del secondo piano. La portafinestra era illuminata, e sul terrazzino c'era qualcuno. Ma sì, era Giulietta.
Romeo si sentì sollevato nel vederla. “Quello è l'oriente”, pensò, “e Giulietta è il sole che sorge per illuminare il mio mondo.”
Parcheggiò e scese dall'auto. Sarebbe stato bello scambiare ancora due chiacchiere con quella donna straordinaria.
Si avvicinò, il suono dei suoi passi attutito dalla neve, e si accorse che la donna stava mormorando qualcosa.
Giulietta si era già struccata e cambiata, ora era in camicia da notte e vestaglia. Era uscita perché temeva che il freddo potesse gelare le sue piantine, e prima di addormentarsi voleva controllare che fossero ben coperte sotto i teli di plastica. Il suo balcone era piccolo ma rigoglioso, e lei ne andava fiera.
Guardò in alto, verso il cielo denso di nuvole da neve, con quelle sfumature giallastre e quel profumo inconfondibile, e ripensò alla serata appena trascorsa.
Da quanto non si divertiva così? Quanti anni fa aveva ballato per l'ultima volta?
E tutto grazie a quel Romeo.
“Romeo”, pronunciò ad alta voce. Che suono dolce aveva quel nome. Dirlo ad alta voce era come renderlo più reale, prima che il sonno sbiadisse i ricordi e li ricacciasse lontano. Prima che il presente di oggi divenisse il passato di ieri.
“Romeo”, ripeté ancora Giulietta, “Romeo. Romeo. Ah, perché sei tu Romeo?”
Romeo sussultò. Sentire il proprio nome sulle labbra di Giulietta era una gioia. Un piacere. Un brivido lungo la schiena.
“Se il mio nome non è di vostro gradimento, mia signora”, disse uscendo dall'ombra, “posso anche cambiarlo, solo per farvi piacere.”
Giulietta sussultò: non si aspettava che qualcuno la stesse ascoltando. Soprattutto non si aspettava che proprio lui la stesse ascoltando.
Si affacciò al balcone e vide l'uomo che le sorrideva nella pozza gialla di luce lanciata dal lampione sulla neve, il mantello nero che si stagliava sulla macchia di luce. Più che un vampiro sembrava un gentiluomo d'altri tempi. Il protagonista di “Vecchio frac”, la canzone di Domenico Modugno.
Avrebbe voluto rimangiarsi tutto, ma ormai era tardi. “Che fai?”, disse invece, “Mi spii?”
Romeo rise. “Certo che no. Ma mi era sembrato di sentire il mio nome, e perciò...”
“Ohimè, non posso negarlo!”, sospirò Giulietta, “Sali, dai, che lì ti bagni tutto.”
“Agli ordini, mia signora!”, rise Romeo. E in un batter d'occhio fu su.

“Spuntino di mezzanotte?”, propose Giulietta aprendogli la porta.
“Volentieri. Cos'hai?”
“Pane, prosciutto, formaggio, una bottiglia di prosecco e un pandoro.”
“Vada per il prosecco e il pandoro. Fa molto atmosfera natalizia, no?”
Si accomodarono nella cucina accogliente di Giulietta e mangiarono, chiacchierarono, e brindarono ancora.
“Tu vivi da sola?”, le domandò Romeo.
“No, vivo con mio padre. Ma in questi giorni lui è da suo fratello minore, giù in paese, e quindi sì. Adesso sono da sola. Ancora per poco, però. Per Natale mi aspetto che questa casa sia piena di gente e di confusione.”
“Verranno tutti da te?”
“Certo? Chi altri si accollerebbe l'organizzazione delle feste natalizie se non la Vecchia Zia Giulietta?”
“Tu non sei mica vecchia.”
“Oh, è solo un soprannome. Uno scherzo.”
“Non sei vecchia neanche per scherzo.”
Giulietta sorrise, imbarazzata. Perché certe volte si sentiva vecchia per davvero. E le capitava da quando aveva vent'anni.
Romeo inclinò la testa da un lato. “E io ti sembro vecchio?”
“Tu? Oh, no. Tu non devi essere mai stato vecchio... voglio dire... probabilmente non lo sarai mai.”
“Giulietta!”, esclamò Romeo. Poi le si avvicinò e la baciò.
Giulietta chiuse gli occhi e per un istante volle crederci. Ma poi qualcosa in fondo alla sua testa disse di no, e lei divincolandosi disse di no.
“No, non si può.”
“E perché no?”
“Ma Romeo... alla nostra età? Che brutto esempio saremmo per i nostri nipoti?”
“Non vedo come della tenerezza e dell'affetto possano essere un brutto esempio.”
“Ma siamo ridicoli. Non siamo più dei ragazzini.”
“Appunto. Siamo adulti. Possiamo capire quel che facciamo. Siamo consapevoli.”
“Consapevoli e ridicoli.”
“Cosa c'è di ridicolo in due persone che si piacciono?”
“Niente, però...”
“Però?”
“La gente parlerà.”
“E tu lasciala parlare. È per questo che ha la bocca, no?”
Giulietta sospirò, e annuì.
E poi si baciarono allora.
E poi volarono in camera di Giulietta.
E Giulietta sentì sul suo corpo le mani di Romeo, e capì che erano molto meglio di quelle di Tebaldo di tanti anni prima, perché anche se la toccavano negli stessi punti lei ora provava solo gioia, e non vergogna o imbarazzo.
E Romeo la spogliò lentamente, e nel guardarla vide che il corpo di Giulietta non era sodo e giovane come quello di Rosalina, ma era sicuramente molto più caldo e appassionato, e gli sembrò la cosa più bella che avesse mai avuto fra le braccia in tutta la sua vita.

domenica 11 novembre 2012

Quello che le donne vogliono

Cinquanta sfumature di grigio è stato pubblicizzato, in Italia, col sottotitolo "quello che le donne vogliono sentirsi dire".
Ora, io non sono d'accordo, perché Christian Grey ad Anastasia diceva solo banalità del tipo, "voglio baciarti tutta" o "che bella pelle che hai". Io preferirei che mi si dicessero cose di questo tipo:

"No, cara, non c'è bisogno che pulisci niente: ho già fatto tutto io.”

“And the winner is.. >aggiungere il proprio nome<!”

“Sì, ha capito bene: lei è stata nominata a capo di tutta l'impresa, avrà un lavoro assai riposante, assai importante e con uno stipendio da favola.”

“Complimenti, lei è la milionesima cliente: ha diritto a portarsi via tutto quel che vuole completamente gratis.”

“La meringata fa dimagrire.”

“Come al solito, hai ragione tu.”

“Salve, sono il genio della lampada. Hai diritto a un numero infinito di desideri.”

“Ma dottore, è vero?”
“Certo, signora: lei non solo è ringiovanita, ma ha anche acquisito i superpoteri.”

sabato 10 novembre 2012

La parola del giorno è... disincantato

Oggi in TV ho sentito una cosa che mi avrebbe fatto saltare dalla sedia, se non fosse stato che ero in piedi.
Una ragazza stava parlando dell'elezione di Obama di quattro anni fa e ha detto: “All'epoca aveva ancora uno sguardo disincantato sul futuro e credeva nella dimensione del sogno.”
Alt, un attimo.
Ma questo non può essere.
Uno o è disincantato o crede nel sogno.
Non è possibile fare entrambe le cose.
Disincantato, è il contrario di incantato (tra l'altro, incantare vuol dire “cantare in versi”, perché in origine maghi e fattucchieri si servivano abbondantemente di canzoni e rime per i loro incantesimi). Uno disincantato è uno che non si fa più illusioni e che ha una visione piuttosto pessimistica della realtà.
Insomma, non è possibile essere pessimisti e anche credere nei sogni.
A meno che non si tratti di incubi...

venerdì 9 novembre 2012

Romeo e Giulietta, capitolo 2


Prosegue la mia versione, riveduta e corretta, di Romeo e Giulietta over 50.
Questo è il secondo capitlo, ovvero la storia di Romeo.
Il primo capitolo, ovvero la storia di Giulietta, potete trovarlo qua!

La storia di Romeo

Il professor Romeo Montecchi era un tipo allegro e gioviale.
Lo si sarebbe potuto definire “solare”, se non fosse che per un dettaglio: l'autore di questo racconto detesta il termine “solare”.
Ovunque entrasse, Romeo pareva portare un raggio di luce, un soffio di allegria. Era impossibile non volergli bene. Era impossibile non lasciarsi conquistare da lui.
Da ragazzino era stato un vero scapestrato. Il suo migliore amico, Mercuzio, poteva ricordare mille e mille imprese per le strade cittadine, mille avventure notturne, mille scorribande e miliardi di risate spensierate.
Questo prima, ovviamente. Perché poi Romeo aveva avuto altri impegni più pressanti, anche se neppure quelli erano riusciti a spegnere la fiamma della sua vitalità.
La vita di Romeo era divisa in prima e in dopo. In diversi prima e dopo, ma il più importante era stato il matrimonio con Rosalina.
Rosalina aveva la sua età, ed era andata a vivere nel suo stesso palazzo, al primo piano, quando Romeo aveva quindici anni.
Lui si innamorò di lei a prima vista.
Rosalina era bionda e rosea come una principessa delle fiabe, “con capelli d'oro fino, pelle di seta e di rosa e le labbra piene e succose come una pesca matura”, aveva scritto una volta Romeo, che era sempre stato amante della poesia.
Rosalinda non aveva denti, ma “candide perle che si dischiudevano in sorrisi colmi di promesse”, le sue mani erano “gigli purissimi e paradisiaci”, e gli occhi “due laghi colmi di cielo e di sogni infiniti”.
Si, a rileggerli adesso anche Romeo trovava questi versi melensi e stucchevoli, ma quando si è molto giovani e molto innamorati non si bada a questi dettagli. Lui li aveva scritti con tutto il cuore, e questo era l'essenziale.
Romeo scriveva quei versi su bigliettini che poi lasciava scivolare nelle tasche del cappotto di Rosalina mentre tornavano a casa da scuola assieme a Onofrio, il fratello maggiore della ragazza. Che non andava più a scuola ma accompagnava sempre la sorella, sia all'andata che al ritorno, per impedire che la fanciulla potesse fare spiacevoli incontri.
Ovvero, che potesse parlare coi ragazzi.
Onofrio era gelosissimo della sorella e non tollerava che altri uomini a parte lui e il papà potessero far parte della sua vita. Guai!
L'unico per il quale si faceva un'eccezione era proprio Romeo, perché Romeo era gentile, di buona famiglia, e poi abitava nel grande attico del sesto piano ed evidentemente non aveva cattive intenzioni.
Romeo era contento che Onofrio non potesse leggergli dentro, e non potesse capire il tumulto che Rosalina scatenava in lui.
Quando al mattino la ragazza gli sorrideva, mentre andavano a scuola (stessa scuola ma classi separate, perché quella di Rosalina naturalmente era tutta femminile), quel sorriso era così seducente, così promettente, che per tutta la mattinata Romeo non riusciva più a pensare ad altro.
Il professore di trigonometria parlava, e nella mente di Romeo c'erano solo le labbra di Rosalina, rosse e piene come mele, che si schiudevano. Che si avvicinavano a lui. Che cominciavano ad accarezzare lentamente le sue, di labbra. E poi la punta rosea, e morbida, e profumata di menta piperita della lingua di Rosalina si sporgeva, s'insinuava nella sua bocca... e a questo punto il sangue cominciava a pulsargli nelle tempie e lui doveva interrompere ogni fantasticheria, o rischiava di fare una pessima figura in classe.
Rimanere da solo con Rosalina era impossibile. Onofrio non le si schiodava mai di torno e Romeo era disperato. Per questo ricorreva al mezzuccio antiquato, e anche un po' puerile, di scriverle i bigliettini.
Gliel'aveva suggerito Mercuzio, quel sistema. Mercuzio era sempre pieno di idee, anche se non necessariamente erano tutte buone.
Certe volte, mentre tornavano a casa, Rosalina gli si faceva vicino, più vicino del consentito, e tra una chiacchiera frivola e l'altra lo sfiorava con una mano, o con un braccio, e lui allora capiva che lei cercava un contatto e per questo, solo per questo, si sentiva felice.
Un giorno lei fece cadere in terra i libri, e quando lui si chinò per aiutarla a raccoglierli lei gli infilò in mano un bigliettino. Poi gli sorrise e arrossì, prima di infilare il portone di casa con Onofrio che le ripeteva quanto fosse sbadata, distratta e “mani di pastafrolla”.
Romeo ebbe il coraggio di leggere quel bigliettino solamente quando fu rimasto da solo nella sua cameretta.
“Grazie per le poesie. Sono bellissime”, scriveva la ragazza, “Anche tu mi piaci tanto. Un bacio. Tua Rosalina.”
Anche lui le piaceva tanto! Praticamente gli aveva detto che accettava la sua corte. Praticamente era un sì. A gli mandava anche un bacio. Un bacio da quelle sue labbra di pesca.
Romeo non era mai stato tanto felice in vita sua.
Arrivò la primavera, e fu una primavera di fuoco, almeno per Romeo.
Tutto per colpa dell'episodio della camicetta di Rosalina.
Rosalina aveva una camicetta bianca, leggera e soffice come una nuvola.
Mentre stavano tornando a casa, col piede già sul portone (Onofrio stava già armeggiando con le chiavi di casa), Rosalina s'era accorta d'avere una macchia su una scarpa e si era chinata per pulirla.
E si era sporta in avanti.
E non si era accorta che gli ultimi bottoni della sua camicetta si erano slacciati.
E quando si chinò in avanti le curve dei suoi seni si affacciarono, candide e morbide, per una frazione di secondo, oltre la stoffa fine della camicetta e oltre lo spesso strato del reggiseno rinforzato.
Romeo avrebbe voluto distogliere lo sguardo, ma non ci riuscì. Rimase invece a fissare quell'apparizione, col sangue che cominciava a martellargli furiosamente dappertutto. E quando si rialzò, Rosalina arrossì lievemente, ma lo guardò fisso negli occhi, e quello sguardo sfrontato fu ancora più eccitante della fugace apparizione dei due seni candidi, e di quei due capezzoli rosa più immaginati che visti.
Perché Rosalina l'aveva fatto apposta.
Aveva voluto deliberatamente mostragli i seni, per farlo eccitare. Per averlo in suo potere.
Lei gli lanciò uno sguardo enigmatico, accennò un sorriso, riallacciò la camicetta e seguì suo fratello in casa.
L'operazione durò pochi secondi, ma a Romeo bastarono perché la sua fantasia partisse a briglie sciolte.
Pieno di vergogna, si sistemò la cartella sul davanti e appena in casa corse in bagno.
“Povero me! Che figura!”, continuava a ripetersi, “E Rosalina se n'è accorta sicuramente.”
Aprì la doccia, si sfilò i vestiti, si gettò sotto l'acqua gelida per raffreddare la vampa che gli bruciava il corpo. Che aveva fatto? Lui non voleva pensare a Rosalina in quel modo, non voleva contaminarla con le sue fantasie.
Le gocce d'acqua fredda gli inzuppavano i capelli, gli scorrevano sulle guance e si mescolavano con le lacrime. “Rosalina se n'è accorta! Rosalina se n'è accorta!”
Chiuse gli occhi e rivide il volto di Rosalina. Con quel suo sorriso e quel suo sguardo sfrontato.
“L'ha fatto apposta!”, si disse Romeo, “Lei voleva che io la vedessi. Voleva che io...”
Sentì le proprie dita sulle gote e immaginò che fossero quelle di Rosalina.
Le sue candide mani di giglio che gli accarezzavano la pelle nuda.
E scendevano dalle gote alla gola, e poi al petto, e poi più giù, più giù...

Il giorno dopo Romeo aveva quasi paura di incontrare Rosalina. Quando le diede il buongiorno si sentì travolgere da un'ondata di vergogna, ma anche di piacere. E il sorriso di lei era di nuovo così ambiguo.
Come se sapesse cos'aveva fatto lui il giorno prima, pensando a lei.
Anzi, sicuramente lo sapeva. E forse ne era anche fiera.

Quell'estate lui e Rosalina si fidanzarono.
Romeo era più felice che mai.
E quando fecero l'amore per la prima volta gli sembrò di toccare il cielo con un dito.
Poi, quando avevano diciannove anni e Romeo andava all'università, una sera Rosalina andò a chiamarlo e gli chiese di uscire. Aveva qualcosa di urgente da dirgli.
Romeo la raggiunse in cortile e vide che Rosalina stava piangendo.
“Che c'è? Cos'è successo?”
“Romeo, sono incinta.”
“Cosa? Come? In che senso sei incinta?”
“Nel senso che aspetto un bambino. Romeo, ci dobbiamo sposare.”
E si sposarono. E per farlo ebbero bisogno dell'autorizzazione dei genitori, perché in quegli anni a diciannove anni si era ancora minorenni.
Però poi venne fuori che Rosalina non era incinta per niente.
“Mi sono sbagliata”, disse.
O forse anche quello l'aveva fatto apposta.
Un anno dopo le nozze nacque il loro unico figlio, Benvolio. Poi Rosalina si trasformò in una mamma, e in una signora, e si allontanò da lui.
Il suo letto e la sua intimità divennero tabù per Romeo.
Non vide più le morbide curve dei suoi seni, forse smise anche di sognarle. Non subito. Un po' per volta. Ma capitò, lentamente e inesorabilmente.
A ventidue anni Romeo si laureò e trovò lavoro come professore di lettere, e scoprì che insegnare gli piaceva tantissimo. Adorava aiutare gli altri a imparare a pensare. Adorava far scoprire ai suoi alunni cose belle, che prima non conoscevano. Permetter loro di affacciarsi su nuovi mondi.
Quando aveva trent'anni un giorno Romeo tornò a casa e trovò Rosalina molto seria.
“Devo parlarti”, annunciò. E gli disse che lo lasciava, perché si era messa con un altro che la voleva sposare. E così finì la loro grande storia d'amore.

Da quel momento tutte le energie di Romeo si concentrarono sul lavoro e sulla gestione familiare. I Montecchi erano tanti e piuttosto disorganizzati. A Romeo toccò prendere in mano parecchie situazioni scomode.
Adesso, però, Romeo aveva nuovamente una storia con una donna.
E anche questa, caso della sorte, si chiamava Rosalina.
Questa Rosalina, però, si faceva chiamare Rose, all'inglese. Aveva trent'anni, era alta, formosa e sensuale.  Sapeva quel che voleva e quando voleva qualcosa se la prendeva, punto e basta.
Aveva voluto Romeo per capriccio, e perché anche se non era più giovane il professor Montecchi era un bell'uomo, di un certo spessore culturale e sociale. L'aveva voluto e se l'era preso. Poi si era stufata e l'aveva lasciato. Per poi riprenderselo non appena aveva visto che lui riusciva a vivere anche senza di lei.
Questo tira e molla andava avanti da dieci anni. Romeo ormai c'era abituato, certe volte non si chiedeva neanche più se fosse giusto o sbagliato.
Qualche volta alzava la testa. “Basta, sono stufo di farmi trattare come uno zerbino”, diceva.
Poi Rosalina lo guardava con quegli occhioni dolci, e quelle labbra morbide, e lo accarezzava in un certo modo, gli si faceva vicina, lo baciava e lui non riusciva mai a dirle di no.

“Ro, sei pronto?”, disse Lorenzo, da dietro la porta del bagno, “Dai, Ro, spicciati che facciamo tardi.”
Lorenzo aveva quattordici anni ed era figlio di Benvolio, e quindi il nipote di Romeo, ma non lo chiamava mai un nonno.
“Cioè, per essere vecchio, sei vecchio”, gli diceva, “ma non ci sembri mica. Cioè, certe volte mi sembri più giovane dei miei amici.”
Romeo diede un'ultima occhiata al completo da vampiro che indossava. Il costume da vampiro gliel'aveva imposto Rosalina, perché andava di moda. Anche se poi lei non era neppure sicura di andare a quella festa.
Romeo uscì dal bagno facendo roteare il mantello nero e sfoderando due canini appuntiti, finti ma molto credibili.
“Ammazza, Ro”, fischiò Lorenzo, ammirato, “Se Edward Cullen ti vede sbianca dall'invidia, garantito!”

La parola del giorno è... Accademico della Crusca

Accademico della Crusca: s.m., insulto da rivolgere a chi ci fa notare i nostri strafalcioni. All'Accademico della Crusca si può reagire in quattro modi: la giustificazione (“no, ma lo so benissimo che si scrive 'sono andato' e non 'ho andato', solo che mi sono sconfuso!”); la risposta filosofica ("è il pensiero che conta, non la gramattica!"); la negazione (“guarda, che è giusto anche così, 'vada da mamma a dirgli' e 'vado da mamma a dirle' è uguale: sempre da mamma vado!”); l'aggressione offesa (“oh, ma come ti permetti??? guarda che a me l'itagliano non me lo impara nesuno!”). Sinonimi: maestrina dalla penna rossa, secchione, brutto sfigato che non ha una vita propria e per questo va a fare le pulci agli altri facendomi fare una figura di m€#¶@ online, eccetera...
Il termine “Accademico della Crusca” deriva dall'Accademia della Crusca, la nota società per la protezione della lingua italiana fondata a Firenze nel XVI° secolo. La società deve il suo nome proprio al frumento, perché il fine che si pone è quello di separare le parole buone da quelle cattive (ovvero quelle giuste da quelle sbagliate), così come si separa il grano dalla crusca.
Perciò non mi sembra proprio che “Accademico della Crusca” possa essere considerato in insulto, a meno di non essere molto ignoranti e non sapere cosa sia.
Nella foto, Francesco Redi: poeta, intenditore di vini e Accademico della Crusca del XVIII° secolo.

PS: già che parliamo di parole e nomi, vi dò due dritte: Ornette Coleman è un sassofonista free jazz, l'inchiostro per le fotocopie si chiama toner (deriva da “to tone”, virare, modificare, perché modifica i colori di stampa tramite processi chimici), il palazzo celebre di Torino è Palazzo Madama, un vino rosso della Valtellina è il Sassella e l'opera di Rossini con Selim e Fiorilla è Il Turco in Italia.
Io però non v'ho detto nulla!

mercoledì 7 novembre 2012

Romeo e Giulietta, capitolo 1

Premessa: l'anno scorso, verso Natale, l'occhio mi cadde su una locandina in cui si pubblicizzava un lavoro teatrale. Era Romeo e Giulietta di Shakespeare. E gli attori di quella rappresentazione erano, diciamo, un po' "passatelli d'età". Non di primo pelo, ecco.
Ora, tutti sappiamo che la tragedia shakesperiana funziona perché la travolgente storia d'amore coinvolge due giovanissimi. È per questo che è travolgente, altrimenti col cavolo... 
Una Giulietta trentenne sarebbe altrettanto passionale? Sarebbe altrettanto coinvolta e coinvolgente? Un Romeo cinquantenne come suonerebbe? Sexy o patetico?
Ma poi m'è scattata una scintilla: e se Romeo e Giulietta fossero davvero "di una certa età"? Sarebbe tutto diverso? La passione ci sarebbe ancora? E i colpi di testa? E le rispettive famiglie come la prenderebbero? Perché dovrebbero opporsi? E perciò...
Ok, non so cosa ne verrà fuori. Leggete e fatemi sapere.

La storia di Giulietta

La Vecchia Zia Giulietta si guardò allo specchio e si trovò relativamente soddisfacente.
Nel senso che per la sua età e per lo stile di vita che conduceva non era malaccio.
Era una “vecchia zitella”. Così l'avrebbero chiamata cinquant'anni fa una come lei.
Lei si guardò di nuovo allo specchio. E si trovò “ancora piacente”. Così l'avrebbero chiamata cinquant'anni fa una come lei.
“Oh, insomma”, si disse Giulietta, “Poche storie. Hai cinquantasei anni e sei da sola, ERGO sei una vecchia zitella. Non una single. Single lo puoi dire a trent'anni, non adesso.”
La Vecchia Zia Giulietta aveva una storia complicata, e ne era consapevole.
La Vecchia Zia Giulietta aveva cinquantasei anni, vero. Portati bene, per carità. Ma se vedeva le sue coetanee alla TV mica era più convinta che se li era portati bene.
La Vecchia Zia Giulietta era zitella, pure.
Il che non voleva dire che non avesse una famiglia.
Eh, magari!
I Capuleti erano una famiglia numerosissima. Fra zii, cugini e nipoti ce n'erano da perderci la testa.
L'unica che li conoscesse tutti era, appunto, la Vecchia Zia Giulietta.
Era stata la nipotina più giovane, la quattordicenne Jessica, a cominciare a chiamarla Vecchia Zia Giulietta dieci anni prima, e da allora il resto della famiglia aveva seguito il suo esempio.
La Vecchia Zia Giulietta era zitella non solo perché non era sposata, che tanto oggi non usa più, ma anche perché non era neppure fidanzata e non lo era mai stata. Mai, mai in vita sua.
O meglio, quando aveva tredici anni aveva avuto una specie di “fidanzatino”. Tutti dicevano che lo era, anche se lei lo detestava a morte.
Tebaldo, così si chiamava il fidanzatino, aveva un anno più di lei ed era figlio degli zii Paride e Giuditta. Che poi gli zii Paride e Giuditta non erano veramente suoi zii, erano solo amici di mamma e papà, ma amici così stretti che lei e i suoi fratelli li chiamavano zii lo stesso.
Tebaldo le era sempre stato antipatico. Quando erano piccoli lui le faceva i dispetti, le tirava le trecce, le scarabocchiava i libri e le diceva che da grandi si sarebbero sposati, che lei lo volesse oppure no, perché tanto lei era una femmina e la sua opinione non contava un cavolo. E poi le rompeva le bambole, le graffiava i dischi e faceva anche un'altra cosa orrenda: ammazzava lucertole e passerotti davanti a lei, sapendo che questo l'avrebbe fatta piangere e soffrire.
E poi l'estate che Giulietta aveva tredici anni Tebaldo e gli zii Paride e Giuditta erano stati invitati per due settimane nella casa al mare da mamma e papà, ed erano state le due settimane più brutte della vita di Giulietta, perché Tebaldo era cresciuto e i suoi dispetti, se così si potevano chiamare, si erano evoluti con lui.
Lui l'anno prima aveva cominciato a fare sport, ed era alto e robusto per la sua età. Mentre Giulietta era piccola e magrolina come la mamma, e quando lui faceva il prepotente lei non riusciva a difendersi.
Giulietta non aveva il coraggio di chiedere aiuto ai fratelli o ai grandi, perché le cose che Tebaldo le faceva erano troppo, troppo imbarazzanti, e poi non le avrebbe creduto nessuno. Così pensava lei.
Lo pensava, e ne era certa, perché quando c'erano gli altri Tebaldo con lei era sempre estremamente dolce e gentile, un perfetto “cavalier servente”, tanto che i grandi ridacchiavano e li chiamavano “fidanzatini”.
Solo Giulietta sapeva in che razza di mostro sapesse trasformarsi il principino quando rimaneva da solo con lei.
Era tremendo.
L'acchiappava per un braccio e la trascinava in disparte in qualche angolo isolato del giardino, o in cantina, o in bagno, una volta perfino nella cabina dello stabilimento al mare. Tutti posti dove poteva arrivare qualcuno da un momento all'altro. Poi la bloccava col peso del suo corpo contro la parete, in modo che lei non potesse ribellarsi, le sollevava la gonna e le ficcava le mani nelle mutandine, e le faceva cose per cui poi Giulietta si vergognava moltissimo, come fosse stata colpa sua.
“Adesso mi devi sposare per forza”, le diceva Tebaldo dopo aver fatto i comodi suoi, “perché non sei più illibata, e se non ti piglio io non ti piglia nessuno.”
E Giulietta ci credeva. Quando Giulietta aveva tredici anni esisteva una cosa che si chiamava “matrimonio riparatore”, che voleva dire che se un ragazzo stuprava una ragazza poi poteva farla franca e non farsi neppure un giorno di galera se sposava la ragazza stuprata. E la ragazza accettava quasi sempre, perché se in giro si fosse venuto a sapere che non era più vergine poi davvero non se la sarebbe più sposata nessuno.
Giulietta questo lo sapeva perché così era nato suo fratello maggiore, Aristide, che aveva tre anni più di lei. All'epoca il papà e la mamma erano solo amici. Lui voleva sposarla ma lei gli aveva detto di no, perché era innamorata di un altro. Perciò il papà l'aveva violentata e l'aveva messa incinta, così lei aveva dovuto sposarlo per forza altrimenti sarebbe rimasta “svergognata” per sempre.
Questo Giulietta lo sapeva, per questo non diceva a nessuno di quel che le faceva Tebaldo: aveva paura che poi l'avrebbero obbligata a sposarlo.
Quel che Giulietta non sapeva, e che scoprì solo molti anni dopo, era che tra lei e Tebaldo non c'erano mai stati rapporti completi, e che quindi lei era “tecnicamente” ancora vergine. Non lo sapeva, perché all'epoca nessuno parlava di educazione sessuale: era un argomento tabù e i ragazzini per scoprire qualcosa si arrangiavano come potevano, spesso credendo a dicerie veramente campate in aria.
Comunque poi Tebaldo non l'aveva più sposato, perché si erano persi di vista, per fortuna. Le ultime notizie che aveva avuto era che Tebaldo si era dato alla politica ed era un fervente sostenitore delle famiglie tradizionali. Lui stesso si era sposato almeno tre volte, tanto ci credeva. Probabilmente non si ricordava più dell'estate infernale che aveva fatto passare a Giulietta. O, se la ricordava, la liquidava sicuramente con un “ragazzate!”.
Tebaldo era scomparso dalla vita di Giulietta assieme agli zii Paride e Giuditta, che si erano allontanati da loro quando la mamma si era suicidata, tre anni dopo quell'estate.
La mamma si era suicidata perché era ancora innamorata della sua vecchia fiamma (a dirla tutta, si era suicidata insieme a lui) e non riusciva più a sopportare quel matrimonio forzato.
Peccato, perché se avesse pazientato ancora un anno avrebbe potuto divorziare da papà e sposare il suo bello. Ma lei questa pazienza non l'aveva avuta, o forse era convinta che la legge sul divorzio non sarebbe passata.
Lei e il suo bello si erano gettati con la macchina giù da un dirupo, e anche se tutti ufficialmente parlavano di incidente, in casa si sapeva benissimo quale fosse la verità.
Giulietta un po' l'ammirava per il coraggio e la forza della sua passione, un po' non poteva perdonarla perché suicidandosi la mamma le aveva rovinato la vita.
Ancora se lo ricordava quel giorno di agosto, un mese dopo la morte della mamma, quando raggiunse il papà in cucina con l'elenco dei libri di scuola da comprare per l'anno scolastico che stava per cominciare. Giulietta frequentava il liceo classico e aveva ottimi voti in tutte le materie. Non vedeva l'ora di tornare tra i banchi, dai suoi amici e dai libri che amava.
Papà pareva imbarazzato, non ebbe il coraggio di guardarla in faccia.
Prese l'elenco, gli diede una scorsa distratta, poi lo lasciò cadere sul tavolo.
“È inutile, perché tu a scuola non ci torni”, sospirò.
Giulietta lo guardò, attonita.
Era uno scherzo, sicuramente.
O no?
“Che vuol dire?”, domandò Giulietta, incredula, “In che senso non ci torno?”
“Giulietta”, papà era in difficoltà, “Giulietta, non rendere tutto più difficile. Pensavo fosse ovvio, credevo che l'avessi già capito. Ora che la mamma non c'è più... tu sei l'unica donna rimasta in famiglia. Insomma, qualcuno deve pur prendersi cura della casa.”
“C'è la tata”, rispose Giulietta, “Non basta lei?”
La tata era la donna che si era presa cura di tutti i piccoli Capuleti, da Aristide in poi.
“Ma la tata è anziana, ormai”, protestò papà, “E poi non basta. Ci vuole una donna che prenda in mano la situazione, che prepari da mangiare, che pulisca, che badi ai piccoli...”, era una famiglia numerosa, la loro: dopo Aristide e Giulietta c'erano anche Anselmo, che aveva tredici anni, i gemelli Giacomo e Lucio, che avevano dieci anni ed erano pestiferi, Francesco, di sei anni, che quell'anno doveva cominciare le elementari, e il piccolo Luca, che aveva appena un anno e non andava neppure ancora all'asilo, “...insomma, Giulietta, tu sei la più grande, devi assumerti le tue responsabilità...”
“Non è vero, non sono io la più grande. Aristide è più grande di me. Perché non può pensarci lui, alla famiglia?”
“Ma Aristide deve diplomarsi, e poi laurearsi... ha già perso un anno.”
“Anch'io devo diplomarmi e laurearmi, e non ho perso nessun anno.”
Era vero. Aristide non amava studiare e non andava bene a scuola. Prima della bocciatura era sempre stato promosso solo “a calci”, come si diceva, e solo perché il preside era amico di papà e aveva avuto un occhio di riguardo.
“Ma perché non vuoi capire?”, sospirò papà, sempre più esasperato, “Aristide è un maschio. Non ti aspetterai mica che si metta a spignattare per tutti, a spolverare, a fare la spesa, a cambiare pannolini o a badare ai pargoli, vero? Quella è cosa da donne. È una cosa che solo tu puoi fare.”
“Ma...”, balbettò Giulietta, “Ma... non è giusto... perché la sua carriera dovrebbe essere più importante della mia?”
“Giulietta”, papà alzò la testa e la guardò negli occhi, “Aristide un maschio.”
Non ebbe bisogno di dire altro, Giulietta aveva capito.
Aveva lasciato la scuola e da allora si era presa cura della famiglia, del papà e dei fratelli, e poi anche di cugini e nipoti, e aveva abbandonato completamente ogni velleità. Niente più laurea, niente più viaggi, niente più libri da scrivere e avventure da vivere. Certo, non aveva smesso di leggere e di studiare per conto suo. Ma diciamolo: non è proprio la stessa cosa.
Ora la famiglia Capuleti, in tutte le sue ramificazioni, dipendeva da lei. Una certa importanza ce l'aveva, no? Non quel che aveva sognato da piccola, ma meglio di niente.
Dieci anni prima Jessica, figlia di Aristide, le aveva detto quella cosa.
Giulietta, che le faceva da baby-sitter, l'aveva accompagnata a giocare ai giardinetti e la bimba, all'epoca quattrenne, l'aveva guardata e aveva detto: “Zia, ma perché le mie amichette le loro zie le chiamano nonna e io ti chiamo zia?”
Giulietta si era guardata attorno e si era resa conto che c'erano nonne che parevano più giovani di lei. Si era asciata andare, aveva ammesso. Si era lasciata prendere a tal punto dalla vita dei familiari che aveva dimenticato la propria.
Per questo aveva deciso di tirare un po' su la testa, e aveva cominciato ad andare in piscina, a imparare l'inglese, e si era anche trovata un lavoretto part-time, per mettere da parte un po' di soldi da spendere per se stessa. Era stato quasi uno scandalo, perché nessuno più si aspettava che Zia Giulietta (all'epoca non era ancora Vecchia) potesse avere desideri propri. Desideri che non coinvolgessero la famiglia, vale a dire.

Giulietta si guardò allo specchio di nuovo, sistemò il mantello da vampira e si disse pronta e soddisfatta.
“Jessica”, chiamò bussando alla porta del bagno, “Hai finito? Dai, che facciamo tardi.”
Jessica uscì, anche lei vestita da vampira. Gonna di tulle nera, top di raso nero, giubbino nero con le borchie, ombretto viola cupo, rossetto e smalto neri. Sì, ma lei non era così solo per il ballo in maschera, lei si vestiva così (o quasi così) sempre, perché da due mesi era diventata dark.
“Eccomi, zietta, sono pronta”, disse, “Uau! Sei fikissima! Stasera spakki di brutto, garantito.”
Giulietta sospirò, poi le due uscirono di casa.